Come spesso
accade anche le novità,
di per sé positive, possono presentare degli svantaggi.
Non c'è dubbio che con l'entrata di paesi più poveri
(ossia con un reddito pro capite più basso), l'Italia riceverà nei
prossimi anni (ossia a partire dal 2007) meno fondi comunitari per
lo sviluppo delle aree svantaggiate (obiettivo 1 e 2), per le risorse
umane (obiettivo 3), per l'agricoltura, per la ricerca, ecc..
Un secondo svantaggio riguarda le possibili
difficoltà nei
processi decisionali degli organi comunitari.
L'impostazione dell'Ue è stata pensata con un numero ristretto
di paesi membri, ma ora che il numero è sensibilmente cresciuto
(da 15 a 25), si impone l'accettazione di un grado maggiore di rinuncia
alla sovranità nazionale, con l'eliminazione totale del principio
dell'unanimità.
In ogni caso, sono da attendersi difficoltà anche
pratiche, derivanti dal fatto che le lingue ufficiali dell'Ue passano
dalle attuali
11, a 20.
Infine, le nostre imprese si troveranno
a competere con aziende dei nuovi paesi membri che possono contare
su lavoratori che hanno un minor
costo, e questo potrebbe creare qualche difficoltà al nostro
settore produttivo, se non sarà capace di trovare elementi di
rafforzamento della propria competitività (es. sul piano della
qualità, dell'innovazione, del marketing).