Settembre
2006, Premio Napoli
www.premionapoli.it
Intervista
a Orhan Pamuk
di Luigia Sorrentino
Lei a vent’anni
ha capito che sarebbe diventato uno scrittore. In quegli anni
studiava architettura e sognava di affermarsi come pittore.
Che cosa le fece cambiare direzione?
Tra l’età di sette e ventidue anni ho sempre sognato
di fare il pittore. Poi a ventidue anni qualcosa è scattato
nel mio cervello e ho deciso di smettere di dipingere, ho iniziato
a scrivere romanzi. Pian piano mi sono affermato, prima a livello
nazionale come scrittore, poi a livello internazionale e da allora
tutti hanno iniziato a chiedermi perché ho smesso di dipingere.
In realtà non c’è una risposta singola, un’unica
risposta a questa domanda. Nel tempo, man mano che la domanda
mi veniva posta, ho sviluppato tante risposte. In effetti questa
domanda mi è stata fatta così tante volte che alla
fine ho deciso di scrivere un libro per rispondere, e questo
libro è Istanbul. Non c’è un’unica
riga, un’unica parola che lo spieghi, però il libro,
nel suo complesso, è una risposta a questa domanda.
Il romanzo che l’ha resa celebre nel mondo è Neve,
che esplora il conflitto tra islamismo e occidentalismo nella
Turchia moderna. La scena si svolge nella Turchia orientale e
prende spunto da fatti di cronaca. Lei segue un’inchiesta
di un giornalista che ricerca le motivazioni di una serie di
suicidi di ragazze adolescenti. Come risolve in Neve il conflitto
tra l’Islam e l’Occidente in Turchia?
Il romanzo Neve non parla del conflitto tra l’Islam e il
Cristianesimo, ma parla piuttosto dell’Islam politico.
In realtà politicamente l’Islam non si occupa tanto
di religione, ma di nazionalismo e di sentimenti anti-occidentali.
Non so in che cosa sfoceranno questi sentimenti anti-occidentali
espressi attraverso l’islamismo politico o il fondamentalismo.
Per quanto mi riguarda non credo che ci sia un conflitto tra
l’Islam e il Cristianesimo da un punto di vista religioso
e culturale, come molti vogliono farci credere. Credo che c’è,
invece, un conflitto tra la politica dell’Islam e la politica
di coloro che io chiamo i fondamentalisti, gli estremisti, anche
nel Cristianesimo. Si tratta di un’esagerazione di qualcuno
che vuole, in realtà, costruire un contrasto tra queste
culture negli Stati Uniti e in Europa, ma non c’è un
vero contrasto tra le religioni. Non credo, quindi, che ci sia
un grande scontro tra l’Islam e il Cristianesimo: lo scontro
vero è tra l’Islam politico e il Cristianesimo politico.
Quello che invece volevo discutere in Neve non è tanto
l’essere islamico in quanto tale, ma volevo far capire
che gli islamici, anche quelli che vivono nelle province povere,
sono esseri umani. Volevo trattarli come esseri umani piuttosto
che definirli soltanto in relazione al loro essere islamici.
Il tema dell’identità è al centro di tutta
la sua opera. Fin da Il Castello Bianco i personaggi sono caratterizzati
da continui spostamenti di identità. Il ventenne gentiluomo
veneziano appassionato di astronomia e matematica e l’astrologo
turco si assomigliano come fratelli gemelli, ma si guardano con
sospetto. Una grande metafora tra Oriente e Occidente?
Vent’anni fa quando ho scritto Il castello bianco, nessuno
si occupava di identità, soprattutto a livello accademico.
L’identità non era una questione, diciamo così,
in voga. In realtà ho voluto realizzare un libro metafisico
sulla mia situazione, che era quella di avere, per così dire,
un piede nella cultura tradizionale turca - quindi nell’Islam
- e un altro piede nella cultura europea moderna, che mi veniva
dalla lettura di alcuni libri. Ne Il Castello bianco volevo mettere
in luce questa contraddizione che è, in sostanza, la contraddizione
della Turchia moderna. Ho voluto esplorare questa “zona
grigia” in cui le persone si trovano ad avere due identità e
ho sfruttato, anche in questo senso, la tradizione letteraria
tedesca della storia del “doppio”. Quindi, ho rappresentato
tutto ciò che era doppio: le doppie personalità,
le doppie identità. Non a caso il titolo originale del
libro in turco è, appunto, Doppio.
Istanbul, invece, è il romanzo di una vocazione: l’infanzia
e l’adolescenza di Pamuk si mescolano alla storia della
sua città. Un libro in bianco e nero in cui vi sono molte
fotografie, di lei bambino e della sua famiglia, oltre a indimenticabili
foto storiche di Istanbul.
In Istanbul lei a un certo punto dice che il destino di una città può diventare
il carattere di una persona. Quando questo può avvenire?
Io credo che quando si vive molto a lungo in un posto come è capitato
a me con Istanbul, la città lascia proprio una traccia
sull’anima, sul carattere delle persone, anche sul loro
destino. I sentimenti che avevo nei confronti della città di
Istanbul da bambino erano quelli della tristezza, della povertà.
Quello che ricordo, e che descrivo di Istanbul, è questa
visione, quasi in bianco e nero. Questo era dovuto un po’ alla
caduta, alla perdita, dell’Impero Ottomano, ma anche al
fatto di vivere sempre ai margini dell’Europa. Ovviamente
tutto questo ha lasciato una sorta di cicatrice sulla mia persona.
Lei ha trascorso la sua vita a Nisantasi, sulla riva
europea, in una casa che si affacciava sulla riva asiatica.
Che cosa le
ricordava guardare la riva di fronte a lei, l’altro continente?
Qual era il suo posto nel mondo?
Sono nato a Istanbul, nella parte asiatica, per ragioni familiari,
ma sono cresciuto sulla riva europea guardando sempre verso quella
asiatica. Questa è una situazione normale in Turchia,
a Istanbul in modo particolare. Un filosofo di strada diceva
che la Turchia è come una barca che va verso est, con
tutti i passeggeri che guardano, invece, verso ovest. Questo è stato
anche il concetto che ha ispirato tutta la mia vita, che è diventata
anche l’identità della Turchia. Tutti continuano
a chiedersi da che parte stanno guardando: troppo a ovest o troppo
a est? Siamo sempre in bilico tra queste due sponde. Questa è l’identità turca.
Poi un giorno ha assistito alla costruzione di un ponte che
ha messo in comunicazione le due rive del Bosforo. Quali erano
i suoi sentimenti mentre veniva costruito il ponte che collegava
le due rive?
Quando è stato costruito il ponte andavo alle scuole superiori
e passavo sempre di là. In realtà non riuscivo
a credere che davvero avrebbero costruito un ponte. Anche mia
nonna, che è morta a 94 anni, non poteva credere che qualcuno
davvero avrebbe collegato le due rive. Questi sono sentimenti
pessimistici, io però in realtà credo che ci siano
dei forti collegamenti tra l’est e l’ovest, e che
appunto, il ponte possa essere un’eccellente metafora di
questo sentimento.
In Istanbul lei a un certo punto parla di “huzun”,
la tristezza che invade la città. E dice, anche, che questa
tristezza non corrisponde a ciò che per l’occidente è la
malinconia….
Quando descrivevo i bellissimi paesaggi di Istanbul mi sono reso
conto che in realtà i paesaggi sono belli solo se trasmettono
delle emozioni, dei sentimenti. Questa è una cosa che é nata
già con Baudelaire a metà del XIX secolo. Quindi
mi sono reso conto che la sensazione che emanavano i paesaggi
di Istanbul era appunto, la malinconia. Però l’huzun,
questa parola turca, appunto, tristezza, è molto diversa
dalla malinconia in senso occidentale. Questo sentimento turco
che è comune, e che accomuna tutte le persone, non è relativo
agli individui che soffrono in silenzio nella loro stanza. L’huzun è un
anche un collante che unisce la comunità. L’huzun si può descrivere anche come una filosofia di vita, un’etica,
una morale, che insegna, appunto, a comportarsi bene, ad essere
modesti, a non essere troppo ambiziosi di denaro, di ricchezze… accettando
la tristezza e la povertà in maniera dignitosa. Questo è anche
vicino al concetto giapponese di una filosofia, quasi aristocratica,
di accettazione dell’errore. E questo, ovviamente, nasce
ancora una volta dalla sensazione di perdita dell’impero
ottomano e di vivere ai bordi, ai margini dell’Europa.
Lei, qualche anno fa, rifiutò il titolo di “Artista
di Stato” che le offrì il governo turco. Perchè?
Questo è successo circa sette anni fa, quando ho pubblicato
in Turchia “Il mio nome è rosso”. La cosa è molto
semplice: non volevo accettare un premio dal governo turco che
aveva messo e metteva ancora molti giornalisti e molti scrittori
in prigione. Quindi non volevo avere nulla a che fare con loro,
non volevo stringere la mia mano alla loro.
Nel 2005 lei è stato incriminato a seguito di alcune
dichiarazioni fatte ad una rivista svizzera sul massacro da parte
dei turchi di un milione di armeni e 30mila curdi in Anatolia
durante la Prima Guerra Mondiale. Come si è conclusa questa
vicenda?
Questa storia è stata più che altro una sofferenza
per me… Mi sono trovato in una situazione scomoda, in bilico,
tra l’amore per il mio paese, la comunità internazionale,
e, soprattutto, tra coloro che sostenevano i diritti umani. Il
mio problema non era tanto la paura, il rischio di andare in
prigione, ma piuttosto essere combattuto tra quello che era considerato
il mondo civilizzato e l’amore per il mio Paese. Adesso
tutto è passato: le accuse sono cadute, credo per le pressioni
internazionali che ci sono state, e quello che mi è rimasto è un
po’ di tristezza riguardo a questa storia. Naturalmente
questa vicenda mi ha anche stimolato a combattere ancora di più per
la difesa dei diritti umani, soprattutto per sostenere altri
autori che oggi sono nei guai.
Secondo lei perché in occidente c’è ancora
chi non vuole l’ingresso della Turchia nell’Unione
Europea?
In realtà capisco alcune di queste motivazioni, però poi
non voglio capire troppo in altri casi. Credo che molto abbia
a che fare con il fatto che c’è un atteggiamento
molto conservatore. E che soprattutto c’è, come
dire, sospetto, per tutti i Paesi islamici per quanto questi
possano essere anche democratici. Un altro motivo potrebbe essere
il fatto che la Turchia ha una popolazione molto numerosa, ma
non è molto forte economicamente e quindi potrebbe costituire
un problema economico per l’Unione Europea. E poi ancora,
il fatto che le violazioni dei diritti umani in Turchia sono
ancora troppe. Qualche volta sono d’accordo con queste
motivazioni. Però credo che l’Europa ha bisogno
della Turchia e la Turchia ha bisogno dell’Europa per sviluppare
e far crescere una società multietnica, e anche forte,
quindi sicura di sé.
Come ha vissuto Orhan Pamuk nella scrittura e nella
vita l’11
settembre? Quali sono state le sue emozioni? I suoi sentimenti
dopo quella tragedia in diretta che entrava nel cuore del mondo?
Devo dire, prima di tutto, che l’11 settembre, purtroppo,
continua ancora. Quello che ho sempre temuto, e che temo ancora, è che
ci sia poi,una lotta, uno scontro vero tra il Cristianesimo e
l’Islam, tra il mondo moderno e il mondo tradizionale islamico.
Anche perché io appartengo a entrambe le parti e quindi è come
se una parte del mio corpo fosse sempre in lotta con l’altra
parte. E temevo anche che dopo l’11 settembre gli Stati
Uniti, e quindi Bush, avrebbero messo benzina sul fuoco su questo
conflitto di civiltà, e purtroppo l’hanno fatto.
Ed ora questo scontro di civiltà, che prima era solo una
fantasia accademica, purtroppo sta diventando sempre più reale.
Infatti… il grido della guerra si fa sentire ancora. Abbiamo
visto quello che è successo recentemente in Libano: negli
attacchi mirati contro l’Hezbollah molti civili hanno perso
la vita. Cosa pensa della risoluzione 1701 delle Nazioni Unite?
Si riuscirà a pacificare la regione?
Sono molto arrabbiato per ciò che hanno fatto gli Stati
Uniti e Israele. Sono rimasto sconvolto da questa guerra. Mi
ha fatto stare molto male. Credo che la conseguenza sia stata
il fatto che il mondo islamico abbia odiato ancora di più l’occidente
di quanto avvenisse in passato. Quindi c’è una recrudescenza
di questi sentimenti. In ogni caso non mi sento di criticare
nessuna delle parti, conosco i miei limiti di scrittore, però è stata
veramente una pessima guerra. Credo, anche, che il conflitto
israelo-palestinese deve essere risolto, una volta per tutte,
se davvero il mondo vuole la pace.
Secondo lei davvero le Nazioni Unite torneranno a svolgere un
ruolo centrale nella risoluzione dei conflitti?
Se non vogliamo obbedire soltanto agli Stati Uniti dobbiamo ovviamente
credere nelle Nazioni Unite, anche se adesso sono in un momento
di difficoltà e debolezza. Però le Nazioni Unite
sono sempre l’unica cosa che ci resta.
Adesso, voltando pagina, mi piacerebbe “giocare” con
lei. E’ possibile?
Certo!
C’è una sorta di linguaggio che accomuna i napoletani
e i turchi. Le faccio un esempio: yavash, yavash, che in turco
significa “piano, piano”, è una parola che
viene ancora oggi utilizzata in dialetto napoletano per dire
praticamente la stessa cosa: “piano, piano…” La
pronuncia, in napoletano, è avash. Lo sapeva?
No. In realtà ci sono stati molti contatti tra la cultura
italiana e quella turca. Ci sono anche molte parole italiane
che vengono utilizzate nella lingua turca. Ad esempio, “sconto”: è una
parola che usiamo anche in turco. Questo sicuramente deriva dall’influenza
dell’impero ottomano, ma gli europei, gli italiani, sono
venuti in Turchia fino all’inizio del XX secolo e hanno
introdotto molte parole tecniche e commerciali che utilizziamo
ancora oggi in turco.
Anche il linguaggio del corpo avvicina i napoletani
ai turchi… Le
posso chiedere di farmi vedere come dice “no” un
turco?
(Orhan Pamuk solleva il capo muovendolo all’indietro e,
alzando lievemente le sopracciglia, emette il suono di “tsk” e
poi ride divertito)
Ecco! Per i napoletani il gesto di sollevare il capo
all’indietro
per dire “no”, accompagnato dal suono “tsk”,
quello che lei ha pronunciato ora, è praticamente identico!
Pamuk, Napoli come Istanbul?
Sono due città simili, Napoli come Istanbul si è lasciata
il suo antico splendore alle spalle… ma mentre a Napoli
c’è ancora traccia del passato, nei musei, nei palazzi,
nelle strade, a Istanbul tutto è andato bruciato, distrutto… Eravamo
troppo occupati a sopravvivere.
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