2004, Mantova
Serge
Latouche: la cultura immorale dell'economia
Intervista di Luciano Minerva
«Rilascia interviste solo la
mattina presto o dopo le 18, meglio la mattina», ci dicono
all’ufficio stampa del Festivaletteratura di Mantova.
La sua richiesta sarebbe per le otto, trattiamo per le otto
e trenta, sarà poi lui a chiederci lo spostamento alle
nove, anche i più mattinieri non possono evitare di
far le ore piccole travolti dal Festival e dalla vita della
città nei giorni dell’evento che la risveglia.
C’è un tempo dei narratori e un tempo dei saggisti.
E’ difficilissimo che chi lavora di fantasia richieda
di essere intervistato la mattina presto. Come se la mente
si risvegliasse più tardi e ai sogni e alla fase del
risveglio andasse lasciato tutto il tempo necessario. Latouche
invece è un saggista.
Alto, un aspetto imponente, un bastone che pare portato più per
vezzo o per sicurezza che per necessità, un sorriso disponibile
e cordiale che non cancella l’aria del professore e dello
studioso. Non toglierà neppure per un attimo il berretto
con la visiera a coprire la chioma disordinata che gli avevamo
visto nell’incontro con il pubblico. Il suo italiano è abbastanza
ricco e corretto da farglielo scegliere come lingua per l’intervista,
come già per il confronto pubblico. Gli piace, senza esagerare
e senza per questo esaltarsi, essere considerato un anticipatore
dei temi e dei tempi, alla parola ‘profetico’ gli
sorridono gli occhi. Perché quando lui ha scritto L’occidentalizzazione
del mondo l’attenzione alla globalità e alle connessioni
tra le culture l’avevano in pochi grandi maestri.
Antropologo ma non solo, studioso della società nelle
sue forme manifeste e in quei legami invisibili che ne tracciano
la struttura, il suo lavoro non sta solo in quello che scrive
personalmente, ma in ciò che sa raccogliere e coordinare
del lavoro e degli studi degli altri, come ha fatto nella rivista
Mauss. Di questa non può fare a meno di ricordare, prima
che inizi l’intervista, il ruolo essenziale di Alfredo
Salsano, il direttore editoriale di Bollati Boringhieri scomparso
da pochi mesi, amico fraterno, oltre che grande intellettuale,
di quelli che ti aiutano a leggere la complessità del
mondo. E a renderlo più bello e interessante.
Negli ultimi anni si è diffuso anche nel linguaggio comune
il termine globalizzazione, è un termine che lei non usa, preferisce
mondializzazione, ma prima ancora lei ha introdotto un altro termine che è occidentalizzazione.
Come vede oggi, alla luce di quello che è successo, la scelta di questo
termine, e come lo vede modificato, eventualmente?
Forse un po’ è segno di orgoglio, ma penso che avevo trovato il
termine giusto, perché quando si è posta a Henry Kissinger la
domanda: «Cos’è la globalizzazione?» lui ha risposto: «La
globalizzazione altro non è che il nuovo nome della politica egemonica
americana». E’ una risposta fantastica perché è di
un cinismo terribile, ma è vero che la mondializzazione (o globalizzazione)
non ha senso. Il mondo è globalizzato già da molti secoli. La
sola cosa che è cambiata, ed è un cambiamento della politica
mondiale, è che dopo il crollo dell’impero sovietico c’è un
mondo unico che è dominato dall’America e dall’Occidente.
Penso che sia meglio parlare di Occidente che soltanto di Stati uniti, perché loro
naturalmente sono la potenza egemonica, ma tutto l’Occidente è più o
meno solidale. L’espressione «occidentalizzazione del mondo» conteneva
già questo processo che oggi si chiama globalizzazione, ma in francese
preferiamo il termine mondializzazione.
Occidentalizzazione, lei specifica bene, è, al
contrario di come viene usato globalizzazione, un termine che
riguarda esclusivamente processi economici. Lei mette bene
l’accento sul fatto che è un processo che arriva
da molto lontano e che è sbagliato vedere i processi
economici come un aspetto separato dal resto...
Questo è vero, ed è la seconda ragione per cui preferisco questo
termine. Perché di sicuro oggi viviamo, e questa è la cosa nuova
della cosiddetta mondializzazione, il tempo di una economicizzazione totale
del mondo. Ma dobbiamo ritenere che l’economia non sia fuori della cultura.
L’economia è la cultura di noi occidentali, ma questa cultura
economica viene da molto lontano. E come la nostra cultura è diventata
economia? C’era un prima dell’economicizzazione e questo volevo
spiegare ne L’occidentalizzazione del mondo. Nel secolo scorso già la
colonizzazione era la conquista delle anime, come dicevano i colonialisti,
ma c’era un imperialismo culturale e oggi la forma dell’imperialismo
culturale si fa attraverso l’ideologia del mercato.
Lei dice che l’occidentalizzazione è anche
una grande messa in scena mondiale e in questa macchina della
tecnologia mondiale il legame sociale si tiene solo con il
terrorismo di massa.
Il mio pensiero è che il processo di questa modernità, specialmente
nella forma della tarda modernità che è l’occidentalizzazione
del mondo, distrugge tutti i legami sociali. Oggi la sopravvivenza della tradizione è sparita
e una società non può funzionare soltanto sui legami del mercato.
Per il titolo di un mio libro ho usato il termine di ‘megamacchina’.
Questo vuol dire che la società umana si è trasformata in una
grande macchina di cui siamo ingranaggi, tutti siamo ridotti allo stato di
ingranaggi. Vuol dire che il legame sociale tiene soltanto per questo inserimento
negli ingranaggi nella megamacchina, ma che non c’è più il
legame tradizionale e che soltanto un sistema totalitario, come già l’avevano
pensato Orwell o Aldous Huxley, può sostenere una società tecnoeconomica
così forte e così avanzata. Così anche un Paese che ha
una tradizione forte di liberalismo nel migliore senso della parola, come gli
Stati Uniti, diventa a poco a poco uno stato poliziesco, con la legge patriottica
che toglie sempre più libertà. Se si pensa che Edward Kennedy è stato
rifiutato agli aeroporti perché era su una lista come terrorista...
Allora si vede oggi che questa megamacchina che distrugge tutto, tutte le tradizioni,
tutte le credenze, o almeno ne ha la tendenza perché non riesce a farlo
fino in fondo, genera un terrorismo per il risentimento di tutte le vittime,
ma questo terrorismo è la risposta al terrorismo dello Stato e al terrorismo
del mercato.
Lei si dice insoddisfatto della parola universalismo
e dice che andrebbe sostituita con il termine pluriversalismo.
Che cos’è il pluriversalismo? Va detto
che "universalismo" sembra una parola bellissima, ma è bellissima
per noi occidentali perché l’abbiamo inventata nel Settecento, è la
parola d’ordine dell’illuminismo. Ma oggi si verifica che non tutti
si riconoscono in queste aspirazioni cosiddette universalistiche, perché l’universalismo
alla fine è l’ideologia occidentale, anche con i diritti dell’uomo.
Un amico, che è un teologo famoso, Raimon Panikkar, dice che in tutte
le civiltà ci sono delle aspirazioni più o meno condivise che
hanno delle affinità: sono equivalenti, ma non identiche. Per esempio
gli indiani, che pensano che la mucca sia molto più importante di altre
cose, hanno un’aspirazione alla dignità che si traduce nel termine
dharma. Ma non è esattamente la stessa cosa che i diritti dell’uomo,
e noi occidentali, abbiamo imposto questa ideologia universalistica che di
fatto è l’ideologia occidentale. E penso che se vogliamo la convivenza
delle culture, dobbiamo pensare a un dialogo vero, non ad un imperialismo ,
non a un imperialismo culturale, perché oggi viviamo in un tempo di
imperialismo culturale occidentale sotto la forma dell’universalismo
imposto. Così si può fare un gioco di parole con universalismo,
pensiero unico, mondo unico, universo unico. "Pluriversalismo" significa
che c’è un’aspirazione comune nella diversità: un
vero pluralismo culturale fondato su una vera democrazia delle culture. Tutte
sono diverse, uguali e condividono naturalmente la volontà di tolleranza
reciproca.
In questo universalismo dell’Occidente entra il
dono, ma in termini completamente diversi da quello con cui
il dono si usava nelle società tradizionali. Quindi
lei è molto critico anche nei confronti di alcune Ong,
per il modo in cui l’Occidente si rapporta nei confronti
del cosiddetto Terzo mondo.
Sì, perché ci porta al paternalismo dell’Occidente, perché nello
stesso tempo l’Occidente impone la legge economica senza pietà:
gli affari sono gli affari e hanno espulso anche dai rapporti commerciali tutto
il senso di umanità, mentre i rapporti commerciali tradizionali sono
rapporti di dialogo, non c’è solo il denaro. Hanno separato completamente,
sotto il nome della generosità nella tradizione cristiana, il dono,
che sarebbe un dono assoluto, gratuito, senza contropartita. Ma coloro che
ricevono un dono senza contropartita si sentono aggrediti perché non
possono ricambiare. Se vogliamo aiutare qualcuno dobbiamo avere qualcosa da
chiedergli, perché nel momento del dono anche l’altro possa sentirsi
riconosciuto come soggetto. Invece molte Ong, di fronte al Terzo Mondo, pensano
solo di portare, di dare qualcosa: l’occidentale è sempre qualcuno
che vuole portare la civiltà, il commercio, ma non ricevere qualcosa.
Invece dobbiamo accettare, il dialogo delle culture è nell’accettare
di ricevere qualcosa sul medesimo piano.
Ci sono molte correnti economiche che sono alla ricerca
di un’etica dell’economia. In Giustizia senza limiti
cita «500 corsi di etica spesso sponsorizzati da grandi
imprese nei campus americani». Sulla base di questi ed
altri dati lei sostiene che etica ed economia non possono andare
d’accordo, che non può esistere un’economia
etica.
Sì, perché la logica economica, già vista da Aristotele, è di
strumentalizzare: l’uomo è strumentalizzato come salariato, la
natura è strumentalizzata come materia prima e come macchina, non c’è posto
per un’etica vera, si deve reinserire l’economia in un rapporto
umano per introdurre l’etica. Se nel momento dell’economicizzazione
del mondo si parla dell’etica come qualcosa che non esiste più,
allora non è una cosa innocente: è soltanto un tentativo di mascherare
il fatto che l’etica è espulsa e tutti oggi possono vedere che
non c’è più come in altre situazioni la possibilità di
distinguere davvero l’economia normale dall’economia criminale,
come si vede nello scandalo di Parmalat o di Enron. Si passa attraverso i paradisi
fiscali, si passa attraverso tutti questi processi dell’economia moderna
transnazionalizzata, e si vede che non ci sono più limiti tra l’economia
normale e l’economia criminale: l’economia normale diventa criminale,
l’economia criminale diventa normale. E dov’è l’etica
in questo?
Ci sono modi di pensare che non fanno parte del pensiero
unico, che non si adeguano, che continuano a lasciare spazio
all’umanità nei rapporti di lavoro, a un uso del
tempo non funzionale alla produttività. Cita l’esempio
dell’allevatore che preferisce avere una sola mucca,
anziché due con un maggiore guadagno, ma riesce a godersi
il tramonto. Che possibilità di sopravvivenza hanno
questi modi di pensare nel mondo globalizzato?
Ho parlato prima della megamacchina, ho detto che tutti siamo
ingranaggi. Naturalmente questa è una metafora, perché non siamo ingranaggi, fondamentalmente
siamo uomini e come uomini c’è sempre qualcosa di irriducibile
alla macchina, e anche nell’uomo che è a capo di un’impresa
c’è una tendenza sovversiva. Nello stesso tempo in cui siamo
all’acme della mercificazione totale c’è una reazione
profonda, vediamo già che il momento del trionfo della globalizzazione è anche
il momento in cui si annuncia il crollo di questo processo. Allora penso
che c’è un bel futuro davanti a noi per le idee eterodosse sull’economia,
sui rapporti sociali. Il lavoro che facciamo con il movimento antiutilitarista
e che trova spazio sulla rivista Mauss è un po’ un laboratorio
per il futuro.
Oggi si vedono sempre di più forme nuove di organizzazione,
come il commercio equo e solidale. Quale possibilità c’è con
un sistema diverso di organizzazione, di reti, di poter governare
questi fenomeni e secondo lei chi e come si governeranno?
Su
questo punto non sono profeta. Naturalmente stiamo sperimentando
forme nuove, perché si vede bene che la forma tradizionale del partito politico
non funziona più, c’è una crisi della politica. Allora
cerchiamo di collegarci per fare azioni, come il movimento no global. Ci
sono forme nuove, ma il futuro di queste forme non lo so: penso che si deve
ricostruire, perché si parla sempre della società civile, ma
chi l’ha vista la società civile? Si deve ricostruire una forma
di cittadinanza e di una nuova società attraverso queste forme di
reti, ma...
Prevarrà finalmente, come lei auspica ne La sfida
di Minerva, la ragionevolezza sulla razionalità?
Di
sicuro la razionalità va alla catastrofe allora dobbiamo tornare
al ragionevole, ma saremo ragionevoli? Questa è un’altra storia.
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