21 Maggio 2012 ore 9:35 CET (GMT +01:00)
RAINEWS24.IT - INCONTRI
Prima pagina
Tutti gli autori
Versioni originali
Scrivici

Libri, la rubrica
Rai, i siti culturali

A proposito di Incontri...
In collaborazione con...
Grazie a...

Tutti i file audiovisivi sono codificati a 100 Kbps

2005, Torino (Fiera del libro)

Norman Manea: abitare una lingua
Intervista di Luciano Minerva

Lei dice che la lingua è il vero domicilio di una persona. Che cosa significa per lei abitare la lingua romena?

Sono una persona che fin dall'infanzia è stata costretta a spostarsi da un posto all'altro e talvolta anche da una lingua all'altra. Ma il vero luogo in cui vivo è la lingua rumena, che è anche un luogo che ho conquistato, un pò alla volta. E ad un certo punto credo di aver trovato lì la mia casa, la mia legittimità, una cittadinanza nella lingua e attraverso la lingua. Per questo il trauma di essere espulso, anche dalla lingua, è stato ancora più doloroso di altri tipi di trauma che ho subìto. Ma io ho preso con me la mia lingua, uso dire, come una lumaca porta con sé la sua casa. Anche a New York vivo più o meno in questa casa. L'ambiente esterno è un'altra lingua, con molte altre lingue, ma la lingua intima, quella in cui penso e scrivo e vivo, è la mia lingua iniziale, che è la lingua rumena.

Fuori del palazzo che ospita questa Fiera del Libro ci sono molte bandiere. Che esperienze ha con le bandiere, in Romania, in America? Che sensazione le generano?

Ai nostri tempi le bandiere di solito si vedono fuori degli hotel. Gli hotel le espongono come pubblicità per far sapere quanta gente va da loro, o nelle competizioni sportive dove le bandiere simboleggiano i paesi e i vincitori, quando con l'alzabandiera si canta l'inno nazionale. Devo dire che non ho mai avuto una sensazione particolare per qualche bandiera, neppure quando ero bambino. A quel tempo la bandiera sovietica era la più importante, dominava tutte le festività e c'era una grande Utopia e il grande sole dell'Unione sovietica. Da bambino amavo le favole e quella era una grande favola da guardare. Non ho una sensazione particolare, ma capisco molto bene la gente che ce l'ha. La mia forma di appartenenza, o se lo vuole chiamare patriottismo, ma a me questa parola non piace, è collegata alla patria, è la lingua. La mia bandiera è una bandiera interiore, non è fuori, è all'interno ed è diffusa nella lingua che uso.

Abbiamo qui davanti le copertine di due dei suoi libri, Il ritorno dell’huligano e Clown. Cosa c’è dietro queste due immagini e che relazione c’è tra queste immagini e la sua scrittura.

Una è l'immagine di un bambino sul cavallo. Il bambino è un bambino felice, ripreso prima della deportazione nel campo di concentramento. Era un momento davvero felice per me, il bambino è in sella ad un cavallo, così è importante e si sente imponente. Le movenze, la sequenza, la scena, riescono ad ingigantire il carattere, inevitabilmente in modo teatrale. E in questo modo si crea la relazione con la teatralità estrema che è quella del clown, che esprime il lato ridicolo della vita e del comportamento umano. Una parte di questo senso del ridicolo è perfino in questa posa del bambino. In certo qual modo è messa in salvo dall'innocenza del personaggio. Anche il clown in genere è innocente e infantile. Di solito il clown diventa un bambino maturo e questo rappresenta il lato comico della copertina del clown. Forse è questa la relazione. Probabilmente abbiamo scelto queste foto per dare un tocco umano al titolo, perché se questo è l'huligano non è pericoloso come appare nel libro, dove è preso, giudicato, qualificato come pericoloso, marginale, deviante, comunque dissidente. Ma questo huligano non è tanto pericoloso, e questo piccolo dissidente è ancora presente in me, che sono un uomo anziano. Il bambino, specialmente nello scrittore, è sempre presente. Il nostro grande scultore Brancusi disse che quando uno scrittore non è più un bambino è morto. Così se lo scrittore è un bambino, è inevitabilmente anche un pò clownesco.

Il clown è un bambino, è un ingenuo, ma lei descrive situazioni in cui lei come molti altri siete stati vittime di clown che hanno avuto grande potere e sono stati molto violenti.

Nella vita, come nell'arte, è come nella storia del circo. Ci sono due tipi di clown: uno è il capo, il boss, che è anche lui un clown, l'altro è un ragazzo normale, un perdente che viene sempre preso a calci nel sedere. Specie nel libro sui clown parlo di questi due personaggi della storia del circo: uno è il clown bianco, che si impone come personaggio, leader, dirigente, che è il comandante in capo, il dittatore, il capoufficio; e l'altro è un tipo medio, un uomo umile che di solito si trova in una situazione di privazione. Questo tipo di tensione è antica e non morirà mai, fa parte delle relazioni umane. La domanda che lei pone è perché il clown bianco è capace di prendere a calci nel sedere venti milioni di stupidi Augusti che sono la gente media. É una domanda difficile a cui rispondere. Il processo di dominio e di subordinazione di esseri umani è di nuovo un fenomeno antico, ma è ancora ben visibile nei nostri tempi moderni; e un tiranno, un dittatore sa come manipolare il suo popolo una tappa dopo l'altra, così che questo processo di totale servitù, di completa dominazione rappresenta il risultato finale. Non succede subito dall'inizio, tranne nei casi di grandi rivoluzioni come quella russa. Succede gradualmente, è stato così in Germania, e dovunque succede così: e a un certo punto la gente si sveglia ed è tardi per fare qualsiasi cosa, e in effetti non c'è molto da fare. Si può scegliere tra ribellarsi, che in questa situazione è una specie di suicidio, o compromettersi più o meno con il sistema. Alla fine il problema, in un sistema totalitario, è quanto ti comprometti. Ce lo ricorda Solgenitsin in Arcipelago Gulag, che a un certo punto dice: "L'unica cosa che si può fare è cercare di non mentire." Nelle dittature comuniste, a differenza di quella nazista, è la menzogna la cosa principale. La dittatura nazista era un altro tipo di dittatura. La gente ha selezionato e scelto Hitler per libera volontà: lui è riuscito a manipolarli, a dare loro una vita migliore di quella che avevano prima, li avvelenò con il mito tedesco del dominio e del nazionalismo, così fu facile per lui dominare il paese, ma in genere si può dire che c'era più gente che credeva in quel sistema rispetto al sistema comunista, specie nella seconda fase, quando l'intera società doveva lodare e applaudire la miseria in cui si trovava.

Lei ha avuto un'esperienza terribile per uno scrittore: leggere il rapporto della censura con l'ottanta per cento del suo libro completamente da riscrivere. Come l’ha vissuta?

In un primo momento fu un’esperienza spaventosa perché capivo che avevano capito molto bene cos'era. La condizione dello scrittore nei paesi comunisti, almeno negli ultimi due decenni, era questa: gli sarebbe piaciuto ingannare la censura, avere una complicità con il lettore, in modo che il lettore capisse, ma la censura no. Invece, specialmente negli ultimi quindici-venti anni, la censura era assolutamente intelligente. Lo si vede anche nel caso di questo rapporto, che fu redatto da una donna: il rapporto fu inviato direttamente all'editore, non firmato, ma contrassegnato con dei numeri, perché nessuno sapesse chi l'ha scritto. In un primo momento è stato spaventoso, ho pensato che avessero capito bene cosa c’era nel libro. Allora mi sono chiesto cosa dovessi fare. Potevo o dire arrivederci, oppure cercare di vedere se potevo ancora prenderli in giro. Il direttore della casa editrice era un bravo scrittore ed era anche membro del comitato centrale del partito, e ci fu una sorta di complicità tra noi. Lui mi disse: "Prova, vedremo, ti aiuteremo". Il mio lavoro fu rifiutato tre volte. Dissero no, e poi ancora no, e di nuovo no. Alla fine ci fu un accordo. Io cercai di credere di non avere perso tutto. Perché ciò che piu' li irritava erano i dettagli della vita di ogni giorno. É interessante notare che il mio primo romanzo, pubblicato nel ‘63, era un romanzo erotico, senza alcun nesso col regime. Volevo stabilire un linguaggio normale, e fu molto criticato perché era un romanzo apolitico. Dopo 23 anni invece il sistema voleva che lo scrittore fosse un esteta. Così mi chiesero perché non scrivessi storie d'amore, o storie sui giardini, gli alberi, il cielo. Dissero che erano questi gli argomenti per uno scrittore, non la miseria per le strade, nella vita quotidiana, quella per cui nella quale non si trova il pane, il latte, dove c'é sempre la polizia intorno. Io feci del mio meglio per mantenere il nucleo centrale del libro, che spero vada oltre questi piccoli dettagli. I dettagli li usavo perché volevo mostrare che la storia è collegata a un certo periodo e a un certo luogo. Spero di non avere perso tutto. Quindi, fu un compromesso. Eravamo nell'ultima fase della dittatura e nell'ultima fase della mia permanenza in Romania. Dopo quel libro andai via, dopo tutto questo non vedevo più alcun motivo per continuare a combattere. Pensai che era finita.



[torna indietro]


I più recenti

Simonetta Agnello Hornby
Hoda Barakat
Salwa Al Neimi
Erri De Luca
Silvia Pérez-Vitoria
Hugh Thomas
Chimamanda Ngozi Adichie
Eduardo Galeano
Nicole Krauss
Bernardo Atxaga
Enzo Bianchi
Eric-Emmanuel Schmitt
Jonathan Safran Foer
Mehmet Yashin
scrivi alla redazione | credits