2006, Roma
Jakucho
Setouchi
L'intervista di Luciano Minerva
"Nonostante la veste monacale,sembrava essere
radicata in lei l'abitudine a trasformare in vitalità e
luminosità gli
sguardi che la gente le rivolgeva, così come un fiore
assorbe l'acqua"...Lei descriveva così dieci anni
fa questa monaca. Oggi che è monaca, si rivede nello
stesso modo?
No, non è affatto cosi, anzi è il contrario. I
primi tempi mi sentivo molto imbarazzata indossando la tonaca.
Mi sentivo addosso gli sguardi delle persone. Sono riuscita a
sentirmi a mio agio soltanto due mesi dopo da quando divenni
monaca, da allora ho dimenticato, camminavo in modo normale e
senza aver questa impressione sgradevole.
Lei ha scritto un libro che l'ha impegnata per tre anni, "La
virtù femminile", poi, dieci anni dopo, ha scelto
la stessa strada di Tami....Lei ha fatto propria la storia della
monaca che ha raccontato, e quindi questa storia le è entrata
dentro, come un grande seme?
No, assolutamente non è così, non pensavo di farmi
monaca.
Soltanto è accaduto un fatto piuttosto insolito, veramente
insolito quando stavo scrivendo il libro "La virtù femminile",
desideravo documentarmi sulla vita di una monaca, sul buddismo,
perché mi sentivo un'ignorante in materia, e allora andai
un giorno in un tempio e il monaco di quel tempio mi disse, "leggi
questo libro”, perché prima o poi ti sarà molto
utile, anche a te personalmente" e ripensando adesso, fu
veramente un profeta.
Tami, la protagonista de La virtù femminile, era appassionata
di letteratura, leggeva molto, come lei, come lei è appassionata
di scrittura. Quanto la passione per la lettura, per la scrittura,
si sono poi intrecciate con la passione per il Buddha e per la
vita monacale?
È difficile dire quale sia la relazione fra la letteratura
e il buddismo, perché Tami sentiva uno spontaneo interesse
per la letteratura. Lo stesso interesse condividevo io e questo
si è un po' evoluto, in un'altra forma. Però è diffcile
analizzare i moti d'animo che sono alle origini dei propri sentimenti.
Oggi fare la scrittrice le permette coscientemente di
entrare nell'animo degli altri. Lei si propone di cambiare
gli altri?
E quanto è cambiato il suo modo di scrivere da quando
fa vita monacale?
Scrivendo si muta il proprio animo. È una cosa talmente
naturale che quasi non si avverte il mutamento, ma il mutamento
si produce. Ed è appunto dalla scrittura che è scaturita
in modo naturale la mia intenzione di farmi monaca, e quindi
un grande cambiamento è avvenuto in me, principalmente
in me.
Ma mentre scrive, si rende conto di cambiare, di poter cambiare
l'animo degli altri? E come si comporta in questo senso?
Quando scrivo non penso agli altri, penso solo a quello che
voglio scrivere. Non ho idea se si possa cambiare la concezione
altrui o il modo di pensare di un'altra persona. Sono solo concentrata
su quello che voglio scrivere.
Ecco, lei era nota per portare kimono di tutti i colori, per
fare attenzione a tutti i dettagli, ai colori, ai profumi, viene
fuori anche dalla scrittura l'attenzione alle sensazioni...come
fa a farne a meno, e a portare invece un unico abito?
Prima di rasarmi la testa avevo si, un grande interesse per
la moda, per l'eleganza, ma dopo essere divenuta monaca, naturalmente
questo interesse è sparito e di tutti i kimono mi sono
disfatta e non ne sento più la mancanza.
Lei parla di 'una cortina d'aria’ che provò una
volta nell'entrare in un grande magazzino, dove la polvere non
passava, dove c'era una cosa completamente diversa, un luogo
completamente diverso. lei si sente in questo luogo adesso, passata
quella 'cortina d'aria’?
Stranamente, dopo essere diventata monaca, ho la sensazione
che esista una sottile cortina fra me e il resto della gente.
Come se io fossi morta, morta al mondo, e fossi rinata, ma rinata
diversa, pur continuando la vita normale e pur mangiando, vestendomi,
come sempre. Ma è come se non riuscissi più ad
avere un contatto diretto col mondo esteriore, con la gente,
come era prima. Come se ci fosse sempre una sottilissima cortina
esistente fra me e la vita normale dell'altra gente.
Però lei ama, invece, andare in televisione, quando è possibile.
Tiene grandi conferenze davanti a migliaia di persone, quindi,
in questo caso, la cortina sparisce?
Questo non dipende dalla mia volontà . Io mi presento
davanti alle telecamere, oppure tengo prediche, oppure ho contatti
con la gente, con molta gente,...però non mi comporto
in questo modo per la mia volontà. È come se Budda
stesso mi dicesse 'scrivi altri libri, incontra queste persone,
va in televisione’. Mi sento quasi posseduta da una volontà che
non è la mia. Quindi questo mi fa dimenticare l’aspetto
mondano....
Vorrei precisare che quando diventai monaca fui criticata
da molta gente. La maggior parte delle persone considerava veramente
indegno, per una monaca, continuare a scrivere romanzi, continuare
nella sua attività pubblica. Ma io pensai: come mai? Se
veramente Buddha volesse non farmi più scrivere, allora
mi spezzerebbe un braccio, mi renderebbe cieca. Se invece mi
permette di essere sana, di poter incontrare la gente, di poter
reggere una penna e continuare a scrivere, significa che questa è la
sua volontà. E per quanto la gente mi criticasse, non
ho più prestato ascolto alle loro parole.
I suoi personaggi fuggono sempre da qualche cosa. Fuggono
perché non
sanno cambiare la realtà o perché la fuga è proprio
parte dell'animo umano?
Sinceramente, quando affronto la stesura di un romanzo, non
ho una scaletta, un programma da seguire, sono i personaggi stessi
che decidono, arbitrariamente, quale sarà la loro fine,
quale sarà il loro comportamento, e io li assecondo. Assecondo
le creazioni della mia immaginazione. Sono loro a dominare la
trama, non sono io. Quindi non saprei dire da che cosa fuggono
i miei personaggi. Se la fuga è una fuga eterna o una
fuga umana...semplicemente...questo è difficile, li lascio
agire spontaneamente e penso che tutti noi siamo mossi da una
forza, da un'energia che non è controllabile e non è razionalizzabile.
Così almeno pensavo una volta. Adesso però ho un
po' cambiato la mia concezione.
Lei pensa invece, nella sua vita, di essere fuggita
da più parti
e poi invece, adesso, ha trovato un porto?
Quello che lei definisce un porto, nel buddismo si definirebbe
Nirvana, ma io non mi sento ancora arrivata a nessun porto. Ancora
sono in preda alle passioni e soprattutto ho una passione che è davvero
inestinguibile: il desiderio di scrivere. Penso che quando non
avrò più questo desiderio, allora sarò giunta
finalmente al Nirvana.
"La virtù femminile" che l'ha resa nota in
Italia nel 2000, in realtà è un libro scritto nel
'63. Oggi, a distanza di tempo, questo che qualcuno ha definito
letteratura erotica, la riconosce ancora frutto della sua mano,
della sua mente? Si riconosce nell'autrice di questo libro?
Fortunatamente quando io rileggo un mio romanzo, anche di parecchi
anni fa, trovo che non sia invecchiato, mi riconosco come l’autrice
e in un certo senso penso che abbia ancora una sua vitalità e
una sua efficacia, tuttora.
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