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| L'impatto del federalismo sull'economia italiana
(19.3.2004 - Rai 3 ore 7.42) |
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5 Marzo
2004
La povertà in Italia
Gli italiani sono diventati più poveri?
Se lo sono chiesto in molti negli ultimi tempi,
anche per effetto dell'aumento dei prezzi legato all'euro.
Secondo i dati
dell'Istat, che considerano poveri coloro che in due
hanno meno di 825 euro al mese (vedi comunque quesito qui a fianco),
i poveri non sono aumentati negli ultimi anni, essendo sempre oltre 7
milioni di cittadini, riuniti in quasi 2,5 milioni di famiglie, che rappresentano
circa il 12% della popolazione italiana.
Si tratta di una percentuale
apparentemente non elevata, ma certo significativa per un paese che si
situa tra quelli
più avanzati.
La presenza di cittadini poveri è resa però più grave
dalla povertà assoluta (è proprio il caso di dirlo) dello
Stato italiano, che con i suoi 1.380 miliardi di euro di debito pubblico
(pari al 106% del Pil), non ha più possibilità per assicurare
nel lungo termine servizi sociali e livelli contenuti di tassazione.
Basti pensare che il debito di tutti i paesi poveri del mondo (Pvs) è,
secondo i dati della Banca d'Italia, di circa 2.200 miliardi di dollari,
e rappresenta in media il 40% del loro Pil.
Come ridurre allora le sacche
di povertà presenti
nel nostro paese?
Apparentemente vi sono solo due strade, che andrebbero
percorse insieme.
La prima strada è assicurare una crescita economica, e quindi
una maggiore occupazione, che però difficilmente potrà assumere
le dimensioni di un "miracolo ", visto che il grado di sviluppo
del nostro paese è già elevato, e quindi sono improbabili
grandi nuovi investimenti e tanti nuovi consumi.
Certo, c'è la possibilità che nuovi sviluppi tecnologici
possano costituire un'opportunità di sviluppo, come potrebbe accadere
per esempio con le auto a idrogeno, ma va notato che i recenti salti
tecnologici (diffusione di computer e telefonini) non hanno visto l'Italia
tra i protagonisti (ecco perché è importante investire
in ricerca e tecnologie).
La seconda strada è una migliore
distribuzione del reddito, che in pratica vuol dire togliere risorse
a chi ne possiede molte per darle
a chi ne possiede poche (proprio come faceva Robin Hood).
In questo modo,
oltre a migliorare la condizione dei cittadini più svantaggiati,
vi sarebbe un aumento dei consumi, che, se rivolto a prodotti italiani,
potrebbe costituire il volano per una maggiore crescita.
Recentemente
però la riforma fiscale, pur avviando iniziative
positive verso i redditi bassi, prevedendo una loro esenzione totale
dalle tasse (no tax area), ha anche diminuito sensibilmente le tasse
ai redditi più alti, proseguendo sulla strada già intrapresa
con l'eliminazione delle tasse sulle successioni dei grandi capitali.
La
misura in sé non è necessariamente
sbagliata, ma lo diventa nel caso italiano quando lo Stato è molto
povero, avendo un debito che definire enorme è poco (vedi ultimo
quesito).
Infatti, la riduzione strutturale delle
entrate fiscali (al di là della
provvisoria crescita dovuta ai condoni) mina le possibilità di
erogare in futuro servizi pubblici con tariffe limitate.
D'altronde, per
i cittadini svantaggiati a nulla serve non pagare le tasse quando poi
per accedere ai servizi
di istruzione, sanità,
trasporti locali, ed altri devono pagare tariffe alte, non essendo sufficienti
le risorse pubbliche a coprire i loro costi.
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