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2005, Roma

Thich Nhat Hanh: il tempo per il dialogo
Intervista di Luciano Minerva

In una conferenza stampa lei ha dato ai giornalisti un insolito suggerimento. Ha detto “Potreste intervistare il pino”. Vorremmo accogliere il suggerimento. Chiediamo a lei, che è un poeta e ha una grande capacità di ascolto, di farci da interprete per questa domanda: “Come vedi da lassù le guerre tra gli uomini e quali consigli puoi darci?”
Se abbiamo del tempo per ascoltare, nella nostra vita quotidiana sempre impegnata, naturalmente potremmo sentire molte cose: quando guardi il pino puoi vedere in lui te stesso, perché ciò che tu respiri lui assorbe e lui, a sua volta, ti offre nello stesso momento altri elementi che tu assorbi.
Se l’albero non fosse qui tu non saresti qui e questo dimostra la natura dell’inter-essere tra te e l’albero. Potresti dire: “Caro albero, tu sei qui, ed è per questo che io sono qui”. E lui potrebbe rispondere “Sì, sono d’accordo, so che se tu non fossi qui neanch’io potrei essere qui, perché noi abbiamo bisogno di gente che sappia come proteggere questi alberi, e questi alberi sanno che molti di noi sono consapevoli che la vita, il presente degli alberi sono cruciali per gli uomini. L’albero sa che ci sono persone che vogliono distruggerlo e persone che cercano di proteggerlo. Il pino ha una lunga storia da raccontarti e tu hai una lunga storia da raccontargli, ma il problema vero è se tu hai il tempo. Molta gente non trova il tempo per il dialogo e per questo c’è un errore di comunicazione che porta molta sofferenza: si soffre per la mancanza di comunicazione tra l’uomo e il pino, tra l’uomo e l’uomo, e così via.

Lei scrive: senza esperienza della guerra non sai cos’è la pace. Questo significa che ogni generazione ha bisogno delle sue guerre e ogni generazione deve ricominciare da capo?
Quello che ho detto esattamente è: se non sai cos’è la guerra, se non hai vissuto le sofferenze della guerra, non puoi apprezzare la pace che è disponibile per te ora. Questo accade perché la sofferenza è la base che ci aiuta a vedere più facilmente la felicità, ma non dobbiamo creare noi maggior sofferenza, perché questa viene seminata ogni giorno. Non bisogna creare la guerra, perché la guerra continua e si estende ovunque. E il problema è che non siamo capaci di imparare dalla sofferenza e non sappiamo aiutare la gente su come imparare dalla sofferenza. Ma se siamo coinvolti nella sofferenza della guerra e se sappiamo apprezzare la pace che abbiamo oggi, sapremo cosa fare e come fare a salvaguardare la pace che è ancora presente in alcune parti della nostra Terra.

Lei parla di escalation della rabbia, usando la stessa espressione che si è sempre usata per la guerra, a partire da quella del Vietnam. C’è un rapporto tra escalation della rabbia e della guerra?
Quando soffri, in quello stesso momento ti arrabbi, provi rabbia contro chi ritieni sia la causa della tua sofferenza, e vuoi punire lui, o punire lei, e pensi che punendolo ti sentirai meglio. Ma quando l’avrai punito lui, o lei, soffrirà di più e cercherà sollievo nel ridarti la punizione: è questo il processo che io chiamo l’escalation della sofferenza, l’escalation della guerra, l’escalation della rabbia. Se si guarda alla situazione in Medio Oriente, si vede come ogni volta che una parte crea all’altra una sofferenza, l’altra parte reagisce e con la sua reazione crea altra sofferenza e rabbia, e a sua volta l’uno cercherà di punire l’altro. Questa escalation della rabbia e della guerra si vede ogni giorno, in Iraq, in Medio oriente e in molte altre aree che non si conoscono o di cui si parla meno.

Così c’è un’analogia tra ciò che dobbiamo fare con la nostra rabbia e nel mondo?
Sì, dobbiamo invertire l’escalation della rabbia, fortunatamente abbiamo l’insegnamento e la pratica che ci possono aiutare nel conto alla rovescia, che ci possono aiutare a trasformare l’odio e la rabbia in comprensione e compassione. Molte persone, molte coppie hanno provato questa pratica e hanno saputo riconciliarsi riscoprendo la felicità. Questo si può fare anche a livello internazionale, perché se è possibile tra due esseri umani, è possibile anche tra due gruppi di esseri umani. Quello che voglio dire è che i politici non sanno come operare in questo campo, non sanno come aiutare la gente, le parti in guerra nella de-escalation ad abbassare il livello dell’odio, della rabbia e della violenza e a concentrarsi di più sulla discussione. Quando dentro di te hai molta paura e rabbia e odio, non sei davvero molto calmo, rilassato e non sei nella miglior condizione per offrire altre soluzioni, e se cominci a parlare avendo ancora tanti sospetti, tanta rabbia, tanto odio non riuscirai a ottenere un buon risultato.
Per questo prima di sedersi a parlare con gli altri devi praticare, tornare a te stesso, diventare più saldo, più capace di comprendere te stesso e gli altri gruppi di persone, perché a volte non capisci te stesso e spesso non hai abbastanza comprensione di te stesso, hai su te stesso molte percezioni errate.
Per questo hai molte percezioni errate di altri gruppi e a causa di queste percezioni errate crei sofferenze a te e a loro. E l’altra parte opera sullo stesso terreno: non capiscono se stessi, hanno percezioni sbagliate su loro stessi e su di te e se continuano ad operare su questo terreno continueranno a creare sofferenze a loro e a te. Per questo la pratica della de-escalation è tanto importante: occorre arrivare a se stessi, guardare in profondo e io credo che nelle scuole della politica dovrebbero insegnare questo tipo di pratica, di scienza politica.

Lei è tornato in Vietnam, agli inizi del 2005, e dopo tanti anni è stato possibile che due parti tanto lontane si parlassero e cominciassero a comprendersi a vicenda. Come è stato possibile?
Subito dopo la guerra il governo ci disse che non aveva bisogno di noi, non aveva bisogno di lavoro sociale, perché avevano acquisito il massimo del potere, ed erano orgogliosi, arroganti, potevano fare qualunque cosa, non avevano bisogno di noi e questo all’inizio era il loro modo di sentire. Così non ci era permesso praticare, aiutare la gente sul piano sociale, e anche chi lavorava nel sociale, i nostri amici, soffrivano perché quando fai questo lavoro stai meglio. E per questo si organizzarono per continuare il loro aiuto in modo clandestino. Noi dall’esterno abbiamo cercato di aiutare il lavoro dei nostri amici all’interno e dopo cinque, dieci, quindici anni in alcuni casi hanno scoperto il lavoro umanitario che facevamo in modo nascosto, illegale e cominciarono a tollerarlo quando si resero conto che per loro non era un pericolo. Non fu più permesso il lavoro della Chiesa buddista e fu costituita la Chiesa buddista del Vietnam, che è una Chiesa ufficiale. C’è una commissione ufficiale per la religione che serve a controllare tutte le religioni e c’è un Fronte patriottico che riunisce tutte le associazioni e organizzazioni esistenti del paese, che sono autorizzate a lavorare e questo serve anche a controllare tutte le organizzazioni, compresa la chiesa buddista. All’inizio non esitarono a mostrare che erano loro a dirigere, a decidere, ma ora hanno scelto un altro modo: quello di suggerire le cose da fare , ma si sa che i suggerimenti sono ordini e questo riguarda tutte le organizzazioni che operano nel Paese. Il buddismo è una grandissima potenzialità del Paese e loro non sanno come mobilitare e avere il supporto dei buddisti. Quando vuoi ottenere l’appoggio di qualcuno cerchi di controllarlo, così nella mia visita recente ho proposto al Primo Ministro di non cercare di controllare, ma di trattare i buddisti da alleati, da amici. Ho proposto sei punti al Partito comunista per aprirsi e per entrare in contatto con i buddisti. Ho detto che anche se sono comunisti, sono pur sempre vietnamiti e come vietnamiti hanno nel sangue l’elemento della cultura del nemico, e il buddismo è un fattore importante della civiltà e della cultura vietnamita, così tu pensi di non essere buddista ma in effetti lo sei, hai elementi buddisti dentro di te. Di solito si usa la distinzione tra i comunisti che sono materialisti e i buddisti che sono idealisti. Ma questo tipo di distinzione, di separazione non riguarda la verità. Ora molti rami della scienza e molte tradizioni dimostrano che si può superare il dualismo tra mente e materia. Noi possiamo dire che la mente è la continuazione della materia e la materia è una condizione della mente, a volte la realtà si può esprimere come mente, a volte come materia, così l’idea che mente e materia sono due entità separate non è più attuale. E se non sei in grado di superare questo pensiero dualistico, non puoi aprirti e ottenere la collaborazione e l’appoggio degli altri.
Ho anche detto loro che l’imperatore Ashoka, dopo aver unificato il continente dell’India, fu capace di unificare anche i cuori degli indiani con la sua pratica spirituale. Diventò buddista, praticò i cinque principi della consapevolezza, ordinò di non cuocere più animali nella cucina reale; invece di cercare il divertimento nelle battute di caccia, organizzò pellegrinaggi per andare a far visita a maestri spirituali, e sostenne non solo i buddisti ma anche le altre tradizioni spirituali e per questo fu accettato e sostenuto da tutto il Paese. I comunisti in Vietnam hanno unificato il Paese, ma un conto è l’unificazione politica e un altro l’unificazione dei cuori della gente. Non devi essere dogmatico per essere capace di far questo. Ho detto ancora che in passato alcuni leader politici del passato del Vietnam da giovani avevano seguito le pratiche buddiste in modo profondo e così avevano saputo superare molte difficoltà nella famiglia, nell’organizzazione, nel Paese. Ho fatto notare che alcuni vecchi comunisti, membri importanti delle organizzazioni comuniste, come il generale Giap che aveva sconfitto i francesi e il primo ministro Pham Van Dong, dopo essersi ritirati dalla vita politica in Nepal, avevano preso rifugio nel buddismo. Allora spero che nel Partito comunista e nel personale di governo si faccia di tutto per abbracciare una pratica spirituale. E se praticassero ora, da giovani, potrebbero affrontare le difficoltà che hanno con se stessi, con la loro famiglia, nell’organizzazione e potrebbero servire il Paese molto meglio. Non occorre che aspettino di diventare vecchi per abbracciare la pratica spirituale. Ho detto questo tipo di cose.

Nei suoi ritiri abbiamo visto persone di religione cattolica che partecipano a insegnamenti buddisti. Come è possibile che all’interno della stessa persona convivano l’insegnamento cattolico e quello buddista?
E’ come in cucina. Se sei un cuoco eccellente nella cucina di tradizione italiana e ti piacciono i piatti italiani, ma questo non vuol dire che è proibito provare un altro tipo di cucina. Ogni giorno puoi imparare qualcosa, ogni giorno puoi diventare un cuoco migliore. Tu puoi essere originariamente un cuoco italiano, ma puoi essere qualcosa di più di un cuoco italiano. E questo vale anche per la spiritualità. Cominci con l’essere buddista, ma poi puoi essere qualcosa di più di un buddista e se sei abbastanza aperto puoi trarre profitto da molte tradizioni, perché tutte queste tradizioni fanno parte dell’eredità del genere umano. E’ un peccato abbracciare e utilizzare elementi di una sola tradizione. E’ come se ti piacesse solo l’arancia: hai il diritto di mangiare quante arance vuoi, ma non ti è proibito gustare il mango, il kiwi, le banane… Per questo non si possono fare discriminazioni. Dovremmo essere capaci di essere liberi, di considerare tutte le tradizioni come eredità del genere umano e dovremmo saper apprendere e utilizzare tutte le tradizioni. La verità è universale, non è cattolica o ebrea o buddista. Puoi chiamare la banana in francese, banane, in vietnamita thui, ma qualunque nome usi esprime lo stesso tipo di realtà, così ci sono varie versioni della verità, ma ogni versione che sia autentica può essere usata per toccare la verità.

Dopo un colloquio con il ministro della difesa americano Mc Namara il ministro si dimise dopo pochi giorni. E lo Stato americano trovò un altro ministro per continuare a bombardare il Vietnam. Si può andare verso un mondo o almeno verso qualche stato che non abbia ministri della Difesa o almeno li abbia pacifisti?
Noi abbiamo sempre bisogno di ministri degli esteri e della difesa, ma abbiamo bisogno di un tipo di ministro che abbia compassione, comprensione, fratellanza dentro di sé. Perché occupando quel ruolo, se hai grande comprensione e compassione, sei in grado di usare modi più pacifici per risolvere i problemi e non trovi giusto usare le bombe e i cannoni. Quindi abbiamo sempre bisogno di ministri degli esteri e della difesa, ma dobbiamo selezionare il tipo di ministro di cui abbiamo bisogno. Prima di sceglierli dobbiamo saper guardare dentro quella persona: è in grado di comprendere la sofferenza? Pensa che esista un altro modo di risolvere i problemi senza usare le bombe e i cannoni? Devi scoprire la persona giusta a cui affidare quel compito.


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