2004, Mantova
Eric-Emmanuel
Schmitt e i fiori della scrittura
di Luciano Minerva
“La sera prima dell’intervista,
al Festivaletteratura di Mantova, Eric-Emmanuel Schmitt aveva
suonato il pianoforte per qualche ora, tra amici, divertendosi
e divertendo. La situazione da creare per l’intervista
sembrava dunque ideale: un luogo con un pianoforte, un teatro,
ad esempio, o il Circolo cittadino. Ma nonostante la sua passione
per il teatro, e per la musica, la scelta di Schmitt è stata
più discreta: la parola innanzitutto, la necessità di
concentrarsi sulle cose da dire, senza concessioni alla teatralità.
Ma nonostante la sua passione per il teatro, e per la musica,
la scelta di Schmitt è stata più discreta: la parola
innanzitutto, la necessità di concentrarsi sulle cose
da dire, senza concessioni alla teatralità. Così lo
scenario dell’intervista televisiva è neutro, uno
scorcio della sua stanza d’albergo. Una scelta corrispondente
al suo stile: l’essenzialità, e la semplicità,
tema che farà parte del dialogo. Schmitt dimostra più degli
anni che ha, e anche questo lo spiegherà nell’intervista.
E in certi momenti l’impressione è quella di parlare
con un vecchio saggio che ha toccato il segreto della serenità.
O con un ragazzo uscito dalla sua galleria di personaggi, per
la curiosità e l’attenzione.
A forza di viaggiare da Simone a Svastika
e da Svastika a Milarepa, scordo i miei nomi, i miei documenti
di appartenenza,
perdo quel bagaglio di abitudini e riflessi che si chiama
me, viaggio più leggero. Quanto le dà, come
esperienza diretta, questo passaggio da un io all’altro
io, che è poi tipico della letteratura, e quanto l’aiuta
a viaggiare leggero nella sua realtà?
Credo che questo viaggio da me a me sia tipico della letteratura,
come ha detto lei, ma è anche tipico del buddismo,
vale a dire che le anime migrano e si spostano. Credo che
effettivamente scrivo non per sbarazzarmi di me, ma per esplorare
l’umanità. Ovviamente ho dei problemi con me
stesso, come tutti, non mi piace tutto di me, ci sono cose
che detesto, la maggioranza, del resto, cose che temo di
me, come tutti gli uomini, ma ho sposato la scrittura fino
in fondo per andare verso gli altri, ora verso l’altro
sesso, ora verso età differenti, ma anche altre culture,
altre civiltà, credo davvero di essere un vero nomade
dell’umanità, è quello che cerco di essere
nella mia scrittura.
Prima Milarepa, poi Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, sufismo,
buddismo. Quanto i tempi che stiamo vivendo incidono su questa
ricerca di raffinatezza e leggerezza dei fiori delle religioni
e delle saggezze antiche?
Quando ho cominciato a scrivere questo testo sulla religione
non era affatto alla moda parlare di religione, e mi è stato
chiesto in Francia come mai avessi cominciato a parlare di questo.
Poi l’attualità sfortunatamente ha recuperato questa
scrittura poiché oggi la questione della religione è fondamentale,
poiché alcuni uomini si servono della religione per mettere
le bombe, per rapire degli esseri umani, prendere gli ostaggi,
etc. Dunque, la questione religiosa oggi è spinosa e dolorosa.
Penso che lo Stato, il potere, ha modo di lottare contro il fanatismo
e il terrorismo, con lo spionaggio, la polizia, eventualmente
la guerra. Ma noi uomini, cittadini, individui, cosa possiamo
fare? Abbiamo spesso un grande sentimento d’impotenza di
fronte a tutto questo. Ma credo che possiamo fare qualcosa :
conoscere. Credo che sia importante conoscere le religioni, non
solamente la propria, quella che si è ereditata, o quella
che si rifiuta, cioè quella in cui si è nati, ma
le religioni, perché credo che oggi la cosa importante
nel mondo è incontrare l’altro e comprendere la
struttura invisibile che regge il comportamento dell’altro.
Perché in fondo le religioni sono l’architettura
invisibile del mondo, quella che comanda l’azione, le norme
che fanno agire gli uomini, che regolano i loro sentimenti. Allora
questo multiculturalismo, questa curiosità per le religioni
mi sembra molto importante oggi per arrivare a vivere insieme.
E’ vero, oggi si dice che il mondo è sempre più violento,
sempre più aggressivo, ma cosa possiamo fare? Bene, la
soluzione non è quella di non essere più religiosi,
di diventare tutti atei, la soluzione non è nemmeno diventare
tutti musulmani, o tutti cristiani, o tutti ebrei, la soluzione è imparare
a vivere insieme, essendo musulmani, ebrei, atei, cristiani.
Credo che la letteratura abbia un ruolo da giocare, cioè con
i racconti o i romanzi si può prendere per mano un lettore
e portarlo nelle montagne del Tibet, nell’undicesimo secolo
prima di Cristo, per far comprendere quello che ha pensato il
buddista, si può portare un bambino ebreo come Momo da
Monsieur Ibrahim per condurlo nel cuore della religione musulmana,
nella mistica sufista . L’interesse della letteratura,
a mio avviso, è che il racconto si svolge unicamente nell’umano
attraverso i personaggi, e ciò che conta è l’umanità.
Allora se arrivo a percepire l’umanità in un essere
che è musulmano, in un essere che è buddista, o
ebreo, o cristiano, o in un ateo disperato, ecco che mi sono
creato dei fratelli, mi sono creato una vicinanza col prossimo,
e questo mi sembra il fine che sto cercando.
Non era più lo stesso muro uniforme contro cui
andavo sempre a sbattere: attraverso una fessura una mano si
tendeva
verso di me. Quante mani sono pronte ad accoglierci e non vediamo
le fessure?
Non so se ci sono molte fessure, non so se ci sono molte mani
che si tendono attraverso le fessure, ma sono sicuro di una cosa:
che non siamo disposti a vedere né le fessure né le
mani, perché siamo in una logica di guerra, in una logica
di identità chiusa. Pensiamo che la nostra personalità,
la nostra identità sia costituita una volta per tutte.,
e l’altro ha un’identità altrettanto costituita
e chiusa una volta per tutte, e noi ci serviamo della nostra
identità come un muro. Tutto il mio lavoro con la scrittura è dimostrare
che l’identità è fragile, è sempre
storica, è sempre contingente, poteva non essere fatta,
più scaviamo in questa fragilità, in questa vulnerabilità più ci
rendiamo conto di essere vicino all’altro. Veramente penso
che ci troviamo in un mondo dove tutti ci poniamo le stesse domande,
abbiamo in comune le domande, e abbiamo tutti di diverso le risposte.
E spesso, le risposte sono la nostra identità: io sono
arabo, io sono ebreo, io sono musulmano, ecc. Ho voglia di risalire
alla domanda principale, la domanda che ci rende uomini, la domanda
ci rende fratelli, e scendere alla risposta, ma mostrando la
fragilità costitutiva della risposta e che sarebbe potuta
non essere. Quando si analizza il razzismo si dice: il razzismo è la
paura della differenza. Bene, io penso che non sia affatto questo,
penso che il razzismo non sia la paura della differenza, penso
invece che sia la paura che la differenza sia nulla, che non
esistano differenze. Il razzista ha paura di questo, ha paura
che la differenza con l’altro non sia così grande.
Allora l’antisemita non vuole che un ebreo si avvicini
a lui. Egli ha un’identità molto forte e anche l’ebreo
la possiede. Penso che al contrario per eliminare il razzismo
bisogna dimostrare che la differenza non è molta, c’è,
non bisogna negarla, ma non è rilevante. Deriva comunque
dall’uomo, e tutti gli uomini sono uguali a quel livello.
Sia Oscar che Momo hanno invece grandi difficoltà nelle
relazioni con la propria famiglia, ma trovano affinità e
comprensione in qualche saggio di un’altra generazione,
nella generazione dei nonni. Quanto nella realtà di oggi
c’è una relazione tra generazioni diverse?
Tutti i bambini dei miei libri hanno dei genitori silenziosi,
dei genitori che non trasmettono, dei genitori che non danno.
Sono dei genitori che hanno dato la vita, dei genitori carnali
ma non di spirito, che non trasmettono dei valori, un modo di
vivere.
Dunque questi bambini soffrono di solitudine e di vuoto in rapporto
ai loro genitori.
Non racconto qualcosa di autobiografico, perché ho dei
genitori magnifici che mi hanno dato tanto, ma racconto qualcosa
in relazione alla nostra società e alla nostra epoca.
Credo che la sofferenza nella nostra società stia nella
mancanza di trasmissione dei valori. La gente ha difficoltà a
trasmettere valori, a rispondere alle domande. Quando i bambini
fanno delle domande, preferiamo non rispondere; a volte non abbiamo
una risposta, a volte abbiamo una risposta ma abbiamo dei dubbi
e non rispondiamo. Questo accade perché siamo in una società del
dubbio, il che va bene, ma si dovrebbe sia poter trasmettere
la risposta sia dire: ho dei dubbi sulla risposta.
E dunque i bambini dei miei romanzi incontrano persone di un’altra
generazione che hanno fatto un cammino sufficiente per credere
alle proprie risposte, perché per tutta la vita hanno
messo alla prova ciò in cui credevano. La Dama Rosa in
Oscar è cristiana, e la sua religione l’aiuta a
vivere, ma l’aiuta anche ad affrontare la sua malattia
e la morte; grazie alla religione aiuta i suoi bambini ad affrontare
la malattia e la morte. Monsieur Ibrahim vive con il suo Corano
o piuttosto con i fiori che ha messo nel suo Corano, perché lo
interpreta liberamente e con il Corano aiuta Momo a vivere. Ma
quegli esseri sono eccentrici, sono persone a parte, perché osano
dire qualcosa, perché credo che oggi nessuno dica niente, è questo
il problema. E loro hanno il coraggio di dire qualcosa perché hanno
l’età che li libera, che permette loro di dire:
ecco la mia risposta, puoi prenderla o meno ma io sono la mia
risposta. Per fare questo ci vuole coraggio, ma la generazione
intermedia non osa abbastanza, perché vive in piena epoca
del dubbio.
Se si vuole imparare qualcosa non si legge un libro
si parla con qualcuno. Io non credo nei libri. E’ una frase di Monsieur
Ibrahim. E’ una messa in guardia dal come prendere i libri,
compresi i suoi?
Sì. Significa che la mia vita è stata formata dai
libri, ma allo stesso tempo dei libri non mi fido. E soprattutto,
quando consideriamo il rapporto delle persone religiose con i
libri, ci rendiamo conto che può essere meraviglioso o
orribile. Questo vuol dire che i libri non esistono per sé stessi,
ma per la lettura che gli si dà. Lo stesso libro può essere
il seme da cui nasce l’amore o quello da cui scaturisce
l’odio: per esempio il Corano, di cui c’è chi
si serve per fare la guerra o commettere azioni ingiustificabili,
e chi per vivere meravigliosamente il quotidiano, con saggezza
e profondità. Dunque il mio è un appello a non
fidarsi dell’interpretazione letterale dei libri, a rendersi
conto che un libro ci lascia sempre liberi di interpretarlo in
un senso o nell’altro. E’ per questo che Monsieur
Ibrahim si chiama Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano: perché durante
tutta la sua vita lui dice a Momo: so quello che dice il mio
Corano. E quando muore, Momo recupera il suo Corano, lo apre,
e cosa ci trova? Dei fiori che si sono seccati: questi fiori
li aveva messi Monsieur Ibrahim, e si sono seccati perché sono
stati nel Corano per tutta la sua vita. Attraverso quest’immagine
volevo dire che il Corano per Monsieur Ibrahim è sì il
libro, ma è anche chi l’ha fatto ed è anche
la sua lettura, e il cuore che ci mette. E’ questa la cosa
importante, la lettura che vivifica e che prende ciò che
di bello c’è in un testo e non quella che interpreta
o deforma.
In una sua commedia lei mette in scena un’intervista tra
un premio Nobel e un falso giornalista. Lo scrittore lamenta
che nei libri si cerchi sempre un rapporto stretto fra ciò che
l’autore vive e ciò che l’autore scrive. Poi
però il resto della commedia smentisce lo stesso scrittore.
Adesso sono costretto a fare un po’ la parte di quell’intervistatore,
sperando che non prenda la pistola come fa il protagonista della
sua commedia, e chiederle che rapporto c’è tra ciò che
scrive e la sua vita.
E’ un argomento troppo complesso per me, perché sono
solo dentro e non sono al di fuori. Cioè: i miei libri
sono ispirati alla mia vita ma allo stesso tempo non lo sono
perché sono delle finestre aperte sul mondo, sono indirizzati
agli altri. Le persone che mi conoscono bene si rendono conto
fino a che punto i miei libri, soprattutto il mio teatro, sono
autobiografici, ma io non me ne rendo conto. E’ soprattutto
quando il libro è finito che mi rendo conto che ci ho
messo la mia vita, la mia carne, il mio sangue, ma questo avviene
in modo incosciente perché ho scelto di comunicare con
gli altri attraverso delle storie, attraverso la finzione. La
mia verità è la mia menzogna, ho deciso di dirvi
la mia verità attraverso delle menzogne, come un attore,
sotto una maschera, attraverso un personaggio. Perché la
maschera va bene, perché ad esempio, se lei mi chiede
se io nella mia vita soffro per questo o per quel motivo, io
le direi sempre : no, no, sto bene, va tutto bene. E nella scrittura,
dal momento che ho una maschera, posso gridare, posso piangere,
posso dire delle cose dure, ciniche, crudeli, e poi a volte cose
più dolci di quelle che direi nella vita, perché la
maschera mi protegge. E’ la stessa cosa per il lettore:
il lettore è protetto dalla maschera della lettura e dunque
rientra dentro.
Ibrahim, Oscar e la Dama in rosa, L’hotel des demones
che sta scrivendo. In tutti questi libri c’è come
una ricerca dell’accettazione della malattia e della morte.
Come riesce su questo tema a raggiungere una scrittura così leggera?
Prima di tutto il mio legame a questi temi credo sia dovuto alla
mia generazione. Sono nato nel 1960. Avevo vent’anni nell’80,
oggi quando guardo le foto dell’università sono
piene di ragazze e ragazzi che sono morti a causa dell’AIDS.
Da quando avevo trent’anni sono stato spesso negli ospedali
per accompagnare dei giovani che si avviavano verso la morte.
Penso che questo mi abbia fatto guadagnare degli anni, cioè credo
per questo di ragionare come una persona più grande, ma
questo non mi ha reso triste, mi ha fatto innamorare della vita,
mi ha fatto diventare, come dire, immortale nei confronti della
vita, perché ogni giorno è un regalo in più.
Poiché loro se ne sono andati, ogni giorno è un
regalo. Ho voluto scrivere questo più volte. In Oscar
e la Dama in rosa, Oscar è malato, ha un cancro, ma questo
cancro è la metafora di tutte le malattie mortali, una
malattia è interessante nella letteratura nella misura
in cui essa è una metafora, e Oscar è malato e
non guarirà, e allora dovrà affrontare i suoi ultimi
momenti e troverà la forza di affrontare i suoi ultimi
momenti, perché si vuole rendere conto che non sa niente
della morte, niente. Non sa cosa sia, nessuno sa cos’è,
la morte è un mistero.
Che cos’è la morte? si chiede spesso la gente, e
io rispondo che la cosa peggiore che può capitare a una
domanda come questa è avere una risposta. Non si sa cos’è la
morte, tanto meglio. Ma non è giusto fermarsi alle teorie
sulla morte e dire: la morte è il nulla, o la morte è una
sopravvivenza, la morte è la metempsicosi, oppure la morte è l’inferno,
il purgatorio, il paradiso e così via: non si sa. Dunque
non fermiamoci alle teorie e poniamoci di fronte al mistero,
e una volta di fronte al mistero della morte, ci rendiamo conto
che è impressionante quanto il mistero della vita, è lo
stesso. Alla mia età penso che l’angoscia possa
scomparire, perché ci troviamo davanti a qualcosa che è più grande
di noi, dunque lasciamoci trascinare da questo mistero che va
al di là di noi e non rendiamo più drammatica la
situazione con idee false che noi stessi abbiamo costruito sull’ignoto.
Dunque io cerco di vedere al di là della morte, nella
mia vita, certamente, ma anche nei miei libri, con Oscar, e anche
in L’Hotel des demones, dove i personaggi sono in coma,
e sono pronti ad affrontare sia la rianimazione sia la morte.
Penso che più ci si sente mortali, meglio si vive. La
vita vera non è nell’oblio della mortalità,
ma nella coscienza profonda della fragilità, della vulnerabilità.
Credo anche che il pensiero della morte faccia bene non solo
a noi individualmente, ma anche nelle relazioni interpersonali.
Quando guardo qualcuno che un giorno morirà, e sono commosso,
non ho voglia di arrabbiarmi, non provo collera, questo mi scarica
tutta l’aggressività, perché mi rendo conto
che ciò che condivido con l’altro, ciò che
tutti e due condividiamo è questo, questa fragilità,
questa precarietà. Ed è questo che ci rende uomini.
In questa fragilità e vulnerabilità c’è un’invenzione
letteraria, quella di Oscar che scrive a Dio. Quanto bisogno
c’è di scrivere a Dio e quanti modi ci sono per
farlo?
Oscar scrive a Dio senza crederci, egli non crede in Dio, non
crede in Babbo Natale, non crede a niente di soprannaturale.
Scrive a Dio per fare piacere alla Dama in rosa, e malgrado tutto
questo gli fa bene, perché quando scrive a Dio egli mette
in ordine la sua giornata, distingue ciò che è importante
da ciò che non lo è, distingue l’essenziale
dall’accidentale, si concentra su ciò per cui vale
la pena, e dunque questo gli fa bene, questa specie di riassunto
della sua esistenza che scrive ogni giorno a Dio.
E poi la Dama in rosa gli dice una cosa sorprendente: Sai, a
forza di pensare a lui forse lo farai esistere. Cioè,
fai un po’ di posto. Che significa? Significa: fai un po’ di
posto per altre cose oltre a te, perché ciascuno occupa
molto posto da solo, dunque pensare a Dio significa pensare ad
altro oltre che a se stessi, e questo è già un
bene, e poi è anche un modo di concentrasi sui valori
essenziali dell’esistenza. Grazie a questo dialogo con
Dio, anche se all’inizio c’è solo lui che
parla, Oscar si concentrerà sulla sua relazione amorosa
con la piccola Peggy , con i sui genitori con i quali è in
lite, e progressivamente riuscirà ad esprimere i suoi
sentimenti, a disfare i nodi che gli impedivano di vivere. E
quindi questa relazione per un istante a senso unico gli fa del
bene.
Alla fine del libro c’è una risposta, cioè Oscar
ha l’impressione che Dio lo venga a trovare un mattino.
Mi ha molto divertito scrivere questo perché io ho avuto
un’esperienza mistica, ma ero più vecchio, quando
ero nel deserto, ma allo stesso tempo credo che nell’infanzia
ci siano dei momenti come questo che sono delle piccole esperienze
mistiche, la sensazione che il mondo arrivi, che abbia una forza,
una logica, e che siamo proprio i testimoni di questa logica,
e siamo presi da questo mistero enorme, che si svolge e si manifesta
malgrado noi stessi. Allora, Oscar prova questa sensazione, e
questo gli fa molto bene, il fatto di passare oltre. Perché credo
che una delle grandi fonti di angoscia è credersi molto
importanti. E quando qualcuno si sente molto importante, e immenso,
e scopre che esiste qualcosa di più importante e immenso
di se stesso, e che siamo tutti piccoli al centro di questo mondo
immenso, questo sentimento di essere minuscoli in un mondo infinito è qualcosa
che dona un bene enorme.
Non si saprà mai se è Dio che è venuto quella
mattina da Oscar, e Oscar stesso non lo saprà mai, ma
tutte queste meditazioni sull’infinito, su ciò che
va oltre la capacità umana di comprensione, gli fanno
del bene, gli danno l’umiltà, la semplicità,
lo ricentrano sull’essenziale.
Anche se non si crede, il pensiero di Dio fa bene.
Ha parlato di essenziale, di semplice. Da dove le viene
questa scelta di fare tutti i suoi lavori i suoi libri in modo
così semplice
ed essenziale?
Innanzitutto è un grande lavoro, perché per
andare verso la semplicità occorre davvero un molto tempo.
Bisogna riflettere molto per distinguere l’essenziale dal
resto, e questo è tutta la mia vita. Il dire con leggerezza è il
rispetto dell’altro. Io presento sempre delle situazioni
estremamente drammatiche: Oscar sta per morire, Momo è un
ragazzo difficile, le mie situazioni sono sempre molto drammatiche,
e nessuno dei miei eroi si lascia sconfiggere, uccidere dalle
situazioni che vive. Si risolleva sempre e vive queste realtà fino
alla fine. Questa è una teoria della felicità:
la felicità non è la negazione della sofferenza,
non è l’assenza di sofferenza, la felicità non
significa stare chiusi nel proprio giardino protetto da mura.
La felicità è l’accettazione di tutte queste
vite che entrano, di tutte queste forze. La felicità in
una coppia è anche la violenza che c’è in
una coppia, sono le discussioni. In quel momento non si è felici,
ma ciò che crea la felicità è l’accettazione
di tutto questo. Ecco, ho una concezione della felicità come
una porta aperta, e non come una porta chiusa. Credo che la nostra
epoca abbia una tendenza ad anestetizzare la vita. Quando abbiamo
una sofferenza troppo forte prendiamo delle medicine per non
sentirla troppo, quando abbiamo un’emozione ci facciamo
fare un’iniezione per non avere quest’emozione, se
abbiamo un dispiacere d’amore prendiamo degli antidepressivi.
Certamente a volte bisogna farlo, ma non si può sempre
fuggire da tutte le emozioni negative e dai sentimenti negativi
che abbiamo. Dunque, la felicità secondo me è fatta
di porte che si aprono e non che si chiudono.
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