2005, Mantova
Jostein
Gaarder: la
vocazione del jolly
Intervista di Luciano Minerva
“Andiamo a piedi, devo camminare, devo rilassarmi, per
passare dalla conferenza all’intervista”. E così,
per un po’ in silenzio, subito dopo il doppio incontro
col pubblico, quello coi ragazzi prima, quello con il pubblico
adulto poi, Jostein Gaarder cammina a passi lunghi e veloci per
raggiungere la riva del Mincio, dove faremo l’intervista. “Non
riesco a muovere la mente senza muovere il mio corpo” dice. “Per
questo amo camminare in montagna,nei boschi, dovunque sia possibile”.
Camminare e pensare, proprio come quei filosofi di cui ha fatto
scoprire a ragazzi, adolescenti e non solo, la capacità di
parlare a tutti, di problemi reali, essenziali, vicini. Quando
parla, anche nell’intervista, senza mai ignorare del tutto,
la presenza della telecamera, si vede insieme la vocazione del
professore a spiegare, dell’affabulatore a raccontare,
dell’appassionato a convincere. E uno spirito sempre divertito
e giocoso, di chi si sente un po’ il jolly, quel personaggio
che affiora sempre nei suoi libri.
Il viaggio occupa una parte importante nei suoi libri,
tutti vivono e scoprono attraverso il viaggio. Ma il protagonista
de
L’enigma del solitario a un certo punto dice “È inutile
che cercate voi stessi viaggiando. È meglio restare dove
siete altrimenti vi perdete.” Qual è la sua vera
opinione?
Forse questo è un paradosso. Non si può viaggiare
e non viaggiare allo stesso tempo. Voglio dire: se una persona
vive nel suo villaggio tutta la vita senza viaggiare, questo
lo forma. Ma si forma anche chi viaggia. Sono due modi diversi.
Si dice che noi abbiamo le radici, tutti abbiamo radici: se vivi
viaggiando perdi le tue radici, Naturalmente se continui solo
a viaggiare, puoi perdere le tue radici, la tua appartenenza.
Quindi serve un equilibrio, per avere sia scarpe che radici. È come
per i libri: va bene leggere, ma non si può leggere molto;
le scarpe sono ottime ali per viaggiare, va bene viaggiare, ma
si può viaggiare troppo.
Sempre in L’enigma del solitario il padre
dice al figlio che è difficile cercare di capire gli esseri umani: sono
in pochi al mondo e non sono organizzati in categoria. Lei sta
cercando di organizzare quei pochi sparsi per il mondo e la sua
Sophie foundation è qualcosa del genere?
Il Pater
(così si chiama il protagonista, n.d.r.) ha
vissuto molte esperienze come outsider, come un filosofo: vede
le cose dove la gente non le vede. Proprio come, nella stessa
storia, il jolly dell’isola. Tutti gli altri personaggi
delle carte pongono domande come “chi siamo noi? da dove
veniamo?” ma di questo hanno dimenticato tutto. Solo il
jolly si sofferma su questo tipo di domande filosofiche. Io non
credo in alcuna filosofia organizzata. Abbiamo degli esempi nella
storia: lo stalinismo era una filosofia organizzata.
Credo che
la filosofia sia una questione di pensiero e un dialogo tra la
gente. Quando ho fondato la Sophie foundation il mio proposito
era diverso: era salvare le condizioni di vita sulla terra. È una
fondazione che si occupa di ambiente, dà 100.000 dollari
all’anno ed è un modo per sostenere persone che
fanno cose importanti per proteggere le condizioni di vita sulla
terra. Per quello che ne sappiamo, la terra è il solo
posto in tutto l’universo dove abbiamo sviluppato un’intelligenza
universale. Così quella di proteggere la vita è una
responsabilità globale, un obbligo cosmico.
E dunque lei si è spostato, dopo aver posto grande attenzione
alle questioni dell’essere umano, alla questione dell’essere
terra.
Sono sempre assolutamente concentrato sull’essere umano,
perché siamo creature straordinarie. Ma forse prima avevo
più attenzione alle nostre radici culturali. Voglio dire:
lei e io abbiamo radici culturali comuni, ma noi apparteniamo
anche alla natura. Siamo abitanti non solo dell’Italia,
ma anche dell’universo, della Terra naturalmente. Apparteniamo
alla natura della Terra, quindi siamo anche esseri cosmici. Voglio
dire: quando guardo fuori, nel cosmo, nell’universo, in
qualche modo i miei occhi sono gli occhi dell’universo.
Può essere che ci siano altri occhi nell’universo,
non lo sappiamo, ma so che gli occhi, quando guardano profondamente
nella luce dell’universo, guardano anche indietro alla
storia dell’universo, i miei occhi sono gli occhi dell’universo.
Nel suo ultimo libro La ragazza delle arance c’è un
intenso dialogo tra generazioni, in particolare attraverso una
lettera di un padre al figlio. Quanto è importante raccontare
storie e soprattutto chiedere storie ai propri genitori, la storia
del loro amore, la storia della loro gioventù.
Naturalmente è molto importante stare insieme ai propri
figli, avere del tempo per loro, avere esperienze con loro, più che
scrivere loro o addirittura scrivere cose che verranno lette
dopo la loro morte. Ma in questo caso, dell’ultimo romanzo
che ho scritto, chi scrive è il padre che sta morendo
quando il figlio ha tre anni e vuole davvero comunicare con il
bambino come a un adulto. L’unica strada è scrivere
una lettera per il futuro. E lui vuole davvero scrivergli della
donna misteriosa che ha incontrato, è una questione che
deve porre al figlio, la sola riconciliazione che può trovare
prima di lasciare la sua vita. In genere credo che nella società moderna
i genitori stiano troppo poco con i loro figli, abbiamo sempre
meno trasmissione di esperienze tra le generazioni. Ma qui è una
situazione davvero speciale. Il solo modo che ha di comunicare
a suo figlio come a un ragazzo grande è scrivere una lettera.
Ne Il mondo di Sofia scrive “Finché siamo bambini
siamo in grado di concepire il mondo con grande curiosità e
apertura, poi tutto diventa un’abitudine”. È per
questo che lei sceglie, sia come protagonisti che come pubblico
i ragazzi e gli adolescenti?
Quando abbiamo 13, 14,15
anni gli ormoni cominciano una battaglia nel nostro corpo. Diventiamo
adulti, ci innamoriamo, perdiamo
in qualche modo lo stretto contatto che avevamo col mondo e con
tutte le domande che ci ponevano quando eravamo bambini. Così per
esempio Sofia riflette su questo suo passaggio del confine tra
l’infanzia e l’essere adulti. E promette a se stessa
di non dire addio alla curiosità dell’infanzia.
Vuole diventare grande ma conservare la sua ricerca, vuole restare
curiosa come prima. La ragione percui molti giovani pensano che
gli adulti siano noiosi e per cui dicono: “Non voglio diventare adulto”, spesso
dicono così, è perché vogliono essere giocosi,
restare curiosi, vogliono porsi domande e molti genitori, molti
adulti che hanno intorno hanno perso questa qualità. Quasi
tutti gli adulti hanno perso in gran parte la capacità di
essere curiosi, ma molti ce l’hanno ancora. La vita è una
routine e devi diventare un nonno, una nonna, un vecchio per
ricominciare a meravigliarti dell’enigma che rappresenta
l’universo e la vita.
Lei dice che gli adulti perdono questo senso della sorpresa
del gioco, poi gli adulti, nei suoi romanzi e non solo, giocano
a carte: Ma anche le carte diventano un po’ un’abitudine.
E così introduce il jolly. Cos’è per lei
il jolly e perché nel Manifesto che conclude Maya, che è un
insieme di massime filosofiche corrispondenti a tutte le carte
del mazzo, mancano proprio le massime del jolly?
Per
me il jolly è sempre un outsider, come Socrate, ad
Atene lui era il jolly. Non apparteneva ai cuori, ai fiori, ai
picche o ai quadri. Il jolly non è un asso, un due un
tre o un quattro, è una categoria speciale. Però c’è anche
un aspetto biografico, perché io sono nato nel ’52
e mi chiamo Jostein, le prime due lettere sono quelle di Jolly.
E quando avevo 52 anni ho avuto davvero problemi di cuore, cercavo
di arrivare a 53, adesso ne ho 53, dovevo trovare qui il mio
jolly... no, un po’ scherzo, ma è vero. Nel manifesto
di Maya ci sono 52 massime, e non c’è quella del
jolly, lei ha ragione. Però nella storia c’è una
massima che viene data da un nano a Siviglia e dall’altra
parte della carta c’è una massima scritta dal nano,
si potrebbe dire dal jolly. E il testo dice qualcosa come: “Forse
questo è l’unico pianeta dell’universo che
ha sviluppato una coscienza cosmica, . E non è solo una
responsabilità globale, ma una responsabilità cosmica
quella di preservare le condizioni di vita sulla terra”. È nel
testo, è centrale, ma non c’è nel manifesto
finale.
Il protagonista di uno dei suoi romanzi, Il venditore
di storie, dice di aver pensato da bambino a un programma televisivo
in
cui dieci persone sono chiuse in una villa per poter pensare
a qualcosa di utile per l’universo. Che fine ha fatto questo
bambino? Si occupa ancora di televisione?
Naturalmente
quando ho scritto Il venditore di storie ho pensato a una satira,
questo episodio è sarcastico, vuole ironizzare
sulla concezione del Grande fratello e la reality-tv. La gente
guarda i programmi della reality-tv e non succede mai niente, è tutto
così vuoto. Ma potrebbe essere una buona idea quella di
raccogliere delle persone che sono chiuse in una casa e devono
trovare qualche invenzione, qualche obiettivo per l’umanità.
Una cosa c’è già, ed è la Dichiarazione
universale dei diritti dell’uomo, forse alcuni si possono
riunire per stilare una Dichiarazione universale dei doveri dell’uomo,
perché in futuro non possiamo fare attenzione solo ai
diritti umani, dobbiamo anche puntare sulle responsabilità umane. È una
vecchia concezione quella di concentrarsi sui diritti umani.
O si potrebbero immaginare, come dice Petter nel romanzo, dei
ruoli costruiti meglio, così almeno potrebbero creare
qualche cosa che abbia valore, dignità, cosa che raramente
si vede nella concezione del Grande Fratello.
Sempre ne Il venditore di storie lei dice che la produzione
culturale dovrebbe apprendere un po’ dai pescatori, usare
meglio l’alternanza catch and release, prendi e lascia
andare.
Naturalmente Il venditore di storie è una satira. C’è una
grande differenza tra l’industria culturale e la cultura.
la cultura è diversa, è il contrario di questo
modo passivo di presentare i prodotti culturali. Si potrebbe
dire che apparteniamo a una cultura che produce molta più cultura
di quella che possiamo digerire. È come quando si pesca.
Si prende e si lascia. Prima tiri su il pesce poi lanci di nuovo
l’amo. Non puoi prendere tutto, forse non hai bisogno del
pesce. Ecco, forse la cultura è un po’ troppo “prendi” e
troppo poco “lascia andare”. Probabilmente la gente
lascia correre nell’intrattenimento culturale molte più idee
del necessario. Dovrebbe esserci più spirito critico.
Tutto quello che chiamiamo “cultura” non è così importante.
Abbiamo molta più “cultura” di quella che
si serve. È come in televisione. La gente si chiede spesso
se la televisione è importante, se è buona o cattiva.
Naturalmente è entrambe le cose: porta esperienza, ma
te la porta anche via. È come l’alcool. Si dice: “prima
ho bevuto dalla bottiglia, ma adesso la bottiglia mi sta svuotando”.
La televisione e in genere tutta l’industria culturale
ci riempie; bene, abbiamo bisogno di comunicare, ma ci può anche
svuotare.
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