2007, Ostia
Alberto
Manguel: ragazzi,
non apprendete la stupidità
Intervista di Luciano Minerva
“Voi siete tutti esseri intelligenti
ma la società vuole che voi diventiate stupidi. E la
stupidità deve essere imparata. Rifiutate di imparare
questa stupidità". Si conclude così l’incontro
dello scrittore argentino Alberto Manguel con i ragazzi di
una scuola media di Ostia, presso la biblioteca Elsa Morante.
L’occasione
era l’uscita del libro “biografico” su Iliade
e Odissea appena pubblicato in Italia. E Manguel, che ha già scritto
tra l’altro due libri originalissimi come “Storia
della lettura” e “Diario di un lettore”,
sembra il più adatto a scrivere la biografia dei due
poemi classici greci a cui si fa risalire l’origine di
tutta la nostra cultura scritta.
Ma subito il tema dell’incontro si allarga, dall’Iliade
e l’Odissea, al ruolo dei classici, all’incontro
tra il libro e i suoi lettori, sempre pronti a trasformarlo
nelle diverse epoche e per le diverse sensibilità. Lui,
che nell’adolescenza a Buenos Aires ha letto ad alta
voce per quattro anni tutti i libri che Borges gli chiedeva,
ha rivestito di libri, di lettura e di scrittura tutta la sua
esperienza di vita. Ma quando si trova davanti a giovanissimi,
parla per un quarto d’ora e poi ascolta e risponde alle
domande. All’uscita dell’incontro con gli studenti
lo intervistiamo, a partire dai temi che ha trattato a confronto
con i giovanissimi. Tra le motivazioni della necessità di
leggere, questa, tratta sempre dall’incontro di Ostia:
“Siamo in una società che dice che quello che dovete
fare è guadagnare i soldi, fare qualcosa di rapido e
pratico. L’unica cosa che posso dirvi è: non credete
a queste bugie. Queste sono le cose che la società ci
dice per trasformarci in schiavi, in quelli che vanno a lavorare
per gli altri.”
Ha trattato l’Iliade e l’Odissea come fossero delle
persone. Ne ha fatto delle biografie. E insieme come fossero
un libro sacro, un libro senxa autore, dove è il testo
che conta e non l’autore. E’ così?
E’ pericolosissimo parlare di letteratura come testo sacro,
perché è esattamente il contrario. Un testo sacro
non deve cambiare. Invece la letteratura, opere letterarie come
l’Iliade e l’Odissea cambiano ad ogni lettura. Diventano
cose diverse da come sono state scritte: L’Odissea, nata
forse come un secondo capitolo dell’Iliade, diventa quell’avventura
dell’uomo libero e soggetto all’ingiustizia degli
dei come hanno capito ad esempio, James Joyce o Margaret Atwood
, quando scrivono dell’Ulisse contemporaneo
A proposito di Ulisse, lei sembra averne seguito le
tracce, nel senso che dal ’68 in poi ha detto che non sarebbe mai
vissuto nello stesso posto per più di due anni: Poi
invece, da alcuni anni, ha deciso di stabilirsi in Francia
e di non muoversi più.
E’ vero, questo è un cambiamento nella mia vita.
Sono sempre andato da un posto all’altro e adesso sono
in Francia e credo che morirò in questa casa dove c’è la
mia biblioteca. Non mi sento un Ulisse: Ulisse è condannato
al viaggio, io ho scelto il viaggio come adesso ho scelto la
mia casa.
Ora sono in Francia e morirò in questa casa. Non mi sento
un Ulisse. Ho scelto il viaggio come ho scelto la mia casa.
Nella sua casa, nella scorsa intervista con noi si era paragonato
a una tartaruga. Lei oggi descrive il piacere di essere a casa
tra i suoi libri.
E’ vero, perché finalmente posso mettere tutti
i miei libri in un solo posto. La mia biblioteca è il
mio luogo di vita, dove leggo ma anche dove scrivo, lavoro, mi
trovo bene. Mi sembra che questo sia qualcosa che viene con l’età.
Da giovane l’idea di essere in un solo posto, anche con
i miei libri, mi pareva una prigione. Adesso invece lo stesso
luogo è luogo di libertà assoluta.
In questa libertà assoluta lei riprende in mano alcuni
libri, come l’Iliade e l’Odissea e ne riscopre
cose anche diverse da quelle che aveva trovato da giovane
Sì, questo è il piacere della rilettura. Quando
siamo giovani cerchiamo quello che è nuovo, quello che è originale.
Vogliamo essere quelli che scoprono un mondo nuovo, dei Robinson
Crusoè, quelli che scoprono tutto da capo. Adesso che
sono vicino ai 60 anni mi piace di più quello che conosco
già, i libri che ho amato, gli amici che sono vecchi amici,
le cose che ho già provato, la novità non mi interessa
più. Dunque quello che succede nella rilettura è che
il libro diventa nuovo, ma sempre restando una vecchia conoscenza.
Questo mi piace.
Tra le varie, tante citazioni che fa nel suo “Diario di
un lettore” c’è n’è una di Seneca,
che parla della possibilità, attraverso i propri libri,
le letture e le riletture, di farsi la propria famiglia.
Seneca è uno degli autori ai quali mi sento più vicino, è per
me un amico come Stevenson, come Calvino. Seneca ci dice che
non abbiamo l’obbligo di avere i genitori che ci sono stati
dati, che la nostra biblioteca propone degli antenati qualsiasi
e che possiamo indicare Platone e, Seneca non li cita, ma io
direi Milton e Cervantes. Posso sceglierli come miei antenati
e di questo sono molto orgoglioso.
E questi antenati li fa incrociare e incontrare in modi
molto diversi, attraverso epoche diverse. Anche in questo libro
su
Iliade e Odissea ne incrocia molti scoprendo l’uno alla
luce dell’altro.
E’ che la letteratura non è monogama. La letteratura
permette una poligamia intellettuale, amorosa che è ricchissima
e generosa. Per me questo è il potere più grande
della letteratura per dire che in ogni luogo e in ogni secolo
ci sono gli stessi uomini e donne che dicono le stesse cose e
e questo dialogo mi pare appassionante.
Nel “Diario di un lettore” lei scrive che “i
giornalisti danno per scontato che esista un pubblico afflitto
da smemoratezza che ha costantemente bisogno dello spettro
dell’evento”. Lei come definisce oggi l’evento?
L’evento è una bugia, perché l’evento è quello
che noi crediamo sarà la Storia con la esse maiuscola,
quello che sarà la Storia di domani. Invece non sappiamo
cos’è questo fiume di tempo che va in avanti anche
verso il passato e lì dentro gli eventi sono di piccola
importanza. Quello che è importante invece è la
riscoperta delle grandi passioni, di ciò che ci fa essere
umani.
Lei incontra spesso giovani e giovanissimi. Che rapporto vede
tra i giovani e i libri?
Credo che ci siano molti più lettori giovani di quelli
che pensiamo. Abbiamo sempre una falsa nostalgia nel dire: “quando
io ero giovane tutti leggevamo”, ma non è vero:
nella mia classe eravamo due o tre che avevamo i libri, gli altri
giocavano al calcio o facevano altre cose. Ci saranno sempre
dei giovani che scoprono un libro. Quello che mi pare si debba
dire ai giovani è che in biblioteca c’è sempre
un libro che è stato scritto per loro, per loro individualmente
e se passeranno del tempo a leggere scopriranno un giorno questa
riga, questa pagina che parla dei loro più profondi segreti.
Questo farà di loro dei lettori.
Tra le sue citazioni c’è questa di Chateaubriand: “L’invisibilità è per
me la condizione dell’eleganza”. La ritiene sempre
valida?
Questa è anche la grande idea di Oscar Wilde: non si
deve vedere come si costruisce qualcosa. Non possiamo dire come è stata
costruita la letteratura più forte. Somerset Maugham scriveva
che per scrivere un buon romanzo ci vogliono tre cose, ma fortunatamente
nessuno sa quali sono.
Per restare nel tema dell’invisibilità,
oggi forse sarebbe impensabile che un autore come Omero non
scrivesse la
sua autobiografia.
Non so, ci sono tanti autori che non
seguono questa idea di essere loro stessi il centro del mondo.
Io credo che questo venga
da una certa tendenza degli anni 60 di occultare l’io che
parla. Poi è diventato alla moda non parlare che di “io”.
Ma ci sono tanti autori che parlano di altre cose diverse dall’io
e che fortunatamente rimangono invisibili perché il lettore
possa mettersi al centro del libro.
Oggi, alla luce della sua grande biblioteca e del lungo percorso
di lettore che ha fatto, come sceglie il prossimo libro da
leggere?
Lascio che il libro scelga me.
[torna
indietro]
|