2002, Firenze
Tiziano
Terzani: la pace è da cercare dentro
Intervista di Luciano Minerva
Nel 1994, scrivendo "Un indovino mi disse",
intitolò il primo capitolo "Benedetta maledizione" e
cominciò con "Una buona occasione nella vita si
presenta sempre. Il problema è saperla riconoscere e
a volte non è facile." Nella prima parte delle
sue nuove "Lettere contro la guerra" parte ancora
da questo concetto della buona occasione, questa volta su scala
mondiale.
Trent’anni d’Asia mi hanno convinto profondamente
di una cosa: che il bello della vita è l’armonia
degli opposti. E forse il fondo di tutto quel libro è proprio
questo: l’idea che la vita è fatta dei contrari,
che l’uomo ha la sua ombra, che non puoi eliminare la sua
ombra. Allora, il simbolo che mi pare più bello per spiegare
questo concetto è quello del Tao: lo yin e lo yang, la
luce e la tenebra, e non c’è soltanto questa contrapposizione,
ma il bello è che all’interno della tenebra c’è un
punto di luce e all’interno della luce c’è il
seme di tenebra. E dinanzi a questo orrore delle torri, dinanzi
a questo spaventoso senso della grande insicurezza che la mia
vita e quella di tutto il mondo stava per avere, ho visto il
positivo. E nella testa, immediatamente, dinanzi a questa orrenda
tenebra, mi è venuta un’idea: "ah, una buona
occasione". Una buona occasione, una buona occasione per
ripensare tutto, perché il mondo mi pareva assolutamente
cambiato per sempre. Si trattava ora di accettare questo e di
cominciare a cambiare noi, per cui una buona grande occasione,
per l’umanità, per l’Uomo con la lettera maiuscola,
di prendere un’altra strada.
Invece, aggiunge subito dopo, l’occasione è stata
quella di aizzare il cane che è in ognuno di noi. E
a questo ha pensato poi di reagire, per cui nella luce che
aveva trovato nel silenzio, nell’abbandono del lavoro
di inviato, ha deciso che doveva ritornare l’ombra, o
la luce, dello scrivere.
Per trent’anni ho fatto il corrispondente di guerra, per
trent’anni ho vissuto in Asia, seguendo sempre tutte le
storie, i massacri, i diluvi, le guerre, e a sessant’anni
avevo preso, asiaticamente, la "pensione". In verità io
non ho mai lavorato in tutta la vita, sono stato fortunatissimo,
perché ho sempre fatto le cose che mi piacevano e mi hanno
anche pagato, per cui non è che aspettavo la pensione
come la liberazione da quest’orrore del lavoro alienante.
Ma ho sempre viaggiato fuori, e a sessant’anni mi pareva
giusto chiudere con il mondo e fare un altro viaggio. E allora
mi sono preso "la pensione" e sono andato a vivere
in cima all’Himalaya, in una capanna senza luce, senz’acqua,
senza telefono. Ho cominciato un altro tipo di vita, chiudendo
col mondo, chiudendo i contatti della conversazione. In inglese
si dice così bene: dipende da con chi sei solo, e questo
mi piaceva. E l’11 settembre mi ha sconvolto, ho capito
che non potevo più permettermi questo lusso di guardarmi
l’ombelico, mi sono rimesso a fare quello che so fare,
viaggiare, ma questa volta da libero, completamente libero. Non
più l’articolo da scrivere per le nove di sera,
che comincia con la frase che attira il lettore, nel terzo paragrafo
bisogna spiegare qual è il problema, nel quinto una battuta
e poi si finisce con una storiella significativa e ho scritto
d’istinto le lettere, senza una regola, senza una costrizione.
Le lettere sono nate così: la prima immediatamente dopo
i fatti dell’11 settembre indirizzata al Corriere della
sera perché dovevo far partecipi i lettori della mia esperienza
con i terroristi. La seconda, in reazione alla lettera della
mia concittadina (Oriana Fallaci, N.d.R.) che mi aveva proprio
sconvolto nel suo grido di rabbia secondo me mal riposta, meschina
in fondo; e poi mi aveva preoccupato l'impatto che avrebbe avuto
sui giovani quando ciò che lei aveva scritto veniva letto
nelle scuole. Mi aveva molto preoccupato perché quel cane
di cui lei parla è in tutti noi, in ognuno di noi c'è una
bestia pronta a svegliarsi e ad azzannare il vicino. Il problema è tenerla
al guinzaglio, mettergli la museruola, invece qui era proprio
scatenata. Dopo questa erano venute altre lettere, alcune pubblicate
sul Corriere della sera, altre no, che ho dedicato a mio nipote
che è un bambino di due anni e mezzo e anche lui un giorno
dovrà affrontare il problema di scegliere tra la violenza
e la non violenza e io non ci sarò più, non sarò più in
questo corpo e potrà ricorrere a questo vecchio nonno
barbone perché scelga la pace. Per questo anche in questo
viaggio che sto facendo in Italia mi piace parlare con i giovani
perché i giovani sono pronti al nuovo. Qui si tratta di
reinventare tutto, si tratta di reinventarci il futuro e i vecchi,
anche quelli come me, hanno difficoltà. Il cambiamento è la
cosa più terribile che si possa fare, e quando uno nella
vita ha accumulato l'esperienza sulla base del suo sapere e fa
saggezza, non può facilmente mutare. E infatti il non
mutare la ragione, le abitudini, gli automatismi ci ha portato
allo sgomento dell'11 settembre. Se vogliamo evitare questo,
dobbiamo cominciare a pensare in maniera nuova, ad avere reazioni
nuove a certe azioni. I giovani vogliono avere speranza, i giovani
sono nati per sperare, ai giovani il nuovo non fa paura e i giovani
possano reinventare il futuro. Gliel’abbiamo tolto di mano.
Ai giovani avevamo promesso un futuro di New Age, la nuova era,
l'era dell'acquario, il benessere, la felicità, la fratellanza.
E guarda cosa gli abbiamo messo davanti: le torri… perché così è l’uomo:
Bush, i musulmani, i non musulmani, alla fine siamo tutti umanità,
per cui le torri, l’orrore criminale delle torri siamo
noi e l’orrore criminale delle bombe siamo noi. Ai giovani
non possiamo togliere la speranza, dobbiamo dire qualcosa di
nuovo, dobbiamo dire che forse questa è la buona occasione,
perché l’abbiamo visto tutti quanto è orribile.
Non è come la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki di
cui leggemmo, di cui vedemmo una fotografia, di cui ci è stato
raccontato a scuola. Questo tutto il mondo l’ha visto non
una volta ma dieci, cento volte dinanzi. Ed era facile immaginarci
che a quella orribile violenza noi, dico noi tutti, gli americani,
l’Occidente, avremmo reagito con una uguale e forse superiore
violenza e che gli altri, prima o poi, risponderanno con una
superiore violenza e noi andremo ancora con la violenza . E alla
fine? Rimarrà qualcuno ancora ad usare la violenza? Non è questa
una buona occasione per fermarci riflettere e prendere un’altra
via, quella della non violenza, reinventando i modi della non
violenza? Non guardi la mia barba, il mio sembrare un indiano
per cui parlo di Gandhi. No, io sono un vecchio fiorentino, questo è parte
del mio camuffamento per entrare nel mondo. In Afganistan era
meravigliosa la mia barba: mi guardavano, mi chiedevano ‘Musulman?’ E
io ‘…hmm’, così che lasciavo alla tolleranza,
all’esser preso per uno di loro. Non è la non violenza
di Gandhi, non è il digiuno di Gandhi che ripropongo,
cerco di reinterpretare la non violenza in chiave moderna. Per
esempio il consumismo ci consumerà, e l’unico modo
per non essere consumati dal consumismo è il digiuno,
ma non quello gandhiano di non mangiare, quello di non comprare
le cose inutili, quello di non cadere in questa trappola, per
cui c’è un modo moderno secondo me, che noi tutti
dobbiamo riscoprire, che dobbiamo incoraggiare i giovani a riscoprire,
di essere non violenti e di trovare un altro modo di convivere.
E ora ritorno al punto che mi riguarda così tanto: quell’unità,
quell’armonia degli opposti. Non possiamo pensare di eliminare
il male, innanzitutto perché chi definisce il Male? Gli
altri dicono che noi siamo il Male, noi diciamo che loro sono
il Male: se cominciamo a cercare di eliminarci l’un l’altro
finiremo che ci eliminiamo tutti perché oggi i mezzi di
distruzione sono spaventosi. Allora l’unico modo non è uno
scontro di civiltà, ma un dialogo di civiltà. Dobbiamo
capire chi sono, dobbiamo capire che cosa fa di un uomo un terrorista.
Non elimineremo mai il terrorismo uccidendo terroristi, ma soltanto
eliminando le ragioni che portano un uomo come noi, che nasce
per vivere, per essere felice, a fare quell’atto più innaturale,
più disumano, che è quello di uccidersi e di uccidere.
Allora se si dice questo ai giovani si rimette il mondo nelle
loro mani. I giovani oggi si sentono separati, marginalizzati,
sentono che il mondo è troppo complicato, e vederlo è complicatissimo.
Come ci si può mettere un dito e cambiar qualcosa? Sa
quando si gioca a biliardo? Do un colpo e tutte le palle vanno
nella propria direzione. Basta però che lei metta un pollice
e dia un diverso colpo ad una palla soltanto e tutto il gioco
cambia. Questo è quello che mi piacerebbe stimolare la
gente a fare: solo un piccolo tocco ad una palla, un gesto personale,
rivedere un atteggiamento, un fare distanza prima di essere violento,
un riflettere, un rimettersi a pregare al mattino, ritrovare
un attimo di concentrazione, riprendere coscienza e forse da
quella piccola cosa viene qualcosa di più grande e se
ognuno fa una piccola cosa tutti assieme ne faremo una grandissima
e forse riusciremo a prendere un’altra via.
"Fondata ai tempi dell’invasione sovietica
in Afganistan l’Università è uno dei tanti
esempi di come lo sforzo americano per sconfiggere l'Unione
sovietica ha messo al mondo dei mostri che vivono ora una vita
tutta loro e di cui nessuno sa esattamente come riprendere
il controllo. Queste lei scrisse nel libro ‘In Asia’ del
1995 parlando dell’Università della Jihad di Peshawar.
Mentre scriveva le ‘Lettere contro la guerra’ è tornato
a Peshawar con lo stesso atteggiamento dell’inviato.
E dice: "come fossi tornato nella minestra per sapere
se è salata o meno ora ho l’impressione di affogarci
dentro".
Affogarci perché questa volta la guerra è stata
incredibile: è la guerra che è stata coperta fin
qui dal maggior numero di giornalisti. Se uno guarda le pagine
che sono state scritte, le ore di televisione che le sono state
dedicate, forse è la guerra più coperta che sia
mai esistita, eppure è la guerra di cui abbiamo saputo
di meno. E’ una guerra non solo di bombardieri, di bombe
intelligenti che poi facevano le stupidaggini come bombardare
i civili. E’ stata una guerra di bugie, di grandi bugie,
di mezze verità. E’ stata una guerra in cui il depistaggio
delle informazioni è stato straordinario. Peshawar: un
solo albergo, in cui sono concentrati tutti i giornalisti; una
voce, una falsa notizia in fa il giro di tutto il mondo nel giro
di pochi secondi, e tutti dal tetto di quest’albergo trasmettono
questa bugia, questa mezza verità. Poi c’è l’impossibilità per
i giornalisti di controllare, non hanno più il tempo di
farlo: ventiquattr’ore su ventiquattro bisogna produrre
qualcosa, così anche una bugia di cui poi si scopre che
tale era, non viene smentita, perché c’è un’altra
cosa da raccontare. Mi sono sentito come affogare perché era
difficilissimo capire che cosa succedeva. Gli americano sono
stati abilissimi in questo, perché hanno ben imparato
la lezione del Vietnam. Quando un giornalista come me, italiano,
che lavoravo per un giornale tedesco, è arrivato in Vietnam
nel 1971, mi è stata data una identity card con la mia
foto in cui c’era scritto: Tiziano Terzani, U.S. major,
maggiore dell’esercito Usa. Non che comandassi le truppe,
ma avevo la priorità di un maggiore per salire sui camion
e sugli elicotteri per andare al fronte. E’ ovvio che con
questo tipo di apertura, di generosità nei confronti dell’informazione,
gli americani hanno perso la guerra a casa. Perché quando
si andava al fronte a verificare qualsiasi notizia e a vedere
quella cosa che la guerra è, orribile, era impossibile
poi, col fattore moltiplicatore dell’informazione, che
non si creasse a casa un fronte contro la guerra. E così la
lezione è stata imparata benissimo. La guerra del Golfo è stata
già tenuta molto lontana dai giornalisti, questa è stata
tenuta ermeticamente chiusa ai giornalisti. Per la prima volta
la verità, per così dire, è stata continuamente
impacchettata. C’era sempre bisogno di quelli che gli americani
chiamano ‘spin doctors’ per raccontarla. La verità non
c’era, c’era solo il pacco e dentro c’era di
tutto. Gli esempi sono straordinari. Pensi alle prime sequenze
dei video delle truppe specialissime americane che non potendo
più acchiappare Osama Bin Laden andavano alla caccia di
Mullah Omar. Si vedevano tutti questi omini verdi, sembrava un
videogame per dare l’impressione che la guerra non è questo
orrore che è, è come se il morto poi si rialza
e riparte. C’è stata una grande operazione americana,
di grande abilità per turlupinare il mondo, per rappresentare
il nemico come la cosa più orribile, più atroce,
e per coprire qualsiasi magagna di questa nostra parte. Creava
sgomento l’impossibilità di verificare i fatti.
Uno come me, per mestiere per tutta la vita, ha cercato sempre
di capire le ragioni degli altri. Nel ’73 sono uno dei
giornalisti che passa le linee del fronte e va dai vietcong per
capire "chi sono questi che mi tirano sempre addosso",
che mi costringono a sperare che i ‘nostri’ mi difendano.
Allora anche questa volta sono voluto andare di là. Ed è stato
difficile, ma sono riuscito a parlare con i jihadi, con i giovani
che partivano per andare a combattere gli americani e ho poi
rivisto i pochissimi sopravvissuti quando tornavano: di un gruppo
di 43, in un villaggio fuori da Peshawar, ne erano tornati tre
soltanto, tutti gli altri … fatti a pezzi dai B52. E’ interessante
sentirli parlare, perché quello che sentivo dentro di
me, che le bombe non uccidevano terroristi, ma creavano nuovi
terroristi l’ho avuto davanti agli occhi. A uno di questi
terroristi ho chiesto: ‘e ora lei cosa fa?’ ‘Aspetto
ordini.’ ‘Ordini di che? E se le ordinano di mettere
una bomba a New York?’ ‘Ah, ci vado subito’.
E si deve capire questo perché bisogna sempre capire anche
la logica del nemico, degli altri. Lui ha visto massacrare 40
persone, i suoi compagni, accanto a lui, uccisi dalle bombe scaricate
da un uomo che stava a quindici chilometri di altezza. Come può pensare
lui, nel suo modo di concepire la vendetta, di rifarsela con
quell’uomo? Che forma può avere per lui la vendetta?
Solo il terrorismo, perché l’asimmetria delle armi,
del potere di quello lassù contro questi che non avevano
niente per raggiungerlo, spiegano il terrorismo. Quindi l’unico
modo per eliminare il terrorismo è eliminare le ragioni
che spingono ragazzi come quello ora ad andare a New York e sognare
di mettere una bomba in un supermercato.
Dopo aver fatto una scelta di ritiro solitario
alle pendici dell’Himalaya ha deciso, dopo l’11
settembre, che era il caso di scendere in pianura, e scendendo
in pianura è sceso in questa pianura italiana. Come
ha ritrovato quest’Italia dopo tanti decenni vissuti
all’estero?
Mi sento profondamente fuori luogo, mi sento straniero ovviamente,
in fondo manco da trent’anni, anche se ritorno ogni anno
perché ho famiglia e ho amici. Ma provo tante sensazioni:
un grande impoverimento, non materiale, ma da tanti punti di
vista. Per esempio: prendo il treno. Ero abituato ai vecchi treni,
si sta nello scompartimento, si chiacchiera, lei dove va, da
dove viene, una lezione di vita. Ora vai in un treno, ognuno
va per conto suo e sembra d’essere in una grillaia, trr,
trr, trr, quello parla con l’amante, un altro corregge
le bozze di un libro. C’è da impazzire. Mi meraviglia
tanto come questo italiano, noi, si sia separato dal mondo in
cui vive, è un continuo essere al lavoro. I giovani. Li
vedo un po’ insciattiti, si vestono male. Ai miei tempi
studiavano già da grandi. E un'altra cosa: sono andato
in una scuola per parlare della pace, della non violenza e un
ragazzino di quindici-sedici anni mi ha dato del tu. Mi ha sorpreso,
non perché mi sentissi offeso, ma io sono cresciuto in
un Italia in cui si dava ancora del voi ai nonni, del tu ai genitori,
ma a chiunque fosse un po’ più vecchio di te, si
dava immediatamente del lei, non perché uno è giù e
l’altro è su, ma perché la lingua ha questa
ricchezza. Mi sembra anche questa una forma di impoverimento.
Poi c'è un involgarimento delle città. Penso a
Firenze, questa straordinaria, bella città in cui sono
cresciuto. Una delle vie principali che prima era il salotto
di Firenze, via Tornabuoni. Nel giro di uno-due anni sono scomparsi
un vecchio negozio di musica, un vecchio bar, una vecchia farmacia,
tutto sostituito da negozi di moda: è un impoverimento,
secondo me, anche se il libro è stato sostituito da un
vestitaccio che costa cinque milioni. Penso alla strada che facevo
per andare a scuola, e questo è un cambiamento che è avvenuto
dovunque: era una serie di botteghe nelle quali c’era sempre
un uomo che cantava qualcosa facendo qualcosa, una seggiola,
riimpagliando una poltrona, lucidando un mobile. Questa era la
Firenze operaia nella quale sono cresciuto. Oggi ognuno di questi
negozi è una boutique dove c’è un venditore,
un bottegaio che non fa niente, vende qualcosa prodotto magari
in Corea, e lo vende ai giapponesi. Per cui c’è un
progressivo impoverimento nella ricchezza materiale e questo
mi fa molto riflettere sul futuro. Perché se il cambiamento
che ho visto nel corso della mia vita continua con quella accelerazione
che ormai conosciamo, dove finisce quest’uomo e dove finisce
questa bella diversità? Mi chiedo oggi cosa vuol dire
essere fiorentino.
Quand’ero ragazzo il mondo mi pareva pieno di
grandi, grandi politici, grandi artisti, grandi maestri. Ora
un giovane che si guardi attorno riesce ad identificarne pochissimi
e anche quelli sembrano destinati a durar poco". Assenza
di maestri da un lato e assenza di dubbio dall’altro.
Nelle sue Lettere scrive tra l’altro: dubitare è funzione
essenziale del pensiero: il dubbio è il fondo della
cultura. Voler togliere il dubbio dalle nostre teste è come
voler togliere aria ai nostri polmoni. Che aria c’è in
questo momento senza maestri e con pochi dubbi?
Una brutta aria. Secondo me non mancano soltanto i grandi maestri,
mi sto rendendo conto che mancano i piccoli maestri, il mio maestro
delle scuole elementari, quello che mi ha insegnato a non mettermi
le dita nel naso, quello che mi ha insegnato le belle cose della
vita quotidiana, quello che mi ha insegnato ad essere onesto
e non furbo, quello che insegna a rispettare il prossimo, il
vicino. Mancano i grandi maestri, ma questo è anche un
effetto del nostro tempo. C’è un'altra parte del
mio libro, in cui cito il VI secolo avanti Cristo in cui c’è un
accumularsi di grandi personaggi: nascono Socrate, Platone, Buddha,
Zoroastro, personaggi incredibili, tutti concentrati in un piccolo
spazio di tempo, come se le stelle in qualche modo avessero creato
una strana coincidenza. E devo dire anche nella mia infanzia
c’erano tanti grandi, di diverso tipo, anche grandi assassini,
Mao, Stalin, ma grandi. Ora è tutta una mediocrità e
lì c’è un discorso che non va troppo fatto
in pubblico o non troppo precisamente: mi chiedo se in fondo
anche la democrazia come noi la pratichiamo non è una
perversione della democrazia originale perché in fondo
non fa che portare al potere, far levitare, la mediocrità,
i piccoli, quelli che dicono le cose banali.
Lei scrive ad esempio che in India ci sono sempre più gangster
e corrotti eletti in libere elezioni e che in Giappone la mafia,
la Yakuza sono ufficialmente riconosciuti, censiti e rappresentati
in parlamento. E’ questa la democrazia che va a sparire?
Sì, per tanti versi sì, ma pensi all’Unione
sovietica. Lei forse ha visto il mio libro Buonanotte signor
Lenin: ho avuto davanti agli occhi, visto, palpato, annusato
che il vuoto che lasciava il marxismo leninismo, il controllo
di un potere autocratico per tanti versi, veniva riempito da
tante cose: la mafia, i banditi, il Kgb che si ricicla i mafiosi
e dall’altra parte il marxismo-leninismo che trova un suo
surrogato in un’altra nuova ideologia, ed è lì che
per la prima volta me la sono trovata davanti, in Asia centrale:
il fondamentalismo islamico. E allora la mancanza di grandi,
la mancanza di una guida, la mancanza di una cosa più semplice,
più naturale, più giusta, è quello che crea
grande disorientamento fra i giovani, che secondo me non vedono
dove stiamo andando, non hanno un ideale, gliel’abbiamo
tolto. Abbiamo tolto il senso che la vita ha qualche senso e
che il senso è andare in su invece che andare in giù.
In fondo è questo che mi ha spinto a scrivere queste lettere,
l’idea che l’umanità è a una svolta.
E’ una svolta verso una progressiva barbarie: le gabbie
di Guantanamo, la rinuncia agli accordi di Ginevra, che sono
costati cento anni di limatura, oppure una scelta verso una maggiore
spiritualità, una minore insistenza sulla materia, con
l’uomo che prende la strada per l’insù invece
che per l’ingiù. Questo è quello che per
me è significato l’11 settembre.
Lei parla spesso di morale, di etica e, richiamando
anche i grandi scienziati cita una frase di Einstein
Bellissima: "Ricordiamoci della nostra umanità".
Sono le ultime parole del manifesto che scrisse poco prima di
morire,
ed è vero, ed è importantissimo: bisogna riintrodurre
l’etica, la moralità nella nostra vita, nella politica.
E’ il momento di smettere con l’ipocrisia, le cose
dette per avere voti, le cose dette per piacere a qualcuno in
quel momento e poi voltarsi e dire il contrario di quello per
far piacere agli altri. E’ lì dove c’è la
grande confusione oggi. Ed è lì che i musulmani
hanno una grande forza oggi, che è la forza della fede,
una certa ottusità se vogliamo, ma dei principi, un’idea.
Pensiamo a Madre Teresa o a un’altra persona che mi piace
moltissimo di quelle che si incontrano nella vita di un giornalista,
il Dalai Lama. Qual è la loro forza, dov’è la
loro grandezza? nella semplicità. Hanno una o due idee,
ma quelle forti, a quelle si attaccano e quelle determinano la
loro vita. Noi abbiamo perso questa intensità, siamo pieni
di tanti stimoli, di tante cose, abbiamo tante distrazioni e
non riusciamo a tenere una linea, ad avere un’idea che
determina tutta la nostra vita. Per questo secondo me è il
momento di reintrodurre la morale, di riintrodurre il giusto
nella vita quotidiana, di reintrodurre la morale nella politica.
Durante un’intervista in India al giovane Agnelli,
Giovanni Alberto Agnelli, le veniva in mente una frase di Thomas
Stearns Eliot: «Dov’è la vita che abbiamo
perso vivendo, dov’è la saggezza che abbiamo perso
con la conoscenza, dov’è la conoscenza che abbiamo
perso con l’informazione?» E aggiunge: «Ho
l’impressione che più informazione abbiamo e più siamo
ignoranti.»
Questo è vero per tutto, non solo per la conoscenza, è vero
per le comunicazioni: oggi è un continuo parlarsi, telefonini,
e-mail, e in verità comunichiamo sempre di meno. Ci è successo
qualcosa di perverso: ci stiamo come ingolfando di comunicazioni,
di contatti, di cose che sappiamo e in verità in questo
grasso di tante cose moriamo. Ed è lì che io torno
a dire: l’unico modo per reagire è digiunare, prendere
le distanze, ridurre. Internet è un simbolo di tutto questo:
un grande vantaggio, un mare stupendo, ma pericolosissimo, un
mare in cui si può andare a picco. Innanzitutto perché non
c’è alcuna discriminazione: tutte le informazioni
hanno lo stesso valore, lo stesso livello. Qualsiasi pazzo che
mette qualcosa di assolutamente assurdo è allo stesso
livello di qualità apparente di qualcuno che ha speso
la vita per arrivare a una conclusione. Per cui ritorno al solito
punto che mi pare la mia ossessione ormai: che bisogna dominare
la modernità e non esserne dominati. E questo vale per
ogni aspetto: la saggezza, la comunicazione. Il fondo di tutto è che
bisogna semplificare ciò che è complicato e arrivare
a quelle tre-quattro piccole cose che sono grandi perché che
sono importanti.
Le quarte di copertina dei
suoi libri portano di volta in volta le sue fotografie delle
varie epoche. Gradualmente si vede cambiare fino a questa
aria quasi da santone indiano. Cos’è cambiato
e cos’è permanente in questo Terzani degli anni
70 e 80, cos’è cambiato e cos’è permanente
in questi volti?
Sa cosa si dice in India? Che il fiume in cui si mette in primo piede per fare
il bagno non è più lo stesso fiume in cui si mette il secondo,
per cui io non sono più quello là, sono cambiato moltissimo. Se
c’è un filo conduttore è la mia curiosità di quel
che c’è attorno, di quel che succede. Ma io sono cambiato, sono
cambiato tantissimo, né tengo, devo dire, a rimanere lo stesso, mi piace
questo cambiare: l’impermanenza è una condizione naturalissima dell’essere
in tutte le sue forme e non vedo perché uno dovrebbe resistere. Non mi
piacciono quelli che rifiutano il divenire. Per esempio io adoro essere un vecchio,
mi piace essere vecchio, non vedo perché dovrei tingermi i baffi, i capelli,
far finta di essere ancora quello di prima. E’ bello. E’ bella questa
impermanenza, questo mutare, perché è una continua riscoperta.
Per questo non credo che mi farò il face-lifting o mi tingerò i
capelli.
[torna indietro] |