La riforma previdenziale trova origine in numeri: gli enti previdenziali
incassano 150 miliardi di euro di contributi l'anno, e pagano 210 miliardi
di euro in pensioni, con la differenza di 60 miliardi di euro l'anno,
a carico delle finanze pubbliche.
Questo sistema è sostenibile nel momento in cui si accetta
di pagare tasse per coprire questo deficit. Non è certo possibile
ridurre le tasse e lasciare inalterato il sistema previdenziale.
Le ragioni del deficit previdenziale si spiegano sostanzialmente per
2 circostanze:
1) è cambiata la composizione demografica della società italiana:
oggi vi sono molti più anziani di qualche decennio fa. Basti
pensare che gli anziani (ossia le persone con età superiore
a 65 anni) sono ora circa il 18% della popolazione, mentre nel 1961
erano esattamente la metà, ossia il 9% della popolazione. Insomma
oggi i pensionati sono 16,4 milioni (a fronte di circa 22 milioni di
lavoratori), e ricevono mediamente una pensione di circa 11.000 euro
l'anno, ma ben 5,2 milioni di pensionati ricevono meno di 6.000 euro
l'anno;
2) l'Italia ha un elevato debito pubblico che non consente incrementi
di spesa pubblica: sono 1.380 i miliardi di euro di debito pubblico,
che diviso per i 57 milioni di cittadini italiani, ne risulta che ciascuno
italiano (compresi i bambini e gli anziani) ha circa 24.000 euro di
debito pubblico (a testa).