2003, Mantova
Arundhati
Roy:
il
linguaggio è la pelle dei miei pensieri
di Luciano Minerva
“Per capire la storia – disse Chacko – dobbiamo
entrare e ascoltare quel che dicono. E leggere i libri e
osservare i quadri sulle pareti.
E annusare gli odori.” E’ con questo spirito che da studentessa
venne a Firenze per otto mesi a scuola di restauro?
Quella non fu un’esperienza molto profonda perché in Italia arrivai
come una giovane incerta su quello che volevo fare. Avevo una borsa di studio
per un corso sul restauro dei monumenti, ma passai la maggior parte del tempo,
a bere nei bar più che in classe. L’architettura e il restauro in
fondo non erano ciò che volevo fare, ma studiare architettura in India
mi aiutò davvero a diventare una persona dotata di coscienza politica:
mi aiutò a capire come funziona una città, cosa fa la gente che
ci vive, come si crea la distinzione tra cittadini e non cittadini, come gli
avvocati cercano di escludere la gente e sapevo già che non avrei mai
praticato come un architetto che costruisce per le persone che hanno già abbastanza.
Così sono venuta qui con l’atteggiamento di chi è pronto
a mettersi in discussione, ma senza pretendere di studiare sodo.
“Ammu non voleva sapere che cosa il futuro aveva in serbo per lei ogni
giorno, né sapere dove sarebbe stata tra un mese o tra un anno.” Quanta
gente non vuole sapere?
QuesIo vengo da un paese dove tutti vanno dagli indovini, in ogni momento.
Ognuno chiede che gli si legga la mano, i politici non fanno niente se prima
non vanno
prima da qualcuno che gli fornisce il quadro astrologico, che gli ha dice che
le stelle e il sole sono al punto giusto e così via . Mi chiedo sempre
perché non si rendano conto che è una cosa terribile, ma credo
che la maggior parte della gente nella propria vita prenda le decisioni guidata
dalla paura; quasi ogni decisione sulle cose che devi fare nella tua vita, come
l’istituzione del matrimonio, è basata sulla paura e sulla scelta
della sicurezza, così probabilmente c’è molta gente che si
assicura contro ciò che non sanno che accadrà.
“Il dolore di Mammatchi l’addolorava e basta, quello
di lui la devastava.” C’è un rapporto tra il dolore
proprio e il dolore altrui. Lei ora, con la sua azione politica e con la
scrittura di saggi e di articoli molto critici, si è presa carico
del dolore degli altri?
Non credo che sia un’analogia corretta, perché quando ad esempio
nel mio caso parlo della diga a Narmada Valley, la gente mi chiede perché sono
là, dato che non è la mia terra, non è la mia casa che va
sott’acqua. Ma come un agricoltore ha la sua terra, lo scrittore ha un
suo punto di vista, una visione del mondo, ed è questa visione che viene
sommersa, così questo è il mio dolore, quello che dico non lo dico
a nome di qualcun altro. Quando le bombe cadono sull’Iraq cadono anche
su di noi, cadono anche sulla nostra dignità, sulla nostra visione, su
come pensiamo che dovrebbe essere il mondo, e sarebbe sbagliato vederci come
dei missionari che cercano di parlano a nome delle altre persone. Non è una
visione personale ed egoistica come un’altra.
“Crescendo Ammu imparò a convivere con quella crudeltà fredda
e calcolata. Si svilupparono in lei una forte sensibilità alle
ingiustizie e quella vena ribelle e testarda come un mulo che si forma
quando Uno Piccolo è tiranneggiato da Uno Grosso. Non faceva niente
per evitare liti e confronti. Anzi, si sarebbe potuto pensare che li
cercasse, che ci godesse persino.” Questa in qualche modo è una
descrizione che si adatta anche a lei?
Non ho mai pensato una cosa del genere …, sì, forse somiglia un
po’ a me, ma posso pensare che quando si è coinvolti in polemiche,
quando si prende una posizione in una battaglia, ovviamente questo accade. Ma
io uso dire che come i politici mantengono la calma nell’esporre i problemi,
così mi sembra paradossale mantenere nel bombardare l’Iraq la stessa
calma che si usa per parlare. Loro non si mettono dalla tua parte, perché generalmente
quando si mantiene la calma si sta dalla parte dei potenti. Così come
definirebbe l’inizio di una polemica? Dipende da che parte stai: se stai
dalla parte dei vincitori, non ci sono problemi, solo se stai dall’altra
parte sei considerato polemico. Io credo che occorra dichiarare la propria
opinione e difendere le proprie posizioni.
Tutto “Il dio delle piccole cose” parla delle leggi
su che cosa si può amare e cosa no e come violare queste leggi.
E’ in relazione a queste leggi che lei ha seguito l’istinto
di lasciare la letteratura per dedicarsi alla lettura dei rapporti di
bonifica e quindi all’impegno sociale?
Non andrei troppo lontano dicendo che ho abbandonato la letteratura
in modo permanente. Naturalmente potremmo discutere a lungo su come
definire letteratura. E’ solo
nella testa degli editori e sugli scaffali delle librerie che esiste la divisione
tra narrativa e non-narrativa. Per me è solo un modo di vedere il mondo.
Ma penso anche che la battaglia si svolga anche sul controllo dei confini di
ciò che ami, e se sei incapace di amare, se sei incapace di creare e custodire
la bellezza, sei incapace di generare felicità e speranza, allora per
cosa combatti? Per niente. Così accadono due cose: quando accarezzi davvero
le cose che ami e quando tenti di proteggerle. E spero di non dover mai scegliere
in modo permanente tra l’una e l’altra. In momenti diversi si devono
poter fare anche cose diverse. Purtroppo non sappiamo chi decide tutto ciò.
Nella tua vita accadono delle cose e a un certo punto è necessario sollevare
lo sguardo dalla pagina e utilizzare le tue qualità di narratore per
raccontare altre storie. Ci sono altri momenti in cui puoi ritirarti e lavorare
su qualcosa
di diverso.
La frase chiave del Dio delle piccole cose è “Se
la toccava non poteva parlare, se l’amava non poteva lasciarla,
se parlava non poteva sentire, se combatteva non poteva vincere. Possiamo
anche dire, a proposito di lei che “se non scriveva romanzi non
poteva lottare e se lottava non poteva raccontare le storie d’amore?
No, non credo. Come le ho già detto credo che entrambe le cose siano un
atto d’amore e che siano necessarie in momenti diversi. Ma non posso dirlo
finché non deciderò di scrivere un altro libro. Comunque non credo
che ci siano grandi differenze nelle cose che faccio. Nel mondo molti mi conoscono
solo dopo il “Dio delle piccole cose”. Ma se voi conosceste anche
i miei libri precedenti vi rendereste conto che il “Dio delle piccole cose” è un
libro fortemente politico, così come lo studio dell’architettura
mi ha dato una formazione politica. Quando si considerano le persone dal punto
di vista della loro carriera, dal punto di vista professionale, è come
se si procedesse per compartimenti stagni. Mentre se lei mi avesse conosciuto
quando avevo sedici anni o perfino tre anni, avrebbe visto che non c’è stato
un grande cambiamento. Sono sempre stata così da quando ho iniziato
a pensare, con un pensiero in evoluzione.
“ Il linguaggio – scrive ne “La fine delle illusioni” – è la
pelle dei miei pensieri”. Può essere che la pelle dei suoi pensieri
sia più morbida, dolce, tenera nel momento in cui parla di storie d’amore
e più ispessita, dura, nervosa quando parla di temi politici e delle
sue lotte?
Si, è vero che ci sono momenti in cui sento la necessità di non
essere ambigui, di essere chiari, drastici e duri soprattutto quando c’è una
guerra e non mi riferisco solo alla guerra in Iraq, ma alla guerra a Marnada
Valley o alla guerra in cui le persone vengono stritolate. Perché se sei
ambiguo in guerra, stai ancora una volta dalla parte dei potenti e della proprietà.
E’ una cosa che dico spesso: una delle ragioni per cui oggi in particolare
si trovano sempre più artisti e scrittori e cantanti che non vogliono
prendere una posizione, è perché temono la volgarità, perché è molto
più delicato essere ambigui, è molto più affascinante essere
teneri. Ma a volte è importante capire che questo atteggiamento può ferire,
può essere una vigliaccheria o un errore. Ancora una volta la lotta consiste
nel saper salvaguardare ciò che è insicuro, tenero, bello e nel
non aver paura temere di prendere posizione quando è necessario.
Qui siamo in un posto dove l’acqua dà sensazioni di calma,
di tranquillità, di pace. Ma in India e non solo in India l’acqua
non è più questo.
In India probabilmente l’acqua oggi è la materia che … evapora
di più, fatta eccezione per il fascismo hindu. Anche adesso, mentre parliamo,
migliaia di persone vengono mandate via dalle loro case per costruire una diga.
Ho scritto su come variano la cifra di coloro che sono senza casa a causa della
costruzione delle dighe varia tra 35 e 53 milioni di persone. Oggi, forse la
priorità massima del governo indiano è privatizzare l’acqua.
Questo porterà ad una situazione talmente disperata che non possiamo neppure
immaginarla. Quindi lì l’acqua è fuoco.
Lei sta dedicando molto del suo tempo alla lotta sul problema della privatizzazione
dell’acqua e sulla questione delle bombe nucleari. Che cosa pensa che
sia possibile fare a livello di massa e cosa vede di positivo nelle lotte dei
noglobal.
E’ una questione davvero importante e fondamentale su cui riflettere davvero
in profondo, perché ciò che è avvenuto negli ultimi tre
o quattro anni riguarda la lotta contro la globalizzazione e contro una potenza
unipolare. La resistenza in paesi come l'Iraq e l’Afghanistan è diventata
una realtà. In altri luoghi però la resistenza sta diventando simbolica,
sono solo le marce da weekend, quando non si deve prendere un permesso in ufficio
e lo Stato ha imparato a gestire queste situazioni. Anche se si parla di resistenza
non violenta, occorre che ci sia un’evoluzione e non una regressione. In
India, durante la lotta per l’indipendenza, Gandhi coinvolse migliaia persone
nella marcia del sale. Quello non era teatro, era un colpo al cuore dell’economia
colonialista. Non era una dimostrazione da weekend. Oggi dobbiamo capire che
cosa funziona e cosa no, perché troppo spesso veniamo trascinati dall’aspetto
teatrale della resistenza, dalla sua natura simbolica, da ciò che ne scrivono
i giornali. Non importa se appare sui giornali o no, ma conta se colpisce. Si
tratta di questioni molto serie su cui discutere, perché per ora sono
state tracciate le linee di battaglia e sappiamo chi sta dalle due parti. Questo è un
grande traguardo e non dobbiamo ignorarlo perché anche solo 4 o 5 anni
fa se alcuni, me inclusa, avessero scritto della privatizzazione e della globalizzazione,
molti sarebbero rimasti choccati. Ora è tutto diverso, perché la
questione è chiara.
Ha parlato di Gandhi. Cosa c’è di ancora forte della sua
lezione?
Non mi definirei una … discepola completamente acritica di Gandhi o qualcosa
del genere, ma credo che, tra tutti i politici di sempre, Gandhi sia stato un
uomo particolarmente brillante. Le sue lezioni sono estremamente pertinenti oggi,
perché l’intera antitesi al consumismo è estremamente importante.
Se si parla di sviluppo sostenibile, Gandhi ne parlava già molto prima
di chiunque altro. E secondo me oggi il problema fondamentale è che abbiamo
una società capitalistica guidata dal bisogno di consumare, ma ovviamente
tutto ciò che consumiamo arriva dai fiumi, dalle foreste e dalla terra
e questa macchina deve essere fermata da noi. Dobbiamo capire che la soluzione
ai problemi del mondo non potrà mai essere solo economica: un mondo guidato
dagli economisti è ridicolo come un mondo guidato dai maratoneti, o dagli
idraulici o dai poeti. E’ necessaria una pluralità di visioni, non
può essercene solo una, non può essere solo questa. E' un programma
assurdo.
Qual è secondo lei la coscienza che il primo mondo sta prendendo
sui danni che ha creato questa macchina e qual è la coscienza del terzo
mondo?
Non ho una risposta esauriente adesso perché se lo facessi … siamo
in un posto fortunato come questo. Ma negli ultimi anni è diventato chiarissimo
che nella loro diversità le lotte nel mondo sono importanti, ma devono
essere collegate in qualche modo. Come avverrà questo collegamento non
so, perché se andiamo avanti così, si arriva a una disparità tanto
ingiusta tra la gente e quella povertà e quella disperazione non stanno
per condurre a un’insurrezione politica, stanno per trasformarsi in uno
stato di confusione, di agitazione che è già cominciato: terrorismo,
delitti, i fondamentalismi, tutte queste cose. Così non so se saremo abbastanza
efficienti nel mobilitare le energie politiche in modo positivo o se scivoleremo
in una terribile situazione negativa, in cui si addensa l’oscurità.
Credo che quanti di noi stanno cercando di gridare, di farsi sentire, debbano
trovare il modo di essere più efficaci: devono riuscire a imbrigliare
questa paura e ad indirizzarla in un modo davvero rivoluzionario, radicale.
Altrimenti si trasforma in una pura forma di reazione.
Lei si chiede se questo sarà il secolo delle piccole cose. Qual è la
sua risposta a questo?
Non lo so. Io lo spero, spero che non sostituiamo una mostruosa ideologia globale
con un’altra mostruosa ideologia globale. Ma questi sono problemi rarefatti,
pensieri rarefatti. E quando si è alle prese con le cose reali, è difficile
portare le cose reali a quel livello, perché la lotta politica è lotta
di espedienti. Non voglio nemmeno parlarne.
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