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Novembre 2006

Druzhnikov: la lotta per il potere, uguale nei secoli
Intervista di Luciano Minerva


Prima parte: il monologo in russo sulla Sala dei giganti

Sono assolutamente sbalordito, anzitutto perché è la prima volta che vengo qui. Non l’avevo mai visto e semplicemente non pensavo che fosse così grandioso, ma devo dire che rispettano il binomio “bello” e “terribile”, ma la cosa che mi sorprende di più è che all'Università, ovviamente, ho studiato la storia dell'arte, la storia della pittura italiana, ma ho sempre avuto l'impressione che la pittura italiana, l’antica cultura pittorica italiana, fossero particolarmente calme e tranquille. Ma invece vedo il dramma, la tragedia degli uomini, e questi giganti mi sorprendono. Ovviamente vedendo queste pitture faccio delle associazioni mentali e penso chiaramente al conflitto tra i giganti che vogliono prendere il potere e i pigmei che stanno in alto, e mi chiedo: "Chi è che comanda?". È sempre un enigma. Non è chiaro che cosa succeda. Ovviamente si potrebbe restare qui un anno passando di parete in parete pensando a che cosa significa ogni dettaglio. Ecco, credo che uno scrittore qui, per scrivere, potrebbe fare semplicemente questo: sedersi su uno sgabello, guardare un dettaglio di questo affresco, e scrivere il primo capitolo. Poi sarebbe sufficiente spostare la sedia, guardare un piccolo frammento di pitture e scrivere il secondo capitolo. Ora, vedendo un'opera di questo genere, inevitabilmente, facciamo delle associazioni mentali con la contemporaneità.
Io essendo russo, l'associo alla storia russa. Bisogna dire, però, non dobbiamo dimenticare, che la storia russa e la storia italiana, sono coesistite, sono andate avanti di pari passo per tantissimo tempo, anche se certamente la Russia ha preso di più dall'Italia perché l’Italia era un paese più sviluppato, più civilizzato della Russia.
Ma adesso capisco, vedendo queste meraviglie, che cosa hanno fatto gli artisti russi per tanto, tanto, tanto tempo. Sono venuti qua in Italia, si sono fermati ad ammirare questi capolavori, hanno vissuto per anni a Roma, e ogni giorno camminavano in luoghi del genere e dapprima li hanno imitati, poi, hanno aggiunto qualcosa di loro, della loro fantasia. È interessante che allora questa pittura, fondamentalmente, era un'allegoria, ma poiché oggi noi tendiamo a politicizzare tutto, possiamo interpretarla... e anzi probabilmente la interpretiamo in maniera politica. Adesso penso che il tema più importante che traspare da questo soggetto sia il tema della lotta per il potere, che è certamente il più drammatico nel mondo contemporaneo
perché hanno capito che l'uomo da solo non è completo, non è perfetto e questo ci porta a un altro tema, accanto a quello della lotta per il potere, ossia: se da un lato vediamo la forza dell'uomo, il suo egoismo e il suo protendersi verso il potere, vediamo d’altro canto la sua debolezza, la sua contraddittorietà, la sua distrazione dinanzi ai fatti della vita, e quando sorge una difficoltà, ed ecco qui le difficoltà, allora non c'è nessuno che possa aiutare l’uomo.
A questo punto, essendo rimasto qui un po’ più a lungo, continuo ad ammirare queste pitture, perché rilevo una grossa contraddizione.
All'inizio, quando ho volto il primo sguardo su questi affreschi, ho avuto un'interpretazione storica degli stessi e in qualche misura anche politica, ma ora vedo tutto con occhi diversi, perché ormai mi sono abituato a guardare queste pitture e ora non voglio più alzare lo sguardo verso il soffitto, ma vedo soprattutto i giganti, e questi giganti sembrano soffrire, e mi sento piccolo, come mi capita quando cammino per New York e vedo tutti questi grattacieli immensi che mi circondano. In un certo senso mi incute un certo timore. Io ho paura di questi giganti. Io sono soltanto un semplice uomo comune, loro sono così forti. Mi chiedo: che cosa vogliono fare di me? Mi vogliono uccidere? Ma intanto alzo gli occhi e vedo una scena del tutto differente. Ma nello stesso tempo la mia interpretazione, è caratterizzata sì dall'entusiasmo, ma anche da un certo pensiero triste, perché vedo che per secoli l'uomo nell’arte non è riuscito ad inventare nulla di nuovo. Sono le stesse tematiche vediamo, che possiamo riscontrare anche oggi. Guardate: ci sono conflitti tra uomini e donne, vediamo la sociologia della vita, vediamo, come vi ho già detto, la lotta per il potere. Ed ecco, ho visto in un frammento di queste pitture, per esempio, anche un accenno alle problematiche politiche contemporanee, come ad esempio il femminismo nella rappresentazione delle figure. Io, sono uno scrittore, ho scritto alcuni romanzi, alcune opere letterarie, e alcuni libri serissimi di storia della letteratura, ma mi rendo conto che sono incapace di raccontare alcunché di nuovo, che sarebbe nuovo per questi grandi artisti ed i personaggi di questi artisti e guardando questi personaggi mi pare di sentire le loro voci.
...Ecco, ho parlato di queste pitture, ma forse non ho detto tutto, perché mi è venuta in mente un'ultima osservazione, un'ultima cosa che veramente mi ha stupito e che riguarda la parte più alta della sala: il soffitto che probabilmente nelle intenzioni dei pittori vuole rappresentare la forza più grande che c'è nell'umanità: il potere. Infatti, ci sono un trono e c'è sopra il trono l'aquila, sono due simboli del potere. Quindi è interessante notare che in basso abbiamo i giganti che lottano, poi ci sono le persone comuni, in un certo senso nel mezzo, e, in alto, c'è questo trono. Ma, il trono è vuoto: questo è significativo. Non c'è nessuno su questo trono: perché? Chi può rispondere? Questa è una domanda effettivamente aperta: perché su quel trono non c'è nessuno? È una domanda che ricorre da secoli e secoli? O forse vuole dire che la lotta per il potere è infinita e che, a un certo punto, c'è sempre l'alternanza di chi occupa il trono. Quindi sappiamo che alla fin fine qualcuno si ritrova sempre a prendere in mano il potere, e non è sempre il migliore.

* * *

Seconda parte: due domande a Druzhnikov

Quando e come ha scoperto questo modo di guardare la realtà?

Credo che ogni persona attraversi varie fasi di sviluppo fisico, dall'innocenza, ad una percezione più matura della realtà. Sono quasi certo di essere stato abbastanza naif e conformista come altri, ma la vita nel paese in cui vivevo, in Unione Sovietica, era così complessa che praticamente si era isolati dal resto della cultura del mondo, dalla possibilità di vedere delle cose come ad esempio negli splendidi musei italiani. Ho studiato forse in modo più ampio con il desiderio di sapere di più, al di là di quello che mi veniva concesso di sapere. In generale ho iniziato a ricercare materie che erano vietate nel mio paese. Questa è stata la mia formazione di scrittore dissidente, da ciò che mi ricordo, perchè in passato non volevo andare in profondità nell'argomento del libro a cui stavo pensando, ma l'argomento era proibito e una volta, durante un incontro, ho chiesto al pubblico "Perchè non dovremmo parlare di questo argomento?". Nel giro di pochissimi giorni ho ricevuto una telefonata dalla polizia segreta che mi ha invitato ad una cortese discussione, o meglio mi ha cortesemente lanciato un monito: mi hanno avvertito che ci sono degli argomenti che gli scrittori sovietici non dovrebbero toccare. A quel punto ho lasciato l'ufficio del KGB e ho iniziato a pensare che se non potevo affrontare alcuni argomenti filosofici, forse c'era qualcosa di più interessante che è ovvio per il mondo esterno.
Così ho affrontato questi argomenti e ho iniziato a cambiare la mia mentalità e forse anche la mia personalità di scrittore perchè non ero più interessato agli argomenti concessi, sono andato più in profondità e ho scoperto che per ogni argomento è possibile una molteplicità di approcci. Prima di tutto la realtà che non conosci finchè non scopri qualche elemento segreto. Il secondo livello è la mitologia perchè in tutti i paesi ci sono miti, ma ci sono paesi in cui l'autorità cerca di limitare la tua mente, e si creano più miti al posto della realtà. Così mi sono concentrato sui miti e ho iniziato a scrivere un libro e all'estero, non nell'Unione Sovietica, ho pubblicato in seguito un libro dal titolo "I miti russi", o secondo la traduzione americana, "Miti russi contemporanei", perchè ci sono dei miti creati migliaia di anni fa ed altri miti contemporanei. Questa è stata la mia seconda mossa verso la possibilità di essere più scettico. Vorrei aggiungere qualcosa, se me lo permette. Prima ero un membro dell'Unione degli Scettici e al suo interno ero il capo del reparto degli ottimisti, poi nel giro di qualche anno sono passato all'Unione dei Cinici, in cui ero capo del dipartimento degli scettici. Questa probabilmente è la mia situazione attuale, non so dirle come sarà in futuro.

Adesso lei vive in America. Ha lo stesso interesse? Pensa di poter affrontare nello stesso modo la mitologia americana?

Credo di essere cambiato durante la mia vita, poco a poco. Sono d'accordo con lei, non si può prevedere il futuro e come scrittore io vivo per il futuro solo nella misura in cui i miei libri potrebbero essere interessanti per qualcuno in futuro, ma quando lavoro su un libro e penso alla situazione attuale, anche se si tratta di un libro storico, sono comunque un filologo professionista e uno storico della letteratura russa, ma nonostante tutta la pressione ideologica in Unione Sovietica, l'educazione filologica era abbastanza buona. naturalmente studiavamo Marx ed Engels e la storia del partito comunista ma tra 250 corsi diversi offerti dall'istruzione filologica universitaria, c'era anche qualcosa che mi interessava, c'erano corsi di letteratura internazionale, di storia dei vari paesi, approcci linguistici ai vari periodi dello sviluppo umano. Quindi su questa base sono venuto negli Stati Uniti e sono abbastanza qualificato per l'Università americana. Ho molti colleghi, so cosa insegnano e loro sanno cosa insegno io. Mi sembra che ci sia una sorta di isolamento nella cultura universitaria americana. Non ci sono discussioni approfondite, i conflitti sono vietati: tu hai la tua opinione, io ho la mia. In Russia iniziamo a discutere anche animatamente, si arriva al “duello”; in America non è così: che tu abbia ragione o che abbia torto, conservi la tua opinione, anche l'altro conserva la sua opinione e così dov’è la verità? Forse Dio conosce la verità, ma noi non cerchiamo di chiarirla.
Questo è l'esempio che posso fare della vita intellettuale e culturale americana. Ci sono aspetti positivi e negativi in tutto questo. L'aspetto positivo è che posso esprimermi liberamente su una vasta gamma di argomenti senza che nessuno mi critichi. L'aspetto negativo è che la critica è molto importante per lo sviluppo della verità e questo significa che se non discutiamo non sappiamo chi ha ragione e chi ha torto e così la scienza e la filologia si sviluppano più lentamente del necessario.
Mi ha posto una domanda molto provocatoria difficile da rispondere, cerco solo di avvicinarmi alla risposta, ma non posso rispondere in modo completo.

Traduzione dal russo di Nicola Nobili, dall' inglese di Maria Letizia Tesorini

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