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il sito web dedicato al giornalista dai suoi lettori più
affezionati e da oggi bacheca su cui affiggere i propri pensieri
sulla sua morte |
Il
Sultano e San Francesco
l' articolo di Tiziano Terzani in risposta alla celebre invettiva
di Oriana Fallaci |
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Bibliografia
Pelle di leopardo (Diario vietnamita
di un corrispondente di guerra)
Nell'aprile del 1972, Tiziano Terzani, giunse in Vietnam,
nel drammatico scenario della guerra spaventosa che stava dilaniando
il paese orientale. Vi rimase tre anni fino al marzo 1973. "Pelle
di leopardo" come la carta del Vietnam a chiazze, a seconda
che una zona fosse occupata da una o l'altra delle parti in lotta,
è il diario dell'esperienza da lui vissuta: davanti ai suoi
occhi e sulla sua pelle, la morte e la distruzione, le grandi battaglie
che hanno fatto la storia ma anche i piccoli e anonimi conflitti
di ogni giorno, dalle difficoltà quotidiane della popolazione
civile per procurasi il minimo sostentamento alla lotta per la pura
sopravvivenza.
ESTRATTO
"E' assurdo, ma in prigione mi sentivo
più sicura. La città, dopo esserne stata per tanto
tempo fuori, mi fa paura. Cammino e mi par sempre d'essere seguita;
ho l'impressione che debbo sempre nascondermi, che mi stanno cercando,
che debbo ancora scappare."
(Cao Que Tuong; militante politica incarcerata dal 1970 al 1975
nel Vietnam del Sud occupato dagli Usa.)
Giai Phong! La liberazione
di Saigon
In questo racconto Terzani ricostruisce i retroscena diplomatici
e di guerra della conquista di Saigon da parte dei vietcong nel
1975. Scritte letteralmente tra due fuochi (quello americano e quello
dei vietcong), queste pagine descrivono non solo le battaglie e
gli orizzonti dello scontro, ma anche le vicende "semplici"
della popolazione civile, tra fabbriche, scuole, chiese, rivoluzione
e sentimenti.
Apparso per la prima volta nel 1976, Giai Phong!
è soprattutto il racconto "di quel che la rivoluzione
avrebbe potuto essere", una riflessione sulle possibilità
di portare a compimento una rivolta dal volto umano, non a caso
dopo venticinque anni l'autore, nella prefazione, dedica la ristampa
alle nuove generazioni, simbolo della speranza e rinascita. Il libro
viene tradotto in varie lingue e selezionato in America come "Book
of the Month".
ESTRATTO
"Come una immagine fotografica congelata
nell' immobilità dell' istantanea, Giai Phong! in particolare
riflette ancora l' entusiasmo di quei giorni, è pieno delle
speranze che la rivoluzione aveva suscitato. Io invece, avendo vissuto
il resto di quella e altre storie, sono diventato, com' è
naturale e giusto, un' altra persona: scettica di tutte le promesse
politiche e sospettosa di ogni tipo di rivoluzione. «Allora
ti eri sbagliato?» mi si chiede spesso. Al fondo di questa
domanda c' è una provocazione che merita una risposta, e
la risposta è sostanzialmente: « No». I fatti
di poi non possono mutare i fatti di prima e quel che è successo
in Vietnam dopo la fine della guerra non può cambiare il
giudizio sul significato del conflitto in sé. Per la mia
generazione fu soprattutto una questione di moralità. Da
una parte c'erano i vietnamiti che combattevano una guerra di indipendenza,
la stessa che avevano combattuto da quando, un secolo prima, i francesi
erano sbarcati sulle loro coste ed avevano fatto dell' Indocina
una colonia; dall' altra c' erano gli americani che avevano rimpiazzato
i francesi nel loro tentativo neocolonialista, che non avevano alcuna
ragione di immischiarsi negli affari di un Paese così lontano
dal loro e che non avevano perciò alcun diritto «di
distruggerlo per poterlo salvare ». Ogni generazione cerca
degli eroi con cui identificarsi, degli eroi a cui ispirarsi. Per
la mia furono i vietcong.
(...)
La rivoluzione non faceva paura. Anzi. Per giunta,
quando arrivò a Saigon e finalmente mise fine alla guerra,
la rivoluzione si presentò esattamente con la faccia che
molti avevano sognato: era gentile, comprensiva, compassionevole.
Alcuni avevano temuto che i guerriglieri, una volta presa Saigon,
avrebbero scatenato un bagno di sangue, av rebbero allineato i loro
nemici davanti ai plotoni di esecuzione. Non avvenne niente del
genere. Invece di chiedere vendetta i nuovi detentori del potere
parlarono di fratellanza e di riconciliazione nazionale. I primi
rivoluzionari che entrarono a Saigon avevano l'aria di onesti, sinceri
combattenti di una causa che improvvisamente sembrò giusta
persino ad alcuni dei loro più accaniti avversari. Nei tre
mesi in cui mi fu permesso di restare in Vietnam l'esperienza quotidiana
della rivoluzione fu incoraggiante, a volte persino esaltante. Avevo
l' impressione di qualcosa di nuovo e affascinante che veniva alla
luce, qualcosa di magico come la vita di un neonato. C' era nella
rivoluzione un aspetto catartico, purificante, che non poteva lasciare
indifferente un osservatore. C' era un senso di «giustizia
è fatta» nel vedere una società marcia e corrotta
messa sotto sopra, nel vedere i prepotenti di ieri esautorati e
la parola data alle vittime. Giai Phong! è il resoconto di
quel periodo . Riflette l' atmosfera, lo spirito di quel tempo."
1981 Holocaust in
Kambodscha
Scritto dopo il viaggio a Phnom Penh compiuto subito dopo l'intervento
vietnamita in Cambogia Terzani racconta la Cambogia in un articolo
(http://www.tizianoterzani.com/articoli/930523cambogia.html) del
1993 alla vigilia delle elezioni sotto la tutela dell'ONU:
ESTRATTO
"... D'un tratto s'è fatto silenzio.
Non si sentiva che lo strusciare delle ciabatte sull'asfalto, i
l mormorio sommesso delle preghiere e questa città rumorosa,
cinica, violenta, rapace e senza cuore s'è come fermata a
riflettere, per un attimo commossa, dinanzi a una delle più
spontanee manifestazioni popolari avvenute di recente: la marcia
per la pace. Alla testa del corteo c'erano alcune centinaia di bonzi,
nei loro sai arancione, poi migliaia di donne, suore buddiste nei
loro abiti bianchi, contadine con le lunghe gonne di vecchia seta
nera; ognuna con una ghirlanda di gelsomini o delle ba cchette d'incenso
nelle mani giunte; tutte con un'unica, semplicissima preghiera:
la pace. Negli ultimi giorni a Phnom Penh ci sono stati i comizi
spettacolo dei grandi partiti, ci sono state le ultime dichiarazioni
elettorali dei grandi dirigenti politici, ma nessuna manifestazione
come questo silenzioso passare di alcune migliaia di donne semplici,
di campagna, le solite vittime di tutti i conflitti, venute, molte
da province lontane, nella capitale a chiedere quel che tanti hanno
promesso, ma che nessuno è stato finora capace di dare a
questo povero, disperato Paese: la pace".
1984 La porta proibita
Nel febbraio 1984 Tiziano Terzani fu arrestato a Pechino, perquisito,
interrogato ed, infine, espulso dal Paese. Per quattro anni vi aveva
vissuto con la famiglia, cercando di sentirsi "cinese":
aveva mandato i suoi figli alla scuola locale, aveva raggiunto luoghi
sconosciuti al turismo, aveva visto una Cina diversa da quella che
appariva in superficie. Ricco di notizie e dati, di considerazioni
ed impressioni, questo libro, pubblicato contemporaneamente in Italia,
negli Stati Uniti, e in Gran Bretagna, è al tempo stesso
un reportage, un diario di viaggio, un saggio di sinologia contemporanea
e l'appassionante romanzo di un'avventura umana.
ESTRATTO
"...Nel 1949, quando i comunisti la
presero, Pechino era ancora una città unica al mondo: un
grande esempio di architettura, una città di struggente splendore
che pareva fatta per vivere in eterno. Non è più così.
Pechino muore. Le mura sono scomparse, le porte sono scomparse,
gli archi sono scomparsi. Scomparsa è la maggioranza dei
templi, dei palazzi, dei giardini e ogni giorno che passa una fetta
in più della secolare Pechino se ne va sotto i colpi inesorabili
dei picconi e delle ruspe. La città ha perso quel suo ordine
interno che era fatto per rispecchiare la geometria dell'universo.
Dove un tempo c'erano armonia e perfezione, ci sono confusione e
caos".
Buonanotte, signor
Lenin
"Buonanotte, Signor Lenin", uscito anche in Germania e
Gran Bretagna, è un' importantissima testimonianza in presa
diretta del crollo dell'impero sovietico. Il libro è stato
selezionato per il Thomas Cook Award, il premio inglese per la letteratura
di viaggio. Nell'agosto 1991 Terzani si trova lungo il corso del
fiume Amur, in Siberia, quando apprende la notizia del golpe anti-Gorbaciov,
appena avvenuto a Mosca. Decide di intraprendere subito il lungo
viaggio che lo condurrà in due mesi, attraverso la Siberia,
l'Asia centrale e il Caucaso, fino alla capitale. Un'esperienza
eccezionale, fissata negli appunti, nelle riflessioni e nelle fotografie
che compongono questo libro: testimonianza di un evento epocale,
galleria di individui e popoli diversi, panorama di città
leggendarie, di luoghi sconosciuti, di vestigia del passato e di
prepotenti segnali del nuovo che avanza. Un viaggio, e un libro,
che ci ha consegnato l'istantanea del tramonto definitivo dell'impero
sovietico.
ESTRATTO
"...A vederla dall'alto della
mia finestra sull'Amur, Habarovsk, con le sue luci, le sue navi
alla rada, la sagoma elegante dei tetti verdi di rame, sembra una
città non toccata da questi problemi, sembra ferma nella
bellezza senza tempo del fiume. Eppure so che fra quelle luci, quelle
strade, anche questa, come tutte quelle che ho visto finora, è
una città di tombini scoperchiati, di buche non riempite,
di rifiuti, di rottami e soprattutto di gente delusa, affaticata
e spenta. Il cadavere del comunismo? Forse è qui, tutto attorno
a me, morto da tempo".
Un indovino mi
disse
Nel 1976 un indovino cinese avverte Tiziano Terzani, corrispondente
dello "Spiegel" dall'Asia: "Attento. Nel 1993 corri
un gran rischio di morire. In quell'anno non volare mai". Nel
1992 Terzani si sente stanco, dubbioso sul senso del suo lavoro.
Gli torna in mente quella profezia e la vede come un'occasione per
guardare il mondo con occhi nuovi. Decide di non prendere aerei
per un anno, senza rinunciare al suo mestiere. Il risultato di quell'esperienza
è un libro che è insieme romanzo d'avventura, autobiografia,
racconto di viaggio e reportage.
ESTRATTO
"Attento! Nel 1993 corri un gran rischio
di morire. In quell'anno non volare. Non volare mai», m'aveva
detto un indovino. Era successo a Hong Kong. Avevo incontrato quel
vecchio cinese per caso. Sul momento quelle parole m'avevano ovviamente
colpito, ma non me ne ero fatto un gran cruccio. Era la primavera
del 1976, e il 1993 pareva ancora lontanissimo. Quella scadenza
però non l'avevo dimenticata. 1977... 1 987... 1990... 1991.
Sedici anni, specie se visti dalla prospettiva del primo giorno,
sembrano tanti, ma, come tutti gli anni, tranne quelli dell'adolescenza,
passarono velocissimi e presto mi ritrovai alla fine del 1992. Che
fare? Prendere sul serio quel vecchio cinese e riorganizzare la
mia vita, tenendo conto del suo avvertimento? O far finta di niente
e tirare avanti dicendomi: «Al diavolo gli indovini e le loro
fandonie»? A quel punto avevo vissuto in Asia, ininterrottamente,
per più di u n ventennio - prima a Singapore, poi a Hong
Kong, Pechino, Tokyo, infine a Bangkok - e pensai che il miglior
modo di affrontare quella «profezia» fosse il modo asiatico:
non mettercisi contro, ma piegarcisi. "
"Era una gioia lasciare scorrere il
tempo, senza angoscia. Prendevo appunti, chiacchieravo, facevo vagare
i miei pensieri. Lentamente mi accorgevo di ritrovare il gusto del
viaggiare, il piacere di lasciarsi andare ai posti, alla gente...
Viaggiavo lentamente e ne godevo. Avevo di nuovo il tempo di guardare,
di sentire i posti....
Adoravo viaggiare così. Viaggiare è un'arte. Bisogna
praticarla con comodo, con passione, con amore. Mi resi conto che
a forza di viaggiare in aereo quell'arte l'avevo disimparata da
tempo. E pensare che è l'unica a cui tengo!
Se, prima di morire, mi capiterà di avere il tempo di fare
una riflessione, mi piacerebbe alla fine poter dire:
" Ho viaggiato".
(In Vietnam)" A una stazione salì un cieco a cantare
la sua cantilena, ma non ebbe fortuna. A causa della mia presenza,
i poliziotti lo spinsero giù. Due ragazzi, scoperti senza
biglietto, vennero portati accanto a me, ammanettati al sedile e
presi a schiaffi dai poliziotti. Uno piangeva ma l’altro mantenne
un’aria di sfida, come se si riservasse di fare i conti un’altra
volta. Cercai di guardare il treno con gli occhi dei bambini che
ci salutavano dalle risaie, dei giovani nei villaggi di pietra che
passavamo e capii che era una quotidiana tentazione; in quel mondo
che non cambiava, il treno era l’unica speranza di movimento;
il treno portava via, il treno era carico di gente diversa, il treno
andava altrove. Nella loro fantasia il treno è simbolo di
potere, di gioia, di ricchezza, di cambiamento; per questo tutti
corrono verso il treno, ci si buttano contro, cercano di salire,
di stare sul tetto: i ciechi, i mendicanti, i bambini, i ladruncoli,
gli storpi, i ribelli e tutti quelli che hanno un sogno da realizzare
o una rabbia da sfogare.".
"...Mao aveva capito che, per salvare la Cina, bisognava proteggerla
contro l’influenza occidentale e farle cercare una soluzione
cinese al problema della modernità e dello sviluppo. Nel
porsi il problema Mao era stato grande. Grande era stato anche nello
sbagliarsi sul come risolverlo. Ma sempre grande, Mao: grande poeta,
grande stratega, grande intellettuale e grande assassino. Ma grande
come la Cina. Così come ora è grande la sua tragedia.
Se qualcuno, fra qualche secolo, riuscirà a guardare indietro
alla storia dell’umanità, la fine della civiltà
cinese gli dovrà apparire come una grande perdita, perché
con quella è finita una grande alternativa la cui esistenza
forse garantiva l'armonia del mondo. Non è un caso che siano
stati i cinesi a scoprire che l’essenza di tutto è
l’equilibrio fra gli opposti, fra lo yin e lo yang, fra il
sole e la luna, la luce e l’ombra, il maschio e la femmina,
l’acqua e il fuoco. E’ nell’armonia fra le diversità
che il mondo si regge, si riproduce, sta in tensione, vive. Per
questo c’è una qualche ragione di rimpiangere il comunismo,
non in quanto tale, ma in quanto alternativa, contrapposizione.
Senza più quello, s’è creato oggi nel mondo
uno squilibrio e la stessa parte che crede d’aver vinto soffre
ora di quella mancanza di tensione che dopotutto stimolava la sua
creatività."
In Asia
Dall'India al Giappone, dalla Cina al Vietnam, l'occhio di Terzani
fotografa uomini, paesaggi e scorci di vita in cui spettacolari
grattacieli convivono con le capanne sull'acqua, in un racconto
che unisce il reportage all'autobiografia, la cronaca alla Storia
piccola e grande, l'aneddoto all'interpretazione. Questo libro contiene
una serie di articoli scritti a partire dal 1976 sulla morte di
Mao, sulla possibilità di Deng Xiaoping di succedergli nonostante
il suo passato di oppositore durante la Rivoluzione culturale, la
fine del maoismo, la rivolta e la strage di Tienanmen. Leggendo
questo libro ci si trova a rivivere gli eventi che hanno segnato
la storia asiatica degli ultimi trent'anni, a ripensare ai grandi
ideali che l'hanno formata e ai protagonisti delle sue svolte, a
dare uno sguardo al suo futuro. E al tempo stesso Terzani ci invita
a prestare ascolto all'altra voce, quella dell'Oriente vero, vissuto
nella sua quotidianità, in mezzo alle donne e agli uomini,
alle difficoltà, ai contrasti, ai riti, alle curiosità...
ESTRATTO
"Come tutte le dittature, quella birmana
non ama i giornalisti e la copia dell'unico quotidiano stampato
qui, che mi viene consegnata con la chiave della camera nello Strand
Hotel, ha un editoriale che attacca "le false informazioni
messe in giro da certi corrispondenti stranieri che, sotto mentite
spoglie, s'infiltrano nel Paese e che il popolo birmano ha il dovere
di scovare". Sono uno di quelli. Per ottenere un visto ho mentito
sulla mia professione, per essere aggregato a un gruppo di turisti
ho pagato una cifra esorbitante. Poi, una volta qui, con qualche
dollaro in più, mi sono comprato un po' di libertà
di movimento e, grazie all'aiuto di tanti normali birmani, tutt'altro
che interessati a denunciarmi, ho cercato di gettare uno sguardo
dietro la facciata di ordine e pulizia che la dittatura militare
ha messo in piedi per turlupinare il mondo".
2002 Lettere contro
la guerra
Questo libro è una raccolta di sette lettere, alcune delle
quali sono state pubblicate sul “Corriere della sera”,
in forma di corrispondenze da varie zone del mondo, in particolare
quello orientale, da dove l'autore ha riferito numerosi fatti in
veste di cronista.Dopo la tragedia dell’ 11 settembre, Terzani
è uscito del suo rifugio dell’Himalaya, cercando di
trasmettere concetti già espressi prima dell’attacco
alle torri gemelle; le sue riflessioni etico-morali erano quindi
già approfondite, prima che gli eventi storici le rendessero
necessarie. Le lettere mirano ad approfondire la conoscenza del
mondo musulmano, della sua cultura in rapporto al mondo occidentale
(di particolare interesse la lettera rivolta alla Fallaci) , invitando
tutti gli uomini ad un simbolico pellegrinaggio verso la pace, unica
via di salvezza contro l'odio, la discriminazione, il dolore. E
per seguire questa strada bisogna far appello alle leggi del cuore,
ai buoni sentimenti, al rispetto e all’amore verso il prossimo.
ESTRATTO
"Ancor più che fuori, le cause
della guerra sono dentro di noi. Sono in passioni come il desiderio,
la paura, l'insicurezza, l'ingordigia, l'orgoglio, la vanità...
Dobbiamo cambiare atteggiamento. Cominciamo a prendere le decisioni
che ci riguardano e riguardano gli altri sulla base di più
moralità e meno interesse. Facciamo più quello che
è giusto, invece di quel che ci conviene. Educhiamo i nostri
figli ad essere onesti, non furbi. E’ il momento di uscire
allo scoperto; è il momento di impegnarsi per i valori in
cui si crede. Una civiltà si rafforza con la sua determinazione
morale, molto più che con nuove armi.”
"...Kabul. La vista è stupenda. La più bella
che potessi immaginarmi. Ogni mattina mi sveglio in un sacco a pelo
disteso sul cemento e qualche piastrella di plastica d’uno
stanzone vuoto all’ultimo piano del più alto edificio
del centro città e gli occhi mi si riempiono di tutto quel
che un viaggiatore diretto qui ha sempre sognato: la mitica corona
delle montagne di cui un imperatore come Babur, capostipite dei
Moghul, avendole viste una volta, ebbe nostalgia per il resto della
vita e desiderò che fossero la sua tomba; la valle percorsa
dal fiume sulle cui sponde è cresciuta la città a
proposito della quale un poeta, giocando sulle due sillabe del nome
Kabul in persiano, scrisse: "La mia casa? Eccola: una goccia
di rugiada fra i petali di una rosa".
2004 Un altro giro
di giostra. Viaggio nel male e nel bene del nostro tempo
Un altro giro di giostra è un itinerario alla ricerca di
aiuto per la guarigione che ha portato Tiziano Terzani in Paesi
e civiltà lontane e diverse; non solo un libro di viaggio,
ma anche un cammino lungo i sentieri della ricerca interiore, spirituale
e sapienziale. Un libro nel quale riaffiorano i temi da sempre cari
al giornalista e scrittore fiorentino: la storia, la globalizzazione,
il confronto di civiltà. La rivelazione della malattia, accolta
dapprima con stupore misto a incredula indifferenza, in seguito
con la frenesia di cure, visite, esami diagnostici e terapie, ha
rappresentato per Terzani l’opportunità di compiere
una riflessione sul significato dell’esistenza, tanto più
intensa e coinvolgente in quanto intima e personale, vissuta sulla
propria pelle. Di fronte all’imprevedibilità di un
mare incurabile, anche il viaggiatore coraggioso, il cronista avventuroso,
l’inviato di guerra sprezzante del pericolo si sente disarmato
e vulnerabile, ma non si tira indietro. “Viaggiare era sempre
stato per me un modo di vivere – scrive nelle prime pagine
– e ora avevo preso la malattia come un altro viaggio: un
viaggio involontario, non previsto, per il quale non avevo carte
geografiche, per il quale non mi ero in alcun modo preparato, ma
che di tutti i viaggi fatti fino ad allora era il più impegnativo,
il più intenso.”
ESTRATTO
"Signor Terzani, lei ha un cancro',
disse il medico, ma era come non parlasse a me, tanto è vero
- e me ne accorsi subito, meravigliandomi - che non mi disperai,
non mi commossi: come se in fondo la cosa non mi riguardasse. Forse
quella prima indifferenza fu solo un'istintiva forma di difesa,
un modo per mantenere un contegno, per prendere le distanze, ma
mi aiutò. Riuscire a guardarsi con gli occhi di un sé
fuori da sé serve sempre. Ed è un esercizio, questo,
che si può imparare"
"Nel silenzio rotto solo dal frusciare delle auto sull’asfalto
bagnato della strada e da quello delle suore sul linoleum del corridoio,
mi venne in mente un’immagine di me che da allora mi accompagna.
Mi parve che tutta la mia vita fosse stata come su una giostra:
fin dall’inizio m’era toccato il cavallo bianco e su
quello avevo girato e dondolato a mio piacimento senza che mai,
mai qualcuno fosse venuto a chiedermi se avevo il biglietto. No.
Dawero il biglietto non ce l’avevo. Tutta la vita avevo viaggiato
a ufo! Bene: ora passava il controllore, pagavo il dovuto e, se
mi andava bene, magari riuscivo anche a fare... un altro giro di
giostra."
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