2005, Percoto
(UD)
Mo
Yan:
la Cina che mi affascina e sconvolge
Intervista di Luciano Minerva
«Se fai qualcosa fallo bene. Concentrati e non pensare
ad altro. I suoi attrezzi erano tenuti in modo impeccabile. L’erba
che lui tagliava era pulita, senza fango». E’ un
brano del racconto Il tornado, della raccolta L’uomo che
allevava i gatti. Che rapporto c’è tra questa attenzione
alla qualità del lavoro contadino di suo nonno e la sua
scrittura, e secondo lei si può distinguere nello stile,
nello sguardo una letteratura di origine contadina da una letteratura
di origine urbana?
Questo racconto parte da un’esperienza personale, perché andavo
spesso nei campi a lavorare con mio nonno. In quell’occasione
si levò un vento così forte che rischiammo di perdere
tutto il raccolto: era un fenomeno naturale che poteva influire
seriamente sulla nostra stessa sopravvivenza. Questo mi insegnò a
prestare una particolare attenzione a tutto ciò che si
faceva, perché potevamo restare senza cibo e perdere tutto
il frutto del nostro lavoro. Ed era anche una scuola di vita:
episodi come questo mi hanno insegnato ad avere attenzione verso
le cose. Quello che ho scritto nella mia produzione artistica
parte sempre da cose che ho conosciuto direttamente: spesso rappresento
persone che conosco, parenti, esperienze vissute. Negli anni
Ottanta, quando ho cominciato a scrivere, il mio stile di scrittura
era molto diverso da quello di altri scrittori. Facevo parte
di un movimento di 'ricerca delle radici' ma era anche una scrittura
d’avanguardia, di rottura con la tradizione. In questi
vent’anni mi sono sempre mantenuto fedele a questa ricerca
e quindi sento una distanza notevole fra la mia produzione e
quella di uno scrittore urbano.
Daxiang e i suoi gatti condividevano la stessa natura,
erano compenetrati, sembravano appartenere alla stessa categoria
oscura
ancora sconosciuta agli uomini e per questo da loro considerata
un misterioso fenomeno spirituale (L’uomo che allevava
i gatti) Quant’è importante per noi analizzare questa
zona oscura e che cosa possiamo ancora imparare dagli animali?
Per me questo racconto, della fine degli anni Ottanta, è stato
un’occasione per raccontare un fenomeno che si era diffuso
nelle campagne: in quel periodo i contadini potevano smettere
di coltivare la terra, darsi all’allevamento di animali
e diventare allevatori professionisti. Scegliere un protagonista
che allevava i gatti era un modo per fare satira sulla situazione
sociale dell’epoca, perché ovviamente allevare i
gatti non era un’attività remunerativa né poteva
avere alcun senso. Man mano che scrivevo questo racconto prendevo
una direzione diversa, perché mi rendevo conto di un rapporto
complesso tra l’uomo e la natura, un rapporto misterioso
perché legato alle mie reminiscenze infantili. Io vengo
da una provincia che è Gaomi, nello Shandong, che è anche
la mia patria letteraria: una terra molto povera, molto dura,
ma anche ricca di animali di ogni generi, dai serpenti, alle
volpi, e animali che nell’immaginario contadino avevano
assunto un ruolo magico. Ad esempio c’era la volpe che
si trasformava in spirito, ma poteva anche darsi che questo spirito
si ritrasformasse in essere umano. C’è quindi una
compenetrazione tra umano e animale. Quand’ero piccolo
credevo che tutte queste storie fossero reali, che fossero davvero
possibili, mentre col tempo, crescendo, ho scoperto che non erano
vere, ma servivano come espediente della tradizione contadina
per prendere in giro la società, era come una rivalsa
contro un mondo di durezza. E’ chiaro che c’è un
legame con il problema più vasto della sopravvivenza di
alcune specie animali che nel frattempo sono andate scomparendo.
Gli uomini hanno un limite nel comprendere la natura, mentre
si sentono i padroni del mondo e intanto portano alla scomparsa
di intere specie animali. Voglio sottolineare il fatto che non
siamo i padroni del mondo, ma che dobbiamo tenere presenti e
rispettare anche le altre realtà, quella delle piante
e degli animali.
Lei descrive gli attuali villaggi di campagna come sporchi
e puzzolenti da far allontanare il cielo, dove arrugginirebbero
persino preziose spade fatte di diamante, e dice che ogni volta
che torna alle sue origini e al suo villaggio non può fare
a meno di provare un profondo sconvolgimento. In che cosa consiste
questo sconvolgimento?
Il mio paese natale è la fonte d’ispirazione fondamentale
della mia scrittura. Il paese che descrivo si basa però sulla
mia memoria ed è un misto fra la realtà e la creazione
della mia fantasia. Nella mia memoria il paese da cui provengo è un
luogo ideale, molto bello, che oggi non c’è più;
infatti ogni volta che ritorno tocco con mano i cambiamenti,
che sono stati numerosissimi, e verifico in questa natura, in
questa campagna, una trasformazione in peggio rispetto a quella
della mia memoria. Anche se i contadini vivono meglio, trovo
una serie di aspetti per i quali i villaggi e la campagna sono
peggiorati. Intanto c’è una distruzione dell’ambiente:
l’acqua che è diventata sporca perché è l’acqua
di scolo, la terra che viene trattata con concimi chimici e quindi
si impoverisce, gli animali sono diminuiti, poi ci sono le fabbriche
che adesso vengono costruite in campagna, e vediamo in giro buste
di plastica, immondizia lasciata in giro, c’è il
cattivo odore che viene dalle fabbriche di concimi chimici. E’ questo
il prezzo che si paga per lo sviluppo economico. Un altro aspetto è che
il modo di pensare dei contadini e la loro moralità sono
stati intaccati e sono mutati perché, soprattutto nelle
giovani generazioni, prevale una ricerca di benessere, una ricerca
di profitto e di arricchimento. E infine c’è un
altro aspetto molto grave che continuo a sottolineare: la corruzione
degli amministratori locali che approfittano del loro potere
per mettere tasse e gabelle di vario genere. Questi sono i tre
aspetti che sperimento ogni volta che torno in campagna e che
mi sconvolgono.
Sono passati quasi vent’anni da quando ha scritto Il sorgo
rosso, in cui diceva nelle primissime pagine: Questa danza eroica
e tragica fa impallidire al confronto noi indegni discendenti,
mi fa percepire chiaramente la regressione della specie che accompagna
il progresso. Ritiene ancora che sia così, ha ancora questa
visione del progresso e della regressione della specie?
Per spiegare questa posizione bisogna che parli di qual era la
situazione storica e sociale di quando ho scritto Sorgo rosso.
All’epoca era stata appena decretata, nel ‘79, la
fine della Rivoluzione culturale. La Cina usciva da un periodo
di oppressione politica e di negazione della libertà individuale,
quindi ad esempio le condizioni di vita dei contadini, che sono
i miei soggetti favoriti, era molto dura, non c’era libertà di
parola e quindi addirittura per andare a comprare dei prodotti
che servivano per la campagna bisognava chiedere il permesso
per spostarsi da un villaggio all’altro. C’era una
situazione di autocensura, di autocontrollo, in cui la gente
si reprimeva da sola. Quando questa fase è terminata,
c’è stata anche una liberazione del pensiero e nello
scrivere un romanzo volevo mostrare qual era stata in precedenza
la natura del popolo cinese, e dire che a confronto degli antenati,
persone di polso, gente di coraggio, gente forte, oggi c’è stata
una decadenza. Quindi l’idea era quella di dare una descrizione
della società com’era, per cui la gente desiderasse
tornare ad un certo tipo di natura coraggiosa e forte, e quindi
liberare se stessi e rivitalizzare questo spirito nazionale.
Sentivo necessario ricominciare a dire quello che si pensava
e avere il coraggio delle proprie idee, cioè non vivere
come bestie da soma, come eravamo stati ridotti.
Lei rappresenta uomo e donna come due mondi profondamente
diversi, quasi separati da un muro. Tranne in pochi casi non
c’è comprensione
tra uomo e donna oppure il rapporto è ridotto alla relazione
madre-figlio. Lei pensa sia possibile in futuro, in Cina, un
dialogo tra uomo e donna?
Effettivamente nei miei romanzi il rapporto fra uomo e donna è come è stato
descritto, e questo è legato alla mia esperienza in campagna,
dove vigeva una morale estremamente conservatrice, quindi confuciana,
molto dura. Lì, secondo questa morale, le donne non hanno
diritto di parola e sono sostanzialmente uno strumento di lavoro.
Attraverso questi personaggi così eroici, queste madri
e donne che sfidano l’autorità pur di proteggere
la vita o i figli, ho voluto offrire degli esempi in controtendenza,
delle figure eroiche che cercavo di suggerire per controbattere
questa arretratezza e disparità nella posizione della
donna nella società dalla quale provenivo. Soprattutto
era una società dove non c’era amore. I matrimoni
erano combinati, e l’amore, se c’era, poteva venire
dopo che una coppia era stata forzata a metter su famiglia. Oggi
probabilmente tutto questo si sta trasformando visto che c’è una
maggiore libertà di scelta tra uomini e donne, quindi
ho un’idea positiva del futuro.
Lei ha scelto come pseudonimo Mo Yan, ovvero 'colui
che non vuole parlare'. Nei suoi romanzi si trovano molti personaggi
muti e altri che preferiscono in molte situazioni non rispondere.
Perché, in uno scrittore così fertile, questa scelta?
Nei miei testi ci sono spesso persone che in situazioni difficili
non parlano, ci sono molti muti. Io stesso mi sono scelto come
pseudonimo Mo Yan, che significa 'colui che non vuole parlare'.
Quando ho scritto questi libri non mi ero reso conto che c’erano
tutte queste situazioni di rifiuto o impossibilità di
parlare, ci penso adesso che lei me lo fa notare. Perché ci
sono, mi chiedo? Penso che questo abbia un collegamento con l’epoca
della Rivoluzione culturale, quando parlare era molto pericoloso
e dire cose sbagliate poteva portare molte difficoltà e
molti guai alla famiglia, per cui i miei genitori mi chiedevano
di parlare poco, di non dire certe cose, di trattenermi. Penso
che questa sia la realtà che sta dietro alla scelta di
chiamarmi con questo nome.
Intervista realizzata a Percoto il 29 gennaio 2005, in occasione
del Premio Nonino 2005. Si ringrazia per la traduzione Maria
Rita Masci
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