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giugno 2007, Torino
Amitav Ghosh
di Luciano Minerva

In “Il paese delle maree” Lei scrive che non esiste al mondo paese tanto lontano da non poter essere raggiunto dal flusso della storia e ha scritto il romanzo su un posto, il Delta del Gange, molto lontano, vedendone tutti gli intrecci con la storia.


Vede, questa foresta di mangrovie è veramente lontana, fuori dei soliti percorsi. In India pochissime persone dedicano attenzione a quest'area, ma ancora una volta, più tempo trascorri lì, più capisci quanto tutto sia intimamente scolpito dalla storia e credo che uno dei problemi che abbiamo pensando all'ambiente e alla natura, è proprio questa dicotomia tra natura e cultura e natura e storia. Credo che sia sbagliato, perché la natura è ovunque e in un certo senso è fatta anche dall'uomo, nel senso che gli esseri umani hanno avuto ovunque un impatto molto profondo sull'ambiente. L'ambiente viene forgiato dalle interazioni dell'uomo con la natura. Dobbiamo riconoscerlo e capirlo. Spesso quando parliamo della natura ci riferiamo a qualcosa che è lontano da noi. È molto problematico, perché in realtà la natura è parte di noi, è dentro di noi. Noi la creiamo, la popoliamo, e anche quando non pensiamo di essere suoi abitanti, in realtà lo siamo.


Nel Paese delle maree ci sono gli alberi di mangrovia che fanno e disfano il territorio. Che sensazione si ha vivendo lì?


Si ha la sensazione di essere costantemente fatti e disfatti. Nella storia c'è anche una dimensione più ampia, quella geologica, e nella foresta di mangrovie si può osservare che la dimensione geologica viene incredibilmente accelerata. È come se si osservasse l'evoluzione della terra ad una velocità mozzafiato, perché si cammina lungo una strada, il giorno dopo si torna indietro e la strada è stata portata via dal mare, dalla corrente. Poi si percorrono altre strade e compaiono altre terre che probabilmente nel giro di un anno o due si popoleranno, nasceranno delle mangrovie, degli alberi, delle foreste, degli animali. Quando in qualsiasi luogo una parte di territorio emerge o viene spopolato, richiede molto tempo per ripopolarsi, ma nelle foreste di mangrovie si osserva che il tempo biologico scorre ad una velocità incredibilmente veloce ed è sorprendente. Ci sono cambiamenti fisici di giorno in giorno. Ci si sveglia al mattino e si vede solo fango, quando si va a dormire la notte si vedono dei laghi cristallini, fiumi, acque con piccoli estuari. Sono dei fenomeni sorprendenti che permettono di osservare veramente il modo in cui cambia la terra.


I suoi personaggi sono spesso persone che viaggiano e passano da una cultura all’altra. Come ha vissuto lei, che per anni ha vissuto dividendosi tra India e Stati uniti, questa condizione?


Credo che questa sia la realtà della mia vita e quella di centinaia di milioni di persone. Probabilmente la gente legge i miei libri perché si avvicinano a quella realtà. Alla vita delle persone, non solo quella di oggi, ma quella degli ultimi 200 anni. E per alcuni anche da prima: Cristoforo Colombo, ad esempio, è andato da Genova alla Spagna e da lì verso il nuovo mondo.

Le persone viaggiano da secoli. Credo che il mio interesse in questo argomento provenga dalla mia famiglia, perché la mia famiglia ha lasciato l'attuale Bangladesh nel 1856 per poi stabilirsi nell'attuale India, nella città di Bihar, un luogo lontano da dove viviamo oggi. Una delle cose che mi hanno colpito mentre scrivevo questo libro, “Il paese delle maree”, è che stavo leggendo una storia che riguardava la mia famiglia e ho scoperto che il motivo per cui si sono dovuti trasferire, a metà Ottocento, è che il fiume aveva cambiato il suo corso. Questa era la realtà delle persone che per millenni avevano vissuto sul delta, avevano costruito lì i loro villaggi. Lo stesso vale per le mangrovie. Si costruisce un villaggio, si costruisce una vita, ma poi un giorno il fiume cambia il suo corso di un centinaio di metri e il villaggio viene distrutto. Può succedere in qualsiasi momento. Ricordo che ho visitato il secondo villaggio in cui si era trasferita la mia famiglia, circa 40 anni fa in Bangladesh, e anche quel villaggio era stato sommerso dal fiume. In un certo senso la realtà di quello che sarà il surriscaldamento globale ha caratterizzato tutta la mia vita.


Lei distingue tra esodo e dispersione e dice che sulla base di questa differenza c’è chi guarda al futuro e chi guarda al passato. Ci spiega bene questa differenza?


La differenza sta nel fatto che l'esodo è quello di cui spesso si parla nella narrativa dell'immigrazione, dove ci sono gli emigranti sulla nave che guardano avanti, spesso verso l'America e spesso si lasciano alle spalle molte cose. Ma la storia riguarda l'arrivo, non la partenza. Con la dispersione accade esattamente il contrario: anche quando si raggiunge il luogo verso il quale si vuole andare, si continua sempre a guardare indietro. Se pensiamo alla diaspora italiana in America e consideriamo le opere scritte negli anni Venti o Trenta si parla di cosa significa diventare americano. Ma se guardiamo il Padrino di Coppola, lui si guarda indietro, guarda alla Sicilia e il centro della sua narrativa è il ritorno in Sicilia e il significato del profondo legame con quella terra. Quindi c'è una differenza molto interessante. Quando l'Italia era un paese molto povero e le persone fuggivano, arrivavano in una nuova terra e quella nuova terra era il luogo della speranza, dell'eccitazione. Poi però le cose sono cambiate, l'Italia è diventato un paese estremamente ricco ed attraente e questo ha attratto le persone nuovamente verso l'Italia: allora lo sguardo si è rivolto indietro, verso il luogo che avevano lasciato.

Quando pensiamo al viaggio, all'immigrazione, pensiamo a persone che lasciano un luogo e arrivano in un altro per restarci, ma non è cosi soprattutto oggi.

Quando oggi parlo con gli immigrati non è come 60 o 70 anni fa, quando tornare a casa significava prendere una nave, viaggiare per 3 o 4 mesi e spendere moltissimi soldi. Oggi le persone non partono in quel modo, la vita è molto più fluida, si può andare e venire e in un certo senso è positivo, ma è anche il motivo di molti dei conflitti della globalizzazione, che non possono essere più localizzati, ma si espandono. È strano ad esempio che la Gran Bretagna sia stata una potenza coloniale per 200 anni, ma non ha mai dovuto affrontare la violenza delle colonie in patria: tranne uno o due incidenti terroristici in Inghilterra, ci sono stati pochi episodi di questo genere. Ma oggi non è più così.

Per le vecchie potenze coloniali è stato possibile circoscrivere i conflitti solo alle colonie, ma questo non è più possibile e fa parte di questa nuova realtà del movimento e dell'interconnessione.


Lei lavora come scrittore e come reporter. E’ molto cosciente del ruolo delle parole possono avere come “circostanze incendiarie”, che è il titolo di una raccolta di suoi reportage. Quanto questa sua consapevolezza l’aiuta a lavorare in questo senso e quanto la gente dovrebbe essere più informata sulle circostanze incendiarie che dipendono dalle parole?


Credo che soprattutto se si viene da un paese come il mio, dove in realtà le parole possono portare alla violenza, ai disordini, anche ad altri problemi, si diventa molto più sensibili e coscienti del valore delle parole. Credo che questo dovrebbe riguardare ogni aspetto della vita di uno scrittore, perché la vita di uno scrittore è costruita sulle parole e per lui deve essere cruciale comprendere che quando si usa una parola, la tua vita o la tua morte dipendono da essa.

Credo che in alcune circostanze si tenda a prendere le parole alla leggera e se si prendono alla leggera, si possono dire cose in modo frivolo e questo può portare a situazioni molto pericolose. Quindi gli scrittori dovrebbero imparare una lezione molto importante, e cioè è necessario fare attenzione alle parole. Si deve dire esattamente ciò che si vuole dire e si deve sapere esattamente cosa si vuole difendere. Non puoi permetterti di sbagliare, non puoi difendere qualcosa in modo sbagliato, devi essere cosciente di ciò che fai. Così si crea un altro livello di consapevolezza del proprio lavoro.


E però oltre alle parole è costretto a usare il silenzio ed è un silenzio che non le piace perché è costretto a usarlo, ed è il silenzio sulla violenza civile.


E’ vero, la violenza civile è una delle cose che mi hanno realmente perseguitato quando scrivevo su questo tema e in particolare mi ha colpito il fatto che gli episodi di violenza civile fossero spesso circondati da una sorta di silenzio, di impossibilità di parlare. Questo aspetto mi ha molto interessato e, come ho detto, mi ha anche perseguitato in un certo senso. Ma credo che ci siano altri ambiti in cui il silenzio diventa una condizione della vita umana. A volte è necessario per le persone che hanno vissuto una situazione estremamente traumatica e drammatica guardarsi indietro e dire "succede, ma ora dobbiamo guardare avanti. Non possiamo restare ancorati al passato". Credo che questa sia una delle grandi cose che Gandhi ha fatto per l'India. Se osserviamo la differenza tra quella sorta di risentimento che si nota nel mondo arabo di oggi e quello che è successo in India, comprendiamo quanto sia grande. Gandhi disse: "non si può costruire un futuro sul risentimento, non si può costruire un futuro che pensi solo al passato". Quindi è importante ricordare cosa è successo, ma è importante anche collocare tutto al proprio posto e andare avanti. per l'India è stato molto importante. Gandhi disse che noi guardiamo indietro ai torti storici che sono stati commessi contro di noi, non perché vogliamo un risarcimento o una vendetta, ma affinché non accadano ancora. Nonostante questo, però, accadono. Lo vediamo anche adesso. Noi indiani abbiamo vissuto un imperialismo molto più violento rispetto a quello che sta vivendo il Medio Oriente. Quello che abbiamo vissuto noi per 300 anni supera gran parte degli episodi che hanno interessato il Medio Oriente nel diciannovesimo e nel ventesimo secolo. Gandhi però ci ha detto: "se continuiamo a pensare ai torti che abbiamo subito, faremo del male solo a noi stessi a lungo andare. Dobbiamo andare avanti".


Lei ha vissuto due esperienze molto importanti, nel 1984, con l’assassinio di Indira Gandhi e l’11 settembre a New York. Lei dice che oggi è difficile immaginare mappe del futuro e chi ci dice che non si possono immaginare mappe del futuro sono i poeti. Lei riesce a immaginare una mappa del futuro?


Quello che cercavo di dire in quel brano è che siamo stati abituati a pensare in un certo modo, il modo in cui è scritta la storia in Europa negli ultimi 300 anni e cioè una storia il cui spirito risiede negli stati-nazione, nelle nazioni nascenti, e si può vedere molto anche a Torino che nasce dopo le guerre napoleoniche. Quindi la nascita delle nazioni coincide con una maggiore coscienza dello spirito, come diceva hegel. . Credo però che oggi, in parte a causa della globalizzazione, o in parte per come à il mondo odierno, lo stato nazione non è più l'entità centrale della nostra immaginazione e della nostra politica. Lo stato nazione si è sciolto ai vertici e un esempio è l'Unione Europea che ha fuso insieme una serie di stati nazionali in una nuova entità, ma gli stati nazionali si sono smembrati anche alla base dove ci sono stati incapaci. Quindi non credo che sia più possibile pensare che lo stato nazione possa fornire la mappa del futuro. Ci sono altre mappe, altri modi per pensare il futuro, ma non credo che sia più possibile pensare al futuro in quei termini, bisogna pensare in modo più ampio in termini di civiltà e in termini globali.


Ci sono mappe collettive e mappe individuali del futuro. Alcuni suoi personaggi hanno bisogno nella loro mappa individuale di mettere poesia nella loro vita. Che cosa significa?


Credo che la poesia e ancora di più una vita ricca di immaginazione sia estremamente importante tanto per la vita collettiva che per quella individuale. Io mi ritengo molto fortunato, sono uno scrittore e quando non scrivo e faccio altro alla fine della giornata penso: "quanto è stata vuota questa giornata!" e so che se avessi vissuto ogni giorno in quel modo, mi sarei depresso. Una vita fatta solo della routine quotidiana per me sarebbe completamente vuota e credo che questo valga anche per la vita collettiva. Per questo motivo è importante per i Cambogiani, per usare l’esempio che faccio in un mio reportage, scoprire i balli tradizionali e questo avviene sempre più spesso. Le persone cercano di rivendicare la poesia che è nelle loro vite per renderla parte della vita collettiva.


Lei scrive che ogni libro è un paesaggio e ogni paesaggio è un libro, Cosa significa?


Intendo dire che guardando un paesaggio è possibile leggerlo come una pagina, ma sotto questa pagina ce ne sono altre e altre ancora. Mentre si legge, si deve desumere la presenza delle altre pagine, quelle già lette e quelle ancora da leggere. Quando invece si guardano i libri su uno scaffale, si riesce a vedere solo la copertina e si pensa che il libro sia tutto li', ma oltre la copertina ci sono le pagine, pagina dopo pagina. la scoperta di un paesaggio è veramente come la scoperta di un libro.


Lei sceglie tra i vari paesaggi di mettere spesso l’acqua. Che cosa le suggerisce l’acqua come paesaggio e quanto si collega alla sua parola l’acqua?


Credo che questo dipenda dal fatto che io vengo da una terra di acque, Bengol è una terra di acque e anche la lingua è permeata di acqua. È come se si vivesse a Venezia, si vede sempre acqua tutto intorno, tanto che questa diventa parte della tua vita, della tua immaginazione e della tua vita letteraria. i miei scritti sono fortemente caratterizzati da questo elemento e io amo stare sull'acqua e guardare l'acqua.


 

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