2005, Torino
(Fiera del libro)
Norman Manea: abitare una lingua
Intervista di Luciano Minerva
Lei dice che la lingua è il vero domicilio
di una persona. Che cosa significa per lei abitare la lingua
romena?
Sono una persona che fin dall'infanzia è stata costretta
a spostarsi da un posto all'altro e talvolta anche da una lingua
all'altra. Ma il vero luogo in cui vivo è la lingua rumena,
che è anche un luogo che ho conquistato, un pò alla
volta. E ad un certo punto credo di aver trovato lì la
mia casa, la mia legittimità, una cittadinanza nella lingua
e attraverso la lingua. Per questo il trauma di essere espulso,
anche dalla lingua, è stato ancora più doloroso
di altri tipi di trauma che ho subìto. Ma io ho preso
con me la mia lingua, uso dire, come una lumaca porta con sé la
sua casa. Anche a New York vivo più o meno in questa casa.
L'ambiente esterno è un'altra lingua, con molte altre
lingue, ma la lingua intima, quella in cui penso e scrivo e vivo, è la
mia lingua iniziale, che è la lingua rumena.
Fuori del palazzo che ospita questa Fiera del Libro ci sono
molte bandiere. Che esperienze ha con le bandiere, in Romania,
in America? Che sensazione le generano?
Ai nostri tempi le bandiere di solito si vedono fuori degli
hotel. Gli hotel le espongono come pubblicità per far
sapere quanta gente va da loro, o nelle competizioni sportive
dove le bandiere simboleggiano i paesi e i vincitori, quando
con l'alzabandiera si canta l'inno nazionale. Devo dire che non
ho mai avuto una sensazione particolare per qualche bandiera,
neppure quando ero bambino. A quel tempo la bandiera sovietica
era la più importante, dominava tutte le festività e
c'era una grande Utopia e il grande sole dell'Unione sovietica.
Da bambino amavo le favole e quella era una grande favola da
guardare. Non ho una sensazione particolare, ma capisco molto
bene la gente che ce l'ha. La mia forma di appartenenza, o se
lo vuole chiamare patriottismo, ma a me questa parola non piace, è collegata
alla patria, è la lingua. La mia bandiera è una
bandiera interiore, non è fuori, è all'interno
ed è diffusa nella lingua che uso.
Abbiamo qui davanti le copertine di due dei suoi libri,
Il ritorno dell’huligano e Clown. Cosa c’è dietro queste
due immagini e che relazione c’è tra queste immagini
e la sua scrittura.
Una è l'immagine di un bambino sul cavallo. Il bambino è un
bambino felice, ripreso prima della deportazione nel campo di
concentramento. Era un momento davvero felice per me, il bambino è in
sella ad un cavallo, così è importante e si sente
imponente. Le movenze, la sequenza, la scena, riescono ad ingigantire
il carattere, inevitabilmente in modo teatrale. E in questo modo
si crea la relazione con la teatralità estrema che è quella
del clown, che esprime il lato ridicolo della vita e del comportamento
umano. Una parte di questo senso del ridicolo è perfino
in questa posa del bambino. In certo qual modo è messa
in salvo dall'innocenza del personaggio. Anche il clown in genere è innocente
e infantile. Di solito il clown diventa un bambino maturo e questo
rappresenta il lato comico della copertina del clown. Forse è questa
la relazione. Probabilmente abbiamo scelto queste foto per dare
un tocco umano al titolo, perché se questo è l'huligano
non è pericoloso come appare nel libro, dove è preso,
giudicato, qualificato come pericoloso, marginale, deviante,
comunque dissidente. Ma questo huligano non è tanto pericoloso,
e questo piccolo dissidente è ancora presente in me, che
sono un uomo anziano. Il bambino, specialmente nello scrittore, è sempre
presente. Il nostro grande scultore Brancusi disse che quando
uno scrittore non è più un bambino è morto.
Così se lo scrittore è un bambino, è inevitabilmente
anche un pò clownesco.
Il clown è un bambino, è un ingenuo, ma
lei descrive situazioni in cui lei come molti altri siete stati
vittime di
clown che hanno avuto grande potere e sono stati molto violenti.
Nella vita, come nell'arte, è come nella storia del circo.
Ci sono due tipi di clown: uno è il capo, il boss, che è anche
lui un clown, l'altro è un ragazzo normale, un perdente
che viene sempre preso a calci nel sedere. Specie nel libro sui
clown parlo di questi due personaggi della storia del circo:
uno è il clown bianco, che si impone come personaggio,
leader, dirigente, che è il comandante in capo, il dittatore,
il capoufficio; e l'altro è un tipo medio, un uomo umile
che di solito si trova in una situazione di privazione. Questo
tipo di tensione è antica e non morirà mai, fa
parte delle relazioni umane. La domanda che lei pone è perché il
clown bianco è capace di prendere a calci nel sedere venti
milioni di stupidi Augusti che sono la gente media. É una
domanda difficile a cui rispondere. Il processo di dominio e
di subordinazione di esseri umani è di nuovo un fenomeno
antico, ma è ancora ben visibile nei nostri tempi moderni;
e un tiranno, un dittatore sa come manipolare il suo popolo una
tappa dopo l'altra, così che questo processo di totale
servitù, di completa dominazione rappresenta il risultato
finale. Non succede subito dall'inizio, tranne nei casi di grandi
rivoluzioni come quella russa. Succede gradualmente, è stato
così in Germania, e dovunque succede così: e a
un certo punto la gente si sveglia ed è tardi per fare
qualsiasi cosa, e in effetti non c'è molto da fare. Si
può scegliere tra ribellarsi, che in questa situazione è una
specie di suicidio, o compromettersi più o meno con il
sistema. Alla fine il problema, in un sistema totalitario, è quanto
ti comprometti. Ce lo ricorda Solgenitsin in Arcipelago Gulag,
che a un certo punto dice: "L'unica cosa che si può fare è cercare
di non mentire." Nelle dittature comuniste, a differenza
di quella nazista, è la menzogna la cosa principale. La
dittatura nazista era un altro tipo di dittatura. La gente ha
selezionato e scelto Hitler per libera volontà: lui è riuscito
a manipolarli, a dare loro una vita migliore di quella che avevano
prima, li avvelenò con il mito tedesco del dominio e del
nazionalismo, così fu facile per lui dominare il paese,
ma in genere si può dire che c'era più gente che
credeva in quel sistema rispetto al sistema comunista, specie
nella seconda fase, quando l'intera società doveva lodare
e applaudire la miseria in cui si trovava.
Lei ha avuto un'esperienza terribile per uno scrittore:
leggere il rapporto della censura con l'ottanta per cento del
suo libro
completamente da riscrivere. Come l’ha vissuta?
In un primo momento fu un’esperienza spaventosa perché capivo
che avevano capito molto bene cos'era. La condizione dello scrittore
nei paesi comunisti, almeno negli ultimi due decenni, era questa:
gli sarebbe piaciuto ingannare la censura, avere una complicità con
il lettore, in modo che il lettore capisse, ma la censura no.
Invece, specialmente negli ultimi quindici-venti anni, la censura
era assolutamente intelligente. Lo si vede anche nel caso di
questo rapporto, che fu redatto da una donna: il rapporto fu
inviato direttamente all'editore, non firmato, ma contrassegnato
con dei numeri, perché nessuno sapesse chi l'ha scritto.
In un primo momento è stato spaventoso, ho pensato che
avessero capito bene cosa c’era nel libro. Allora mi sono
chiesto cosa dovessi fare. Potevo o dire arrivederci, oppure
cercare di vedere se potevo ancora prenderli in giro. Il direttore
della casa editrice era un bravo scrittore ed era anche membro
del comitato centrale del partito, e ci fu una sorta di complicità tra
noi. Lui mi disse: "Prova, vedremo, ti aiuteremo".
Il mio lavoro fu rifiutato tre volte. Dissero no, e poi ancora
no, e di nuovo no. Alla fine ci fu un accordo. Io cercai di credere
di non avere perso tutto. Perché ciò che piu' li
irritava erano i dettagli della vita di ogni giorno. É interessante
notare che il mio primo romanzo, pubblicato nel ‘63, era
un romanzo erotico, senza alcun nesso col regime. Volevo stabilire
un linguaggio normale, e fu molto criticato perché era
un romanzo apolitico. Dopo 23 anni invece il sistema voleva che
lo scrittore fosse un esteta. Così mi chiesero perché non
scrivessi storie d'amore, o storie sui giardini, gli alberi,
il cielo. Dissero che erano questi gli argomenti per uno scrittore,
non la miseria per le strade, nella vita quotidiana, quella per
cui nella quale non si trova il pane, il latte, dove c'é sempre
la polizia intorno. Io feci del mio meglio per mantenere il nucleo
centrale del libro, che spero vada oltre questi piccoli dettagli.
I dettagli li usavo perché volevo mostrare che la storia è collegata
a un certo periodo e a un certo luogo. Spero di non avere perso
tutto. Quindi, fu un compromesso. Eravamo nell'ultima fase della
dittatura e nell'ultima fase della mia permanenza in Romania.
Dopo quel libro andai via, dopo tutto questo non vedevo più alcun
motivo per continuare a combattere. Pensai che era finita.
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