2001, Roma
Abraham
Yehoshua:
Intervista di Luciano Minerva
Abbiamo incontrato Abraham B. Yehoshua in uno
dei suoi frequenti viaggi a Roma. Nel febbraio 2001 era venuto
per assistere alla prima europea della sua commedia “Possesso”,
ma il discorso è andato soprattutto sui temi del suo
ultimo libro, “Il
potere terribile di una piccola colpa”, su letteratura e morale, in cui
il grande narratore israeliano ha scritto come critico e saggista, portando sulle
pagine il frutto dei suoi studi e delle sue lezioni di letteratura comparata
all’Università di Haifa. L’intervista si svolge in un palco
del Teatro Argentina, la mattina dopo la rappresentazione. Ma l’argomento “teatro” serve
solo ad aprire il sipario di questo colloquio. Ma è ”letteratura
e morale”, il tema che gli sta davvero a cuore e che collega naturalmente
alla situazione drammatica del conflitto tra israeliani e palestinesi.Yehoshua
espone le sue ragioni prima con calma, ma via via che si entra nel vivo del colloquio
si sente crescere una passione che si esprime con tutta la forza del suo corpo
e della sua voce, in modo quasi teatrale.
Il video dell’intervista è illustrato anche dalle fotografie di
Sebastiana Papa tratte da “Incontri a Gerusalemme. Gli uomini e il Divino” (ed.
Vita e Pensiero), in mostra al Teatro Argentina di Roma in coincidenza con la
rappresentazione di “Possesso”. Sono volti di uomini, donne, bambini
ritratti nel loro rapporto con il sacro e la ritualità, nel racconto di
una condizione umana che va al di là delle differenze di religione e di
nazionalità. Ne è autrice un’artista laica, profonda conoscitrice
della realtà multietnica di Gerusalemme. Ai suoi libri fotografici, che
ha lasciato come preziosa eredità, hanno contribuito con racconti brevi
lo stesso Yehoshua e David Grossman.
Qui al teatro Argentina si rappresenta la sua
commedia “Possesso”,
che poi girerà per altre piazze italiane. Cosa rappresenta
per lei scrivere per il teatro?
Io ho cominciato a scrivere come autore di racconti brevi,
per 15-20 anni ho scritto solo quelli e posso dirmi orgoglioso
di non essere arrivato prima al romanzo. Ora vedo giovani autori
che scrivono romanzi a ventidue-ventitré anni, mi sembra
troppo presto. All’inizio conviene scrivere racconti,
perché si può lavorare con più attenzione
ai dettagli più che allo schema generale. Poiché per
me era difficile scrivere un romanzo, tra i racconti brevi
e i romanzi provai a scrivere commedie. Per me le commedie
erano un modo di ampliare i caratteri dei personaggi: per questo
dopo la guerra del 1967 scrissi la mia prima commedia. Non
mi considero uno scrittore di teatro, è stato solo lo
considero solo come esperimento, ma non sono riuscito ad esplorare
un’area nuova: sono arrivato al teatro, ho sperimentato
quest’area e poi ho toccato la realtà. Confesso
di aver provato per tutta la vita una certa delusione con il
teatro, e ogni tanto dico a mia moglie: “se mi vedi scrivere
opere teatrali chiama la polizia per mettermi in prigione,
fermami immediatamente”. Per scrivere una commedia devi
essere davvero una persona di teatro, devi partecipare, avere
un rapporto con il regista e con tutto il resto. Non basta
scrivere un testo: bisogna essere coinvolti nella realizzazione
scenica.
Il tema centrale del suo ultimo libro è il senso morale
della letteratura. Lei scrive che mentre nel mondo accademico
e della ricerca c’è un nuovo interesse ai problemi
etici, la letteratura contemporanea rimuove i conflitti morali
e la critica letteraria evita di affrontare i contenuti morali.
L’etica e l’estetica appaiono come due mondi separati.
Lei considera questa situazione come tipica del pensiero contemporaneo?
Si, sento un distacco tra il modo in cui si affrontano le questioni
etiche in alcuni settori, come i media, l’ambiente, ma
anche la giurisprudenza o la medicina - tutte aree in cui ci
si occupano molto dei problemi morali – e la letteratura.
Questo è un fenomeno nuovo, della seconda metà del
secolo, apparso dopo la seconda guerra mondiale: c’è quasi
il tentativo di tirarsi indietro rispetto a questi problemi;
e quando chiedo che la letteratura faccia più attenzione
ai problemi morali e li metta sotto la luce dei riflettori non
sto proponendo qualcosa di nuovo; chiedo di tornare ad alcune
delle concezioni diffuse nella letteratura nel XIX secolo e all’inizio
del XX. C’è anche un altra questione: comunque,
anche quando la letteratura descrive esperienze di ogni genere,
erotiche, psicologiche, e così via, la morale è comunque
presente in tutte le relazioni umane. Che tu lo voglia o no,
la moralità è presente, ma il problema è come: è presente
nella coscienza dello scrittore che cerca di creare realmente
il dilemma, o è solo buttata lì nel testo come
un elemento qualunque?
Alcuni scrittori a cui abbiamo posto questo tema fanno
due tipi di obiezioni: Dacia Maraini ad esempio osserva che quando
l'autore
propone una questione morale, il lettore filtra comunque le
sue parole attraverso il proprio inconscio e le proprie capacità di
comprensione. Così, anche se lo scrittore si pone degli
obiettivi morali, non sempre li ottiene.
Il lettore lo capirà. Quando lo scrittore descrive una
sensazione, uno stato psicologico, non è sicuro di essere
compreso, ma questo è un problema che riguarda tutta la
comunicazione tra lo scrittore e il lettore: le interpretazioni
possibili sono molte. Ma io credo che quando il lettore vede
la coglie la presenza di un dilemma morale, è perché lo
scrittore ne è cosciente, non si è limitato solo
a descriverla. Per esempio, se qualcuno sta facendo qualcosa
a sua moglie, non basta darne un’interpretazione psicologica,
bisogna capire qual è la moralità di quel comportamento,
bisogna indurre o spingere il lettore a fare attenzione a questo
aspetto, credo che questo sia un bene per la letteratura.
Un’altra scrittrice, Francesca Sanvitale, ritiene che
questo atteggiamento sia più naturale per gli scrittori
con un'identità molto forte, come quella ebraica, rispetto
ad altri.
Non credo che ci sia un rapporto diretto con la questione dell'identità e
dell'identità ebraica. Certo, c'è come una tradizione,
nell’eredità ebraica, nel trattare le questioni
morali, ma in un mio libro ad esempio racconto la storia di
uno scrittore americano che era considerato davvero di avanguardia,
una specie di bohemien; dai suoi racconti hanno tratto dei
film, è considerato davvero un postmoderno. Ma perfino
in questa storia di Raymond Carver c'è una forte tensione
morale. Quindi non credo che questo riguardi solo coloro chi
ha una forte identità, il problema è proprio
porre attenzione, perché ogni giorno abbiamo a che fare
con questioni morali. Perché non deve essere così anche
per la letteratura?
In una domanda che le rivolge per e-mail, Giovanni Landrecina
scrive che “dal Giovane Holden di Salinger la letteratura
occidentale è stata incapace di produrre un autentico
capolavoro, come avviene invece in altri ambienti culturali,
come il Sudamerica. E’ d’accordo con questa impressione?
e quali sono a suo avviso le cause della crisi creativa della
letteratura europea?”
La mia sensazione è che per scrivere bisogna partire
da problemi reali. Non conosco esattamente tutte le correnti
attuali della letteratura italiana, seguo quello che succede
in Inghilterra e in Francia, ad esempio, e vedo quanti libri
prendano come spunto il cancro, o incidenti o cose simili. Sembra
che non ci siano abbastanza problemi, e che questi possano prendere
forma solo a partire da incidenti e malattie. Il Sud America,
la Russia, Israele, la vecchia Germania dopo la seconda guerra
mondiale avevano davvero problemi di identità, si dibattevano
in situazioni molto difficili, e alcuni grandissimi scrittori
hanno saputo combinare i problemi molto intimi e personali con
quelli più generali. La commistione, la miscela di questi
due elementi mi pare una buona ricetta: non dico l'unica ma certo è una
buona ricetta per creare una letteratura di rilievo. Perché non
basta il bello stile o la psicologia; il problema è se
tu scrittore chiedi a me lettore di identificarmi con qualcosa
di importante, ma questa importanza non c’è più,
a causa della vita moderna o perché non ci si vuole confrontare
con alcuni problemi reali che ci sono anche qui, nei dintorni
di Roma, non si vogliono toccare.
Elsa Morante parlò della seconda guerra mondiale, era
una questione importante, Natalia Ginzburg pose il problema dell'identità nella
guerra, la guerra produsse molti di questi temi. Faulkner pose
la questione del razzismo o della lotta tra le razze. Non voglio
dire che devo creare io dei problemi per voi italiani: siete
un Paese leader, avete raggiunto l’integrazione economica
nel mercato comune. Ma la mia impressione è che se la
gente porrà la dovuta attenzione alle questioni morali,
non si vedrà solo la superficie, ma si coglieranno i problemi
scottanti che c’erano prima, forse meno scottanti, ma sempre
problemi, questioni morali.
E’ per questo che lei usa la famiglia come il
luogo dei problemi e Israele come una piccola famiglia in cui
sono presenti
e rispecchiati i problemi del mondo intero?
Sì, anzi potremmo fare uno scambio commerciale: noi esportiamo
alcuni dei nostri problemi, voi li prendete e cedete a noi un
po' del vostro senso della bellezza, della sensibilità,
del gusto della vita che forse ci mancano e che potrebbero rendere
la nostra letteratura più tranquilla: così potremmo
parlare di una vita più facile e dei piccoli dettagli,
delle sottigliezze che sono così importanti.
Ne Il signor Mani lei usa un’immagine: “Pescare
il pesce della verità dalla torbida palude”. Dunque
nella palude di Israele si produce un materiale letterario
più ricco?
Israele e noi ebrei in generale siamo davvero speciali per
la storia che abbiamo: l’esperienza dell’olocausto
ad esempio produce ancora oggi ogni giorno nuovi libri, nuove
poesie, nuova prosa, ma di volta in volta nella letteratura
israeliana ed ebraica i problemi schiacciano le piccole sfumature
della vita. Non voglio fare paragoni, ma prendiamo la letteratura
del Sud America: oggi questo continente non sta producendo
quello che produceva, diciamo, vent'anni fa. Allora ci furono
dei grandi libri, che nascevano da uno stato di grande agitazione
nel continente: la vicenda dei desaparecidos, la lotta contro
le dittature. Ora si sta passando alla democrazia, una democrazia
blanda, non come quella occidentale, ma pur sempre una democrazia.
Tutto ciò che accadeva e ci arrivava con la forza di
Garcia Marquez e di altri nasceva da una reale lotta all’interno
degli Stati e di questo continente. Che cosa preferite? Una
buona letteratura o una democrazia migliore? Io direi che la
cosa più importante è che la gente sia viva e
la democrazia funzioni. E se poi la letteratura non funziona…
Questa è la vera ragione del mio libro. Io dico agli
scrittori: guardate, ampliate un po’ la visione. La letteratura
può essere un laboratorio. Le questioni morali nella
vita non le possiamo scegliere, ma la letteratura può agire
come un laboratorio in cui alcune di questi problemi possono
essere sperimentati, esaminati, e questo può aiutare
la narrativa a uscire dall'alienazione, dalla noia, dall'estetismo,
l'amore, gli amori perduti, eccetera.
Lei scrive che la letteratura non è solo comprensione,
ma identificazione. E in una sua lettera recente ai bambini dei
coloni ebrei nei territori palestinesi, pubblicata da La Stampa
li ha invitati ad identificarsi con i loro coetanei della Palestina.
Restando sullo stesso tema Sabrina Pecoriello le chiede attraverso
un e-mail: L’amante descrive una storia d’amore tra
una ragazza israeliana e un ragazzo palestinese. Con questa storia
lei sottolinea la grande apertura dei giovani ai processi di
pace. Ora molti di quei giovani sembrano aver punito Barak e
hanno votato Sharon. I negoziati infruttuosi hanno accresciuto
le disillusioni tra coloro che sostenevano con maggior forza
la pace?
Noi ci chiediamo perché trentatré anni fa, dopo
la guerra del ‘67, molti scrittori e intellettuali guidarono
il movimento per il riconoscimento della Palestina, dell’altra
parte. La gente diceva: “Non preoccupatevi, loro non vogliono
diventare indipendenti, vogliono solo stare bene e noi possiamo
dargli un buon livello di vita, perché parlate della questione
della lotta per l'indipendenza, della libertà? Voi non
capite l’anima degli arabi.” E quando noi scrittori
dicevamo “no”, vedevamo la realtà con maggiore
chiarezza di molti politici, perché noi sapevamo identificarci
con gli altri: mettendoci nella loro pelle, noi potevamo vedere
molto più chiaramente l’evoluzione degli eventi
rispetto agli specialisti che passano tutto il tempo a fare previsioni.
Noi non siamo degli orientalisti, non abbiamo una conoscenza
dall’interno del mondo arabo, ma conosciamo l’anima
umana; questo è il nostro mestiere: creare nuovi personaggi
e vivere la loro realtà.
Quanto agli avvenimenti attuali è accaduto qualcosa di
molto strano, perché Barak stava proponendo concessioni
molto importanti ai palestinesi e stava raggiungendo il risultato
più difficile in uno spirito di compromesso e riconciliazione.
I palestinesi non l’hanno voluto. Sono partiti con la violenza
proprio durante il negoziato. Avevano pienamente diritto di dire: “Grazie,
Mister Barak, lei ha fatto bene, ma non è abbastanza,
noi non possiamo accettare, vogliamo un nuovo status di Gerusalemme,
vogliamo questo, vogliamo quello”, parlando all’opinione
pubblica di Israele. L’opinione pubblica era per la pace,
ma loro non sono abituati a parlare all’opinione pubblica,
si pongono sempre solo al livello dei leader politici. Così,
quando è partita questa violenza, l’atteggiamento
di fiducia nei confronti della pace si è frantumato subito,
e questo è successo a molti, che hanno detto: “non
crediamo più di avere dall’altra parte un vero interlocutore.
Hanno votato Sharon non solo per il suo metodo di Sharon - non
so se lui stesso lo vuole perché ora deve affrontare la
realtà. Ma hanno votato contro il comportamento di Barak,
non contro la pace, ma contro altro.
Comunque questa è oggi la realtà e questo è un
momento molto pericoloso nell’area. Io dico sempre agli
europei: “dovete aiutarci”, per ristabilire la fiducia,
perché oggi quello che abbiamo di fronte è il collasso
della fiducia da entrambe le parti: nessuno crede più alle
buone intenzioni dell’altro, c’è una frattura
tra queste due parti che avevano negoziato per otto-nove anni
e questo è davvero molto pericoloso, perché se
non ristabiliamo la fiducia e non riprendiamo i negoziati - non
dall’inizio come vuole Sharon, ma da un certo punto – resteremo
muti di fronte a un conflitto molto crudele e aspro che alla
fine può distruggere sia gli israeliani che i palestinesi.
Cosa rapporti ci sono oggi tra la cultura araba e quella
israeliana? C’è la possibilità di un linguaggio
comune? Gli scrittori, gli intellettuali possono ancora svolgere
un ruolo
nel processo di pace?
C’è chi sostiene che il conflitto tra noi e gli
arabi non è un conflitto nazionale ma un conflitto tra
culture. Io non credo che sia così. Naturalmente ci sono
differenze tra la cultura occidentale che noi rappresentiamo
e la cultura orientale o araba o islamica. Prima di tutto vedo
che nella storia del mondo, ci sono stati numerosi conflitti
molto aspri tra culture del tutto simili. Nella guerra tra Italia
e Germania da un lato e Francia e Inghilterra dall’altro,
tutti ammiravano Beethoven, Mozart e Michelangelo, ma questo
non ha impedito le crudeltà della prima e della seconda
guerra mondiale. Non credo che la cultura sia la chiave per la
soluzione dei problemi. Ma devo dire anche che la cultura israeliana
non è una cultura propriamente occidentale: non si può ignorare
il fatto che il cinquanta per cento del nostro popolo viene dai
Paesi arabi. Le questioni centrali sono quella nazionale e quella
dei territori. Credo che quando i popoli sono in conflitto, cercano
altre ragioni per motivarlo: si parla della concezione tedesca
del popolo eletto o cose simili, mentre si tratta di conflitti
su questioni più vitali.
Non so se la letteratura possa aiutare, a volte sì e a
volte no. Ci sono letteratura e arte davvero nazionalistiche,
alcune opere letterarie infiammano gli animi, quando si leggono
alcune cose che fanno gli arabi penso sarebbe meglio che non
scrivessero o non li pagassero. Alcuni libri non sono contributi
alla pace ma al contrario peggiorano le cose.
La letteratura e l’arte non sono positivi per natura: c’è una
letteratura fascista, una letteratura comunista, una letteratura
militante che vuole la guerra e vuole provocare conflitti. Voglio
dire che siamo in un momento molto brutto. Ce ne sono stati altri
in passato, ma noi avevamo la speranza, dicevamo: “bene,
siamo comunque in un processo di pace, ci incontreremo e qualcosa
succederà”. Ora stiamo come le persone che hanno
avuto il cancro e avevano iniziato a riprendersi. Il processo è arrivato
e …pam!, si è scoperto di nuovo che in questo corpo
c’è la metastasi e il cancro sta tornando. E’ molto
peggio di quando lo si è scoperto la prima volta, perché la
regressione ci deprime.
Ora la gente ha bisogno di aiuto, dell’aiuto degli altri.
Gli altri non sono molto coinvolti nel conflitto, ma devono nutrire
la speranza di entrambe le parti. Diteci: “vi aiuteremo,
vi sosterremo”, venite e noi cercheremo di riannodare il
dialogo. Agli europei dico ancora una volta: questo oggi è il
vostro compito, riportare la speranza, altrimenti la situazione
diventerà sempre più terribile.
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