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2008, Mantova

Eric-Emmanuel Schmitt: la leggerezza delle nostre identità

di Luciano Minerva

Eric-Emmanuel Schmitt torna a Mantova, dopo alcuni anni e alcuni libri, tra cui un romanzo su Hitler, e dopo il suo esordio di regista cinematografico, con “Lezioni di felicità”. E’ la seconda volta che lo incontro. La prima c’era l’eco di un altro film, Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano. Questa volta, alla luce della nuova esperienza di regista e del suo approfondimento narrativo sui temi dell’arte, possiamo andare avanti. Il luogo scelto per l’intervista è la Galleria d’arte contemporanea Corraini, dove espone le sue opere il designer Alessandro Mendini e ci muoviamo tra libri di Munari e oggetti di design. Il luogo aiuterà, anche in questo caso, il dialogo; le immagini, per il telespettatore, lo rafforzeranno.

Abbiamo scelto questa esposizione perché l’arte è protagonista dei suoi romanzi, che contengono continue riflessioni sull’arte. Una di queste, in “Quando ero un’opera d’arte” è: “Per attirare l’attenzione conviene più far rumore che dipingere”.
Amo talmente l’arte che non amo le imposture artistiche e trovo che la nostra epoca abbia creato un’eco a troppa impostura. La caratteristica dell’arte del ventesimo secolo è stata l’idea che l’arte progredisce e che ciascuna generazione inventa qualcos’altro. Ci sono stati solo bambini ribelli, in tutta l’arte del ventesimo secolo, ogni volta si è ucciso il padre, si è uccisa la generazione precedente. Per secoli l’arte era stata trasmissione, c’erano stati dei figli che amavano i loro padri. L’arte del ventesimo secolo si è manifestata attraverso rotture, ha dato molto spazio, troppo spazio ai discorsi, ai concetti. Alcuni artisti non sono stati che ideologi o filosofi che hanno discusso più dell’arte che dell’opera. Il ventesimo secolo ha inventato l’artista senza opera, che non fa nulla con le sue mani, che espone semplicemente un vaso da notte in un museo o che crea un happening. Il ventesimo secolo ha portato molto, ma più ai discorsi dell’arte, alla filosofia dell’arte, che all’arte di per sé. E dunque si è aperta la porta, secondo me, a più impostura, cioè ai pubblicisti, ai provocatori, gente che è più brillante nelle parole che nei fatti e dunque sono dei falsi artisti. Credo che non sia mai stato facile essere un falso artista, essere un truffatore, come nel secolo in cui viviamo. Nei secoli passati era difficile essere falsi artisti perché si doveva imparare a dipingere o a scolpire. E dunque alcuni si sono messi a fare rumore invece che opere. È vero nella pittura, nel disegno, nella scultura, ma è vero anche nella musica. Io sono appassionato di musica, e negli anni 80 ho studiato a Parigi, andavo ad ascoltare i concerti di musica contemporanea, seguivo i corsi di Pierre Boulez, che conoscevo bene. Spesso lui aveva i programmi delle sue opere, con commenti e riflessioni sulla sintassi musicale, il ritmo, l’armonia, Ma il programma era più interessante dell’opera.

Dunque il commento aveva preso il sopravvento sull’opera. E questo mi sembra un altro modo di far morire l’arte. Quando il commento è più importante dell’opera, o più interessante dell’opera. O quando l’opera deve essere commentata per essere interessante, dunque è il mio amore per l’arte che mi fa denunciare i simulacri dell’arte e la gente che fa rumore, cioè chi parla dell’arte invece di presentare delle opere.

Il falso e le apparenze sono un suo tema permanente. Un suo personaggio dice che abbiamo tre esietenze: un’esistenza-cosa, siamo un corpo, un’esistenza mente, siamo una coscienza, e un’esistenza chiacchiere, siamo ciò di cui gli altri parlano”. Quanto vive su se stesso queste tre esistenze?
Credo che abbiamo ancora più esistenze di queste, che esista cioè un’esistenza del corpo, un’esistenza del cuore, dello spirito e nello stesso spirito ci sono l’intelletto e l’immaginazione, e altro ancora. Io sono affascinato dalla complessità che ci nutre. E credo che la scrittura sia una ricerca di questa complessità, un modo per accettare questa complessità. Io scrivo semplicemente sul complesso. È il vero scopo del mio lavoro, nelle mie opere ci sono sempre riflessioni sulle apparenze. Alcuni si manifestano con un’apparenza, una presentazione di sé, con le loro certezze e io cerco sempre, nei miei lavori teatrali o nei miei libri, di demolire queste apparenze o queste certezze, per mostrare che l’essere è sempre più complesso di quello che appare o che lui stesso crede di essere.

Dunque tutto il percorso della mia vita è scoprire la complessità della vita degli altri, e di me stesso ma il percorso dei miei libri è partire da qualcosa che altrove è semplice o che ..appare chiuso, definitivo e mostrare che si apre, continuamente, continuamente. Credo che tutta la mia drammaturgia mentale sia una porta che si apre, qualcuno che rientra, e dietro di lui c’è tutta la vita che rientra, con la sua complessità. E intendo dire: attenzione! diffidiamo delle apparenze, delle idee semplici, delle ideologie fisse, delle certezze, diffidiamo soprattutto dell’illusione del sapere, e apprendiamo l’incertezza, la complessità, la ricchezza infinita della vita che deborderà sempre dalle strade che lo spirito può pensare.

In fondo quello che cerco di fare è una scrittura di umiltà, cioè cerco di condurre sempre il lettore,me e i miei personaggi a un atteggiamento di umiltà davanti al mistero dell’esistenza. Dico questo perché sono sempre stato …ambio ed è un grosso sforzo essere ambio, quando avevo vent’anni e studiavo filosofia cercavo sempre di dimostrare il semplice.

Sono come stanco del mondo lasciato annoiare dicendo che è tutto noto, tutto compreso, tutto letto e quello che mi ha insegnato la vita è che è più forte di me, più complesso di me , che resiste a tutte le interpretazioni, a tutte le ipotesi,.

Dunque la vita mi ha insegnato il suo mistero profondo. A partire dal momento in cui ho accettato il suo mistero profondo, ho accettato di essere piccolo in un universo infinito, ho imparato a essere limitato in un universo illimitato, ho trovato il mio posto e ho trovato anche la mia funzione di scrittore, cioè non sopprimere il mistero ma addomesticare il mistero, esplorare il mistero dell’apparenza, della vita, della condizione umana.

In tutti questi misteri il suo percorso di scrittura è stato prima attraverso alcuni aspetti vicini alle religioni, Cristianesimo, Islam, buddhismo e poi si è avventurato su “La parte dell’altro”, il libro su Hitler in cui è andato ancora avanti di questo mistero dentro l’uomo e ha avuto bisogno di mettere un suo diario a post-fazione. Perché ha avuto questo bisogno di spiegare?
Quando scrivo un libro tengo sempre un diario di quel libro, cioè annoto le difficoltà che incontro o i problemi che mi pone, e le riflessioni in cui il libro mi impegna. Ho pubblicato il diario di questa scrittura del libro su Hitler perché pensavo che per me fosse una prova scrivere su Hitler e per il lettore una prova leggere un libro su Hitler. E volevo offrire come un riflesso di questa prova, perché molti lettori mi dicono che nell’iniziare a leggere un libro su Hitler avevano paura. Raccontando come io avevo avuto paura e quello che avevo scoperto non solo di Hitler, ma di me stesso, per poter diventare Hitler e comprendere Hitler , io aiuto il lettore a mettere in ordine le emozioni che ha provato a leggere il libro. Dunque questo diario mi ha portato a ricevere lettere tutti i giorni. Tutti i giorni arrivava il postino, perché questo libro è stato molto letto in Francia, per ringraziarmi di aver messo questo diario come un vademecum della lettura.

Perché scrivere su Hitler è fare un’esperienza filosofica. Non so come parlare di Hitler come dell’altro, quello che non è me, quello che è non ha nulla a che vedere con me, quello che è un pazzo, un tedesco, un uomo del passato, un ideologo. No, Hitler , quello che mostro nel mio libro, è uno dei possibili me. Sarebbe una scorciatoia se volessi lasciarmi andare a designare un capro espiatorio, a semplificare le mie idee, per arrivare a slogan semplicistici, se mi lasciassi andare a non sentirmi mai colpevole, di qualsiasi cosa. Se penso che Hitler sia un mascalzone, è sempre l’altro, ma Hitler è davvero uno dei miei possibili. Io chiamo il lettore a fare quest’esperienza dentro di sé, a scoprire quest’immensa vicinanza con un mostro e a scoprire con il lettore un mostro dentro di noi , da lasciare in gabbia, e ad esprimere: questo mostro siamo noi, non è altro che noi. Hitler appartiene all’umanità, ma l’umanità è capace di produrre Hitler come Mozart, come Gesù. Dunque io volevo giustamente chiudere con questo discorso che esteriorizza Hitler. In Francia e in Germania ad esempio si dice: “Non ci si può accostare al soggetto Hitler, occorre stare a distanza, il male è passato e non ci si può avvicinare a questa materia. È ridicolo, è pericoloso. Invece bisogna fare questo percorso per comprendere che il male non è l’altro, non è nell’altro, ma è dentro di sé, è nell’uomo, siamo noi. Dunque questo libro è un’esperienza filosofica, è un romanzo filosofico e per questo ho pensato di farlo accompagnare da questo diario che sintetizza l’esperienza filosofica della scrittura ma anche l’esperienza filosofica della lettura di questo libro.

In Odette toulemonde Balthazar Balzan si chiedeva se quello non fosse l’ultimo libro di troppo. E nella parte dell’altro lei dice “Passo la vita a chiedermi se sono all’altezza delle ambizioni. Il fallimento è un pensiero costante intimo continuo nella vita di un’artista”. Dopo tanti libri pensa che ce ne sia stato qualcuno di troppo? E chi lo deve decidere?
Credo che morirò senza sapere se ho fatto qualcosa di buono. Perché io non mi sono mai letto, mi sono sempre riletto e all’inizio questo mi faceva soffrire, il non sapere quello che pensavo del mio lavoro. Poi ho scoperto che non aveva alcuna importanza. Io provo a fare il meglio, non sono mai convinto di aver fatto il meglio, a volte sono convinto di essere l’autore di un soggetto, l’autore di un libro, ma sono gli altri a decidere se il libro li nutre, se il libro parla loro, se il libro li interessa. Io faccio la mia parte. È come un padre che educa i suoi figli e cerca di fare il meglio e chi lo sa se è così, sono il presente o il futuro a dirlo.

Non vivo con uno specchio per guardarmi, non vivo guardandomi indietro per vedere quello che ho fatto, non vivo guardandomi l’ombelico, di questo scrittore da ammirare. Io vado avanti, quello che amo è fare, non aver fatto e non ho alcuna opinione su quello che ho fatto. Ho dei pareri su quello che fanno tutti gli altri, senza problemi, ma nessuno su quello che ho fatto io. All’inizio questo mi rendeva molto permeabile alla critica perché ascoltavo tutto come se fosse la parola del Vangelo e ora mi rende particolarmente impermeabile alla critica perché ho sentito dire già tutto su quello che ho scritto, ho sentito dire che ero un genio, che ero una nullità... Non ho bisogno di avere un giudizio, traccio, vado avanti, continuo con lettori del mondo intero dunque….. non ho alcun motivo per andare in depressione della scrittore, non più. Sarebbe indecente giocare a fare lo scrittore infelice, non sono modesto, la modestia è semplicemente la conoscenza del fatto che quando scriviamo non leggiamo, andiano avanti.

E’ vero, ho questa percezione del libro di troppo. Quando esce un mio libro faccio di tutto per evitare che sia la ripetizione di un libro già scritto, cerco di rinnovarmi, quando mi accorgerò di non rinnovarmi tornerò indietro. Può essere che sia per questo che ho cominciato a fare del cinema, per avere qualcosa di creativo da fare, quando sentirò in coscienza che non ho più altro da scrivere. Io comincio a sentire che non ho più molto teatro da scrivere. Ne ho tre o quattro nella testa, prima ne avevo dieci o quindici, ma sono già stati scritti. Ho ancora nella testa molti romanzi, molti racconti, ma saro’ molto onesto su questo, io spero di fermarmi per non scrivere il libro di troppo. E non voglio dire che ho scritto solo bei libri. Voglio dire che nessun libro assomiglia a un altro.

Molti suoi personaggi spesso all’inizio del racconto vengono presentati come Odile prima - Odile dopo, Aimée prima - Aimée dopo, Adolf H. prima - Hitler dopo, come se in ciascuna vita ci fossero delle fratture. Eric-Emmanuel Schmitt prima e dopo cosa individua i suoi pezzi di vita diversi?
È vero: io penso che questo tema di una prima personalità e una seconda personalità sia per me molto autobiografico. Non solo perché ho un doppio nome, Eric-Emmanuel, ma perché la mia vita è stata costituita di rivoluzioni, o di incontri, o di rivelazioni che hanno creato un prima e un dopo. Sono cose di cui parlo sempre nei miei libri: l’incontro che crea un prima e un dopo perché questo cambia tutto, può essere un incontro amoroso, per esempio puoi avere una sessualità e poi a un certo punto puoi scoprire che ne hai un’altra, può essere l’incontro di Dio, passando dall’ateismo alla fede, o perdere la fede, perché possiamo perdere cosi’ violentemente la fede, può essere l’incontro intellettuale, l’incontro artistico. E dunque amo parlare di questo e amo soprattutto mostrare che gli esseri soffrono di credere che sono così. Spesso la sofferenza degli esseri viventi è quello di credere di conoscere, di avere un’identità, di avere una filosofia, un modo di pensare.

So di riflettere sull’identità. Si ha bisogno di un minimo di identità per andare avanti nella vita, per dire: sono così, penso questo e così via, ma bisogna dire che tutte le identità sono provvisorie. E che tutte le identità sono storiche e possono essere effimere e rimesse in questione. Quello che cerco di fare nei miei libri è mostrare che si ha bisogno di identità per vivere, ma si ha bisogno anche di sapere che queste identità sono fragili, effimere e che possono invertirsi, possono oscillare tra l’una e l’altra cosa. Dunque credo che nei miei libri ci sia molta attenzione alla fragilità identitaria e un vero amore di questa fragilità. Si ha bisogno di identità ma c’è anche bisogno di sapere che questa identità non è una gran cosa. E penso che per questo la leggerezza nella mia scrittura e nei miei personaggi sia importante, perché la leggerezza è la coscienza della fragilità, è la coscienza dell’effimero, è l’accettazione del fatto che nessuna identità è forte e dunque la leggerezza è un vero atteggiamento esistenziale e filosofico profondo. È un fatto di stile, ma è anche un fatto di pensiero. Ho capito che l’alleggerimento dell’essere, in rapporto a tutte queste identità, è costituito di tutti i tipi di identità e la vita mi ha insegnato che tutte queste identità sono delle apparenze, delle maschere, o delle finzioni che porto a spasso con me.

Ho recuperato un carattere istrionico di ciascuna identità, ha continuato a essere una finzione che mi interessa, ma scopro che non è altro che una finzione e così mi alleggerisco sempre più e alleggerendomi mi avvicino agli altri, perché sono capace di indossare più maschere, più identità attraverso i miei libri, nella vita, nei miei comportamenti e avvicinare gli esseri nelle loro differenze. In Francia c’è un ottimo filosofo che ha scritto un libro su di me, Michel Meyer; il titolo è “Eric-Emmanuel Schmitt o le identità capovolte”. Dimostra che non ho fatto che parlare di questo, del capovolgimento della nostra identità, attraverso l’epoca in cui viviamo, ma anche attraverso l’apertura alla vita che permette di non farsi travolgere dalla vita, il lavoro su se stessi che permette di lasciare il proprio terreno identitario per passare ad altre terre e diventare nomadi religiosamente, spiritualmente, filosoficamente, affettivamente e così via.

Felicità è un tema che appare sempre: la prima lezione di felicità è quella che dà Mr. Ibrahim a Momo e gli dice: Felicità è la lentezza. Questa lezione di Mr. Ibrahim nella sua vita un po’ vorticosa l’ha dimenticata, la deve recuperare? Quale lezione di felicità deve darsi adesso lei?
Lei sa già che Mr. Ibrahim è molto più saggio di me e, anche se sono io che lo faccio parlare, forse è molto più felice di me. Non so se cerco di essere felice. E d’altra parte non so se quando si è artisti si può essere felici. Non voglio farla piangere dicendo che sono infelice, perché non è più vero, ma è proprio dell’artista superare ogni giorno dei limiti, essere ambizioso, essere soddisfatto perché crea, per la sua impotenza a creare finché può. Dunque ho un’area della mia vita in cui non posso essere felice, questa area di lavoro. Creo nella gioia, ma io rilavoro sui miei testi, nel dolore, nella soddisfazione, anche se la cosa non mi accontenta. E non so mai se sono davvero arrivato a fare le cose. Allora, sono necessariamente, al tempo stesso, uno scrittore felice e infelice, ma quest’area sfugge totalmente a quello che chiamiamo felicità. Perché penso che la felicità sia l’esigenza, non l’ambizione.

Sono molto esigente sulla qualità dei rapporti col mondo, con gli altri, col proprio corpo, ma l’esigenza è la ricerca della qualità, e di una vita degna, bella e intensa, e la felicità non consiste nel superare i propri limiti, la felicità consiste nell’accettare i propri limiti. Un artista non può essere felice nel suo lavoro di artista, può essere felice accanto al suo lavoro di artista.

Così lei andrebbe volentieri a lezione di felicità di Odette Toulemonde?
Sì, io penso che lo scrittore deve apprendere da Odette, lei sa essere felice e lo scrittore non sa perché non potrà mai essere felice, per la sua ambizione d’artista e di scrittore, deve imparare a mettere da parte la sua ambizione sociale. Io non sarò mai felice perché sarò sempre insoddisfatto, e di tanto in tanto mi dico: non sono felice che essendo insoddisfatto, cioè avendo sempre un desiderio, qualcosa da finire, qualcosa che potrei fare e che non ho ancora fatto, cioè essendo aperto sul futuro, pieno d’energie. Il mio modo di essere felice passa per la mancanza di soddisfazione e per la vertigine di questa mancanza, il richiamo di questa mancanza e il dinamismo che questo crea. Non so se sono felice, ma so di essere vivo, completamente vivo, perché sono sempre nel desiderio. Può essere che sia un altro ideale di felicità. Diderot diceva che ogni trattato sulla felicità è la storia di chi l’ha scritto, ovvero che l’unico modello di felicità è individuale. Forse per me è l’insoddisfazione o la persistenza fondamentale di un desiderio. Una volta hanno chiesto a uno scrittore che adoro, Jean Cocteau: se la sua casa brucia, qual è la cosa che le importa di più? Ha risposto: Il fuoco. E io mi ritrovo in questa frase. Se devo guardare qualcosa della mia vita è il desiderio, il fuoco, la voglia di fare, la voglia di unirsi agli altri, la voglia di scoprire. Se devo guardare qualcosa della mia vita, che ha carattere permanente, è questa mancanza di appagamento.


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