2005, Mantova
Alberto
Manguel: respiro libri,
ho imparato da Borges
Intervista di Luciano Minerva
Alberto Manguel ovvero i libri. Libri
che attraversano una vita, che la segnano, le danno un senso
pieno e regalano una rara e saggia umiltà. Si potrebbe
descrivere Manguel come un simpatico sorriso tra i libri, nel
mare di quegli oggetti amati in cui ha imparato a nuotare fin
da ragazzo. E allora il luogo scelto per l’intervista
al Festivaletteratura, l’Archivio di Stato di Mantova
(ancora grazie!) si dimostra fertile e felice. Pochi come lui
potrebbero sentirsi tanto bene tra gli scaffali alti e pieni
di carte di questa biblioteca. Ma in tutto ciò che ha
sapore di libri e di labirinto lui si trova pienamente a suo
agio, e mette a suo agio chi sta con lui. Non si può che
iniziare da Borges, che rappresenta la scintilla della sua
adolescenza, ma poi la figura di Borges si allontana anche
dallo sfondo e resta in luce questo esemplare unico e originale
di lettore-scrittore che può accompagnare chiunque attraverso
i percorsi apparentemente più complessi. L’intervista è in
italiano che, in ordine di conoscenza e di uso, è solo
la quinta lingua di Manguel (ma ne seguono altre, apprese nel
suo continuo peregrinare nel mondo reale e in quello dei libri).
Anche il suo italiano è colto e insieme semplice, proprio
come la sua scrittura.
“Ci sono scrittori che tentano di mettere il mondo
in un libro e ce ne sono altri, più rari, per i quali
il mondo è un libro, un libro che cercano di leggere
per sé e per gli altri.” Borges, scrive lei, era
uno di loro. Lei fa parte di questa categoria?
Sì, io forse appartengo a questa categoria, ma parlavo
soprattutto di scrittori che come Borges ci offrono un punto
di vista dal quale vedere tutta la letteratura. E con lui tutta
la letteratura cambia, diventa un’altra.
Lei da ragazzo aveva in mente di vivere “ tra i libri,
nei libri, con i libri”. Decisamente questo progetto le è riuscito.
Volevo farlo, ma io sono nato in Argentina e per un ragazzo
in Argentina, negli anni ’50 e ’60 non si poteva
diventare qualcuno che vive con i libri. Si poteva essere medico,
ingegnere o avvocato. Fu Borges a dirmi che si poteva vivere
tra i libri, con i libri, si poteva vivere come lettore. Essere
scrittore non è fondamentale, quello che importante è essere
lettore.
Lei scrive infatti: “Potrei stare senza scrivere ma non
senza leggere” e definisce la lettura essenziale come la
respirazione.
Sì, io credo che noi come essere umani veniamo al mondo
come creature che leggono, che leggono il mondo, i visi degli
altri e naturalmente anche i testi. E questa è stata per
me la forma per conoscere il mondo: L’esperienza viene
dopo, per confermare o per negare, ma prima passa per i libri.
In “Con Borges” lei ricorda tutti i quattro anni
dell’adolescenza in cui leggeva i libri a Borges. Quale
fu l’emozione che provò quando Borges le chiese
di leggere i libri per lui?
Io lavoravo in una libreria anglotedesca e Borges veniva lì a
comprare i libri. Era cieco e viveva con sua madre, che aveva
già novant’anni e si affaticava molto a leggere.
Allora lui un giorno, avevo quattordici anni, mi chiese se non
facevo niente la sera e se potevo leggere per lui. Adesso so
che questo è stato uno dei momenti più importanti
della mia vita, ma quando ero adolescente, con l’arroganza
dell’adolescenza, credevo di essere io a fare un favore
a questo vecchio signore cieco. Perché quando uno è giovane,
crede di sapere tutto, ha letto tutto, e quando Borges mi parlava
di questo o quell’autore, se l’avevo letto dicevo. ‘Sì, è importante’,
altrimenti pensavo: ‘Cosa ne sa lui?’. Solo dopo
ho compreso che questo era un momento di epifania. Borges mi
ha insegnato il potere che ha il lettore. Era straordinario come
sapeva spiegare che il lettore è quello che decide della
vita e della natura di un libro. Lo vedevo quando leggevo per
lui: io leggevo e lui faceva i commenti, che diventavano il libro.
Ha avuto ogni tanto l’impressione di trovarsi
in una biblioteca universale, anche se lei scrive che la biblioteca
di casa Borges
era deludent?.
Certo, perché lui dava l’impressione di avere letto
tutto, ma di fatto le sue letture riguardavano un campo limitato,
c’erano tanti autori che non gli piacevano, e dunque non
si parlava mai di Zola, di Pirandello, di Victor Hugo. Lui aveva
la sua biblioteca personale e questa l’aveva tutta in testa
e quando si parlava di letteratura era come se leggesse questi
libri. Io gli leggevo i libri perché aveva bisogno di
sentire quello che già conosceva, perché voleva
scrivere dei testi di prosa, cosa che non aveva più fatto
dopo essere diventato cieco. In un primo tempo pensava di poter
scrivere solo in poesia, perché era più semplice
da comporre e dettare. Ma un giorno si è detto che forse
poteva fare anche della prosa. “Vediamo come hanno fatto
gli altri”. E mi faceva leggere Henry James o Kipling o
altri, per vedere, come un meccanico, come era costruita quella
prosa. Leggevamo due righe, mi fermava, ed esaminava la struttura
del testo. Era un vero lavoro di studio, ma di un meccanico.
In una poesia che lei cita Borges scrive, a proposito
della cecità: “Dio mi ha dato i libri e la notte.”…
(mi interrompe recitando a memoria) “Nadie rebaje a lágrima
o reproche Esta declaración de la maestría De Dios,
que con magnífica ironía Me dio a la vez los libros
y la noche.”
…
che rapporto c’è tra i libri e la notte, tema che
lei ha ripreso nel suo ultimo libro, ‘Il computer di S.Agostino’?
Borges nel 1955 era già cieco e quando cadde il governo
di Peron, lui, che aveva molto sofferto sotto Peron, diventò direttore
della Biblioteca nazionale argentina. E c’era già una
tradizione curiosissima di questa Biblioteca, perché prima
di Borges già altri due direttori della stessa biblioteca
erano ciechi. Borges dunque diceva: “oggi ho tutta questa
enorme biblioteca, ma non posso vederla. E’ come un’ironia
di Dio, e a questo aggiungeva: questa è stata data a me,
che immaginavo il paradiso sotto forma di una biblioteca”.
Questa vicenda sembra ricollegarsi a una storia più antica,
alla leggenda di Omero cieco.
Certo, lui si rendeva conto di far parte di questa famiglia
di scrittori ciechi, Omero, ma anche Milton. Per lui era anche
una forma per lottare contro la timidezza. Da giovane non riusciva
a parlare in pubblico, faceva leggere i suoi testi da altri.
Ma quando divenne cieco disse a se stesso: ‘Io questa gente
non posso vederla. Allora mi immagino di parlare a una sola persona’,
e cominciò a parlare benissimo, anche in pubblico.
Lei ha ripreso questo sogno della biblioteca universale
e ha scritto la storia della lettura, dopo aver studiato l’argomento
per sette anni. Che esperienza ne ha ricavato?
Soprattutto la conoscenza della mia ignoranza. Quando mi sono
messo a scrivere una storia della lettura, credendo di sapere
molto per il fatto di essere lettore, ho visto quasi immediatamente
che non sapevo niente: quando abbiamo cominciato a leggere? cosa
succede nel nostro cervello quando leggiamo? perché abbiamo
bisogno di avere i libri? un traduttore, un lettore come fa a
leggere e nello stesso tempo a non censurare quello che legge?
Dovevo rispondere a tutte queste domande cercando nei libri e
ho trovato, se non una risposta, almeno una serie di questioni
per me interessanti. Ma alla fine del libro dico che la vera
storia della lettura non l’ho scritta; questo libro potrei
leggerlo, so che cos’è, che forma ha, ma io non
l’ho scritto.
Tant’è vero che lei nelle ultime pagine
dice che sarebbe ancora da scrivere, come storia dei lettor,
e lascia
idealmente delle pagine bianche.
Sì, quello che mi è sembrato sorprendente è che
noi abbiamo tante storie della letteratura, storie dei libri,
scritte dal punto di vista degli scrittori, che sono quelli che
hanno poco potere nel campo della letteratura. Chi decide davvero
cos’è un libro, e quali libri possono restare, è il
lettore. Ogni scrittore vuole che tutti leggano il suo libro,
spera che la sua opera resti immortale. Ma è il lettore
che guarda tutto e dice “io prendo questo”, e tutti
gli altri verranno dimenticati. E’ un potere straordinario,
ma questa storia non era ancora stata scritta. Io ci ho provato,
ma ho visto che era impossibile. Direi che ho finito la mia storia
della lettura, ma non la storia della lettura.
La sua storia personale però coincide anche con la storia
di molti di noi lettori. E ad esempio affronta il tema del possesso
dei libri, parla dell’esperienza dell’incapacità di
liberarsi dei libri. Lei è molto possessivo, in questo
campo.
Sono sicuramente molto possessivo. Il lettore ha una caratteristica
che forse non è buona nel campo dell’amore, ma nel
campo della lettura è ottima, è la poligamia. Un
lettore è poligamo, non ha l’obbligo di amare un
solo libro. E questo implica anche un altro aspetto: io amo l’oggetto
libro, non posso leggere al computer, posso cercare sul computer
un’informazione , ma non posso leggere elettronicamente “Guerra
e pace”. Ho bisogno del peso del libro, ho bisogno di leggere
con tutto il mio corpo, di sentire l’odore del libro, di
tenere il libro in mano. Essere lettore è un po’ come
essere amante, perché il libro alla fine è l’unico
oggetto che portiamo a letto.
E’ un tema che torna ne “Il computer e sant’Agostino” e
cita proprio sant’Agostino, che baciava i libri.
E’ Petrarca che dice questo. Nel ‘Secretum meum’ Petrarca
inventa un dialogo con il santo che lui amava tanto e gli dice
che non sa come fare per leggere e non dimenticare quello che
legge. E sant’Agostino gli risponde che questo accade perché quando
lui legge non fa sì che il libro diventi una parte del
suo corpo. ‘Si deve incorporare la lettura’. E questo
sant’Agostino lo faceva con grande passione baciando il
libro che leggeva. Noi oggi non leggiamo così. Per noi
oggi la lettura, se la facciamo, non ha alcun prestigio. Siamo
in una società per cui l’idea di valore non è legata
all’aspetto estetico, intellettuale, etico, riguarda solo
il valore commerciale. E dunque il lettore è un po’ perso
in questo mondo, perché fa un’attività che
non ha un valore commerciale: quando lei legge non fa soldi,
al contrario spende soldi per comprare i libri. Io penso che
noi dobbiamo tornare un po’ a questa forma di leggere che
aveva Agostino, che credeva davvero che lo spirito degli altri
passasse attraverso il libro, che la memoria dell’umanità,
l’esperienza dell’umanità è la nostra.
E anche Seneca sostiene questo, quando dice che noi non siamo
obbligati a parlare solo con i nostri contemporanei e ad avere
come genitori quelli che ci hanno dato la vita. I genitori sono
anche la biblioteca dove io posso scegliere che Platore o Shakespeare
o Dante siano i miei genitori. Che loro oggi possano parlare
con me è un atto di magia che nessun computer può fare.
Il computer è il presente, va bene per un dialogo superficiale,
immediato; è tutto il contrario della lettura, che è profonda,
che è lenta, e che ha tutto questo passato che torna a
noi sulla pagina.
Usciamo da questo archivio di Stato e ci troviamo nel
centro di Mantova, nel pieno del Festival della letteratura,
dove ci
sono i libri nelle piazze. Nella storia della lettura lei parla
anche dei festival letterari, dicendo che “propagano la
lettura e la scrittura”. In che senso?
Perché il lettore ha il desiderio di vedere questo mago.
E anche se questa magia non si realizza quando si vede l’autore, è un
po’ come visitare un giardino zoologico, con questi animali
mitici che sono gli autori.
E lei come si sente, in questa veste di animale mitico?
Come una tartaruga. Per vedere meglio voglio mettermi addosso
la mia casa.
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