2005, Roma
Wilbur
Smith
Intervista di Luca Gaballo
Perché 15 milioni di copie vendute in Italia?
Lo accetto senza tentare di spiegarlo. Senza andare troppo a
fondo nelle ragioni. E' vero: ho una storia d’amore con
l’Italia che va avanti ormai da 25 anni. Sono molto fortunato.
Ognuno dei miei libri, dal Destino del leone fino all’ultimo,
ha venduto più del precedente: una progressione continua
verso l’alto. Avrei grosse difficoltà nel cercare
di spiegare perché, posso soltanto ipotizzare che si tratta
del passaparola: sempre più persone vengono a contatto
con i miei libri e ne parlano ad altri. Ormai si tratta di varie
generazioni, al padre segue il figlio e, a volte, anche il nipote.
a spinta a diventare un narratore di avventura viene
dal fatto che ha vissuto una vita avventurosa oppure dalla
suggestione dei romanzi di avventura di cui è un vorace
lettore?
Credo che sia una combinazione delle due. Credo fermamente che
prima di diventare uno scrittore devi essere un lettore. Questo è l’apprendistato
che si deve fare per capire com’è costruita una
storia emozionante. La scansione dei tempi, l’equilibrio
tra descrizione, azione, dialogo deve essere tale da portare
avanti la storia. Naturalmente è un aiuto immenso essere
nato in una terra come l’Africa, la terra del Romance,
il continente nero, che ha affascinato tutti dai tempi degli
antichi romani fino ad oggi. Sono stato molto, molto privilegiato,
perché ho vissuto una vita avventurosa grazie al fatto
che mio padre era un uomo avventuroso, un cacciatore e un viaggiatore.
Egli mi ha portato con sé in molti dei suoi viaggi. Grazie
a lui ho visto il territorio, ho incontrato la gente, ho studiato
gli animali e ho imparato l’arte della scrittura attraverso
i libri.
Leggendo le sue opere si capisce che lei ha osservato
da vicino l’Africa e la sua gente ma lei, anche quando
descrive l’Africa contemporanea, fa sempre riferimento
ad una ben precisa cornice di valori, molto chiari e molto
precisi che poi sono quelli dell’Inghilterra vittoriana.
Crede che un set di valori etici molto chiari e definiti sia
un ingrediente importante per costruire una narrazione di successo?
Naturalmente aiuta ed è essenziale per i miei romanzi.
I miei personaggi rispecchiano molte delle mie convinzioni sulla
morale, il patriottismo, l’amore, il dovere. Tutte queste
cose emergono dai miei libri. Non sono assolutamente in linea
con il clima attuale secondo cui nulla conta più salvo
l’egoismo dell’individuo. Viviamo in una società,
nessuno di noi è un’isola, noi tutti dipendiamo
dalle strutture attorno a noi, della società, della politica,
dai modelli sociali di comportamento. Questo emerge dai miei
scritti.
Lei ha fatto caso al fatto che ultimamente si moltiplicano
i successi editoriali di romanzi che hanno come oggetto l’impero
britannico all’apogeo della sua gloria? Patrick o Brian,
Bernard Cornwell stanno vivendo una stagione di grande successo...
Per quanto mi riguarda non è mai passato di moda. E’ stato
uno dei periodi più produttivi, creativi, avventurosi
della storia dei popoli di lingua inglese. Risalgono a quel tempo
ogni sorta di cambiamenti e di scoperte... dalla radio, alla
fotografia, alla balistica delle armi da fuoco, dal disegno delle
navi fino a quello alle armi da guerra, tutte queste trasformazioni
avvennero in quel periodo. E’ stato un periodo eccitante
perché il mondo allora non era stato ancora del tutto
scoperto; per esempio il Nilo, che è il soggetto principale
del mio ultimo libro, Il trionfo del sole, non era stato pienamente
esplorato; le sorgenti del Nilo vennero scoperte soltanto più tardi
nel corso del secolo. E’ stata un’epoca eccitante
perché c’era così tanto di nuovo, ogni anno
nuove scoperte, nuove conoscenze, nuove idee; è stato
il tempo in cui ha preso forma, io credo, la nostra civiltà moderna.
Lei ha appena detto che durante l’età vittoriana
il mondo non era stato ancora del tutto scoperto... C'è ancora
qualcosa da scoprire nell’Africa di oggi?
Ormai l’Africa è stata cartografata al centimetro,
ogni possibile angolo, ogni metro quadrato di savana è stato
filmato, percorso, orde di turisti hanno visitato ogni parte
del continente dalla vetta del Kilimangiaro alle barriere coralline
che si trovano sott’acqua al largo delle coste africane,
tutto è stato accuratamente esplorato, ma questo vale
per il 99 per cento della superficie della Terra. I soli posti
che sono ancora incontaminati sono i poli nord e sud e qualche
luogo veramente remoto e pericoloso come le vette delle grandi
montagne, come il K2 e l’Everest... sono di più gli
uomini morti sulle cime che quelli che sono riusciti a scendere.
Il romanzo storico è un
modo per evadere da una realtà che non lascia più spazio
all’immaginazione o il tentativo di indagare le radici
del presente?
Penso che noi siamo tutti creature della storia, il momento
in cui siamo ora è stato definito da coloro che sono
venuti prima, civiltà, società, lingue, culture,
modi di vivere, tutto si è evoluto dal passato. Se qualcuno
mi dice: non sono veramente interessato alla storia, posso
rispondergli: «Tu non sei interessato a te stesso perché sei
parte della storia».
Da quando il regime dell’apartheid è finito
lei non ha più raccontato dell’Africa contemporanea.
Il ciclo dei Courtney termina molto prima delle elezioni che
hanno portato al potere Nelson Mandela. L’Africa di oggi
non le interessa più?
Il corpus della mia opera è stata la celebrazione dell’esperienza
europea in Africa, iniziata con i primi esploratori scesi dal
nord in minuscole imbarcazioni a vela e continuata con la penetrazione
nelle profondità del continente, ma dal momento in cui
l’esperienza europea è diventata quasi irrilevante
in Africa quella epopea è giunta alla fine. C’è così tanto
ancora da scrivere per me a proposito di quello che realmente
mi interessa, e cioè la mia gente, la mia lingua, in una
terra straniera ed estranea che hanno fatto propria, questo è quel
che mi interessa, non quello che è venuto dopo...Lo lascio,
chissà, agli scrittori africani neri perché continuino
a narrare.
Nel mese di marzo si è ricordato il ventennale
della perestorjika di Gorbaciov. In molti suoi romanzi lei
descrive l’Africa come il campo di battaglia della Guerra
fredda. Che memorie personali ha di quel periodo?
Naturalmente io scrivevo proprio durante quel periodo cui lei
fa riferimento, quando ero giovane, visto che vivevo in Rodhesia.
Sono stato coinvolto nelle azioni militari... non militari, mi
correggo, ma di pace, siamo stati richiamati tutti e io ho militato
in una speciale unità di pace, ricordo chiaramente tutto
quello cui lei fa riferimento: il Congo, il Mozambico, il Frelimo,
la Namibia, le incursioni, l’ingresso dei Cubani in Africa,
ricordo tutte queste vicende molto chiaramente, certamente ho
sentito le pallottole di mitragliatrice che fischiavano attorno
alla mia testa, o l’esplosione delle bombe, molto, molto
scomodamente vicine al cespuglio dietro cui stavo sdraiato, ho
memorie chiarissime.
Nei suoi romanzi i giornalisti, normalmente, sono personaggi
negativi, cinici, amorali e impegnati nel gioco dell’influenza,
del denaro e del potere, assolutamente indifferenti alla ricerca
della verità. Ne deduco che lei non ha grande stima
della stampa.
Penso che i giornalisti siano come qualsiasi altro professionista,
ci sono i buoni e i cattivi giornalisti. Si può dire lo
stesso degli avvocati, ho conosciuto degli avvocati amabilissimi,
ma anche qualche autentico delinquente, dei veri e propri ladri,
dannosi per la legge che rappresentano. Lo stesso vale per i
medici, ce ne sono di ottimi, che dedicano la vita a curare la
gente e gli altri che sono lì solo per i soldi, e per
la gloria. Non provo alcuna animosità particolare verso
i giornalisti, infatti alcuni dei miei migliori amici sono giornalisti,
ma ci sono i buoni e i cattivi, ci sono quelli che vanno sul
campo e se non c’è abbastanza sangue, disastro e
confusione e cose eccitanti di cui scrivere, creano le situazioni
istigando. Questo è stato particolarmente evidente, a
volte, in Rodhesia. Andavano in un posto e se non c’erano
abbastanza tumulti dei neri e non c’erano lanci di pietre
e pneumatici in fiamme, facevano in modo che succedesse, mandavano
qualcuno a suggerire che poteva essere una buona idea sceneggiare
un tumulto di fronte alle telecamere perché quella era
la maniera di apparire in televisione. Questo è avvenuto,
io non dico che tutti i giornalisti sono così, ma certo,
non sono angeli.
Certo la stampa si nutre di stereotipi. Lei
non crede che questa epoca di globalizzazione, invece di avvicinare
tra loro le culture, corra il rischio di appiattire la nostra
percezione del mondo e trasformarla in una galleria di stereotipi?
Sono interamente d’accordo con lei, questo è il
motivo per cui, in fondo al mio cuore, non credo che l’Unione
europea sia una cosa particolarmente... Almeno per quel che riguarda
le lingue, le culture, le identità, i costumi dei popoli,
non credo che sia una cosa positiva tentare di fare entrare tutti
gli uomini nella stessa scatola. Per me parte della gioia di
essere umano è che uno scozzese è diverso da un
Italiano o uno Zulù da un Eschimese, e se provi a farli
stare tutti insieme il mondo diventa piccolo e triste... E' come
se gli uomini fossero una fila di bambole, senza individualità.
Penso che nel periodo storico di cui ho scritto, l’età vittoriana,
esistevano gli eroi, grandi uomini camminavano sulla terra, perché era
loro consentito essere diversi. Ma in questi tempi a chiunque
si eleva al di sopra della norma di solito fanno di tutto per
tagliare le gambe... Un mondo di eguali, certo, ma naturalmente
gli uomini non sono uguali e pretendere che lo siano è una
falsità.
Il suo ultimo romanzo, Il trionfo del sole, è ambientato
nella Khartum assediata dalle orde del madhi, una specie di Bin
Laden del 19esimo secolo. Uno degli aspetti che ho trovato affascinanti è lo
scontro di personalità, che si svolge a distanza, tra
il Madhi e il generale Gordon, capo degli assediati. Uno dei
protagonisti Ryder Courtney, ad un certo punto osa affermare
che i due sono uguali, perché entrambi ritengono di essere
ispirati da Dio, e solleva grande scandali tra gli europei presenti.
Perché ha inserito questa scena?
Perché credo che sia molto vero. Molto male, incommensurabile
male, è stato commesso nel nome di Dio, da persone che,
su fronti opposti, adoravano lo stesso Dio, in tempi di guerra,
al tempo dell’inquisizione in Spagna e dopo, fino ad oggi.
Nel nome di Dio uomini legano esplosivo attorno alla vita e lo
fanno esplodere tra gli innocenti, le donne, i bambini, e li
fanno a pezzi, nel nome di Dio. E’ come se avessero pervertito
il concetto di religione.
Lei crede allo scontro di civiltà?
Credo che gli uomini siano da duemila anni in uno scontro di
civiltà. Se ritorniamo al tempo dei greci ecco la Persia
contro la Grecia, se andiamo ai Romani, vediamo i Romani imporre
la loro civiltà a quelli che all’epoca erano considerati
i barbari, cioè i Britannici, i Tedeschi e i Nord-africani... è un
processo che continua. Il problema è che, naturalmente,
nella nostra epoca tutto è più veloce, la tecnologia
ha reso più rapidi i viaggi, gli eserciti sono più efficienti,
l’amministrazione è più efficiente, e la
possibilità di propagandare idee e valori attraverso
la televisione o la radio sta esacerbando qualcosa che è sempre
esistito e sta accelerando il processo.
L’integralismo islamico è oggi un pericolo
in Africa?
L’influenza religiosa è particolarmente evidente
nel Nord Africa, i problemi di oggi, come il conflitto del Sudan,
hanno radici nel passato. Si tratta dell’islam radicale
contro gli animisti che sono gli altri membri di quella società e
non c’è dubbio che la religione islamica è in
ascesa laddove la stella della religione cristiana sta impallidendo,
e questo per mancanza di appoggio da parte dei vertici della
cristianità. E’ un cambiamento, un avvicendamento
nel potere religioso.
Come è cambiato negli ultimi anni il gioco degli
interessi in Africa, e la politica delle grandi potenze in
questo continente?
Oh... è così complesso, tutte le potenze esterne
hanno le loro aree di influenza in Africa, i Cinesi, gli Indiani,
gli Arabi, i mullah arabi, è tutto così tremendamente
complicato che non ho una opinione precisa al riguardo, ma so
che il cambiamento sta agitando il continente e ci sono problemi
immensi non solo per le interferenze interne ma anche per i vecchi
scontri tribali. Le antiche ostilità esistono ancora perché le
frontiere coloniali sono state fatte senza tenere in conto la
composizione della popolazione, hanno sezionato le aree tribali,
e queste tendono a volersi riunire ed è un tempo di confusione,
tutto cambia giorno per giorno. Sarebbe molto difficile fare
oggi una dichiarazione che regga per sei mesi.
Nei suoi romanzi lei descrive raccapriccianti carneficine
di animali compiute durante la tumultuosa fase della decolonizzazione
e delle guerre civili africane. Il massacro di un branco di elefanti
su di un campo minato, che apre La notte del leopardo, sottolinea
il legame tra guerra, avidità e saccheggio delle risorse.
Per gli africani la selvaggina era un fastidio, il bufalo divorava
i pascoli destinati al loro bestiame, l’elefante distruggeva
i loro raccolti, il coccodrillo uccideva le donne e i bambini
quando scendevano al fiume per attingere acqua, e gli indigeni
volevano che gli animali fossero sradicati perché non
vedevano niente di bello in qualcosa che distruggeva le loro
vite. Oggi invece il turismo, e in particolare i safari legali,
hanno fatto in modo che questi animali abbiano un valore molto
alto. Per esempio se vado in Botswana, come ho intenzione di
fare il mese prossimo, per cacciare un elefante, pagherò 65.000
dollari per il privilegio di cacciare un singolo esemplare, e
di questi 65.000 dollari la metà andrà alle comunità che
vivono ai margini della concessione di caccia. Gli abitanti del
luogo capiscono immediatamente che questi animali sono molto,
molto preziosi, è un sentimento economico piuttosto che
etico quello che hanno e che cerchiamo di instillare nelle popolazioni
locali.
Come mai nessuno dei suoi libri è diventato un
film?
Ho venduto tutti i miei libri ad Hollywood, alcuni ripetutamente.
Quel che accade è che un produttore si presenta e compra
un'opzione su un mio libro e mi paga profumatamente, e poi
se ne va; un anno dopo l’opzione scade, lui non ha realizzato
il film e allora io sono libero di venderla di nuovo. Questo è il
mio rapporto con l’industria cinematografica e mi sta
benissimo. Comunque, molti anni fa, quando io avevo scritto
i miei primi libri, ho provato un innamoramento per il cinema
e l’idea di vendere i miei libri al cinema; poi ho capito
che lo scrittore, e questa è esperienza di prima mano, è un
personaggio insignificante nella gerarchia di Hollywood: prima
viene il produttore, poi il regista, poi le star, poi tutti
gli altri membri del set. Proprio in fondo alla scala c’à lo
scrittore, e questo mi è stato fatto capire brutalmente.
E cosi mi sono detto: «Perché dovrei tentare di
diventare sceneggiatore quando quel che veramente voglio è fare
lo scrittore di romanzi, padrone di me stesso?» E così ho
fatto la mia dichiarazione di indipendenza. Ho scritto un libro,
The sunbird, che non potrà mai essere trasposto in un
film. E’ troppo grande, ci sono troppi salti nel tempo,
troppi cambi di scena; questo era il mio modo di chiudere con
l’industria del cinema. Naturalmente subito dopo un produttore
si è presentato per comprare i diritti di Sunbird, ma
questa è la follia del mondo del cinema. Non mi piace
essere coinvolto nel cinema perché non è piacevole
vedere il proprio lavoro, qualcosa in cui hai messo amore e
intelligenza, imbastardito da un gruppo di pazzi. Io vado al
cinema ma da spettatore.
I suoi intrecci mi sembrano talmente rapidi, tale è la
ricchezza di personaggi e oggetti descritti in poche righe, che
forse è impossibile che il cinema riesca a riprodurre
la sua rapidità.
Lo faccio apposta. E’ quello che ho detto prima, ho iniziato
a scrivere, dopo Sunbird, libri che non erano assolutamente fatti
per il cinema, e in questa maniera ero libero, proprio perché non
pensavo affatto al film, libero di coprire vaste distanze nello
spazio e nel tempo, il che mi ha dato il piacere di scrivere
e ha migliorato enormemente la qualità del mio raccontare
ben oltre quei primi libri che avevano una singola storia disegnata
per il cinema. Lei ha ragione, per esempio, per fare un film
dal Trionfo del sole, hai bisogno di alcuni eserciti, barche
e navi... non ne viene un film in nessun modo ma credo che ne
sia venuto un romanzo molto interessante e, per me, molto gradevole.
Come fa disciplinare questa immaginazione così profilica?
Come lavora?
La mia immaginazione? La tengo in una gabbia, come 10 tigri,
le nutro con carne cruda e poi quando il tempo è venuto
apro la gabbia, e faccio uscire le tigri, e poi le seguo con
il mio block notes.
Quando le tigri escono lo fanno con un certo stile...
come definirebbe il suo stile? E qual è, secondo lei,
la ricetta per una pagina ben scritta?
Ci sono così tanti stili di scrittura. Prendiamo Ernest
Hemingway, andiamo un po’ indietro nel tempo. Eegli ha
fatto una virtú della scrittura minimalista, non usa quasi
aggettivi, ha scritto non con il pennello ma con lo scalpello
e ha tagliato, tagliato via, tutta la carne dalle ossa della
storia. Il che era straordinariamente efficace al quel tempo,
perché nessuno prima di lui aveva scritto con quello stile,
lui era uno scopritore di piste, un innovatore, e questo è il
motivo per cui viene ricordato come un gigante della letteratura.
Io sono stato molto molto fortunato ad essere nato con una lingua,
che è una delle piú ricche al mondo, la lingua
inglese ha così tanto... per me è come una torta
di cioccolata in bocca. La lingua inglese ha così tanta
scelta di vocaboli e di modi di esprimerti, io mi diverto a scrivere
in lingua inglese, è fatta per narrare storie. Molti dicono
che scrivo in maniera troppo ricca, come una torta di cioccolato,
a me va bene, questo è il mio stile. La base di tutto è la
lingua, da lì l’immaginazione parte e io vedo le
cose mentre avvengono nella mia mente, e poi sono capace di descriverle.
In qualche modo torniamo all’idea del cinema, io sono una
telecamera visuale, scrivo come una telecamera, non come uno
scalpello.
Nel suo ultimo romanzo, Il trionfo del sole, in epigrafe
c’è una
citazione di Winston Churchill, di lui qualcuno disse: «Schierò la
lingua inglese e la lanciò in battaglia». Per lei
Curchill è un punto di riferimento politico o letterario?
Era un personaggio così affascinante da ogni punto di
vista, era un figlio dell’età vittoriana, era uno
dei giganti di cui abbiamo parlato prima, è stato un carattere
così contradditorio... perché come scolaro era
un disastro, non si adattava alla disciplina scolastica e lo
consideravano un ritardato mentale, eppure divenne un tale esponente
della lingua inglese... il suo vocabolario era probabilmente
3 o 4 volte il mio. Era certamente molte volte più ricco
di quello dell’inglese medio colto del suo tempo, e lui
aveva l’arte di trovare la parola esatta per comunicare
esattamente quel che lui voleva: come oratore, come polemista
in parlamento era un avversario formidabile, poteva ammutolire
uno dei suoi oppositori con appena qualche parola affilata, ed
era molte strane cose assieme. Era un patriota, un guerriero,
uno scrittore, uno storico, un uomo di così vari talenti...
uno dei giganti della letteratura.
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