Il sistema pensionistico non avrà più bisogno di riforme,
nel momento in cui tutti i pensionati riceveranno una pensione calcolata
con il sistema contributivo, anziché retributivo, e questo avverrà presumibilmente
nel 2030-2035 (ossia quando andranno in pensione coloro che hanno iniziato
a lavorare dal 1996, anno di entrata in vigore della riforma Dini,
ossia la legge 335/95)
Il sistema contributivo, dato che assicura
trattamenti inferiori rispetto a quello retributivo (vedi quesiti
successivi), deve però essere
accompagnato da un sistema previdenziale integrativo, che può essere
collettivo, ossia rappresentato dai fondi pensione (che costituisce
il 2° pilastro), oppure individuale, consistente nei piani previdenziali
individuali sottoscritti con assicurazioni private (che rappresenta
il 3° pilastro).
A quel punto la stessa età pensionabile può diventare
una scelta del lavoratore, poiché esso può decidere
di andare prima in pensione, ma con un importo più basso (pari
all'importo attualizzato dei contributi), oppure più tardi,
ma con una pensione più alta (essendo maggiori i contributi
versati, ed essendo minore l'aspettativa di vita residua).
Questa regola generale dovrà avere però numerose eccezioni,
che riguarderanno i lavoratori che hanno avuto un basso reddito (e
pertanto i contributi non sono sufficienti per godere di una pensione
dignitosa), oppure che hanno svolto un'attività lavorativa molto
impegnativa sia sul piano fisico che nervoso (come gli operai, gli
addetti all'ordine pubblico con compiti operativi, gli autisti, ecc.),
circostanza che comporta un pensionamento anticipato rispetto all'età pensionabile
generale.
Visto poi che il mercato del lavoro è sempre più flessibile,
occorrerà ammettere l'integrazione dei contributi versati a
diverse gestioni (lavoratori dipendenti, autonomi, ecc.), in quanto
la maggiore mobilità del lavoro comporta il versamento dei contributi
previdenziali di volta in volta in diverse gestioni, che attualmente
non prevedono forme di congiunzione.