2005
Arcidosso
Norbu
Namkhai: agire
e vivere nelle circostanze
D. Lei è arrivato in Italia
negli anni 60, insegnando subito scrittura e letteratura
tibetana. Come è cambiato l’interesse per la
cultura tibetana in Italia?
R. A me sembra molto
cambiato. Io sono un tibetano e mi sono sempre interessato
e occupato con tutta la mia energia per proteggere
la cultura tibetana. Ma nei miei primi anni all’Università,
tutte le cose più ufficiali sulla cultura tibetana, storia
del Tibet ecc, tutti seguivano principalmente i primi professori
occidentali che avevano avuto il contatto con il Tibet, ma loro
non avevano fatto ricerche profonde sulla nascita e le fonti
della cultura tibetana. In generale questi studiosi sostenevano
che la cultura tibetana si è sviluppata attraverso la
cultura indiana e quella cinese, ma questa teoria non mi convinceva.
E allora mi sono dedicato per molto tempo a una ricerca più vasta,
per vedere a quali anni poteva risalire la storia del Tibet.
In un primo tempo, quando presentavo i miei risultati, molti
professori occidentali non erano soddisfatti, perché dicevano
che non rispettavo le tradizioni. I risultati della mia ricerca
dimostravano che nel Tibet occidentale c’era un regno molto
antico che si chiamava Shang Shung. A quell’epoca nessuno
ne sapeva niente. A molti sembrava che io stessi inventando,
poi col passare degli anni si sono trovati molti documenti che
testimoniavano una scrittura antica. Anche gli stessi ricercatori
cinesi hanno trovato questa scrittura sulle rocce, e hanno confermato
che questa scrittura esisteva. Oggi tutti gli studiosi parlano
molto del regno Shang Shung, le ricerche continuano. Questo è stato
un cambiamento molto importante.
D. Perché il Tibet
secondo lei oggi richiama tanto interesse e tanta attenzione
nel mondo, non solo per
chi studia la cultura
orientale?
R. Il Tibet è rimasto abbastanza isolato
per secoli e secoli e pochi ne conoscono la storia. I cinesi
la presentano
come storia di una parte della Cina, per poter dimostrare che è una
regione cinese. Per questo il Tibet è presentato come
Shangrilà, come una pura fantasia. Piano piano oggi
la gente va a visitare e studia il Tibet, in occidente sono
arrivati molti studiosi e maestri tibetani e questo ha aiutato
a scoprire che c’è una cultura caratteristica.
D. Lei nella sua vita ha sempre scritto molto e su molti argomenti:
racconti, poesie, insegnamenti, studi antropologici. Che cosa
rappresenta per lei la scrittura e quale piacere trova nello
scrivere?
Ho cominciato a scrivere molto quando lavoravo
all’università:
in quel periodo ero molto impegnato sulla cultura tibetana e
scrivevo non solo molti racconti o miti tibetani, ma lavori di
ricerca. Ho scritto tre libri per stabilire il mio modo di vedere
la storia e la cultura tibetana, ho diviso la storia in tre periodi,
a ciascuno ho dedicato un volume. Questo è uno delle mie
opere maggiori. Il resto dipende dalle circostanze. Qualche volta
scrivo perché c’è un motivo preciso, qualche
volta perché sento di scrivere, qualche volta scrivo anche
per divertirmi, qualche volta, e questo vale per gli insegnamenti,
quando sento di comprendere veramente qualcosa di molto utile
per le persone.
D. Lei ha un’esperienza straordinaria,
quella di chi a cinque anni viene riconosciuto come reincarnazione
di maestri
buddisti e viene educato come maestro. Alla luce della sua vita
quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questo riconoscimento?
Poiché sono tibetano e sono cresciuto in Tibet per me
i riconoscimenti di reincarnazione erano una cosa familiare:
quando ero piccolo vedevo già molte personalità legate
alla reincarnazione. Per questo quando mi hanno riconosciuto
sentivo di essere diventato importante, non vedevo nulla di negativo:
mi divertivo, tutti mi rispettavano e mi mettevano nel posto
più elevato. E anch’io facevo del mio meglio. Quando
ero in monastero , l’insegnante non mi lasciava mai uno
spazio libero, dovevo solo studiare e memorizzare e ogni tanto
mi stufavo: non tanto dello studio, ma soprattutto perché in
monastero c’erano molti altri ragazzi, con cui facevamo
anche uno studio collettivo. Loro nel fare gli esami non riuscivano,
soprattutto perché quando tornavano a casa, i genitori
li mandavano a curare gli animali. La loro condizione era molto
diversa dalla mia, si trovavano male, gli insegnanti li rimproveravano,
e io mi sentivo triste e come soffocato. Quando poi sono entrato
nel collegio, è cambiato tutto, c’erano insegnanti
molto seri, non si studiava per memorizzare, ma si studiava filosofia
buddista e mi piaceva, ogni tanto incontravo delle difficoltà,
ma non trovavo svantaggi.
D. Oltre ad aver scritto un libro sullo yoga del sogno, i sogni
fanno parte integrante della sua scrittura. Come mai?
R.
Abbiamo tanti tipi di sogni, la maggior parte dei sogni vengono
dalla nostra tensione: se abbiamo avuto qualche tensione nella
giornata o nella vita, i sogni ne risentono. In particolare se
abbiamo avuto qualche tensione molto forte quando eravamo piccoli,
ne resta la traccia nei sogni, che si ripetono sempre. I sogni
sono anche legati alla condizione della chiarezza, soprattutto
per le persone praticanti. In loro, se sviluppano la chiarezza,
i sogni cambiano: diminuiscono i sogni che derivano dalla tensione
e si sviluppano quelli della chiarezza. Questi possono essere
più legati alla condizione presente e al futuro: se si
ha qualche progetto, ad esempio, è facile che si manifestino
questo tipo di sogni. E per i praticanti in modo particolare
diventano molto importanti, perché informano su come si
deve sviluppare la nostra pratica, e nello stesso tempo manifestano
la condizione fisica e l’energia dell’individuo.
Per questo i medici tibetani per esaminare la malattia esaminano
i sogni.
Attraverso la mia pratica io ho sviluppato la capacità di
avere sogni consapevoli: questo significa comprendere che si
sta sognando, pur non essendo svegli. In questo caso se uno vuole
sognare cose importanti, è in grado di farlo. Questo non
vuol dire che ci si costruisce i propri sogni, ma il sogno si
manifesta secondo la circostanze dell’individuo. E io ho
avuto questo tipo di esperienza.
D. Tanto che sulla base
dell’esperienza di alcuni
sogni ha creato alcune danze che oggi vengono praticate nei
centri
di meditazione.
R. Sì, quando ero negli Usa, durante un ritiro ho visto
in sogno un gruppo di persone che stavano danzando. Mi sono avvicinato
e c’era una giovane donna che insegnava i passi della danza
e spiegava come questa danza si collegasse a quello che io faccio
nella mia pratica. E questo non è successo una volta sola,
ma questa situazione si è ripetuta molte volte: così attraverso
molti sogni ho imparato tutta la successione dei passi. Inoltre
questa danza si svolge su un mandala, e anche questo l’ho
memorizzato dal sogno e l’ho ricostruito da solo nella
realtà, per imparare questa danza e poi per insegnarla.
D.
Lei dice che l’insegnamento deve rendere l’individuo
più indipendente. Vuol dire che è forte il rischio
di dipendenza dal maestro o dalla scrittura?
Noi in generale
viviamo nel dualismo e quindi siamo condizionati da tutto, con
le nostre emozioni, i nostri problemi. Quindi dobbiamo
cercare di non essere dipendenti da tutto questo: ma questo non
significa non essere rispettosi o essere ribelli. Significa essere
consapevoli di quali sono le circostanze e la situazione. Se
si è consapevoli non si è dipendenti da niente.
Ad esempio prendiamo la condizione sociale: seguire le leggi
e le regole del paese vuol dire essere consapevole. Essere indipendenti
significa fare le cose volentieri con consapevolezza.
Qualcuno ad esempio mi ha chiesto: dammi un nome del dharma,
pensando che chi segue la strada del dharma, chi segue un insegnamento
buddista, deve avere un nome diverso. Io gli dico: “Tu
non ce l’hai un nome? “ “Sì, ce l’ho
un nome”. “Bene, allora quello è il nome del
dharma”. Nell’insegnamento della tradizione buddista,
e in particolare nella tradizione dzog chen occorre integrare
le conoscenze nelle condizioni reali.
D. Sempre su questo
tema lei scrive che bisogna saper realmente voler uscire dalle
gabbie. Non è di nessun vantaggio rendere
le propria gabbia più grande e più bella aggiungendovi
alcune affascinanti gabbie fatte di “esotico” insegnamento
tibetano.
R. Sì, è proprio così. Prima di tutto uno
deve scoprire che sta nella gabbia, con i nostri limiti, le nostre
emozioni, che non si possono lasciare facilmente perché siamo
nati, cresciuti e vissuti in questo modo. Se uno comprende, vede
che questo non corrisponde nella nostra condizione. Per esempio:
se un uccellino sta in una gabbia, questo non corrisponde alla
sua condizione, perché l’uccellino ha due ali per
volare, mentre in una gabbia non c’è tanto spazio
per volare. Per volare c’è lo spazio. E’ importante
comprendere che questo non corrisponde alla sua condizione. Allora
cosa deve fare? Deve uscire subito dalla gabbia? Se un uccellino
esce dalla gabbia, non sa difendersi e dopo pochi minuti qualcuno
lo ammazza e lo mangia. La stessa cosa è per noi, non
si può uscire subito dalla gabbia perché siamo
abituati così. Ciascuno deve prima essere consapevole
e, lavorando su noi stessi, possiamo raggiungere un livello che
corrisponde davvero alla nostra condizione.
D. Sempre per renderci conto della nostra condizione
lei usa con molta frequenza l’immagine dello specchio. Perché?
R. Perché quando noi guardiamo nello specchio, lo specchio
manifesta il nostro riflesso. Noi sappiamo benissimo che il riflesso è una
cosa irreale e che questa conoscenza è una cosa intellettuale.
Ma è la verità? Sappiamo che questo riflesso è irreale,
ma quello che riflette noi lo consideriamo sempre reale. Ciò che
riflette e ciò che è riflesso sono interdipendenti,
quindi, anche se lo riconosciamo, questo genere di conoscenza
non è sufficiente, non ha molto valore. Il valore è comprendere
che si può vedere lo specchio in un altro modo. Lo specchio,
per esempio, ha la capacità di manifestare tutti i tipi,
tutti i generi di riflesso. Allora lo specchio non ha bisogno
di un programma, come succede invece nel computer. Il computer
sembra avere tante cose, ma in realtà è tutto progettato,
si basa tutto sui programmi. Lo specchio non ha bisogno di nessun
programma. Vuol dire che lo specchio ha la capacità infinita
del manifestare riflessi, ma la capacità vera qual è?
Il riflesso non è la sua condizione reale. Per noi è uguale:
ogni individuo ha tante capacità quanto uno specchio.
Per noi si tratta prima di tutto di scoprire questa condizione:
siamo definitivamente liberi, non dipendiamo da nulla. Per questo
occorre comprendere come scoprire la nostra natura. Per scoprire
la capacità dello specchio ci vuole il riflesso. E così per
noi occorre anche il giudizio, il ragionamento, i pensieri, e
attraverso questi riflessi si deve scoprire nostra condizione.
Un maestro insegna questo agli studenti, applicando anche molta
esperienza. Allora quella persona si trova definitivamente libera
e questo si chiama “realizzazione”.
D. Nella cultura occidentale c’è grande
distanza tra le singole discipline e tra la cultura umanistica
e quella
scientifica. Nel suo lavoro, come nella cultura tibetana, c’è invece
una grande relazione tra le varie discipline. Come fa a mettere
insieme nel suo insegnamento campi così diversi, la medicina,
l’astrologia, la psicologia, ecc.?
R. Una persona
quando ha sete cerca di bere, quando ha fame vuole mangiare,
se sta male prende una medicina. Questo è un
esempio: nelle circostanze noi abbiamo tante cose a disposizione,
il praticante impara ad agire nella circostanza, così com’è.
Noi lavoriamo così. Ecco perché dico sempre che
c’è una canzone italiana che mi piace molto: “La
vita l’è bela, l’è bela, basta avere
un ombrello” questa è la verità, è questo
che è veramente necessario, invece di inventare o preoccuparsi
delle tante cose inutili.
D. Sempre a proposito dei modi di dire, lei ha fatto
anche un Piccolo canto del fai come ti pare. (Namkhai Norbu
ride di gusto).
Che cosa c’è dietro questo “fai come ti pare”?
R.
Cerca di essere consapevole delle circostanze. Quello che io
insegno è che una delle cose più importanti
nella vita di qualsiasi persona è essere presenti, non
distratti. Quando sei presente, cerca di capire come sono le
situazioni e le circostanze: se si lavora con le circostanze,
se si è presenti, allora si scopre facilmente che se si è agitati
non va bene, allora sai che ti devi rilassare. Fai così ogni
volta che è necessario e finalmente la vita si può godere.
D.
L’ultima domanda riguarda la salvaguardia della cultura
tibetana. Tutta la situazione politica degli ultimi decenni porta
al rischio di distruzione di questa cultura. Secondo lei che
prospettive ci sono perché questa cultura possa continuare
a vivere e che rapporti ci sono tra Cina e Tibet?
R.
La cultura tibetana ha elementi molto utili anche per altri paesi.
Per questo penso che queste cose si debbano in qualche
modo sviluppare nelle altre culture e altri paesi. Ma soprattutto
deve farlo la Cina, dove il governo centrale presenta il Tibet
come parte della Cina. La Cina deve essere molto consapevole
che non deve perdere una cultura ricca e profonda come quella
del Tibet. Altrimenti un giorno si dirà: “c’era
una volta questo Paese, gli abitanti si chiamavano tibetani e
adesso si trova nel museo”. … non è molto
carino per i cinesi, che hanno una grande responsabilità.
Noi tibetani, come me e come molti altri che conoscono la cultura
tibetana, contribuiamo facendo del nostro meglio per farla conoscere
nel mondo occidentale e salvaguardarla. Per questo motivo abbiamo
creato l’associazione Asia, che costruisce ospedali e scuole
in Tibet. Per far sì che i giovani parlino e possano studiare
il tibetano abbiamo fondato l’Istituto Shang Shung che
fa corsi di lingua, di medicina, astrologia, organizza traduzioni.
Stiamo cercando di fare del nostro meglio perché la cultura
tibetana non finisca nel museo.
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