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2000, Torino

David Grossman
di Luciano Minerva

Il suo ultimo libro, “Che tu sia per me il coltello”, è la storia di un processo di crescita di un uomo, e in parte di una donna, attraverso una relazione epistolare. La sola condizione che l'uomo pone di non avere contatti attraverso nessuno dei cinque sensi. Che cos'è, per il protagonista, questa paura del corpo?
Yair è un uomo che fin da piccolo bambino non era contento del proprio corpo. Il modo in cui l’hanno sempre guardato i suoi genitori l'ha fatto sentire brutto. Non viveva secondo le loro aspettative ed è come se avesse interiorizzato il loro sguardo.
Ha almeno un’altra ragione per non volere un contatto fisico con Myriam: ha paura che l’uso del corpo lo porti ad una relazione scontata. Un altro motivo ancora che se decidi di non fare una determinata cosa, scopri all’improvviso tutte le altre cose che stai raggiungendo. Se un uomo e una donna non saltano subito insieme a letto, forse hanno la possibilita’ di esplorare, prima, molto altro. Cercare di spiegare il suo comportamento è difficile, a volte è inspiegabile.

Alla fine del suo libro è chiaro che ci sono altri protagonisti: i bambini. Le difficoltà della loro crescita derivano dalla scarsa maturità dei genitori. Quest'uomo, che all'inizio si considera il miglior padre al mondo, riproduce poi gli stessi schemi della sua famiglia. Come è possibile oggi diventare adulti ed essere buoni padri?

Se lo sapessi …Se solo conoscessi la risposta sarei felice. Penso che essere genitori sia uno dei mestieri più difficili: bisogna stare sempre in guardia per non commettere errori terribili, e quando dico “errori terribili” non intendo “commettere atrocità sui propri figli”, per carità, ma anche quando si usa con loro uno sguardo che non è d'amore, che non è in sintonia con ciò di cui hanno bisogno in quel preciso momento, si puo’ lasciare su di loro una cicatrice. E io stesso, se torno bambino, mi ricordo queste cicatrici, quando sentivo di non riuscire a farmi capire e i miei genitori, con tutta la loro buona volontà, non capivano davvero ciò di cui avevo bisogno in quel momento.
Per essere un buon genitore è importante ricordare il bambino che siamo stati. Ho la sensazione che i nostri figli abbiano un senso speciale nel cogliere le fratture della nostra identità, sanno esattamente dove sono le ferite che portiamo dall'infanzia, nel subconscio ma lo sanno, e corriamo sempre il pericolo di cadere più volte nelle stesse trappole di cui eravamo vittime da bambini. Occorre molta saggezza e generosità verso i nostri figli e devo confessare che come genitore non sempre ne ho a sufficienza e naturalmente faccio i miei errori come i miei genitori fecero i loro.

Quanto l'ha aiutata scrivere romanzi e racconti per i bambini, e quanto aiuta gli altri padri leggerle?
Innanzitutto aiuta lo scrittore. Perché egli formula a se stesso nuove risposte a sensazioni che può aver dimenticato, ma scrivendone queste ritornano nella sua vita reale. Credo che quando i genitori leggono queste storie ai figli accompagnandoli a letto, si crea una sorta di tenerezza, di intimità. Per me è sempre un'ora speciale, piena di tenerezza e delicatezza, quella in cui metto a letto i miei bambini. Quando va a dormire il bambino si sente solo: la stanza è buia, ci sono ombre ovunque, è solo nella sua stanza mentre gli altri sono ancora svegli, lavorano, parlano, guardano la televisione; pensate ai sogni, agli incubi, deve essere un’ora molto difficile, che fa paura. Così, quando scrivo libri per questa ora, li considero come un bacio sulla guancia del bambino prima di metterlo a letto, prima di mandarlo dentro la notte.

Myriam non ha gli stessi problemi con il ragazzo sfortunato che vive con lei. In tutta questa storia appare come una persona più matura. E così Maya, la moglie di Yair. In questo periodo, il cinema e la letteratura presentano gli uomini con molti più problemi delle donne. Lei rientra in questa corrente di pensiero?
È una domanda piuttosto complicata. Io insisto nel parlare solo delle cose che capisco davvero, come il protagonista del mio libro. Nel mio libro lei ha ragione, è così. Myriam è molto più matura di lui ed è lei il motore che sta dietro la storia, perché quello che cerca di fare è indirizzarlo indietro, verso se stesso, permettergli e aiutarlo ad essere se stesso e rivolgergli uno sguardo più amoroso di quello con cui l’hanno guardato, ad esempio, i suoi genitori. Lei è più generosa e coraggiosa di lui. Io temo le generalizzazioni, ma tra le donne che ho conosciuto e gli uomini che ho come amici, nel piccolo gruppo che io conosco, se una donna vive un vero amore, gli darà la priorità rispetto ad ogni altra cosa, mentre gli uomini non fanno sempre così.

Lei assegna un grande potere alle parole, alla possibilità di scoprire le parole dell'intimità. Qual è il potere della scrittura?
Le parole sono molto erotiche. Se diciamo realmente quello che siamo e se non usiamo dei cliché, come alcuni tendono a fare, riveliamo, attraverso il linguaggio che usiamo, qualcosa di noi stessi che è molto erotico, sensuale, e se abbiamo la fortuna di trovare un altro essere umano che risponde a questo erotismo delle nostre parole, possiamo creare insieme un linguaggio privato che sarà unico e “idiosincretico”, ugualmente concreto per entrambi. Credo che una definizione possibile dell’amore sia “avere un territorio verbale ermetico” e questo a volte succede in una relazione profonda. Se superiamo la tentazione di usare le frasi fatte, se realmente diventiamo noi stessi anche nel linguaggio, le parole diventano qualcosa di molto concreto, e si possono creare relazioni reali basate anche solo sulle parole. Ma voglio aggiungere una cosa: il mio libro è il più lungo preliminare amoroso della letteratura ebraica. Quasi tutto è fatto di parole, di immaginazione, delle fantasie di due persone che passo dopo passo creano la propria bibbia intima.
Ma nell'ultima pagina i due si toccano. Ho voluto che fosse così. Avevo bisogno che alla fine, dopo tutto quello che avevano creato, si stabilisse tra loro un contatto fisico. Questo per me è molto importante, perché le parole non bastano: sono una parte enorme, ma per conoscere un essere umano nella sua totalità servono sia le parole che la carne .

In questo periodo ci sono molte situazioni simili a quelle della sua storia, con la posta elettronica. Quale potere positivo può avere la comunicazione via e-mail con persone sconosciute?
Credo che sia il potere della fantasia. Nelle e-mail si può sempre essere qualunque cosa. Si può fare una specie di gioco erotico: si può dire qualunque cosa di sé, si può essere anche il contrario di come si è. Penso che molti scoprano la dolcezza dell'immaginazione, il piacere di creare per se stessi un personaggio attraverso la scrittura. Se ci pensiamo bene, anche se siamo sposati con la stessa persona da 25 anni, non è detto che la conosciamo, perché non conosciamo davvero la sua parte intima. Quando i miei bambini erano piccoli, avevo l'illusione di conoscerli perché davo loro le parole come i mattoni di un Lego per costruire il loro mondo interiore. Ma questo non ha senso, perché loro hanno i loro sogni e le loro allucinazioni pre-verbali, e la stessa cosa accade se si vive con un’altra persona: non si può conoscerla davvero perché abbiamo molti limiti nell’abilità di conoscere l'altro dall'interno.
Noi usiamo solo le parole e le parole possono essere strumenti molto grezzi per conoscersi. Vede: lei e io usiamo la stessa parola, “madre”, per indicare due donne diverse, ma forse commettiamo lo stesso errore quando parliamo di amore, di paura, di passione, chissa’? Ma quando si scrive e si compongono le parole in un modo e con una forza diversa, si scopre improvvisamente l'abilità di raggiungere la parte intima di un altro essere umano. Questo credo stia accadendo a molte persone con la posta elettronica. E lo dice un uomo che non ha una casella postale nel suo computer, perché vuole scrivere solo libri, non e-mail.

Lei ha parlato dell’illusione di poter dare il senso di tutte le parole nuove ai propri figli, e’ la stessa illusione di Yair con suo figlio. Qui c'è anche la metafora della sua lingua, l'ebraico?
È un'osservazione interessante. Uno dei miracoli dei tempi moderni in Israele è la lingua ebraica. È molto antica, conta quasi quattromila anni, la Bibbia è scritta in ebraico, lo stesso una parte del Talmud, ma questa lingua non è stata parlata per 1.800 anni. E ciò ha creato una lacuna nella lingua perché solo all'inizio del XX secolo una persona dal nome di Elias Benamozegh ha reinventato il linguaggio, non dal niente, perché c'era un intera Scrittura, ma ha dovuto inventare parole per oggetti che nella Bibbia non esistono: treno, gelato, pomodoro, abito da uomo, tante cose che non ci sono nella Bibbia e lui ha dovuto dare a tutte dei nomi. Le voglio raccontare una breve storia: quando si è sposato, nel contratto di matrimonio ha scritto che se lui e sua moglie avessero avuto un figlio, questo bambino avrebbe dovuto parlare solo ebraico. Ed ebbero un figlio il cui nome era Itamar, un meraviglioso nome israeliano. Il bambino parlava ebraico e nessuno era in grado di capirlo: era il solo bambino in tutto il mondo che parlava ebraico. Potete immaginare la sua solitudine, il suo isolamento? Ma oggi noi tutti parliamo ebraico, questa lingua che ci hanno dato i nostri antenati e ci è stata tramandata di generazione in generazione. Io guardo i miei bambini ed essi possono fare i compiti e litigare e amare, e anche accarezzare in ebraico e per loro è naturale, lo danno per scontato. Ma per me, per la mia generazione è ancora un miracolo, ricordando ancora l'alternativa.

Nei suoi commenti politici su giornali come La repubblica lei spesso osserva gli atteggiamenti del corpo e dell'anima dei leader politici, come fossero bambini, troppo emotivi, non molto maturi. Pensa che nel processo di pace tra palestinesi e israeliani sia necessaria maggiore fantasia ed essi non ne abbiano abbastanza?
Noi non avremo pace senza immaginazione, non avremo pace senza libertà dello spirito. E queste non sono solo parole. La situazione ci soffoca, la violenza ci avvelena. Se non proviamo a raffigurare per noi stessi le prospettive di pace, noi non avremo pace. Ciò che possiamo vedere oggi è solo la realtà che si chiude sopra di noi ed è una realtà molto scura e pochi di noi hanno il potere di sradicarsi da questa situazione e di dire a se stessi: ascolta, solo a due miglia da qui c'è la possibilità di una vita migliore, c'è la possibilità di non combattere, di non ucciderci l'un l'altro, per la prima volta nella nostra storia non dobbiamo solo sopravvivere da una catastrofe all'altra, ma possiamo vivere in tutte le dimensioni.
Bisogna capire, ed è tanto difficile da capire, questo meraviglioso giardino segreto.
Cosa vuol dire essere nati nella guerra, vivere in guerra per due, tre, quattro generazioni, crescere i propri figli sapendo che un giorno una guerra potrebbe portarli via. Bisogna ripartire dalla persona e dalla gente come gente. In questa situazione non siamo realmente vivi, sopravviviamo e basta. E’ come uccidere una parte di noi stessi, per poter funzionare in questa catastrofe.
Si minimizzano i propri limiti, si riduce la superficie dell’anima perche’ non venga ferita, in quest’area così violenta. Se hai il potere della fantasia, di immaginare un cambiamento di questa situazione, allora sai che un giorno, e io credo che sia un giorno molto vicino, avremo una vita normale, relazioni normali con i nostri vicini, e non dovremo investire tutte le nostre energie, la creatività, l’immaginazione nel creare un esercito, nelle armi, nel tentativo di manipolarci l'un l'altro, ma potremo fare quello che la gente dovrebbe fare: vivere una vita normale, parlare d'amore, parlare di sesso, dell’avere bambini e del crescere bambini e non sempre di guerra e di violenza.

Così è questo il momento di creare una nuova immagine per la parola e il luogo di Gerusalemme?

Si, tra le altre cose da cambiare nel nostro atteggiamento, tra le storie da raccontare a noi stessi in un modo nuovo, c'è anche la storia di Gerusalemme. E’ un luogo sacro per il popolo ebreo da almeno 3000 anni e ogni persona di Gerusalemme e ogni ebreo prega sempre per Gerusalemme. La Gerusalemme di oggi non è la città per cui in Polonia pregava mio nonno. Non è la Gerusalemme che Rab Jehuda Halevi, il nostro grande poeta del XII secolo, sognava quando era nella diaspora.
Oggi Gerusalemme è la combinazione di alcune manipolazioni municipali. Ci sono 26 villaggi arabi annessi a Gerusalemme e questi per me non significano nulla, sono irrilevanti per ragioni religiose, storiche o culturali. Non voglio combattere per queste terre, non sono mie. Quello che io voglio di Gerusalemme sono le sole parti che appartengono autenticamente al mio popolo, alla nostra eredità, alla religione, alla cultura. Voglio che i palestinesi lo comprendano, voglio che essi abbiano la loro parte di Gerusalemme.
Forse dovremmo essere più modesti quando ci proponiamo di risolvere i problemi di Gerusalemme. Forse questa è, come dicono tutti, la città dell'eternità. Forse non si può controllare o gestire, si possono controllare le strade di Gerusalemme, le tasse che pagano i cittadini, ma non si può controllare o governare la spiritualità di Gerusalemme. Così forse abbiamo bisogno di una specie di sovranità spirituale e dobbiamo lasciare la spiritualità allo spirito, a Dio, e cercare di risolvere i piccoli problemi degli esseri umani, quelli leggeri che si possono sopportare.
E’ la città di simboli immensi, di un’immensa memoria di cultura, di religione, ma per gli individui vivere in una situazione simile insopportabile e io credo che dovremo pensare prima di tutto e soprattutto agli individui.

L’intervista e’ stata realizzata l’8 settembre 2000 a Mantova, nel giardino segreto di Isabella d’Este, a Palazzo Ducale, durante il Festival della Letteratura, grazie alla Soprintendenza dei beni artistici e storici di Mantova. Un ringraziamento a Carla Caponi per la revisione e i suggerimenti utili alla traduzione.

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