Mantova 2008
Jonathan
Safran Foer: un’identità ancora da scoprire
di Gad Lerner
E’ stato Gad Lerner a intervistare, davanti al pubblico
del Festivaletteratura di Mantova lo scrittore americano Jonathan
Safran Foer. Con il suo modo originale di chi pone le domande
in modo diretto e a volte provocatorio, e con la lettura di qualche
brano dei suoi libri, Lerner ha permesso all’autore di
raccontarsi al meglio e al pubblico di conoscerne parti che non
traspaiono dai suoi libri.
Riportiamo qui un’ampia selezione dell’intervento
di Safran Foer, sintetizzando alcune domande di Lerner, a partire
da un’introduzione sullo stile di Safran Foer.
Lerner: Non so voi, ma sono molto curioso di conoscerlo
e in particolare sono curioso di verificare se parla come secrive.
Per esempio se quando qualcuno lo scoccia si lamenta con “Io
spero di non appesantirti le scarpe stasera”. “Spero
di non costringerti a tirare su tutta la lampo del sacco a pelo
di te stesso” Come parli?
Se sei curioso di sapere come parlo, sicuramente
non parlo in italiano. Innanzitutto vorrei rivolgere due ringraziamenti,
il primo va a Mantova e a tutti voi che siete intervenuti questa
sera.
Il pensiero istintivo che ho avuto, arrivando qui, è stato:
ci deve essere un errore. C’è tutta questa gente.
Avevo sentito tante belle cose su questo festival e poi quando
sono arrivato in questa citta e ho dato una scorsa a tutti i
diversio eventi letterari che avete organizzato e l’attenzione
che date ai libri, in effetti il pensiero che mi è venuto
in mente è stato: Mantova deve essere la New York dell’Italia.
E adesso, quando tornerò negli Stati uniti penserò che
New York sia la Mantova degli Stati uniti.
Il mio secondo pensiero
va al mio editore Guanda. Guanda e’ stata
la mia prima casa editrice, ancora prima che ci fosse un editore
americano o comunque in lingua inglese. Ha acquistato da subito
il mio libro e per questo mi piace definirla la mia prima casa
editrice. So che agli scrittori non piace parlare del loro ultimo
libro, ma io sono sicuro l’ultimo libro della mia carriera
sara’ un libro edito da Guanda.
Lerner: Cominciamo dalla tua scrittura. E’ vero che anche
a te è stato proibito come al piccolo protagonista di “Molto
forte, incredibilmente vicino” di guardare la televisione
e di usare i videogiochi? La tua sembra una scrittura molto post-televisiva.
No,
in effetti sono cresciuto guardando tanta televisione. Credo
di non aver mai letto un libro da piccolo finché qualcuno
mi ci ha costretto togliendomi qualcosa di essenziale, il cibo,
perché non mi interessavano i libri. Ho l’impressione
che gli scrittori si dividano in due tipi: quelli che hanno
sempre amato leggere, che leggevano di notte sotto le coperte
con una pila e trovavano rifugio nella lettura, e quelli che
come me sono entrati nella scrittura dalla porta di servizio.
Non ho mai amato scrivere, ma ho amato quello che la scrittura
può fare. Amo le forme che ha la scrittura per veicolare
i miei pensieri, e per portarmi nei posti dove voglio andare.
Questa è una distinzione importante che si riflette
anche nella mia scrittura. Se questa scrittura può sembrare
differente o sperimentale, non è perché io voglia
fare sperimentalismo , ma perché voglio scrivere nel
modo che può risultare più utile per me, non
sento alcun tipo di obbligo per la forma .
Lerner: Ragion per cui un libro fatto solo di alfabeto ti sembrerebbe
vecchio, anacronistico e ci fai impazzire seguendo libri grafici,
ondivaghi, in certi punti bicolori, con le cancellature, tipografici.
Un
libro scritto in modo normale, all’antica, non ti basterebbe?
Non è una questione di “abbastanza”. Scrivere
libri non è come scrivere una lettera. Non c’è tanto
una destinazione, non c’è da avvicinarsi a un luogo
dove si vuole andare, io mi muovo orizzontalmente nella mia scrittura,
e quando ho scritto “Ogni cosa è illuminata” a
ventidue anni, rispecchiava la situazione, il punto del percorso
in cui ero in quel momento.
Quando avevo ventidue anni certe cose
mi facevano ridere, mi facevano arrabbiare e i miei libri rispecchiavano
i miei interessi
. Lo stesso vale per quando avevo ventisei anni o adesso, ho
preoccupazioni, idee o pensieri del tutto diversi. Non si tratta
di dire “Non è abbastanza l’alfabeto per un
libro? ” È come chiedersi: “Ma non sono abbastanza
i biondi che abbiamo al mondo, non ci sono abbastanza italiani,
non è abbastanza prendere il ketchup invece della mostarda?
Non c’è nulla di più capace di affermare
la vita della diversità e io come scrittore in quel regno
mi sento libero di tentare di provare nuove cose.
Ad esempio il libro che sto scrivendo adesso non contiene nessun
tipo di immagine. Non è perché ho capito che le
immagini non servono, ma perché ora non ho l’esigenza
di inserire delle immagini: voglio dire che come scrittore posso
provare cose diverse e avere un’immaginazione diversificata,
e posso fare strade diverse.
Lerner: In me serpeggia il dubbio che tu ci abbia fatto
innamorare dei tuoi protagonisti per il loro candore. Non mi
vergogno
a dire che ho letto per la prima volta solo quest’estate
L’idiota di Dostoevski, libro meraviglioso per la purezza
e l’autenticita’ del suo protagonista. Questa purezza,
questo candore troviamo nei dialoghi che costruisci intorno
ai protagonisti. Per costruire tanto candore probabilmente
ci metti molta malizia.
La cosa interessante dei
personaggi di un libro non sono i personaggi di per sè, in quanto leggere un libro è un’esperienza
attiva e impegnata, molto più attiva ad esempio di quella
di guardare un quadro: se siamo di fronte alla Gioconda sentiamo
di apprezzare questo dipinto, ma non richiede un impegno neanche
da un punto di vista intellettuale. Non è una conversazione.
Invece, un libro per avere successo deve creare una conversazione
con il lettore, una specie di complicità. Quando penso
ai personaggi non penso a loro, ma penso subito al rapporto
tra il lettore, e il primo lettore sono io, e i personaggi
stessi. C’è una sorta di spazio negativo tra il
lettore e i personaggi, e questi spazi sono interessanti. Trovo
molto efficace scegliere personaggi ingenui o in un certo senso
inarticolati, che non sanno cose che io e il lettore invece
sappiamo. Se per caso in un libro ci si imbatte in un proprio
pari, che non sa le cose che sappiamo noi, non scaturisce nessun
tipo di interesse. Invece ci si avvicina a un libro per avere
un’interazione, una conversazione con personaggi che
sanno cose che non sappiamo o che non sanno cose che noi sappiamo.
Finora io ho scritto solo due libri ed è difficile parlare
di quello che ho fatto perché non si può dire
che siano rappresentativi del mio modo di essere. Nei due libri
che ho scritto i miei personaggi sono ingenui, e ho usato materiali
grafici, ma questo non rappresenta tutto me. Ma non è perché pensi
che questo sia il modo giusto, sono solo esempi di come penso
si possano fare le cose.
Lerner: Ho letto nei tuoi libri bellissimi dialoghi
surreali. Mi incanto, godo di questa ingenuità e purezza e mi
chiedo come sarebbe bello che parlassimo davvero così .
I
libri non sono la vita, questo è il problema dei libri
e dell’arte, l’arte è bella e terribile proprio
per questo. Quando si finisce un libro, quando ci si allontana
da un quadro, anche il trasporto che si è provato in questa
esperienza non può che finire. Tutti abbiamo scoperto
che le storie che ci hanno raccontato da bambini non sono vere,
ma il motivo per cui alla gente piace leggere le storie d’amore
romantiche, anche perché non sono come quelle della vita
reale, se lo fosse non troveremmo nessun tipo di gioia dalla
lettura di questi romanzi. Lo so , è un affermazione deprimente
perché questo vuol dire che la vita non è buona
come l’arte, ed è vero, però la vita contiene
arte. I libri che mi lasciano un’eco, che mi porto dietro,
sono ad esempio quelli di Kafka, Bruno Schultz, Calvino, o altri,
che non finiscono quando si legge l’ultima parola. Io ho
sempre voluto scrivere un libro che mi portasse in un posto che
non fosse più bello della vita, ma in un posto più rarefatto,
dove ci fosse più attenzione, più senso della giustizia,
non necessariamente un posto dove i buoni vengano premiati e
i cattivi puniti, ma dove ci sia più attenzione. Il mio
primo libro finisce a meta di una frase, che non finisce, forse
perché ero più giovane e non avevo abbastanza esperienza
di scrittura, volevo chiedere che il lettore potesse continuare
quest’esperienza dopo aver finito di leggere il libro e
mi piace l’idea che questo resti separato, ben distinto
dalla vita e che si trovi il modo di sanguinarci dentro . Ogni
anno ci sono cinquanta o cento libri perfetti che vangono scritti,
sono impeccabili, ma non sono così coinvolgenti, a volte
sono noiosi, i libri entusiasmanti per me sono quelli che ti
coinvolgono che e la differenza tra un grande scrittore e un
bravo scrittore è la possibilità di lasciarti esperienze
che porti sempre con te, dovunque vada.
Quando scrivo mi rendo conto che c’è un ritmo a
cui aspiro. All’inizio il ritmo è molto veloce e
concitato, poi la scrittura matura. Spero di avere qualcuno che
stia a fianco a me, che finisca il libro con me. Un libro non
può avere successo un libro di successo finchè alla
fine il lettore non ha la sensazione, quando legge l’ultima
parola, di averla scritta anche lui.
Lerner: Per te è sempre importante scavare nel tuo passato.
E’ questo che ti ha portato alla scelta di scrivere?
La
cosa che mi colpisce non e’ quella di andare a scavare
nel proprio passato. Mi sembra davvero strano che voi trovate
eccezionale andare a scavare nel proprio passato. Per me è una
cosa naturale. Ti faccio un esempio. Se ci fosse qui J.K. Rowling
nessuno si sognerebbe di chiederle: “Perchè scrivi
libri sempre sui maghetti? Invece e’ proprio questo che è strano,
scrivere 5-6-7 libri sempre sui maghetti , che non svolgono alcun
ruolo importante nella vita, nella mia, ma per quello che ne
so non lo svolgono in quella di nmessuno.
Quando si va alla ricerca del proprio passato l’unico
ostacolo che c’è tra se stessi e il passato è il
tempo. Invece per me non c’era solo l’ostacolo del
tempo, i miei parenti erano stati uccisi, le tracce della loro
vita
erano andate distrutte. Quando sono andato in questo villaggio
in Ucraina, Trachimbrod, ho trovato semplicemente un prato e
non avrei mai potuto pensare che qualcuno fosse vissuto in quel
prato erboso. L’ironia è che questa sera mi trovo
a parlare davanti a tutta questa gente con questi edifici, con
queste pietre, proprio le stesse pietre su cui la gente camminava
5-600 anni fa. Si può immaginare facilmente come era vivere
qui, con le persone che si affacciavano alle finestre. La mia
storia non somiglia a nulla di tutto questo, la mia indagine
sul passato è stata più disperata, la sorpresa
non è tanto che sia andato alla ricerca del mio passato,
ma che ne abbia scritto. Quando ero più giovane pensavo
che l’arte fosse molto romantica, potente, creativa, e
si trattava di assemblare queste strutture, come le statue, le
montagne, e dire agli amici: guarda che grande opera d’arte
ho fatto. Ma non era cosi , perché ho incontrato dei buchi
nella mia vita, qualcosa che mancava e scrivendo, frase per frase,
parola per parola ho colmato quegli spazi e, coperto uno, sono
passato all’altro. Non c’è nulla di romantico
in questo, nulla di cui andare orgogliosi, semmai c’è un
senso di sollievo. Ma quello che faccio io lo fanno non solo
gli scrittori, ma anche gli avvocati, i medici, i falegnami;
passano da un buco all’altro, e quel buco può essere
riempito con un libro, o col silenzio, o con la conversazione.
Il grande scrittore italiano Primo Levi lo ha scritto in un modo
meraviglioso in un saggio, “L’intellettuale ad Auschwitz”.
Conclude il saggio dicendo che la questione della vita è proprio
questo: passare da un problema all’altro, risolverne uno
dopo l’altro. Tutti non solo quelli che sopravvivono, ma
quelli che crescono fanno questo.
Lerner: Anch’io sono andato quest’estate in giro
per la Regione di Trachimbrod, a pochi chilometri dal suo villaggio
che non c’è più. Noi esistiamo solo per caso,
perché qualcuno ha avuto la strana e buona idea a partire
da lì giusto in tempo. Perché è così importante
scoprire dove avremmo dovuto nascere se non ci fosse stata la
guerra, quanto avremmo potuto essere diversi? C’è come
una mitologia delle radici. Ma quanto davvero c’è in
te dei tuoi nonni e dei tuoi bisnonni?
Non lo so davvero.
Prima che scrivessi il mio primo libro, se qualcuno mi avesse
chiesto Ma è importante per te la
genealogia? La mia risposta sarebbe stata no. L’europa
orientale ha qualcosa a che vedere con la tua identità?
forse avrei risposto di no. Ti senti ebreo in modo particolare?
Avrei risposto di no. Quando ho scritto questo libro, il libro
ha dato risposte diverse a queste domande. È come quando
durante un processo l’accusato non si sente colpevole
e qualcuno tira fuori un guanto insanguinato e quella è la
prova che sei colpevole. Per me “Ogni cosa è illuminata” è il
guanto insanguinato che mi ha incolpato mio malgrado. A dispetto
di quello che pensavi di te, c’è qualcos’altro
di cui devi prenderti cura. Il fatto di avere avuto un albero
genealogico mozzato è sicuramente stata una cosa strana. È come
la sensazione che provano le persone a cui sono stati amputati
degli arti, la cosiddetta sensazione dell’arto fantasma
o del dolore fantasma. Ci sono persone che continuano a contare
le dita dell’arto che non hanno o sentono il prurito, è orribile.
Non conosco sensazioni di piaceri fantasma, solo di dolori
fantasma. Questo tipo di storia , di una famiglia che non avevo, è qualcosa
che non può essere mosso, sai che non c’è qualcosa.
E mi sono posto domande come ”Chissà a chi somigliava
mia nonna, com’era quella sorellastra di mia mamma che è stata
uccisa. E se fossi vissuto in Ucraina chi sarei diventato?
Uno scrittore? Sarei stato animato dallo stesso tipo di pensieri,
di preoccupazioni, o magari avrei fatto le cose che si fanno
in Ucraina, magari avrei munto le capre”, e così via.
Ma questa è una cosa non solo curiosa o divertente, è una
cosa dolorosa. E quindi io ho scritto un libro per mettermi
di fronte a questo dolore, per poter interagire col dolore,
e poterlo mandar via, e non mi è stato possibile farlo.
Lerner: Tu sei uno che davvero e’ del nuovo mondo. Non
rischiamo di fare della retorica delle identità scavando
nel passato, affermando il nostro bisogno di radici quando per
fortuna siamo molto oltre?
Se fossimo già oltre non lo faremmo, noi intraprendiamo
questa ricerca proprio perché sentiamo qualcosa che manca.
Va detto che io amo essere cittadino degli Stati uniti e mi sento
cittadino degli Stati uniti Ma non mi sento americano, perché non
sento nessun tipo di legami nei confronti della storia dell’America.
La mia famiglia vive negli Stati uniti da una parte da una generazione,
dall’altra parte da due o tre generazioni, quindi gli Stati
uniti sono solo il luogo in cui viviamo e io sono grato agli
Stati uniti per questo e mi sento a casa. Tuttavia il fatto di
diventare adulto e soprattutto la scrittura ti impone di avere
un senso ben stabile di chi sei, di quali sono le tue radici,
soprattutto se hai dei figli, perché è cosa ben
diversa essere il destinatario di racconti, e poi doverli raccontare
a nostra volta. Io ho intrapreso questo studio del passato con
il mio primo libro proprio perché mi chiedevo quale fosse
la mia identità, quale fosse la mia patria. Mi pare che
la mia patria non sia tanto geografica quanto piuttosto estetica,
culturale, è il
modo in cui racconto le barzellette, il modo in cui riesco trasmettere
un certo senso tragico, il modo in cui non parlo di determinate
cose. Tu mi chiedi se mi sento cittadino del nuovo mondo, io
mi sento cittadino di nessun mondo e il fatto che i miei personaggi
provino spesso disagio nei confronti del luogo in cui vivono,
che siano sempre in movimento, sempre in viaggio, facciano sempre
qualcosa di diverso, questo rappresenta la mia ricerca, non è comodo,
ma il mio desiderio di sentirmi a casa dovunque, sentirmi a casa
con qualcuno. E ho scoperto che le cose che più mi fanno
sentire a casa sono portatili, perché sono la mia famiglia
e i miei libri.
Lerner: In tutto quello di tuo che abbiamo letto fino
a oggi c’è tragedia, c’è guerra, c’è sterminio,
la Shoa in “Ogni cosa è illuminata”, ma poi
in “Molto forte, incredibilmente vicino c’è Dresda,
Hiroshima e c’e’ incombente quell’11 settembre
che non è comparabile con Shoah, Hiroshima, Dresda, ma
per noi contemporanei forse ha un impatto addirittura superiore.
Questa è una costante e perchè del tuo lavoro letterario?
E ci vedi una concatenazione logica tra tutti questi eventi?
In effetti mi sono reso conto fin dall’inizio che non avrei
mai potuto scrivere il mio primo libro che non avesse avuto a
che vedere con l’Olocausto e proprio per questo ho iniziato
a scrivere. Questa è stata una presenza silenziosa che
ha accompagnato da sempre la mia vita. Avevo una sorta di obbligo.
Invece per quello che riguarda l’11 settebmbre non volevo
raccontare una storia su questo. Ma come newyorchese ho trovato
difficile resistere alla tentazione di scrivere anche di questo,
proprio perché amo scrivere delle cose che mi interessano
e mi piacciono. E soprattutto quando mi propongo qualcosa, ad
esempio non scriverò dell’undici settembre, trovo
sempre difficile non attenermi al piano che mi ero proposto,.
E quindi ho sentito che dovevo scrivere anche su quest’argomento.
Ma va fatta una distinzione fondamentale: ci sono interessi
temporanei e interessi permanenti, gli interessi temporanei possono
durare un giorno o una settimana, a volte per tre anni, o anche
per decenni. Sono problemi che conosciamo tutti: la preoccupazione
di non riuscire ad innamorarsi, poi magari si è fortunati,
si trova l’amore e quella preoccupazione, proprio perché è temporanea,
se ne va. Poi c’è la preoccupazione dell’invecchiamento,
che si sente in certi momenti specifici della vita. Poi ci sono
i problemi permanenti che si portano dietro per tutta la vita,
ed è strano perché questi sono molto più individuali,
personalizzati, diventano una sorta di feticci, qualcosa che
ci si porta dentro: è una sorta di prurito e non si trova
mai il dito giusto per grattarsi. I temi temporanei sono quelli
per cui si dice che il tuo libro sembra che parli della guerra,
o dell’innamoramento. Non è vero, i libri si scrivono
sui temi permanenti. La cosa interessante sono le forme in cui
condividiamo questi temi permanenti. Quindi ad esempio sembra
che io scriva di eventi catastrofici o di traumi storici. Ma
non credo che i miei libri siano su questo, Penso che i miei
libri siano sulla lotta per i legami con le altre persone, la
ricerca di comodità e sicurezza, la lotta contro la solitudine,
il conflitto che si scatena tra le proprie idee, ciò che
si vorrebbe essere, la propria fantasia e la delusione spesso
inevitabile. E questi sono i temi che sento che mi hanno rappresentato
e mi rappresenteranno per sempre in forme diverse. Le forme che
hanno preso nei miei due libri non corrispondono del tutto a
me, tanto che non mi trovo a mio agio a parlarne, non fanno parte
dei miei interessi permanenti.
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