TUTTE LE NOTIZIE SULL'OPERAZIONE MILITARE DA RAI NEWS 24 >
L'Arabia Saudita
Vacilla il gigante dai piedi di greggio

Il fondatore dell'Arabia Saudita moderna, Re Fahd La qualità di petrolio più pregiata al mondo si estrae dalla terra di Maometto, l'Arabia Saudita. Un paese in crisi, schiacciato tra la debolezza della dinastia regnante e le pressioni aggressive dei wahabiti, la setta in cui Osama bin Laden si riconosce e che non si è mai integrata con il resto del paese.
Bin Laden, saudita di nascita, ha costruito la sua organizzazione assassina grazie a finanziamenti provenienti proprio da questo paese. Il terrorista, ricercato dai servizi segreti di tutto il mondo, ha dichiarato di volere il prezzo del greggio a 144 dollari il barile, una cifra che è sette volte quella attuale. E in che modo bin Laden potrebbe manovrare a suo piacimento le leve del petrolio, se non con la presa diretta del potere a Riyadh, capitale dell'Arabia Saudita, il paese più potente in seno all'Opec?
Il regno saudita è un paese dai grandi numeri: per dimensioni fisiche, per ricchezze petrolifere e per incremento demografico, oltre che per la concentrazione di luoghi sacri all'Islam, come La Mecca e Medina, città natale del profeta Maometto.
Ad appena venti metri dal sottosuolo giacciono sterminate riserve di oro nero, facilmente estraibili grazie al terreno porosissimo di questa landa desertica: l'Arabian Light è il tipo di petrolio da cui è possibile raffinare il maggior numero di prodotti a grande valore aggiunto, la benzina in primis.
E' dal 1933, anno di uno storico accordo tra re Saud, l'artefice dell'unificazione del paese e la Standard Oil of California (Socal), che da questi giacimenti si pompa greggio a pieno ritmo. Ma dopo quasi settant'anni di sfruttamento intensivo, un quarto delle riserve di petrolio del mondo intero si trova tuttora qui: si tratta di trentacinque miliardi di tonnellate, quasi dieci volte le riserve americane.
Dal 1933 al 1972 la statunitense Socal estrasse greggio in cambio del pagamento delle royalties, che sono il prezzo che la società estrattrice paga allo stato proprietario dei giacimenti. Tutto cambiò con la nazionalizzazione del 1972, quando il regno saudita cominciò a sfruttare direttamente le proprie riserve e lasciò alla Socal soltanto i benefici derivanti dalle royalties.
L'anno successivo il prezzo del brent salì alle stelle: da 2,5 a 10 dollari al barile in poco tempo. Gli Usa sostenevano Israele nella guerra contro l'Egitto e i paesi arabi risposero con l'embargo petrolifero.
In quegli anni, a dominare la scena delle decisioni dell'Opec era il brillante e carismatico ministro del petrolio Zaki Yamani. A quel tempo la politica petrolifera saudita da un lato mirava al raggiungimento dei massimi benefici per i paesi arabi produttori di greggio, dall'altro presentava agli Stati Uniti il governo di Riyadh come importante interlocutore: durante ogni crisi internazionale, ingenti aumenti di produzione di petrolio salvavano le economie occidentali dalla recessione.
Negli anni '80, dopo la guerra tra Iran e Iraq, il prezzo del brent raggiunse la quota di 40 dollari, per poi subire varie oscillazioni, anche al di sotto del break-even, il livello sopra il quale il petrolio può essere considerato una ricchezza. Questa misura si attesta ora attorno ai 25 dollari al barile. Durante l'attuale crisi, i sauditi hanno deciso di ridurre le esportazioni, da 8 a 7,5 milioni di barili al giorno, per far risalire il prezzo della loro produzione più importante.

La situazione attuale è radicalmente mutata, Yamani è stato misteriosamente congedato già da quindici Zaki Yamanianni (oggi è uno stimato analista finanziario e vive all'estero), i vecchi progetti di sviluppo sociale ed economico di quest'area sembrano lasciare il posto alle ambizioni delle corporazioni religiose fondamentaliste.
L'Arabia Saudita è un paese in forte mutamento.
Oggi a regnare su questo "El Dorado" mediorientale è il vecchio re Fahd, malato e incapace di esercitare un potere reale che tenga uniti i vari gruppi di interesse. Anche il reggente principe Abdullah, settantottenne, non sembra in grado di imprimere una decisa autorevolezza al governo.
Su questa indebolita dinastia premono fortemente i gruppi religiosi, che influenzano ogni decisione politica. La situazione economica del paese è preoccupante: il reddito pro capite è calato da 16 000 a 7 500 dollari negli ultimi vent'anni. Nonostante questa povertà, sono stati investiti 25 milioni di dollari per ampliare le strutture religiose di La Mecca e Medina, varie centinaia di milioni di dollari sono state stanziate per ricostruire Beirut e per aiutare i palestinesi, oltre che per la creazione di nuove università islamiche.
A pesare sulle casse statali è inoltre la massiccia e costante immigrazione da altri paesi islamici: su 22 milioni di abitanti, 4 sono stranieri e necessitano di strutture di assistenza e istruzione.
Il peso crescente che stanno assumendo le frange oltranziste del clero rende sempre più arduo qualsiasi progetto di modernizzazione, perché esse si oppongono a piani di privatizzazione che prevedano partner esteri.

Ma in epoca di globalizzazione è difficile tenere separati i confini tra l'Occidente e l'Oriente.
Gli Stati Uniti negli ultimi anni hanno incrementato esponenzialmente i loro acquisti di greggio dall'Arabia Saudita, passando dai 5 miliardi di dollari del '98 ai quasi 15 del 2000. Ma se forte è la dipendenza americana dal regno saudita, sul fronte dell'energia, altrettanto forte è l'influenza delle esportazioni di materiale bellico dagli Usa verso questo paese. La stragrande maggioranza delle armi dell'esercito saudita arriva dagli States.
Ma se gli Usa sono vitali per il governo di Riyadh, non bisogna dimenticare che moltissime infrastrutture sia civili sia militari, come moschee, strade, caserme e aerei, sono state costruite durante la guerra del Golfo dal Saudi bin Laden Group, che è diretto da quindici cugini del terrorista e che fattura una cifra che si aggira attorno ai 5 miliardi di dollari. Questa società intrattiene rapporti di partnership con gruppi occidentali come la General Electric o la Nortel. Il Network Iridium, nel cui consiglio d'amministrazione siede un cugino di bin Laden, è partecipato in maggioranza dalla Motorola. E questi sono solo alcuni dei rapporti internazionali del gruppo, che intende rafforzarsi sempre di più in Arabia Saudita.
I ministri del petrolio dell'Oman, dell'Arabia Saudita e degli Emirati ArabiPer distogliere l'attenzione dallo stretto legame che unisce il regno ai bin Laden e dal fatto che nessuno dei conti bancari accreditati da Cia e Fbi ad Al Qaeda è stato ancora congelato, l'Arabia Saudita sta giocando sulla politica dei prezzi del greggio in modo estremamente favorevole agli occidentali.
Ma la paura di un colpo di stato e della distruzione dei pozzi petroliferi spinge gli analisti americani a tenere sempre più sotto controllo la polveriera saudita, terreno su cui si incrociano gli interessi di sempre maggiori attori interni e internazionali.

Torna su

Prima pagina | Guerra a Kabul | Attacco agli USA | Terrorismo internazionale | Diplomazia internazionale | Temi caldi | Rassegna stampa | Credits