2001, Genova
José
Saramago: per comprendere non basta
vedere
di Luciano Minerva
Ha
mai pensato di "chiedere una barca",
come fa con molta decisione il protagonista del suo racconto
nei confronti del re?
In fondo chiedere una barca significa che la persona potrebbe
già avere
un progetto di vita. Diciamo che la barca può essere semplicemente una
vera barca, o una metafora, un'idea del futuro. Se mi chiedono una barca, io
direi sempre che la barca è ciascuno di noi. Il racconto dell'isola sconosciuta è stato
scritto per dire che l'isola sconosciuta siamo noi e qualunque viaggio si faccia
non può sostituire l'unico viaggio che è quello dell'autoconoscenza,
ma senza alcun tipo di spiritualismo, semplicemente vivere e cercare di capire
la vita, nulla di più, senza grandi illusioni di arrivare chissà a
quali scoperte, perché in fondo l'unica scoperta importante, che credo
che non riusciremo mai a fare, è quella di noi stessi.
Su navi simili a questo galeone i colonizzatori europei, spagnoli e
portoghesi, trasportavano le ricchezze della terra e del sottosuolo
dall’Europa all’America
e depredavano e massacravano gli indios, considerandoli privi di anima. Lei viene
da Città del Messico, dalla manifestazione degli indios per il riconoscimento
dei loro diritti. Cosa sta succedendo oggi in Sudamerica?
Vediamo: sono passati circa cinquecento anni dall’arrivo non solo dei soldati
per conquistare, ma anche dei frati che dovevano convincere a cambiare religione,
perché stranamente cio‘ che non si poteva ottenere con la spada
si ottenesse col crocifisso: era come una doppia forma di aggressione , quella
del conquistatore che imponeva con la forza la propria legge e, in modo molto
piú insidioso, la presenza di qualcuno che arrivava per dire agli indigeni
che le credenze su cui si fondavano la loro cultura e le loro tradizioni erano,
in fin dei conti, tutte false. Dunque cinquecento anni dopo assistiamo a una
cosa un po‘ strana, come l’attesa di tanti anni - e ancora non sappiamo
quale sarà il risultato del movimento attuale - per riconoscere che gli
indios in tutto questo tempo sono stati non solo sfruttati, emarginati, ma anche
umiliati in tutti i modi, privati di quello che apparteneva loro. E questo, finalmente,
sta accadendo grazie a un movimento che, almeno in Messico, vuole che la Costituzione
li riconosca uguali a tutti gli altri cittadini. Spero che tutto finisca bene
e che il movimento di rivendicazione indigena nato dalle lotte degli zapatisti
dell’84 e del 93 si estenda al resto dell’America e che davvero l’indio,
dovunque si trovi, in una terra che era sua, possa avere il ruolo di cittadino,
con il rispetto di esigenze, tradizioni, lingue, costumi e che tutto ciò possa
integrarsi piú o meno armoniosamente nelle società dei paesi
latino-americani.
Nei suoi romanzi c’è sempre un personaggio,
quasi sempre quello che deve prendere decisioni, che sa vedere
meglio degli altri e ha il compito di indicare agli altri la
strada, come fa la moglie del medico nel manicomio di "Cecità". È una
metafora del ruolo dello scrittore nella societa?
Lo scrittore in questo caso avrebbe una missione. Se si suppone sia capace
di vedere, allora avrebbe la missione di trasmettere, di comunicare quel che
vede agli altri, prima di tutti ai lettori. Non so se si tratti effettivamente
di una missione, come se lo scrittore dovesse svolgere un ruolo di annunciazione,
persino quasi messianico. Sebbene qualche volta nei miei romanzi ci sia la
preoccupazione di vedere, rendersi conto, osservare, nonostante a volte ci
sia una relazione diretta con l’organo della vista, credo che ci sia
sempre un aspetto oggettivo, perché quando dico „vedere“,
intendo „comprendere“, perché per comprendere non basta
vedere. Vedere è solo un mezzo per arrivare alla comprensione.
Ricordo che qualche volta mi domandarono - domanda che si fa spesso a uno scrittore
- perché scrivo. All’inizio dicevo di scrivere perché pensavo
di piacere alle persone - risposta molto comune - poi passai a dire che scrivevo
perché non volevo morire, con l’idea che l’opera rimane
ben oltre la vita dell’autore, idea anch’essa un po‘ temeraria,
perché anche l’opera finirà come ogni altra cosa e può essere
dimenticata. E ora, quando devo rispondere a questa domanda, mi limito a dire
che scrivo per comprendere, senza avere la certezza di aver compreso, in definitiva
non si può aver la certezza di aver compreso tutto. Nessuno comprende
tutto, mai. Ma, in fondo, lo sforzo di comprendere, che è rappresentato
praticamente in tutti i miei libri, è questa necessità di conoscenza,
e non per arrivare a uno stadio superiore di coscienza, ma semplicemente alla
conoscenza diretta, necessaria, immediata, che permette la relazione con il
mondo e, soprattutto, con gli altri.
Il suo ultimo libro è La caverna. Le riportiamo
la domanda che una sua lettrice, Laura de Minicis, le rivolge
attraverso il sito di Rai educational: "Se oggi la caverna
di memoria platonica è il centro commerciale, qual è la
realtà? la globalizzazione di una terra sovrappopolata?
Mi pare che nel nostro alienante universo caverna e realtà coincidano".
No, non credo che caverna e realtà coincidano, perché in questo
caso dobbiamo chiederci cosa intendiamo per realtà. Nella caverna platonica
la realtà era l‘alienazione di chi immaginava che le ombre che
vedeva fossero la realtà. Ma nel mio romanzo ci sono due realtà:
quella esterna, che i personaggi non conoscevano, e la realtà della
situazione in cui si trovavano, guardando le ombre sulla parete e scambiandole
per la realtà. È ancora una volta una questione di autoconoscenza:
non solo quella che ci permetterebbe una percezione piú chiara del nostro
posto nel mondo e nell’universo, ma quella che ci farebbe anche capire
come funzionino le società, cosa sia effettivamente la storia, come
l’essere umano sia arrivato a una condizione del genere, quali strade
migliori avrebbe potuto prendere, se veramente questo cammino sia cattivo come
sembra, se ci sia la possibilità di trasformarlo, se possa esistere
una giustizia sociale davvero equilibrata, se abbia senso vivere come se la
cosa piú importante fosse l’esplorazione dei pianeti piuttosto
che la soluzione dei problemi del nostro pianeta. Tutto questo, in conclusione,
riguarda l’ idea che noi abbiamo del mondo in cui viviamo.
È chiaro che non vale la pena discutere all’infinito su cosa sia
la realtà, perché la realtà per il mio cane non è la
realtà che posso captare io. La realtà per un batterio, supponendo
che un batterio abbia coscienza del mondo, non è certo la stessa. Noi
abbiamo determinati organi per percepire l’esterno, ma cosa sia l‘esterno
dipende dagli organi che abbiamo. Se invece di cinque sensi ne avessimo cinquanta
differenti, avremmo una percezione della realtà completamente diversa.
Dobbiamo vivere nella relatività del nostro rapporto con quel che ci circonda
e cercare di fare qualcosa che ci renda possibile vivere in pace, niente di piú.
La realtà umana vista da un cane. Ce la ripropone
in questa intervista come ha fatto in più occasioni
nei suoi romanzi. Nella Caverna uno dei protagonisti è un
cane, che si merita addirittura un nome, Trovato, cosa che
non succede a tutti i suoi personaggi. Che cosa rappresenta
per lei il cane?
Qui bisogna distinguere tra i cani in generale e i nostri cani, così come
bisogna distinguere tra le persone in generale e le altre persone che amiamo,
la nostra famiglia, i nostri amici. In fondo, la relazione con il cane ha due
strade, quella in cui il cane si avvicina all’uomo e quella, meno frequente,
e forse più importante, in cui l’essere umano fa il possibile
per avvicinarsi al cane. Forse si puo‘ stabilire una relazione con l’animale
in questa mutua approssimazione e, nel caso del libro, questo cane, questo
animale „Trovato“, che non aveva nome - in fondo abbiamo il nome
che ci diamo, che ci danno, noi non abbiamo veramente un nome - questo cane
si trasforma in una specie di piano in cui si riuniscono gli affetti degli
umani: il cane ha la funzione di trasmittente degli affetti tra i quattro esseri
umani che popolano questo universo fittizio. In conclusione, non diamo tanta
importanza a un cane, il cane è un cane e noi siamo quel che siamo,
qualche volta siamo dei cani, ma veri cani ...
… Mentre i cani veri dei suoi libri hanno una
sensibilità superiore a quella degli esseri umani, come
il cane di Cecità, che sa quando asciugare le lacrime
di una donna e quando lasciarle scorrere.
Sí, ma qui siamo in una situazione romanzesca e dubito che un qualsiasi
cane in una qualsiasi epoca fosse capace di intendere cosa significhi una lacrima
e provare un sentimento di pietà che lo porta - nel caso del mio romanzo
Cecità, - ad asciugare le lacrime di una donna. Però non credo
che un qualsiasi cane, per quanto sensibile e intelligente, possa prendere
questa iniziativa. Quel che volevo dire era che, quando gli esseri umani smettono
di avere pietà l’uno dell’altro, allora mi piacerebbe almeno
che gli animali fossero capaci di avere compassione della nostra infelicità.
Questo cane dunque è una metafora della compassione, cosí come
questo galeone è la metafora di una nave. Credo che tutti noi, in definitiva,
viviamo circondati da metafore e, come si legge anche nel mio romanzo Tutti
i nomi, probabilmente la metafora è la maniera migliore di spiegare
le cose. Da qui la presenza di questo cane che ho chiamato „il cane delle
lacrime“, senza altro nome: in un mondo crudele come quello in cui viviamo,
sembra che la nostra unica speranza sia che gli animali abbiano pietà degli
esseri umani. Ma tutte queste sono invenzioni romanzesche che non bisogna prendere
sul serio.
Dunque anche in questo caso lei introduce attraverso
la letteratura, come ha detto nel suo libro-intervista a Juan
Arias, personaggi, umani o animali, che arricchiscano il mondo
reale e la nostra esperienza.
Si, perché in certo modo, il sentimento di umanità che dimora
in noi non credo sia sufficiente, almeno non lo è stato per rendere
la vita migliore di questa. Un grande scienziato, Konrad Lorenz, diceva - e
credo avesse ragione - di aver scoperto l’elemento intermedio tra la
scimmia e l’essere umano, e che questo elemento intermedio eravamo noi.
Quindi, non siamo piú la scimmia, ma non siamo ancora l’essere
umano, siamo a metà strada.
Siamo di nuovo ai temi che lei ha affrontato ne La caverna
e ad un’altra domanda inviata via e-mail a Rai educational
da Giacomo Vottoli: „Non voglio diventare una delle mille
lampadine di un qualsiasi centro commercialema non mi sento
neanche di rinchiudermi nella cattedrale della religione cattolica.
Mi rimane allora solo una ricerca libera, personale, di una
distinzione tra bene e male, esposta però al rischio
della chiusura in se stessi. E perché?
Qui c’è un problema che per me è fondamentale: chi ha fatto
questa domanda ha posto il problema del dubbio. Quello di cui oggi abbiamo
maggiormente bisogno, al contrario di quanto si potrebbe immaginare, è proprio
il dubbio. Il dubbio è necessario, il dubbio - almeno come lo intendo
io - è sempre più indispensabile, perché viviamo in un
mondo in cui costantemente si riaffermano certezze e si cerca di confermare
come qualcosa di indiscutibile quelle che chiamiamo verità. Io credo
che qualsiasi verità stabilita, di qualsiasi tipo e natura, sia sospetta.
Questo tanto nel caso piú ovvio, quello della religione, come nel caso
di quelle grandi verità in circolazione che servono tanto per illuminare
il cammino, quanto per chiuderlo. Da qui la mia affermazione che ogni verità instaurata,
tutto ciò che in un certo momento si manifesta o si esprime come una
verità, mi sembra sospetta e vada messa in dubbio. Pertanto, proprio
al contrario di quel che sembra, la mia risposta è che non propongo
alcuna certezza. Chiedo che compagno della mia vita mentale sia il dubbio.
Il dubbio è una compagnia molto migliore che non una certezza, perché il
dubbio mantiene vivi, mentre la certezza finisce per paralizzarci.
La sua vita sembra l’esatto contrario della tendenza
a fermarsi, a cristallizzarsi. A 58 anni lei ha incontrato
il successo, a 64 il suo grande amore, a 76 ha vinto il Premio
Nobel. Il personaggio di un suo romanzo dice: „Tra i
cinquant’anni e i settanta si imparano molte cose.“ In
questo decennio che la avvicina agli ottanta che cosa ha appreso?
E lei che ama tanto cercare i nomi e giocare con i nomi, quale
nome le piace dare all’età che sta attraversando:
maturità, terza età, vecchiaia, anzianità?
Credo di aver scoperto qualcosa che riguarda solo me, che non si può trasmettere
agli altri, non è né una lezione, né un consiglio, ed è la
coscienza - per lo meno credo di averla. Se mi domandano come mi definirei
oggi, direi che quanto più vecchio tanto più libero, e quanto
più libero piú radicale. Quanto al nome che sceglierei, non vale
la pena di farlo, perché già ce l’abbiamo: vecchiaia. A
settant’anni, a settantacinque o a settantotto - la mia età attuale
- non val la pena cercare parole apparentemente piú accettabili. La
parola cruda e dura, se vogliamo anche brutale, è questa, vecchiaia,
e bisogna accettarlo; non vale la pena stare a cercare un’altra parola
per disfarsi di una realtà: la realtà è questa. Ora, se
la vecchiaia è una vecchiaia attiva, se la testa continua a lavorare,
allora l’augurio è che viviamo da vecchi per molti anni. È meglio
vivere molti anni da vecchi che non viverli per esser morti giovani.
L’intervista e‘ stata realizzata in collaborazione con Rai educational,
a Genova il 14 febbraio 2001.
La traduzione e‘ di Raffaella Paolessi
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