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economica spiegata in modo chiaro e sintetico con dati e fatti» |
In Tv "Economia in chiaro" è un approfondimento quindicinnale in onda il giovedì alle 19:12 su Rai News 24 e il martedì in chiaro su Rai3 alle 7:42 |
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13 maggio 2004 La fiducia sulla legge di riforma del
sistema previdenziale Va detto però che i risparmi per la spesa pubblica, stimati in 0,7% del Pil, si attivano solo a partire dal 2008, per cui la fretta è dovuta probabilmente al desiderio (espresso da autorevoli esponenti del Governo) di lanciare un segnale rassicurante all'Ue e agli organismi economici internazionali, preoccupati per il peggioramento dello stato delle finanze pubbliche. In realtà, ogni anno gli enti previdenziali pagano pensioni per 210 miliardi di euro, e incassano contributi per 150 miliardi di euro, e la differenza, pari a 60 miliardi di euro, è a carico del bilancio dello Stato. Questo tema si intreccia evidentemente con quello della riduzione delle tasse. Insomma la torta è una sola, e se si vuole dare a qualcuno una fetta più grossa, bisogna ridurla a qualcun altro. Venendo al merito del provvedimento, molto complesso (un unico articolo di 15 pagine, con 55 commi, a loro volta articolati in numerose lettere), va detto che vi sono previsti molti provvedimenti, da attuare con decreti legislativi, fra cui i principali sono (per maggiori dettagli vedi quesito a fianco): 1) cambiamento dei requisiti per l'accesso alla pensione di vecchiaia (che si ottiene quando i lavoratore raggiunge una certa età), ma non per la pensione di anzianità (che si ottiene quando il lavoratore ha versato per un certo numero di anni i contributi): in sostanza dal 2008 occorre avere 60 anni (e non più 57) e 35 anni di contributi; 2) incentivi per i lavoratori del settore privato (mentre per quelli pubblici bisogna attendere un accordo fra Governo e sindacati) fino al 2008, per restare al lavoro, nonostante il raggiungimento dei requisiti della pensione (35 anni di contributi e 57 anni di età), pari al 32,7% della retribuzione lorda (ossia pari ai contributi da versare) 3) liberalizzazione dell'età pensionabile: in sostanza un lavoratore può continuare a lavorare, anche dopo aver raggiunto i requisiti della pensione, se però è d'accordo il datore di lavoro; 4) ipotesi di sommare i contributi versati alle varie gestioni, a condizione che siano stati versati per almeno 5 anni, fermo restando che ogni gestione pagherà pro quota la pensione; 5) possibilità di attribuire il Tfr (ossia la liquidazione) ai fondi pensione chiusi (creati dai contratti collettivi nazionali del lavoro), e aperti (istituiti da assicurazioni e banche), oltre che a piani previdenziali individuali; 6) riforma degli enti previdenziali, con loro possibile accorpamento; 7) contributo delle pensioni superiori a 12.500 euro al mese pari al 4% nel periodo 2007-2015; 8) possibilità per i lavoratori delle aziende in crisi di proseguire volontariamente nel versamento dei contributi, e di accedere alla pensione con i vecchi requisiti. I sindacati contestano, oltre alla modalità per approvare la legge delega (assenza di reale dialogo con le parti sociali, fiducia senza dibattito in Parlamento) sostanzialmente 4 aspetti: 1) il mantenimento di un profondo squilibrio tra lavoro dipendente ed autonomo in termini di aliquote contributive (17% il lavoro autonomo, 32% il lavoro dipendente); 2) l'innalzamento dell'età da 57 a 60 anni, che in alcuni casi (coloro che arrivano a 57 anni nel 2008), possono comportare il prolungamento dell'attività lavorativa per altri quasi 5 anni, per via dell'innalzamento a 61 anni dell'età pensionabile dal 2010, e delle ridotte finestre per il pensionamento; 3) pur essendo favorevoli alla destinazione del Tfr alla previdenza complementare, non si condivide la possibilità di parificare i fondi pensione contrattuali (ossia chiusi) e aperti (ossia di banche e assicurazioni) con i piani previdenziali individuali; 4) non si affronta con chiarezza il tema della totalizzazione dei contributi previdenziali versati alle differenti gestioni (attualmente chi è stato dipendente e poi autonomo non può accedere alla pensione, poiché non è prevista la ricongiunzione dei contributi versati alle varie casse previdenziali). Quando si finirà di parlare di riforma delle pensioni? Va detto al riguardo che il sistema pensionistico italiano non avrà più bisogno di riforme, nel momento in cui tutti i pensionati riceveranno una pensione calcolata con il sistema contributivo, anziché retributivo (vedi quesiti a fianco), e questo avverrà presumibilmente nel 2030-2035 (ossia quando andranno in pensione coloro che hanno iniziato a lavorare dal 1996, anno di entrata in vigore della riforma Dini, ossia la legge 335/95) Il sistema contributivo, dato che assicura trattamenti inferiori rispetto a quello retributivo (vedi quesiti successivi), deve però essere accompagnato da un sistema previdenziale integrativo, che può essere collettivo, ossia rappresentato dai fondi pensione (che costituisce il 2^ pilastro), oppure individuale, consistente nei piani previdenziali individuali sottoscritti con assicurazioni private (che rappresenta il 3^ pilastro). A quel punto la stessa età pensionabile può diventare una scelta del lavoratore, poiché esso può decidere di andare prima in pensione, ma con un importo più basso (pari all'importo attualizzato dei contributi), oppure più tardi, ma con una pensione più alta (essendo maggiori i contributi versati, ed essendo minore l'aspettativa di vita residua). Questa regola generale dovrà avere però numerose eccezioni, che riguarderanno i lavoratori che hanno avuto un basso reddito (e pertanto i contributi non sono sufficienti per godere di una pensione dignitosa), oppure che hanno svolto un'attività lavorativa molto impegnativa sia sul piano fisico che nervoso (come gli operai, gli addetti all'ordine pubblico con compiti operativi, gli autisti, ecc.), circostanza che comporta un pensionamento anticipato rispetto all'età pensionabile generale. Visto poi che il mercato del lavoro è sempre più flessibile, occorrerà ammettere l'integrazione dei contributi versati a diverse gestioni (lavoratori dipendenti, autonomi, ecc.), in quanto la maggiore mobilità del lavoro comporta il versamento dei contributi previdenziali di volta in volta in diverse gestioni, che attualmente non prevedono forme di congiunzione. |
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