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La
qualità di petrolio più pregiata al mondo si estrae dalla terra
di Maometto, l'Arabia Saudita. Un paese in crisi, schiacciato tra
la debolezza della dinastia regnante e le pressioni aggressive dei
wahabiti, la setta in cui Osama bin Laden si riconosce e che non
si è mai integrata con il resto del paese.
Bin Laden, saudita di nascita, ha costruito la sua organizzazione
assassina grazie a finanziamenti provenienti proprio da questo paese.
Il terrorista, ricercato dai servizi segreti di tutto il mondo,
ha dichiarato di volere il prezzo del greggio a 144 dollari il barile,
una cifra che è sette volte quella attuale. E in che modo bin Laden
potrebbe manovrare a suo piacimento le leve del petrolio, se non
con la presa diretta del potere a Riyadh, capitale dell'Arabia Saudita,
il paese più potente in seno all'Opec?
Il regno saudita è un paese dai grandi numeri: per dimensioni fisiche,
per ricchezze petrolifere e per incremento demografico, oltre che
per la concentrazione di luoghi sacri all'Islam, come La Mecca e
Medina, città natale del profeta Maometto.
Ad appena venti metri dal sottosuolo giacciono sterminate riserve
di oro nero, facilmente estraibili grazie al terreno porosissimo
di questa landa desertica: l'Arabian Light è il tipo di petrolio
da cui è possibile raffinare il maggior numero di prodotti a grande
valore aggiunto, la benzina in primis.
E' dal 1933, anno di uno storico accordo tra re Saud, l'artefice
dell'unificazione del paese e la Standard Oil of California (Socal),
che da questi giacimenti si pompa greggio a pieno ritmo. Ma dopo
quasi settant'anni di sfruttamento intensivo, un quarto delle riserve
di petrolio del mondo intero si trova tuttora qui: si tratta di
trentacinque miliardi di tonnellate, quasi dieci volte le riserve
americane.
Dal 1933 al 1972 la statunitense Socal estrasse greggio in cambio
del pagamento delle royalties, che sono il prezzo che la società
estrattrice paga allo stato proprietario dei giacimenti. Tutto cambiò
con la nazionalizzazione del 1972, quando il regno saudita cominciò
a sfruttare direttamente le proprie riserve e lasciò alla Socal
soltanto i benefici derivanti dalle royalties.
L'anno successivo il prezzo del brent salì alle stelle: da 2,5 a
10 dollari al barile in poco tempo. Gli Usa sostenevano Israele
nella guerra contro l'Egitto e i paesi arabi risposero con l'embargo
petrolifero.
In quegli anni, a dominare la scena delle decisioni dell'Opec era
il brillante e carismatico ministro del petrolio Zaki Yamani. A
quel tempo la politica petrolifera saudita da un lato mirava al
raggiungimento dei massimi benefici per i paesi arabi produttori
di greggio, dall'altro presentava agli Stati Uniti il governo di
Riyadh come importante interlocutore: durante ogni crisi internazionale,
ingenti aumenti di produzione di petrolio salvavano le economie
occidentali dalla recessione.
Negli anni '80, dopo la guerra tra Iran e Iraq, il prezzo del brent
raggiunse la quota di 40 dollari, per poi subire varie oscillazioni,
anche al di sotto del break-even, il livello sopra il quale il petrolio
può essere considerato una ricchezza. Questa misura si attesta ora
attorno ai 25 dollari al barile. Durante l'attuale crisi, i sauditi
hanno deciso di ridurre le esportazioni, da 8 a 7,5 milioni di barili
al giorno, per far risalire il prezzo della loro produzione più
importante.
La situazione attuale è radicalmente mutata, Yamani è stato misteriosamente
congedato già da quindici anni
(oggi è uno stimato analista finanziario e vive all'estero), i vecchi
progetti di sviluppo sociale ed economico di quest'area sembrano
lasciare il posto alle ambizioni delle corporazioni religiose fondamentaliste.
L'Arabia Saudita è un paese in forte mutamento.
Oggi a regnare su questo "El Dorado" mediorientale è il vecchio
re Fahd, malato e incapace di esercitare un potere reale che tenga
uniti i vari gruppi di interesse. Anche il reggente principe Abdullah,
settantottenne, non sembra in grado di imprimere una decisa autorevolezza
al governo.
Su questa indebolita dinastia premono fortemente i gruppi religiosi,
che influenzano ogni decisione politica. La situazione economica
del paese è preoccupante: il reddito pro capite è calato da 16 000
a 7 500 dollari negli ultimi vent'anni. Nonostante questa povertà,
sono stati investiti 25 milioni di dollari per ampliare le strutture
religiose di La Mecca e Medina, varie centinaia di milioni di dollari
sono state stanziate per ricostruire Beirut e per aiutare i palestinesi,
oltre che per la creazione di nuove università islamiche.
A pesare sulle casse statali è inoltre la massiccia e costante immigrazione
da altri paesi islamici: su 22 milioni di abitanti, 4 sono stranieri
e necessitano di strutture di assistenza e istruzione.
Il peso crescente che stanno assumendo le frange oltranziste del
clero rende sempre più arduo qualsiasi progetto di modernizzazione,
perché esse si oppongono a piani di privatizzazione che prevedano
partner esteri.
Ma in epoca di globalizzazione è difficile tenere separati i confini
tra l'Occidente e l'Oriente.
Gli Stati Uniti negli ultimi anni hanno incrementato esponenzialmente
i loro acquisti di greggio dall'Arabia Saudita, passando dai 5 miliardi
di dollari del '98 ai quasi 15 del 2000. Ma se forte è la dipendenza
americana dal regno saudita, sul fronte dell'energia, altrettanto
forte è l'influenza delle esportazioni di materiale bellico dagli
Usa verso questo paese. La stragrande maggioranza delle armi dell'esercito
saudita arriva dagli States.
Ma se gli Usa sono vitali per il governo di Riyadh, non bisogna
dimenticare che moltissime infrastrutture sia civili sia militari,
come moschee, strade, caserme e aerei, sono state costruite durante
la guerra del Golfo dal Saudi bin Laden Group, che è diretto da
quindici cugini del terrorista e che fattura una cifra che si aggira
attorno ai 5 miliardi di dollari. Questa società intrattiene rapporti
di partnership con gruppi occidentali come la General Electric o
la Nortel. Il Network Iridium, nel cui consiglio d'amministrazione
siede un cugino di bin Laden, è partecipato in maggioranza dalla
Motorola. E questi sono solo alcuni dei rapporti internazionali
del gruppo, che intende rafforzarsi sempre di più in Arabia Saudita.
Per
distogliere l'attenzione dallo stretto legame che unisce il regno
ai bin Laden e dal fatto che nessuno dei conti bancari accreditati
da Cia e Fbi ad Al Qaeda è stato ancora congelato, l'Arabia Saudita
sta giocando sulla politica dei prezzi del greggio in modo estremamente
favorevole agli occidentali.
Ma la paura di un colpo di stato e della distruzione dei pozzi petroliferi
spinge gli analisti americani a tenere sempre più sotto controllo
la polveriera saudita, terreno su cui si incrociano gli interessi
di sempre maggiori attori interni e internazionali.
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