2003, Mantova
David
Grossman: il corpo, la guerra, la vita
di Luciano Minerva
«Sento fisicamente nel corpo come l’angoscia e la
disperazione facciano contrarre le dita tese della mano tese in un pugno»,
scrive nella sua introduzione a La guerra che non si può vincere. Il
suo ultimo libro uscito in Italia si intitola Col corpo capisco. Qual è il
processo che lei ha fatto nel passaggio dalla mente al corpo?
Credo che tutti noi sentiamo e ci esprimiamo anche attraverso il corpo. Sarebbe
un mondo davvero povero se potessimo esprimerci solo attraverso il linguaggio
e con idee e nozioni astratte ed è naturale che abbiamo paura di sentire
col corpo e siamo appassionati nel sentire col corpo, siamo felici di sentire,
siamo disperati, sentiamo la contrazione dell’anima e dell’organismo
quando c’è una minaccia e da questo nascono le espressioni corporee.
Quando ad esempio provo a pensare a come in questa realtà funzionano
gli israeliani, a come funzionano i palestinesi, cerco di sviluppare il maggior
numero possibile di punti di vista, compreso questo: cosa succede quando
abbiamo paura? Cosa senti, quali sono le tue reazioni fisiche? Perché questo
incide su tutto, su come ci avviciniamo all’altro, su come guardiamo
l’altro, su come abbracciamo e accarezziamo i nostri cari, se stiamo
per separarci da loro per sempre, accade sempre così.
E quanto siamo coscienti, noi come esseri umani, di
esprimerci anche e soprattutto attraverso il corpo?
Come in ogni cosa, ci sono persone più consapevoli e più attive
di altri nell’articolare fisicamente, ma in entrambe le storie del mio
ultimo libro ho provato davvero a dare un nome a tutti i tipi di sensazioni
fisiche, alle sfumature fisiche, le sfumature che prova il nostro corpo, quelle
con cui si esprime. E l’ho fatto anche attraverso le descrizioni dello
yoga, perché in fondo lo yoga è un modo per permettere all'anima
di scorrere liberamente nel corpo e di contattare tutti gli angoli più nascosti
del corpo. Nell’ultima parte della seconda storia c’è la
descrizione di un massaggio e, lo sa chi lo ha provato, a volte grazie a un
massaggio una persona può evocare luoghi e anche ricordi che erano rimasti
nascosti perfino a se stesso. Mi hanno detto persone esperte nel fare massaggi
che a volte le passioni gridano e irrompono quando si toccano determinati punti
del corpo; e all’improvviso il corpo ricorda. E tutti i frammenti di
memoria antica che riemergono diventano chiari e li devi affrontare. Così tutta
questa storia di Col corpo capisco è un tentativo di dare al corpo una
voce.
Sempre nella seconda storia di questo libro la figlia
dice: «Mia madre ha capito il mio silenzio e mi ha insegnato
a proteggere me stessa, a non permettere al dolore del mondo
di insinuarsi dentro di me». Questa è un’esperienza
che lei racconta continuamente e che in Israele è sicuramente
un’esperienza forte, ed è una grande fatica probabilmente.
Certo, quando si vive a contatto con questi pericoli, quando tutto ciò che
hai intorno può essere una minaccia per te, quando ogni persona che
incontri per strada può esploderti addosso - accade letteralmente, è accaduto
a gente che conosco - diventi inevitabilmente più sospettoso, ti chiudi
come un pugno, copri la tua pelle con ogni meccanismo di difesa contro questi
pericoli, ma è un processo in cui non puoi dividerti: non puoi decidere
di essere duro, sordo solo in alcuni luoghi e non ovunque. Una delle cose che
noto nelle persone accanto a me, israeliani ma anche palestinesi, è che
tutti noi diventiamo molto ottusi, ci abituiamo alla morte, diventiamo quasi
indifferenti alla miseria e alla sofferenza e c’è un prezzo per
proteggerci dal mondo. Personalmente credo che ti chiudi a quello che il mondo
ti presenta, anche alle cose brutte, è una specie di comportamento suicida,
tu non vivi davvero la vita, ti limiti a proteggerti. Per me scrivere va proprio
nella direzione contraria. Quando scrivo ho bisogno di aprirmi totalmente,
di qualunque cosa stia scrivendo, in ogni situazione. Questo mi rende tutto
più facile? Non è detto. Ma io non vorrei cedere.
Un pensiero sbagliato – dice un suo personaggio
- è una conoscenza errata e i pensieri sbagliati nei
suoi racconti creano molti danni. Quanti danni possono creare
i pensieri sbagliati sugli individui e sulle società?
Questo errore è quasi ovunque: è in quello che pensiamo dei nostri
genitori, nelle storie che ci raccontiamo, nel come loro ci guardano, ma, come
ha detto lei, questo accade anche nella società. Noi vediamo come un
popolo intero può restare intrappolato in una storia sbagliata e può commettere
errori perché vede non la realtà, ma solo i riflessi delle proprie
paure e per questo è bloccato nelle possibilità di redimersi
e di cominciare a muoversi in una direzione migliore. Lo vediamo oggi con israeliani
e palestinesi: non si guardano per niente. Quando un israeliano vede un palestinese
vede un incubo e quando un palestinese vede un israeliano vede un incubo, non
si vedono l’un l’altro come esseri umani. Restano del tutto intrappolati
in quest’errore. Ciò che si dovrebbe fare, e non è una
cosa facile adesso perché sono tutti paralizzati o impauriti e sospettosi, è creare
quei canali davvero piccoli di alternativa, o i collegamenti tra questo singolo
israeliano e questo singolo palestinese, per ricordarci che noi non siamo votati
ad ucciderci tra noi, che l’altro non è un mostro, è un
essere umano: può aver commesso molti errori, può aver commesso
molti crimini, ma è un essere umano e se noi entrambi saremo attenti
alla complessità dell’altro e se faremo attenzione alla storia
che l’altro racconta a se stesso, allora potremo redimerci da tutti i
nostri errori, forse.
Lei racconta, proprio a proposito del diventare esseri
umani, come Rabin e Afarat, a un certo punto cominciarono a
guardarsi come esseri umani e poterono lì cominciare
il dialogo. C’è una possibilità ancora
che i politici possano diventare esseri umani?
Certo. E credo che accadrà molto presto. Anche nei mesi scorsi quando
Ariel Sharon invitò il primo ministro palestinese Mahmoud Abbas nel
suo ufficio per molte ore e hanno parlato e hanno scherzato e si sono incontrati,
hanno trovato subito cose comuni di cui parlare. Quello che ci meraviglia è quanto è facile
rimuovere tutti questi ostacoli tra i due popoli. Noi ci puniamo, israeliani
e palestinesi, quando guardiamo all’altro come stereotipo. Perché per
guardare all’altro come stereotipo tu devi uccidere una parte di te stesso,
devi ridurre e diminuire alcune delle tue stesse qualità, per poter
guardare la realtà in modo tanto superficiale; e invece anche tu desideri
ardentemente e hai bisogno di avere maggior complessità, più dimensioni
nel modo in cui osservi la vita. Ricordo che la prima volta che il presidente
Sadat atterrò in Israele nel novembre del ‘77, ci fu una forte
ondata di emozioni, di emozioni buone e positive nei confronti dei nostri nemici
tradizionali, gli egiziani perché per la prima volta potevamo permettere
a noi stessi di provare tutto quello che si poteva sentire al mondo palestinese
come esseri umani, come cultura, come una società, come un enorme paese
molto interessante. Ed era una cosa di cui ci avevano privato, esattamente
come ne siamo privati ora nel nostro atteggiamento verso i palestinesi, e come
accade anche a loro che non ci vedono come esseri umani
I politici - lei dice - in diverse fasi parti della
storia hanno messo da parte gli uomini di pensiero. Qual è oggi
la loro collocazione? E i politici li lasciano da parte?
Sfortunatamente il ruolo che gli intellettuali possono giocare oggi è molto
molto piccolo. Mi dispiace ma posso capirlo facilmente. E’ molto difficile
capire la gente che parla di prospettive del futuro, di un’astratta idea
di coesistenza, di fiducia negli altri, quando questi altri sono tanto violenti
contro di te; è tanto difficile credere in parole e idee quando volano
i corpi umani tutto intorno a te e i bambini vengono assassinati in modo così brutale.
Non funziona proprio. Oggi non puoi avere questa flessibilità interna
per cominciare a credere in quello che succederà da qui a due anni.
Ciononostante è responsabilità degli intellettuali, degli scrittori,
degli insegnanti, dei giornalisti, quella di ricordare alla gente che perfino
nel pieno di questa situazione orribile, non c’è alternativa.
Che non siamo votati ad uccidere e ad essere uccisi che in futuro saremo capaci
di tornare indietro e di agire come esseri umani gli uni con gli altri. Questo è il
massimo che possiamo fare oggi, tenere aperti questi canali di alternativa.
Non più di questo.
La protagonista di Col corpo capisco dice che la cosa
più complicata è quella di scrivere dal punto
di vista del tuo nemico. Questo è uno sforzo che lei
fa sempre, fin dall’inizio del suo lavoro di scrittore
e in La guerra che non si può vincere parla di una tenda
che va sempre lasciata sul confine e che sia la tenda dei colloqui
di pace. Quante tende ci sono e quante possibilità ci
sono di mettere altre tende?
Molto poche, ma molto importanti. Ci sono alcune organizzazioni che cercando
di fare lavoro di coesistenza, c’è un’organizzazione che
documenta le ingiustizie che si commettono nei territori occupati, da entrambe
le parti, dalle autorità israeliane e dall’autorità palestinese,
perché anche loro provocano dolore e ingiustizia ai loro stessi concittadini.
C’è un’organizzazione che si chiama taayoush, che in arabo
significa coesistenza, in cui volontari israeliani vanno quasi tutti i sabati
nei villaggi arabi sotto coprifuoco e portano medicine, vestiti e cibi. Ci
sono medici israeliani volontari che vanno nei villaggi palestinesi che non
hanno accesso agli ospedali o ai dottori, e li visitano e portano medicine
e a volte fanno delle operazioni, e fanno un gran bene. Ma questo non è abbastanza.
Lei mi ha chiesto del capire il nemico. Penso che sia il meglio che possiamo
fare nel conflitto. Se si guarda solo al proprio punto di vista non si vede
mai la realtà e non si è capaci di affrontare non solo le minacce,
ma a volte neppure le prospettive di cambiare in meglio. Quando un paese
si sente o è assediato come Israele vede davvero la realtà senza
sfumature. Si è in qualche modo ostaggi delle proprie paure. Si vedono
solo allucinazioni, non la realtà. Bisognerebbe vedere la realtà da
molti punti di vista, bisognerebbe essere più flessibili. Quando vedi
la realtà anche dal punto di vista del tuo nemico, vedi anche i punti
in cui sbagli, vedi i tuoi torti e c’è un'altra cosa: quando
guardiamo noi stessi con gli occhi del nemico, comprendiamo quanto possiamo
diventare crudeli e ottusi e a volte persino disgustosi nel nostro modo di
agire. Noi non lo avvertiamo fino in fondo perché ci diciamo: stiamo
usando queste orribili qualità in tempo di guerra, e quando la guerra
sarà finita riacquisteremo la nostra umanità. E’ il nemico
che sente prima di noi in che misura queste qualità negative si sono
infiltrate nel nostro organismo. Così quando ti vedi dal punto di
vista del tuo nemico, non è giusto dire che diventi lui, non del tutto:
io sono israeliano e la mia identità israeliana è più forte
perché permetto a me stesso di attuare questa flessibilità e
vedere le cose in un modo più complesso e multilaterale.
E questo è vero per tutte le relazioni umane,
anche in famiglia?
Sì, è così. Noi abbiamo questa tentazione di congelare
tutti in un punto di vista e di costruire stereotipi. Non solo per gli stranieri,
ma anche per le persone che conosciamo. E in qualche modo stereotipiamo anche
noi stessi e ci abituiamo a un modo di vivere costruito intorno a dei clichè,
che non sono vitali e non cambiano, e non ci assumiamo la responsabilità di
rileggere noi stessi e gli altri in un modo sempre nuovo - questa è la
preghiera dei laici. Ogni volta in cui cerchiamo di trovare una nuova formula
per le situazioni familiari, ci sentiamo sempre più vivi e in contatto
con tutti gli strati della realtà. Ogni aspetto delle relazioni umane,
nei matrimoni, nelle coppie, tra genitori e figli, non è per niente
facile da affrontare, è faticoso: è più comodo usare il
solito punto di vista dello stereotipo. Per me come scrittore non c’è scelta,
devo fare cosi perché devo raccontare sempre tutta la storia, in un
modo sempre diverso, da tutti i punti di vista, da parte di tutti i protagonisti,
per dividere l’esperienza di base in tanti piccoli frammenti, a seconda
dei personaggi e delle situazioni. Questo è quello che fanno gli scrittori.
Nel suo libro Che tu sia per me il coltello c’era
un padre che non voleva assolutamente che il figlio crescesse
come entità autonoma. Qui, a età diverse, c’è una
figlia che riconosce alla madre la capacità di non averla
invasa e lei stessa riconosce una parte della madre non conoscibile
prima. C’è uno sviluppo del ruolo di genitore?
Credo che essere un genitore sia l’eterno lavoro di trovare la distanza
esatta tra te e tuo figlio, la linea precisa tra ciò che vuoi tu e ciò di
cui lui o lei ha bisogno. E’ un compito molto difficile trovare il giusto
equilibrio, per non penetrare nella vita interiore di tuo figlio, e non prevalere
totalmente in tutti gli spazi interni, per permettere a lui o lei di essere
se stesso in modo autonomo da te. Credo che sia una cosa che ho imparato crescendo
come genitore, per permettere ai miei figli questa libertà di avere
il loro posto nella vita senza la mia presenza, anche se non è facile
per me, che sono un padre ebreo, concedere loro questa libertà. Una
della cose peggiori che può accadere a un ragazzo è essere invaso
con tanta aggressività dai genitori fino al punto in cui il figlio,
a prescindere da ciò che lui penserà di sé, anche quando
crescerà si guarderà sempre attraverso gli occhi dei genitori.
E non è sempre una bella vista. A volte è brutta e dolorosa,
ma siamo costretti a farlo perché così siamo stati abituati a
guardarci e a giudicarci dall’inizio. Ciò che Rotem nella mia
storia cerca di fare è liberare se stessa dallo sguardo della madre
scrivendo una storia. Perché quando scrivi una storia su qualcuno che
ti ha invaso, che in un certo senso ha abusato di te, e lo fai nel modo giusto,
riesci a spostarlo dal tuo spazio interno. Non lo accusi, non lo uccidi per
questo, ma trovi per lui un altro spazio di essere nella tua vita, senza danneggiarti,
senza causarti dolore. Questo è il motivo per cui Rotem capisce dopo
aver letto la storia alla madre morente che la storia è il suo unico
luogo al mondo, dove lei si sente improvvisamente e totalmente se stessa senza
questo campo magnetico della madre.
Il suo libro che raccoglie i saggi politici si chiude
con due notazioni sui bambini: secondo alcune agenzie delle
Nazioni Unite, più di un quarto dei bambini palestinesi
oggi soffre di malnutrizione, e gli scolari israeliani cominceranno
tra poco a frequentare corsi speciali per riconoscere sospetti
kamikaze. Cosa possiamo fare per lasciare ai bambini un’eredità diversa
da questa?
Naturalmente dobbiamo cambiare la realtà e creare una realtà in
cui i bambini vivranno senza paura, non avranno paura quando vanno a scuola,
quando prendono l’autobus. Nella nostra famiglia ci tocca programmare
strada per strada tutto il percorso per mandare a scuola nostra figlia, per
vedere se non è pericoloso, usiamo molte energie solo per proteggere
i ragazzi e naturalmente quando li iper-proteggi, loro vivono la sensazione
di non essere protetti, di essere troppo esposti. Noi proibiamo a nostra figlia
di undici anni di vedere in televisione i film dell’orrore, ma quello
che lei vede ogni giorno nei notiziari è molto più terrificante
di ogni film che io abbia mai visto. Così l’unico è sperare
che in futuro nella realtà cambi qualcosa. La gente vuole cominciare
a vivere una vita più stabile, senza pericoli immediati. Non credo che
accadrà molto presto, ma alla fine accadrà. Ho paura che questa
generazione, quella dei ragazzi che hanno l’esperienza degli orrori degli
ultimi tre anni, parlo di israeliani e palestinesi, sia stata infettata; penso
che pagheranno un prezzo pesante per quello che hanno visto, per l’esperienza
che hanno subito, ma voglio sperare che i nostri figli possano vivere una vita
migliore, conoscano cose migliori.
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