9 maggio
2005, Roma
Claudio
Magris: Perdersi e ritrovarsi
nel mare della storia
Intervista di Luciano Minerva
“Credo che l’unico modo di parlare, di raccontare
qualcosa della propria esperienza sia parlare di altri” così scriveva
nel prezioso libricino Tra il Danubio e il mare parlando del suo rapporto con
la
scrittura. Nel caso di Alla cieca questo diventa un monologo di molti io, che
per lei è una forma nuova.
È una forma nuova un po’ anticipata nel testo teatrale
La Mostra, dove c’è anche qualcosa del genere ma
non in forma così radicale: quello poi è un testo
teatrale con tutti i problemi tecnici-stilistici, che non sono
mai solo tecnici-stilistici, perché nella letteratura
non esiste la distinzione tra il cosa e il come, infatti un personaggio
nasce indissolubilmente legato al tono della sua voce a come
si muove. Quando ho scritto La Mostra o qualche testo teatrale
non ho deciso di raccontare una storia in un modo, è nata
in quel modo e non avrei potuto certamente scrivere un racconto.
Questo certamente è molto più radicale, perché la
storia di questo protagonista che parla in un monologo continuamente
squarciato da altre voci, che in parte sono le voci che ricorda
nella sua testa, in parte voci di chi lo sta interrogando in
quel momento nel luogo dove è ricoverato, in parte voci
che forse simula egli stesso giocando con il registratore in
cui registra la sua storia, qualche volta anche digitando e chattando
con questa specie di terapia informatica. È questo certo
l’esperimento più radicale per me. Naturalmente è il
problema di quest’uomo che si identifica un po’ con
tutte le vittime, con tutti i perdenti …ed è un
modo di perdere se stesso ma anche di ritrovarsi perché io
credo molto che noi non finiamo con i limiti della nostra pelle.
Lei ha cominciato a scrivere narrativa con Illazioni
sulla sciabola, un racconto… di terra, poi poi ha seguito il corso di un
fiume con Danubio, poi è arrivato ad Un altro mare, e
questo è forse un altro mare ancora, un oceano molto più profondo
e più intricato dell’altro, in cui fa attraversare
più volte il mare ai suoi personaggi. Quale rotta ha seguito
per non perdersi in questo mare?
Il mare è fondamentale per me in tutte le cose che scrivo.
Ernestina Pellegrini ha scritto un libro sulla mia scrittura
e l’ha intitolato Epica sull’acqua, si è parlato
della mia idrofilia. Il mare per me è indissociabile dall’eros,
dall’amore della vita, dal senso dell’unità con
la vita e con la sua drammaticità, perché il mare è anche
naufragio è anche abbandono e così via.
Questo libro che da un lato si svolge tutto nella testa di questo
personaggio che parla nel suo monologo, però si dilata
nel tempo nella storia e anche nello spazio … sono tanti
mari. C’è ancora una volta il mare Adriatico, il
mare della giovinezza dell’amore del protagonista, ci sono
i grandi oceani del Sud, quelli dell’Australia, della Tasmania
dove le vicende della storia portano il protagonista e quell’alter
ego suo, quell’avventuriero del Settecento con cui egli
spesso si identifica parlando attraverso la sua voce, cercando
di far proprie le avventure dell’altro, anche se pure le
avventure dell’altro erano state tutt’altro che liete.
La prima idea di questo libro l’ho avuta nel 1988, ero
ad Anversa nella piazza del municipio ed avevo appena visto in
un luogo delle polene e in quel momento avevo avuto l’idea
di scrivere un libro sul mare ma non sapevo bene cosa. Io in
genere ho una gestazione molto lunga, poi scrivo in modo selvaggio
e rapidamente, poi correggo molto lentamente. Allora ho incominciato
a raccogliere storie di mare, di polene, di leggende: mi affascinava
questa figura delle polene, con questi occhi dilatati, aperti
su catastrofi … ma questo libro sulle polene non andava
avanti. Le polene ci sono in altre cose che ho scritto come in
un racconto Il Conde, e qui la polena diventa un po’ il
simbolo della figura femminile che rappresenta l’oltre
ma che viene anche oltraggiata. Il protagonista, in una specie
di ergoterapia, fabbrica della polene false, quindi questa polena
diventa il simbolo di questa femminilità amata e perduta,
tradita colpevolmente e sacrificata dal protagonista: quindi
ci sono molte storie di polene, ma questa è una rotta
che ho abbandonato. Poi era sempre presente in me questa storia
di Goli Otok, di questo militante rivoluzionario che passa attraverso
gli inferni del secolo, le carceri fasciste, i lager nazisti,
per finire in questa terribile isola nuda lì in Jugoslavia
dove è andato per costruire il socialismo nel paese più vicino,
da militante comunista convinto nell’idea della rivoluzione
mondiale. Ma quando Tito rompe con Stalin, viene deportato insieme
ai suoi compagni in un altro lager, un gulag per i comunisti
e stalinisti come lui, dove sottoposti a torture e sevizie resistono
in nome di Stalin. C’è anche questo paradosso che
mi interessava, il paradosso tra un grande abbaglio ed una incredibile
capacità umana di sacrificio, di sacrificare la propria
persona per una causa universale, valori che dobbiamo ereditare
anche se non condividiamo l’abbaglio vissuto tragicamente
da questi personaggi. Poi mi sono imbattuto una volta per caso
nella storia di Jorgen Jorgensen, questo avventuriero, marinaio
danese di fine Settecento e metà Ottocento che ha avuto
una vita incredibile, un millantatore, una specie di barone di
Munchausen, uno che attraversando gli oceani fino agli antipodi,
fino alla Tasmania, aveva fondato Hobart Town, la capitale della
Tasmania, dove poi finì galeotto in quegli spaventosi
penitenziari dove arrivavano i forzati. Insomma questa storia
incredibile di un fondatore di città che finisce tra i
reietti, quest’uomo che era stato in Islanda dove si era
proclamato con la sua mini-rivoluzione, quello che affascina
il vero protagonista che si identifica un po’ con lui,
dove per tre settimane era stato sovrano, si era proclamato non
si sa bene se re o protettore di Islanda, promulgando leggi attraversando
il paese solo per fare il viaggio dell’autorità nel
niente fra ghiacciai e crepacci.
Allora ho seguito veramente le tracce di quest’uomo, sono
andato in Tasmania a vedere le baie dove era stato, il bush dove
aveva combattuto contro gli aborigeni, i tasmani che furono tra
l’altro sterminati tutti, un genocidio riuscito, anche
la storia di questi tasmani diventa simbolo di tante altre vittime.
Quindi il sogno di liberazione che diventa sogno di espansione,
il terribile scambio di parti tra l’essere liberatori e
vittime. Il momento decisivo è stato quell’anno
al College de France 2001-2002, dove avevo molto da fare per
le lezioni ma ero liberato da quegli assilli quotidiani che ci
impediscono di avere mezz’ora tutta per noi. Ho scritto
la penultima stesura ancora impubblicabile da cui ho sfrondato,
anche grazie qualche amico ed amica che hanno amorosamente e
spietatamente letto queste pagine, e poi ho fatto l’ultima
stesura, l’ultimo ritocco sul finale è stato fatto
a Natale.
Mentre lei seguiva le varie rotte o i vari percorsi “alla
cieca”, cambiava il mondo, e il mondo cambiava in modo
particolare per quello che riguardava il grande ideale del comunismo
e le forme che aveva assunto. Lei non a caso collega il mare
e il partito con una serie di metafore.
Il mare viene
vissuto dal protagonista, ed anch’io lo
vivo come simbolo della vita e dell’unità della
vita, e la vita nella sua unità è affascinante
ma anche terribile, perché nella vita c’è l’amore
ma c’è anche la morte. Il mare ha l’incanto
di quest’abbandono, in cui noi ci affidiamo proprio al
mare come in un abbraccio amoroso. Però il mare è anche
il naufragio, la tempesta, l’uragano, la devastazione e
per il protagonista, nella sua fede politica che non è solo
politica ma visione del mondo, proprio per questo altissima nobilissima
e pericolosa perché totalizzante, il mare è un
po’ come il partito. Perché il mare sa dove si deve
andare, il mare ha le sue correnti, al mare si obbedisce come
fa il marinaio che si adegua con quanto di affascinante, di terribile,
pericoloso c’è in questa subordinazione dell’individuo
al tutto. E poi c’è sempre il filo rosso, che è il
vello d’oro…
Vorrei restare nella tradizione greca ma tornare un
attimo alle polene: quella più famosa, dispersa in mare
e poi recuperata, è la
Nike di Samotracia, il simbolo della vittoria: ma nel suo libro
di polene vittoriose o che rappresentano vittorie non ce ne
sono.
No, vittorie no. Possono rappresentare una tenace
resistenza, un non lasciarsi vincere del tutto dalla disperazione
dalla sconfitta.
Può essere la figura dell’aiuto della donna, la
polena di legno che galleggia, a cui il naufrago si aggrappa
e forse si salva magari tuffandola sotto, mettendole la testa
sotto per tenere fuori la propria. Vittoria no, perché c’è l’idea
che il conflitto, anche se inevitabile, anche se qualche volta
giusto quasi sempre diventa uno scontro alla cieca.
Nelle Argonautiche, il poema che racconta la storia di Giasone
e del vello d’oro, c’è questo episodio incredibile
che ritorna spesso nel mio libro, degli argonauti che dopo essere
stati nell’isola di un popolo loro amico, i Dolioni, tra
feste ed amicizia, partono, credono di andare avanti mentre ancora
una volta il mare e la tempesta li spingono indietro. Tornano
all’isola dei Dolioni e credono di essere arrivati ad un’isola
nemica, i Dolioni credono di essere aggrediti dai loro nemici
e c’è questo scontro feroce fra amici, tra fratelli
che si massacrano e questo poi nel corso del libro diventa lo
scontro tra comunisti e comunisti, tra amici.
A me interessava molto la storia del vello d’oro perché è una
grande impresa eroica mitica che è già una modernissima
operazione di marketing, un mito-reclame di espansione economica
e contiene questa fortissima contraddizione che Pasolini aveva
sentito fortissimamente. Gli argonauti portano nella barbara
e selvaggia Colchide la civiltà, la civiltà greca,
la più grande mai esistita, ma portano barbarie, depredano,
mentono, Giasone con Medea si comporta come sappiamo. C’è questa
terribile contraddizione in cui non c’è nessun innocente,
perché i colchici sono anche barbari, fanno crudeli sacrifici
umani e i greci sono anche la grecità di Omero della più grande
poesia e filosofia del mondo. Eppure portano questa selvaggia
violenza e quindi opprimono i colchici come i poveri tasmani.
Ha ricordato Pasolini. Che rapporto c’è tra lei
e Pasolini, considerate alcune affinità, la vicinanza
geografica fra Trieste e il Friuli, le pagine del Corriere per
commentare la realtà, l’interesse per i miti?
Io
ho conosciuto Pasolini, ma molto poco, e purtroppo l’ho
frequentato poco, mentre mi interessava moltissimo il suo lavoro.
L’ho conosciuto tramite il vecchio Biagio Marin poeta,
che Pasolini molto più giovane di lui contribuì molto
a far conoscere, ma ho avuto scarsi rapporti personali. Mi interessava
moltissimo questa sua straordinaria capacità che paradossalmente,
oltre a lui, D’Annunzio ha avuto in forma totalmente diversa,
cioè di incarnare, di vivere sulla sua pelle nel bene
e nel male le tensioni del suo tempo, con l’incredibile
capacità di essere proprio come una cartina di tornasole
di quello che ci riguarda tutti, ed anche qualche volta con una
insopportabile mescolanza della propria soggettività con
quello che succedeva nel mondo. Di Pasolini mi interessava molto
soprattutto questa fase se vogliamo pessimista, nella Medea c’è lo
scontro che avviene tra due violenze, mi interessa molto il Pasolini
lirico.
Sa, c’è una storia che una volta io ho raccontato
sul Corriere. Pasolini era vivo, io lo nominai con grande entusiasmo
sul Corriere della Sera, si riferiva ad un suo intervento sull’aborto.
Qualche giorno dopo Montale ad una signora nostra comune amica,
Eleonora Baldi, quella che aveva scritto il libro su Saba, disse: “Senta,
dica a Magris che non nomini mai Pasolini, quello è un
nome che non deve fare neanche se ha ragione.” Allora questa
signora, molto pronta, come un ufficiale che se riceve un ordine
particolarmente strano ha il diritto di farselo mettere per iscritto
dice: “Maestro, me lo scriva.” E Montale disse: “Ma
sa, non voglio avere polemiche, facciamo così: io e Magris
ci conosciamo bene, ci fidiamo, abbiamo fiducia reciproca, io
scrivo un biglietto, lei lo porti a Magris e lo integri a voce.
Così io ricevetti questo biglietto che ho ancora, un fogliettino
di un blocchetto di appunti, di quelli che si strappano, con
i cerchietti di metallo, in cui aveva scritto:”Caro Claudio
Magris, … il suo Eugenio Montale.” Tant’è vero
che una volta io gli dissi: “Guardi,questo è uno
check in bianco che io posso riempire a piacere. E lui pronto
rispose: “Sarà uno dei miei pochi testi che resterà”.
Ricordo questo episodio perché lì c’erano
due modelli di umanità che, entrambi della statura che
sappiamo, erano assolutamente antitetici, nel bene e nel male.
Torniamo su “Alla cieca”: uno dei tanti coprotagonisti
nascosti dietro questo io monologante dice: Ho voluto mettere
a posto il mondo anziché trovarvi riparo, e questo il
mondo non lo perdona. Questo è uno dei motivi di tutti
i suoi personaggi. Secondo lei è in qualche modo una delle
ragioni di sgomento del mondo di oggi?
Come tutto quello
che dice questo personaggio, è sempre
alterato, è frutto del suo delirio, il ché non
vuol dire che sia qualcosa che vale solo per lui, vuol dire che
non può essere preso immediatamente alla lettera. Detto
questo, come dice lei, c’è quest’idea che
non so se sia valida solo oggi, ma c’è sempre quest’idea
per cui chi cerca di migliorare il mondo rompe le scatole. Gesù non è l’unico
che è finito male, almeno nella sua vita terrena: questo è successo
a molti anche senza arrivare a questi esempi grandiosi, e anche
con esito terribile. Credo che ognuno di noi, nel suo piccolo,
nel mondo del suo lavoro si trova in difficoltà ogni volta
che si domanda il senso di quello che fa e cerca di migliorare
non solo qualche aspetto tecnico, ma di migliorare un po’ il
significato di quello che facciamo. Questo è successo
sempre.
Questo certamente è valido oggi, ma oggi-oggi, non genericamente
nella nostra epoca, e sto parlando del nostro mondo non del mondo
intero; perché viviamo in un momento in cui sembra prevalere
l’idea che la realtà vada soltanto amministrata,
gestita, non in qualche modo migliorata: le cose come sono non
lasciano nessuno spazio alle cose come dovrebbero essere. Io
credo che, se certo è pericoloso piegare le cose così come
sono a come secondo noi dovrebbero essere, è altrettanto
pericoloso dimenticare che noi siamo al mondo continuamente per
migliorarlo, in modo flessibile, autocritico, autoironico, con
tutto il sale dello scetticismo liberale che è fondamentale,
ma noisiamo al mondo non semplicemente per accettare, anche perché non
esiste una realtà così com’è senza
il nostro sforzo. C’è un realismo molto falso perché crede
che la realtà così com’è e così com’è oggi
sia una fase non provvisoria e peritura come le fasi precedenti,
ma si crede sempre sia l’eterno, che l’assetto attuale
delle cose sia la fine della storia del mondo. Certamente se
nell’estate forse ancora nell’ottobre dell’89
qualcuno avesse detto che il muro di Berlino poteva cadere, quasi
tutti i cosiddetti realisti, anche i più feroci anticomunisti
l’avrebbero preso per una testa calda e un sognatore, perché non
siamo realisti se identifichiamo tutta la realtà con la
sua facciata. Era ridicolo credere nel ’29 o negli anni ’70
il capitalismo fosse agonizzante, è ridicolo credere che
l’attuale assetto delle cose sia finale. Naturalmente il
senso storico è questo e anche il senso religioso, perché chi
ha il senso religioso dell’eterno sa che è blasfemo
considerare eterno ciò che è umano, cioè storico,
cioè relativo, cioè fugace.
Quanto ritiene che questo libro sia nato a Trieste? È un
po’ anche nel Carso, perché leggerlo fa venire in
mente le correnti carsiche, questi fiumi sotterranei che vanno
e poi vengono fuori. Quanto questo libro rappresenta la sua Itaca?
Si,
credo che questo libro sia molto Trieste per tante ragioni. Intanto
il mare, tanto per dirne una; poi anche per il fatto
che le vicende storiche di Trieste ci hanno permesso di vivere
in modo diverso, forse anticipato, le contraddizioni del cosiddetto
socialismo reale, e quindi essere anche meno sorpresi più tardi.
E questo può anche preservarci dal dare il calcio dell’asino
al leone morente del comunismo. Perché non è stata
un’arma ideologica e men che meno politica da sfruttare
oggi per appoggiare o far cadere l’uno o l’altro
governo, ma proprio un’esperienza esistenziale. Queste
vicende possono essere vissute, come spero siano vissute e raccontate
nel libro, contemporaneamente con estrema durezza e spietatezza,
ma senza rancore, senza livore, riconoscendo anche la grandezza
anche stravolta e pervertita in tutto questo. Non che questo
sia triestino, ma l’esperienza triestina ha permesso queste
cose. Erano cose vissute sulla propria pelle. L’esodo istriano
per me non è una cosa dei giornali, ma è della
mia famiglia. Marisa Madieri, che è stata mia moglie,
che è mancata nove anni fa, ha raccontato l’esodo
da Fiume della sua famiglia: sono cose che da noi si toccano
con mano e quindi è più facile e più difficile
superare i rancori come li ha superati lei. Ho conosciuto persone
che il 30 aprile, il giorno dell’insurrezione, si sono
trovati a consegnare delle armi contro i tedeschi al mattino
e la sera queste armi erano rivolte contro di loro: senza però che
questo mettesse mai in dubbio il grande significato della Resistenza
e della Liberazione, senza che le spaventose contraddizioni venissero
assolte da una mistica di partito estremamente pericolosa e falsa,
né taciute neanche sessant’anni fa , senza che venissero
adoperate in modo blasfemo per buttare a mare tutta una storia
di riscatto e di liberazione. Questo non dico che sia solo triestino,
c’è anche molta eredità torinese in me naturalmente,
perché Torino è l’altra città della
mia vita, però certamente questo libro è molto
triestino.
In questo senso ha inseguito un po’ Joyce o l’ha
sfuggito?
Mio padre ha imparato l’inglese prendendo per anni lezione
da Stanislaus Joyce, io alzo il gomito ogni tanto in una delle
osterie lì vicino casa mia dove vicino abitava Joyce.
Joyce mi è stato molto familiare, a parte la sua grandezza
letteraria. Ma la grande avanguardia letteraria, lo sfondamento
del romanzo tradizionale, nella mia storia io l’ho incontrato
molto di più in Svevo, in Proust, in Kafka. Con questo
non voglio dire che siano più validi, dico solo la mia
storia. Così come la modernità io l’ho incontrata
nella letteratura più che nella musica e non mi sogno
di dire che valga più l’una che l’altra. Joyce,
oltre ad essere uno scrittore che ho letto con passione, mi ha
sempre interessato per questa sua umanità, questi tentativi
di fondare cinematografi, questo cortocircuito fra una radicale
trasformazione del mondo e del modo di rappresentarlo e una grandissima
classicità di affetti. In fondo Joyce ha scritto l’ultima
epopea tradizionale della storia. In questo senso Joyce è rivoluzionario
nel linguaggio, nelle strutture e un grande tradizionalista e
conservatore perché poi lui dopo torna a casa e ribadisce
i valori oltraggiati e vilipesi, ma questi valori universali,
umani della famiglia, dell’amore coniugale, dell’amore
paterno sebbene frustrati e vilipesi ci sono. In questo senso è molto
più rassicurante che non i Musil, gli Svevo, i Kafka.
Poi Joyce ha dato quella bellissima definizione del suo Ulysses
che è intraducibile anche in italiano, e l’ha data
in dialetto triestino scrivendo a Svevo quando diceva: Ho lavorato
al mio Ulysses ovvero tu mare grega, dove fa una concentrazione
fra l’allusione alle donne greche e il mare che in dialetto
vuol dire mare ma anche madre e così via. C’è questo
bellissimo episodio di quando si frequentavano Svevo e Joyce:
Svevo che non aveva mia scritto mai qualcosa di imputabile di
poter essere osceno e invece nel parlare non aveva problemi.
Una volta i due sono insieme, a Svevo cade qualcosa per terra
ed esce in una esclamazione molto forte. E Joyce inorridito gli
dice: “ma come queste cose si possono scrivere non dire”.
E lì abbiamo due poeti, uno che non avrebbe mai detto
una parolaccia uno che non l’avrebbe mai scritta.
Nel suo monologo il protagonista dice: “Quando ho letto
quella storia ho capito chi sono, quando l’ho riletta perché l’ho
anche scritta”. Come è uscito lei da questa scrittura
e dalla rilettura che poi ne ha fatto?
Non so se sono
in grado di rispondere. La domanda è fondamentale,
quella che i tedeschi chiamano la Gretchen Frage, quando Margherita
chiede a Faust: “Credi in Dio?” E Faust scantona,
scantona come sto scantonando io, non per paragonarmi a Faust
ma per una ragione: perché è troppo presto.
Un libro, qualsiasi sia il suo risultato, anche un libro fallito,
un libro su cui uno ha investito molto, che non è semplicemente
un libro su qualcosa, ma che nasce dalla propria vita, incide
sempre sull’esistenza, cambia, fa scoprire alcune cose,
ne fa perdere altre. Una studentessa cinese mi ha chiesto una
volta a Xian, quando ero lì per la traduzione di Microcosmi
in cinese, mi ha chiesto: Cosa si perde scrivendo? Domanda geniale.
Io so cosa ha significato Il mito asburgico, Il Danubio, Un altro
mare anche La Mostra, ma questo è troppo vicino. Certo,
c’è l’emozione di veder uscire un libro, come
viene accolto, insomma tutta questa incertezza che si ha perché uno
non sa bene cosa ha detto e fatto. Però è troppo
presto per vedere come la personalità si riassesta in
quella visione del mondo che non è solo sul comunismo,
perché quando a questo si mescola il vissuto, la vita
condivisa, i sentimenti che si provano, che si sono provati,
agli affetti, agli affetti antichi, agli affetti nuovi, all’amicizia
sarebbe grottesco se volessi… non lo so, ecco.
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