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2008, Mantova

Nicole Krauss: quei silenzi tra una parola e l’altra
di Luciano Minerva

“Quando ascoltava la musica, non ascoltava più le note ma i silenzi”. Questo brano da “La storia dell’amore” di Nicole Krauss mi ha indotto a chiedere l’accesso allo studiolo di Isabella d’Este, nel Palazzo Ducale di Mantova, e al suo Giardino segreto, per ospitare l’intervista alla giovane scrittrice americana. Perché il rimando allo stemma della mecenate e umanista del XV secolo (una pausa sul pentagramma) era troppo forte. Quanto forte era l’interesse di Nicole Krauss, a Mantova con il marito Jonathan Safran Foer, per i temi della memoria e del rapporto tra passato e presente. In quello stesso giardino era cominciata la serie di interviste di Incontri, a settembre 2000, con David Grossman. E, per quei fili sottili e invisibili che legano le persone, non solo in letteratura, in quel giardino Nicole Krauss si è definita “a literary bastard” di David Grossman manifestando la sua piena e incondizionata ammirazione per lo scrittore israeliano. Non mi resta che da aggiungere, come nota personale, che trovo “La storia dell’amore” uno tra i più bei romanzi degli ultimi anni.

La memoria fa sempre parte dei suoi libri, come elemento fondamentale. Come mette in funzione la sua memoria, quando arriva a Mantova e la prima cosa che fa è visitare Palazzo Ducale?
Come prima cosa sono qui con il mio bambino piccolo che ha due anni e così per gran parte del tempo gli ho corso dietro, abbiamo contato tutti i gradini e una delle cose che mi ricordo è una parola in yiddish che è “shleck”? Che vuol dire trascinare, portare. Io ho “shleck” questo bambino di due anni che non si ricorderà nulla.
Per me una delle cose divertenti guardando in retrospettiva è questa città all’interno della città. Quando ci cammini dentro è come camminare attraverso il tempo. Mi ricorda l’esperienza di quando andai al Grand Canyon, dove vedi l’era geologica nelle pietre, il senso del tempo, di milioni di anni. Qui hai il senso della cultura che si muove e progredisce. E anche per me è un piacere speciale, perché chiunque sia cresciuto amando Italo Calvino ha un’idea dell’Italia come di una città invisibile, magica, una città che qualcuno ha inventato ed è strana, e questo le somiglia un po’, una città all’interno di questa, come una città segreta.

I suoi personaggi vedono deserti e oceani. Che rappresentazione diversa c’è dell’anima vedendo questi luoghi?
Mi sembra che noi siamo sempre collegati al Deserto e all’Oceano perché quando ti misuri con una dimensione simile, con quell’infinito, senti di essere piccolo e senti la vicinanza con l’oblio e questo ti ispira ogni tipo di sensazioni, ma quando visiti un posto come questo e, specie per noi americani, una città così antica, non trovi lo stesso tipo di anima, trovi l’anima come una cosa fatta dall’uomo, è molto diverso, ed è incredibile camminare qui e vedere come queste strade sono consumate, vedi quanta gente ha camminato qui, e pensi che Isabella d’Este era qui, esattamente qui. Questo mi suggerisce aspetti differenti dell’anima, uno è quello dove l’umanità non c’è e l’altro è dove c’è.

Isabella d’Este aveva la bellezza come tema di fondo. L’ultima immagine del suo libro “Un uomo sulla soglia” è quella di un “momento che possedeva il peso indelebile della bellezza”. Quanto questi momenti influenzano la vita delle persone e quanto hanno influenzato la sua?
Queste sono le parole di una donna che per tutto il romanzo non ha voce. È l’unica che osserva la perdita di memoria del marito. In quelle due pagine finalmente ha la possibilità di parlare. E di tutta la loro vita insieme sceglie di raccontare un singolo momento di un solo giorno. E lei ricorda al posto di lui che ha dimenticato tutto. Sceglie un momento di quel giorno in cui le foglie erano sull’albero e la descrizione ha il peso indelebile della bellezza. Ma lei naturalmente ricorda questo momento solo dopo. Quando pensavo a questo, nello scrivere il libro, pensavo che quando viviamo la nostra vita nella sua pienezza e ne siamo coinvolti, per molti aspetti ne siamo inconsapevoli e l’evidenza ci balza agli occhi solo piu’ tardi, quando abbiamo l’occasione e una pausa che ci permetta di guardare indietro. Parlando della bellezza, quella che ci colpisce è quella che io definisco indelebile e, ripeto, ci colpisce solo in un secondo tempo, anche se è sempre presente nella nostra vita. Nel quotidiano la perdiamo, la dimentichiamo, non la consideriamo essenziale. E poi da tutto questo scaturisce questa cosa minuscola,, questo piccolo momento che non abbiamo saputo individuare prima.
È importante per me l’idea che quando ricordiamo la nostra vita tutti noi diventiamo in un certo senso scrittori: siamo romanzieri, inventori di noi stessi e la cosa cruciale per noi è poter contare su un “io” coerente. Ci serve soprattutto qualcosa che non credo esista realmente, un senso di continuità, il senso di essere una persona. Sappiamo scientificamente che le nostre cellule cambiano continuamente, ogni cellula del nostro corpo è diversa rispetto a quando avevamo quattordici anni, ma noi abbiamo bisogno psicologicamente, emotivamente, fisicamente, di un senso di continuità, e per raggiungerlo usiamo quello strumento umanissimo e incredibilmente potente che è la memoria. La nostra memoria sceglie questi singoli momenti indelebili, li intreccia e noi ne ricaviamo una storia. Ma dobbiamo ricordare che, anche se è solo una storia, è quella che ci scorre accanto.

Siamo in questo salotto di Isabella d’Este, grandissima mecenate e umanista che scelse per il suo stemma il simbolo della pausa musicale. Non c’è luogo migliore dove ricordare una parte della “Storia dell’amore”, in cui Leon Gurski, componendo un necrologio, scrive: “Quando ascoltava la musica non ascoltava più le note, ma i silenzi. Quando leggeva un libro si dedicava interamente alle virgole e ai punti e virgola, allo spazio dopo il punto e prima della maiuscola nella frase successiva.”

Come scrittrice, sono sempre estremamente interessata a ciò che quel personaggio, quella persona, non dicono. È come se rivelasse molto di più di quello che scegliamo di dire. Per esempio il personaggio di Leon Gurski, il vecchio della storia dell’amore: il momento in cui diventa vivo per me come personaggio … forse ne avevo già scritto per alcune settimane, avevo alcune pagine, ma era ancora un’idea…, ma poi mi è venuta questa frase: “E però. ecc. ecc.” e mi sono chiesta: e se ci mettessi un punto dopo “E però”? ……. E ho capito all’improvviso che in quest’uomo stavo infondendo una vita mortale. Perché in questa semplice frase sono riuscita ad afferrare come una nuova punteggiatura per il silenzio: “E però” indica che dopo c’è ancora qualcosa, qualcosa che dovrei dire, ma non riesco a dire. Così lui inizia e prima di poter dire… esiste ancora una notazione di ciò che resta non detto. Credo che in qualche modo come scrittori si vada sempre alla ricerca di questo: in superficie succede qualcosa, ma tu cerchi di andare sotto, di scavare nel silenzio, che cosa succede dentro il silenzio di quella persona, quello che viene detto davvero. L’altra cosa che come scrittrice mi interessa sul silenzio, naturalmente nella musica è lo stesso, è l’idea di contrappunto, perché nella “Storia dell’amore” ero davvero interessata all’idea musicale di un contrappunto tra un vecchio e una ragazza, come parlarsi, come trovare risposte alle domande dell’altro e come trovare un luogo dove incontrarsi. Loro cercano sempre di avere una specie di rima e questo si pone in un certo senso anche per le rime dei silenzi. Una volta in un saggio ho scritto che “non c’è rima per il silenzio”. Ma uno scrittore la cerca sempre. Ha presente quando passando con la matita su un rilievo se ne ricava la traccia su un foglio? Così si fa con il silenzio. Cercando di scoprire ciò che fa rima con il silenzio, e di poterlo ascoltare, e di comprendere così il significato del silenzio di quella persona.

Nella Storia dell’amore il protagonista deve cercare un titolo per il suo libro: comincia con “ridere e piangere”, “ridere, piangere e scrivere”, poi riflette ancora e arriva a “ridere e piangere e scrivere e aspettare”. In qualche modo questa è la sua poetica?

Ci sono state molte cose che mi hanno fatto sentire libera. Ho scritto poesie per molti anni, fin da bambina quando pensavo che sarei stata una poetessa; e ho scritto il mio primo romanzo a venticinque anni e da allora non avevo mai scritto nessuna poesia. Ma ci sono tante cose che amavo nel romanzo, che ho capito che era questa la mia vocazione, la confusione, le complicazioni, le imperfezioni, perché davvero non penso che ci possa essere un romanzo perfetto, non credo che esista. Mi piaceva l’idea che ogni volta si debba inventare la forma. Ma una delle cose che mi lascia come insoddisfatta è che le parole sono così tutte insieme, si affollano tutte sulla pagina mentre nella poesia c’è sempre l’occasione di fare di una parola un’idea solitaria, che resta da sola e obbliga il lettore a dedicarle il silenzio, a offrirle una pausa. Con questo libro ho provato a fare qualcosa del genere, ad agire di nuovo con notazioni musicali, per lasciare il lettore solo, per offrire una pausa prima e dopo, e ho sperimentato la stessa cosa alla fine del libro, quando ci sono Leo e Alma, e ciascuno dei due parla, e il fatto che devi girare la pagina ti obbliga a prenderti una pausa, sentire prima una voce poi l’altra, Per me era cercare di soddisfare questo problema, per colmare questa mia insoddisfazione che resta nel passaggio dalla poesia alla prosa, e ci sono molte altre cose che nel romanzo non si possono fare, ma questa è la cosa che mi dà più fastidio.

Ricostruire i segni del passato è un compito che lei assegna alla nuova generazione. Una giovane ragazza e suo fratello fanno da investigatori per capire quello che è successo. Perché sceglie di affidare questo compito a questa generazione?
Credo che nel romanzo la vecchia generazione, Leo per esempio, ha già trovato il modo per affrontare il passato: dove è necessario si inventa, si immagina perfino qualcosa che non esiste per rendere il passato sopportabile. Facciamo la cosa che abbia già detto, che è creare una narrazione, senza colpa, senza preoccupazione, tu inventi comunque degli amici che ti accompagnino o qualsiasi altra cosa. Credo che questo sia un modo molto naturale, molto umano di vivere, anche non si è sopravvissuti al trauma. Lo facciamo sempre, proteggiamo i nostri bambini raccontando piccole storie sulla morte o su cose che possono far paura, abbiamo bisogno di inventare una realtà cambiata per proteggerci. Quando siamo più giovani, quando siamo bambini non abbiamo ancora imparato questa tecnica, e quindi non siamo ancora stati feriti o spaventati tanto da dover inventare e quindi si cerca la verità e invece di trovare la verità si trova il silenzio; perché in questo caso particolare, cioè nel caso di una bambina ebrea, con i nonni che avevano molte storie e molte cose a cui dovevano sopravvivere, non tendono a dirti in modo diretto come stavano le cose, tendono a girare intorno ai fatti.
Per esempio quando ho intervistato mia nonna, lei è di Norimberga, la sua famiglia era scomparsa nei campi di concentramento e anche lei era stata nei campi per una breve fase in un campo di transito e ne era uscita come accompagnatrice per un gruppo di bambini. E ogni volta che mi raccontava una parte molto triste, o angosciante, io avevo un registratore e lei mi chiedeva di fermare il nastro. Anche raccontandomi la storia, era consapevole che la registravo, della famiglia non voleva che fosse registrata la parte triste e io avevo già compiuto diciotto anni …ma lei non voleva che questo suo racconto fosse ricordato così.
C’è un modo in cui la generazione più giovane, la mia generazione, quella di Alma e Bird, ascolti ciò che non viene detto e ha un bisogno disperato di scoprire, perchè per te rappresenta da dove vieni e chi sei. Se non sappiamo da dove veniamo, come facciamo a sapere come andare avanti? Così c’è questo genere di ricerca disperata, per riempire i vuoti.

Nella “Storia dell’amore” ha sentito il bisogno di rendere omaggio ai suoi quattro nonni pubblicando le loro fotografie.

La prima domanda è stata: perché i libri non vengono dedicati con fotografie? Per me una delle cose più curiose quando apro un libro è: è dedicato a Matthew o a Georgia. Chi è questa persona, con cui l’autore ha un rapporto tanto speciale? Così, come per soddisfare il lettore oltre che l’autore, ho optato per le fotografie. E ho scelto queste foto dei miei nonni proprio nel momento della loro gioventù, quando sono stati espulsi dal mondo che conoscevano verso un mondo che non conoscevano: Come in “Un uomo sulla soglia” il protagonista si muove da una vecchia a una nuova vita, da una primaria a una necessariamente secondaria. E loro a ottanta, novanta, cento anni hanno solo la vita da cui vengono. Per me non è importante che questo libro racconti la storia dei miei nonni, sono convinta dela necessità di inventare, di immaginare, non voglio fare una cronaca della storia o di una biografia. Ma certo ho conservato il loro spirito, che è lì in quel momento in cui tutto quello che hai alle spalle è il ricordo e quello che hai davanti è il futuro. Questo è il momento che ho voluto fermare della loro vita.

Lei è della seconda generazione dopo i campi di concentramento. Uno degli scrittori più rappresentativi della prima generazione è David Grossman. Che tributo deve a David Grossman e che rapporto ha con lui?

Per me David Grossman è un eroe, nella vita e nella letteratura. Ho letto “Vedi alla voce amore”, che per me è uno dei suoi capolavori, subito prima di scrivere “La storia dell’amore” e sono stata travolta dal vortice di emozioni su cosa può essere un romanzo: ho capito che non è necessario che abbia delle regole, non deve somigliare ai romanzi già scritti, può essere completamente reinventato. E questo mi è piaciuto e mi ha ispirato. Quando ho incontrato David gli ho detto: “La gente spesso chiede o immagina chi ti ha influenzato o chi ti ha ispirato, Nicole Krauss si ispira certamente a I.B. Singer.” Io ho letto così poco di questo autore che è impossibile, a meno che non le abbia assorbite con l’aria. Quello che tanti non capiscono, e io ho confessato a lui, è che io sono una figlia letteraria illegittima di David Grossman, che è uno dei più grandi scrittori del nostro tempo. Nell’ebraismo noi abbiamo i Lamed Vovnik, che sono i pochi saggi senza di cui non potremmo esistere, sulle loro spalle poggia il collegamento con il divino per tutta l’umanità e credo che David Grossman sia uno di loro.


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