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2001, Mantova

Frank McCourt: quando le parole sono l’unica ricchezza
Intervista di Luciano Minerva

Quando incontro Frank Mc Court, al Festival della letteratura di Mantova, mancano ancora due giorni al suo incredibile show della manifestazione di chiusura. Se non al primo impatto non si entra subito in sintonia con la sua visione ironica del mondo e col suo rapporto istrionico con la gente, Mc Court pare una persona affabile, cortese, simpatica, ma con la verve capace di esprimersi soprattutto nella scrittura, a protezione dalle situazioni più pesanti che nella vita possono capitare. Poi lo si vede di fronte al pubblico (il video del suo incontro con i 1500 di Piazza Castello a Mantova è davvero da non perdere) e si trasforma.
Quando, nel 2002, è stato ospite del Festival, era appena uscito il suo secondo libro, Che paese l’America, seconda puntata della storia di una vita che nessuno sceglierebbe di imitare, ma che ognuno vorrebbe saper raccontare con l’arguzia e lo sguardo divertito e dissacrante che ha Mc Court. La prima parte dell’intervista si svolge per le strade del centro di Mantova, poi entriamo in una scuola, dove per le nostre riprese abbiamo chiesto una piccola classe di volontari.


Nel suo primo libro, Le ceneri di Angela, lei guarda la realtà con una ironia, con un atteggiamento ironico stupefacente rispetto alle cose che racconta. Questo le deriva dalle storie che le raccontava suo padre e dalla capacità di analisi realistica di sua madre? E che cos’altro ha dato a lei e ai suoi fratelli la capacità di affrontare la realtà in questo modo?

E’ molto difficile per la gente, e soprattutto per i giovani di oggi, comprendere che quando non si ha nulla, niente televisione, niente radio, niente CD, niente del genere, pochissimi libri, in quella situazione, la forma principale di intrattenimento è la tua bocca, le parole, il linguaggio.
Inoltre, in Irlanda in particolare, tutti parlano, tutti raccontano storie, tutti cantano; comunque non avevamo altro, così parlavamo, e la sera sedevamo di fronte al focolare, non c’era la televisione, questo è importante, niente televisione e niente altro. Così parlavamo tra noi, e la gente veniva a farci visita, mio padre aveva un amico che veniva a trovarci, e anche mia madre aveva una sua amica, e parlavano, e noi bambini restavamo lì ad ascoltare, non avevamo bisogno di altro, non avevamo bisogno della televisione, eravamo affascinati dalla conversazione. E lo stesso valeva per noi, quando andavamo a scuola ci raccontavamo delle storie.


Quindi questo le ha portato la capacità di affrontare anche le cose negative e di vedere il lato ironico delle cose?

Quando si viene cresciuti in quel modo si deve avere un senso dell’umorismo, ci vuole dell’ironia: ti trovi in un luogo terribile, hai fame, sei bagnato, hai freddo, è un po’ come trovarsi in prigione, o in un campo di concentramento, o nell’esercito, o in una scuola, bisogna avere senso dell’umorismo per farcela, e un atteggiamento ironico, la capacità di capire, di essere consapevoli del fatto di trovarsi in un luogo orribile, ma che non si resterà lì per sempre, e l’ironia sta nel fatto che tu pensi di meritarti di più, e che un giorno riuscirai ad andare via.


Questo atteggiamento era presente in lei quando era un bambino o no? E’ stata utile per la sua sopravvivenza?

Giocavamo sempre, non c’era nulla, non essendoci la televisione, quindi i giochi bisognava inventarli. Al mattino ci si svegliava e si usciva nelle strade, nei sentieri, e si inventavano i giochi, non avevamo la palla, dovevamo costruire una palla con degli stracci, inventavamo i nostri giochi, e da questo punto di vista la nostra vita era molto ricca, tutti i giorni ci divertivamo così tanto che la sera non volevamo rientrare a casa.


Nel suo secondo libro “Che paese è l’America” il suo atteggiamento è leggermente diverso, parla di nuvole nere nella testa, ogni tanto si rifugia nella birra, nei bar. E’ un atteggiamento diverso rispetto all’età o rispetto a una sua lettura di quell’età?

A New York avevo 19 anni, mi sentivo solo e non conoscevo nessuno, forse volevo essere come gli americani, volevo essere alla moda, avere dei vestiti, trovare una ragazza, ma … non avevo idea di cosa fare, non sapevo nulla delle donne, così entravo in quei bar irlandesi… Se sei un italiano a New York cercherai gli ambienti italiani, se sei irlandese andrai alla ricerca di bar irlandesi, e immagino che per un periodo in quei posti mi sentissi a casa, perché ero timido, non avevo molta stima di me stesso, e queste erano le cose che facevo.
Poi fui richiamato dall’esercito e mi trasferii in Germania per due anni, e così la mia vita cambiò, fu lì che smisi di essere completamente irlandese.

L’Italia nella sua immaginazione era il luogo del secondo piano di casa sua dove non c’era umidità, cos’era l’Italia nella sua immaginazione e cos’è adesso?

In Irlanda vedevamo a volte l’Italia nei film, e sembrava che in Italia tutti cantassero sempre l’opera, e bevessero vino, e il sole splendesse sempre, quella era la differenza tra l’Irlanda e l’Italia; inoltre, in Italia, avevano una cucina, dei piatti meravigliosi, e noi non avevamo niente di tutto questo.
Così, quando in Irlanda faceva freddo e pioveva, ci trasferivamo al piano di sopra, e mia madre chiamava Italia il piano di sopra, per noi andare in Italia significava andare in Paradiso, e credo che quando morirò andrò in Italia, nella mia prossima vita andrò in Italia, nella mia prossima vita tornerò qui e sarò italiano.

Lei sostiene che l’Irlanda sia il Paradiso, adesso, nelle sue interviste, ma nel suo libro e nella sua vita è stata anche l’inferno, come è possibile questa coincidenza degli opposti?

L’Irlanda è cambiata in modo radicale, oggi l’Irlanda è il paese più ricco d’Europa, negli ultimi dieci anni è cresciuta molto ed è sempre più prospera, i giovani hanno bei vestiti, c’è molta musica. La mia Irlanda, l’Irlanda povera, non c’è più, e credo che oggi in Irlanda non piova neanche più così tanto, non saprei, ma anche se dovesse piovere, oggi la gente ha vestiti migliori, cibo migliore, automobili, possibilità di viaggiare…


E’ una sorta di paradiso perduto?

Non è un paradiso perduto, certo io preferirei vivere nell’Irlanda di oggi rispetto a quella nella quale sono cresciuto io, comunque oggi molta gente va in Irlanda, la adorano, turisti che provengono dagli Stati uniti e da tutto il mondo.


In molte storie lei parla degli irlandesi in America, dei tedeschi in America e così via, e lei sostiene che sia impossibile essere solo americani… Qual è il rapporto tra comunità italiana e irlandese a New York?

Il rapporto tra irlandesi e italiani a New York era in genere legato al lavoro, lavoravano al porto, o…
Non credo che il rapporto tra irlandesi e italiani fosse molto amichevole, gli italiani giungevano in America e sottraevano il lavoro agli irlandesi, e c’era molta tensione, conflitto. La stessa cosa che accadeva tra irlandesi e tedeschi, tra irlandesi e i neri, tutti i gruppi erano in conflitto con gli altri gruppi, questo è tipico dell’America.


Quindi è abbastanza difficile avere un rapporto tra i gruppi etnici diversi?

A New York, appena io dovessi aprire bocca mi direbbero subito: “Tu sei irlandese”, se accadesse a lei le direbbero: “Tu sei italiano”, e bisogna reagire a questo stato di cose, è difficile trovare qualcuno che sia realmente americano, una volta chiesi a un ragazzo di sedici anni, che era italoamericano, ed era stanco di essere definito un italoamericano, gli dissi: “Se ti svegliassi nel cuore della notte e ti chiedessi cosa sei?” e lui rispose: “Stanco”.


Leggendo le Ceneri di Angela, non si capisce quale sia il suo vero lavoro, che cosa sia successo dopo che lei è venuto via dall’Irlanda. Poi, dal suo secondo libro si scopre finalmente che la sua passione è stata l’insegnamento. Come l’ha scoperto?

Quello che ho sempre amato di più nella mia vita è la scrittura, fin da ragazzo. Ma quando andai in America, a 19 anni, dovevo guadagnarmi da vivere e volevo farlo scrivendo. Quindi fui arruolato nell’esercito a 20 anni, e passai due anni in Germania, addestrando i cani. Quando tornai in America venni a sapere dell’esistenza della legge GI grazie alla quale si poteva andare all’università, così lo feci e divenni un insegnante, perché non riuscivo a immaginare un altro sistema per guadagnarmi da vivere scrivendo. Così a volte penso che avrei dovuto dedicare trent’anni alla scrittura o tentando di scrivere, invece ho fatto l’insegnante, ma ho imparato molto sulla scrittura e quando sono andato in pensione ho cominciato a scrivere Le ceneri di Angela.

Quindi la maggior parte del suo tempo l’ha impiegata per prepararsi alla scrittura, e intanto ha imparato molte cose sull’insegnamento.

Trent’anni della mia vita li ho trascorsi nelle aule, e quando si trascorrono trent’anni della propria vita con cinque classi al giorno, cinque giorni alla settimana, per trent’anni, e si parla di scrittura, di libri, dei ragazzi, degli studenti, di se stessi, inevitabilmente si impara qualcosa. E quando insegnavo la scrittura insistevo sempre sulla semplicità, come per raccontare una storia per bambini, molta semplicità.
Gli studenti amano essere elaborati nella scrittura, e io dicevo loro di essere semplici: forse stavo parlando a me stesso, così, quando scrissi Le ceneri di Angela, mi ripetevo sempre: “Semplicità”.

Entriamo in una classe. Frank Mc Court sembra un po’ imbarazzato, ma si ambienta subito: “Buongiorno, come state, cosa volete che vi dica?” Riprendiamo l’intervista.
Dopo anni di insegnamento, quali suggerimenti si sente di dare perché la società capisca meglio il ruolo dell’insegnante e dell’educazione, come consiglia di cambiare questa situazione?

Le scuole sono troppo serie, i ragazzi fuori giocano e sono felici, poi quando vengono a scuola tutto questo finisce. Seduti! State in silenzio! Così dimenticano come giocare. Credo che lo scopo principale dell’adolescenza sia il gioco, gli adolescenti imparano giocando, e troppe persone, come gli insegnanti e i presidi, dimenticano di essere troppo vecchi mentalmente e si sono dimenticati come si gioca, hanno dimenticato che nella vita di deve giocare e si devono avere delle soddisfazioni: andiamo al cinema, seguiamo lo sport, guardiamo la televisione, andiamo a teatro, per divertirci, e credo che dovremmo divertirci anche a scuola, si impara più rapidamente. Dovendo insegnare a quelle cinque classi, non potevo permettere che le giornate si susseguissero tutte uguali secondo la routine dei programmi liceali, grammatica, ortografia, la ricerca di chissà quale significato recondito della poesia, frammenti di letteratura contenuti nei test a risposta multipla solo per fornire all’università gli alunni migliori e più intelligenti, avrei dovuto iniziare divertendomi nell’insegnare, e l’unico modo per farlo era quello di ricominciare da capo, insegnare ciò che amavo e aiutare i ragazzi nei programmi.


E’ questo il suo metodo di "insegnamento?"

Il mio metodo di insegnamento era semplice, dovevo divertirmi, qualunque cosa si faccia, se non ci si diverte, che senso ha la vita? Se sei uno scrittore, gli scrittori soffrono, ma Picasso si divertiva, Beethoven provava piacere nel comporre musica, dipende da cosa si ama fare, dalle proprie passioni, si deve avere passione, è come essere innamorati, quando cui si innamora si pensa a quella persona giorno e notte, e si ha desiderio di stare con l’oggetto del proprio amore, e se non si ha la passione per l’insegnamento, diventa una sofferenza, questo era il mio obiettivo, se dovevo stare in un’aula tutto il giorno, volevo divertirmi, a volte questo non è accaduto, ma forse la colpa era mia, ma volevo divertirmi tutti i giorni, o sarebbe stato inutile, meglio trovare un altro lavoro.


Lei ha annunciato che il suo prossimo romanzo sarà sull’insegnamento e sugli insegnanti.

Devo scrivere di insegnamento perché quello è stato il mio lavoro per trent’anni, è come esser sposati, si è sposati e si guarda indietro al proprio matrimonio e ci si chiede: “Mio Dio, chi è quella persona che ho sposato?” E lo stesso vale per l’insegnamento, mi chiedo: “Cosa ho fatto? Dove sono andati a finire quei trent’anni della mia vita? Cosa ho dato ai mie studenti? Cosa ho fatto per loro? Forse ho distrutto alcuni di loro? Non lo so”. Mi interessa voltarmi indietro e descrivere cosa significa essere un insegnante.
Essere quassù di fronte alla classe e a tutti gli studenti, tutti i giorni per trent’anni, e la cosa principale è scoprire cosa ho imparato riguardo all’insegnamento, e cosa ho imparato sulla scrittura e su me stesso. Questi sono i segreti che ho imparato durante trent’anni di insegnamento.


Il suo insegnante O’Halloran ha detto che “la mente è un tesoro, che deve essere riempita di cose importanti, ed è una delle parti di te con le quali il mondo non può interferire” E’ vero anche dopo due best-seller come i suoi? Ora è possibile per lei pretendere che nessuno interferisca con i suoi segreti, con la sua mente, ora che ora tutti conoscono molte cose di lei?

Si possono scrivere due libri di grande successo, ma poi se ne scrive un altro, e non è facile, e si torna a soffrire, e allora ci si chiede: “Perché non prendere quei soldi e andarsi a sedere tranquilli in California o nel sud della Francia e godersi lo spettacolo delle donne che passano? Perché non posso divertirmi un po’, bere vino, mangiare pesce?” Ma no, perché devo scrivere un altro libro.
Nessuno sa cosa accada nella testa di una persona, tutto è misterioso, ciascun essere umano è un mistero, e anche io sono un mistero, e non conosco neanche me stesso, scopro qualcosa di me stesso attraverso la scrittura, tutto qui. Così continuo a scrivere, e un giorno morirò, e nel giorno della mia morte, mi dirò: “Cosa ha significato tutto questo?”


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