2004, Mantova
Kader
Abdolah: Il dovere di essere scrittore
Intervista di Luciano Minerva
“Tenevo i miei due piedi sul suolo umido d’Olanda,
ma la mia testa si perdeva in un mondo di fantasmi nel mio
passato.” Attraverso quali fasi psicologiche si passa
per arrivare alla padronanza di una lingua completamente diversa
per chi arriva in un altro paese?
E’ molto difficile da spiegare, io ho tante storie nella
mia testa e io volevo raccontarle a te, a lui, a quella donna,
ma lei non conosceva la mia lingua e io avevo bisogno di parlarle,
di raccontare, di spiegarla. E avevo bisogno di alcune parole,
solo poche parole, cento, centoventi erano abbastanza e quando
imparai cento, centoventi parole, provai a raccontare la mia
storia, provai a cambiare questo materiale in parole olandesi.
Incontrati molti ostacoli, ma lo feci, ci provai. E creai la
mia propria lingua neerlandese, non la lingua di quella donna,
non la lingua di quel famoso scrittore neerlandese, ma la mia.
A ogni lingua corrisponde anche tutto un mondo di immaginario.
Come è riuscito a combinare due mondi diversi come quello
persiano e quello neerlandese?
Io vivo in due diversi mondi: la cultura, il linguaggio, il
passato persiano, le mie case, le mie strade; e adesso vivo in
Olanda, con altre case, altre donne, altre strade, un’altra
cultura. Due lingue diverse, due culture diverse, due differenti
mondi femminili, e io non avrei potuto parlare con la mia vecchia
lingua, non avrei potuto raccontare le mie vecchie storie con
la mia vecchia lingua e non avrei potuto raccontare quelle storie
nella lingua d’Olanda. Avevo bisogno di una lingua nuova,
fatta in parte di quella lingua, in parte di questa. E ho fatto
la mia propria lingua con parole molto importanti, solo parole
importanti. La mia lingua è molto semplice. Se legge i
miei libri in olandese, lei dice: oh, molto semplice e insieme
molto pesante, perché ho messo molte memorie, molti pensieri
in una parola, e io scelgo una parola … la metto qui nella
mia mano, ne sento l’odore, la guardo e metto la seconda
parola, e poi la terza parola, e poi la quarta e basta così.
Taglio, taglio, taglio … e la mia lingua, la mia nuova
lingua neerlandese la posso paragonare a quella della Bibbia,
del Vecchio testamento, ogni parola è necessaria: ogni
parola, ogni singola parola è importante per la storia,
perché non avevo, non ho molte parole. Avevo bisogno di
un linguaggio molto semplice ma forte. Ha presenti le piramidi
egiziane? Sono molto semplici e molto forti, e ci raccontano
una storia molto grande e antica. Ho provato, nello stesso modo,
a scrivere. In modo semplice, ma forte: una pietra, una pietra,
una pietra, per un libro semplice e forte.
Spesso noi ragioniamo sugli “stranieri” per stereotipi.
Ma come si fa a capire quale parte di vero c’è negli
stereotipi e quale parte invece va cambiata, va trasformata?
Questo è il dovere dello scrittore. Ai nostri tempi gli
scrittori dell’immigrazione devono rompere gli stereotipi.
L’Europa ha il brutto cliché scuro sulla gente iraniana,
irachena, e così via. Alcuni di questi stereotipi sono
giusti e altri no. E’ compito dello scrittore immigrato
ora, proprio ora, mostrare la verità…o meglio non
la verità, ma fare qualche cosa di meraviglioso, di enorme,
di bello su quello che loro sanno e quello che non sanno. L’Europa
sta cambiando, per le migliaia, i milioni di immigrati. Vengono
qui, con due mani vuote ma sono pericolosi perché sono
musulmani o hanno letto qualcosa del Corano, qualunque cosa ….,
va bene, ma questa gente è arrivata qui con vecchie grandi
storie e il dovere dello scrittore è cambiare la testa
degli europei e dar loro una nuova visione a questa parte di
quei paesi e io sto facendo questo. Leggete i miei libri e con
i miei libri io vi do uno specchio e voi guardate voi stessi.
Noi abbiamo cominciato, siamo impegnati a creare una nuova Europa.
L’Europa non può fermare l’immigrazione. Migliaia
di queste persone continueranno a venire in Italia, in Olanda.
Questo è il tempo, il tempo, il tempo che sta facendo
questo. Io non volevo venire qui, non volevo venire in Europa.
Io volevo stare là, vicino alle nostre donne, ma dovevo
venire perché avevo delle storie e dovevo raccontarle
a voi perché i tempi sono cambiati. Non potevo far nulla,
dovevo vivere e voi non potevate fare niente, dovevate ricevermi.,
con le mie storie, con il mio passato e noi insieme cambieremo
l’Europa e questo richiede tempo: i prossimi cinquanta
o cento anni faremo un’Europa molto forte, con questi cattivi
ragazzi che stanno arrivando qui.
"Un tempo volevamo trasformare il nostro Paese in un
paradiso, ma noi stessi non eravamo pronti." Lei ha l’esperienza
della lotta clandestina sconfitta. Oggi sulla base di quell’esperienza
ritiene che la gente comune possa fare qualcosa per cambiare
le società dove vanno cambiate come in Iran?
Quando ero in Iran dovevo combattere contro gli ayatollah, dovevo
combattere per la libertà, dovevo combattere per avere
stanze dove parlare e dove scrivere. Ma ora sono fuggito e sono
qui. Adesso ho un altro dovere, devo fare qualcos’altro,
perché qui è tutto libero, posso parlare, posso
toccare, posso assaggiare e posso pensare, sono libero, ma ora
devo incontrare voi: voglio dire una nuova cultura, una nuova
lingua, nuova gente, devo incontrarvi, devo imparare una nuova
lingua, devo apprendere una nuova cultura, devo cambiare me stesso
e nello stesso tempo cambiare voi. Per esempio, non sono lo stesso
Kader Abdolah che viveva là e che scriveva là,
sono cambiato, ho cambiato me stesso durante la lotta con la
lingua olandese, la cultura europea, la cultura italiana, e il
lavoro di scrivere e la creazione di una nuova lingua, sono cambiato,
sono un nuovo Kader Abdolah. Non penso più allo stesso
modo, penso nel modo vostro, nel mio modo, e nel mio proprio
modo. E in questo nuovo modo di pensare costruisco una nuova
storia, faccio nuovi libri che non potevo scrivere là e
che non avrei potuto scrivere se fossi stato uno scrittore olandese.
Sono più che uno scrittore persiano, più che uno
scrittore olandese, sono e scrivo al di sopra di queste due culture,
sono più ricco, sono diventato più giovane, più ricco,
ed è mio dovere, lo ripeto, incontrare voi, e questo so
significa incontrare voi e voi significa la vostra lingua, la
vostra cultura, le vostre strade, le vostre donne e per questo
incontro lei mi cambia, io cambio e io cambio lei.
Per chi invece è rimasto in Iran e non è uno scrittore,
quali sono le possibilità di uscita che lei vede?
Io adesso vivo in un altro continente, in un altro tempo, in
un mondo di altre fantasie, che è diverso al cento per
cento da quello in cui vivevo prima. Devono fare quello che c’è da
fare. Devono combattere contro gli ayatollah. In questo momento,
e io devo fare quello che devo fare, devo imparare la vostra
cultura, la vostra lingua e scrivere le loro storie, mostrare
le loro storie e il loro dolore e fare …. Per voi, questo è il
mio lavoro, essere vicino a voi, raccontare a voi le loro storie
e nello stesso tempo raccontare a loro la vostra storia.
Nel suo secondo libro, scrittura cuneiforme, Lei racconta
l’esperienza
di Ismail che è anche autobiografica, di aver avuto
un padre sordomuto. Che cosa ha lasciato dentro di lei quest’esperienza?
Mio padre non era capace di parlare, di sentire, di leggere,
ma creavamo insieme una lingua per capirci, un linguaggio dei
segni. Parlavamo con le mani e con il viso e abbiamo creato un
linguaggio molto ricco. Avevamo sì e no 150 segni, ma
parlavamo di tutto il grande mondo. Se non avessi avuto mio padre
non sarei stato capace di scrivere in neerlandese. Ho cominciato
a scrivere in neerlandese solo con poche parole, 150, esattamente
le stesse parole, gli stessi segni che io usavo per parlare con
mio padre. E’ stato molto importante avere un padre sordomuto.
E in Iran ero un combattente, contro gli ayatollah, ma adesso
in Europa, in Olanda, in Italia mi sento un costruttore di ponti,
faccio ponti con la lingua di mio padre sordomuto.
Quale può essere la funzione della poesia e della
letteratura di ponte per la costruzione di un mondo ancora
con idee universalistiche
e non solo schiacciata dalla globalizzazione?
In questi tempi, in questi tempi difficili e duri, quando si
combatte, quando si è divisi, quando si ha paura degli
stranieri, nel tempo in cui c’è la guerra e il terrorismo,
c’è un solo linguaggio per capirsi gli uni con gli
altri, per raggiungersi, ed è la poesia e la letteratura.
Solo con la letteratura, la poesia e le storie posso raggiungervi
e voi potete capirmi. Devo usare questo come arma, devo usare
la poesia come un carro armato, come un cannone, la poesia è un
cannone.
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