2003, Mantova
Anita
Desai: cercare
il centro all’interno del caos
Intervista di Luciano Minerva
"Penso che il mondo dopo l'11 settembre sia impazzito.
Tutti sono entrati in una condizione di paranoia, si è paranoici
nei confronti di chiunque. Si vive nella paura costante, in
tensione, nell'odio, e non solo tra oriente e occidente, o
tra cristiani e musulmani. Succede anche in India tra hindu
e musulmani. E' uno stato di paranoia crescente, nel mondo
c'è un'isteria di massa che spaventa davvero." Così risponde
Anita Desai a una domanda sull’11 settembre 2001, un
anno dopo, al Festival di Mantova. C’è come un
profondo distacco tra le sue parole, anche quelle della sua
scrittura, e il suo aspetto sereno, come di chi ha scelto un
punto di osservazione della realtà fuori dalle tempeste.
I libri di Anita Desai coinvolgono, trasportano nella realtà di
quell’India immutabile e insondabile. Ci sarebbe bisogno
di un tempo dilatato per entrare nel suo mondo e intrecciare
in un dialogo i diversi temi della sua letteratura. Ma il tempo,
in occasione dei grandi eventi letterari, è più che
mai tiranno. E in quest’occasione più che in ogni
altra i minuti contrattati a fatica con chi la guida con polso
ferreo tra i meandri degli impegni sono pochi, troppo pochi.
Ma sufficienti a far arrivare a noi e alle telecamere piccole
perle di saggezza.
Nel suo libro In custodia scrive:“A Mirpore c’erano
templi del tutto privi di passato. Non c’erra alla lettera
nessun abitante che ricordasse quando erano stati costruiti e
da chi.” Da un lato lei presenta una situazione in cui
la storia è cancellata, dall’altro scrive che il
passato è sempre presente. Qual è il suo rapporto
col passato?
Io penso che il tempo in India non sia statico, è fluido, è come
un fiume, continua a scorrere. In altre parole la storia continua
a evolversi. Guardi la situazione attuale. I fondamentalisti
hindu hanno abbattuto una moschea costruita dall’imperatore
Baber, che era un tempio sconsacrato che già esisteva
nello stesso luogo da molto più tempo. Ed era stato il
tempio del dio hindu Ram . Nessuno lo sa davvero, storici, archeologi,
politici, che litigano sempre su questo tema: la moschea è stata
abbattuta, loro dicono che ci sarà un tempio, e che sarà un
nuovo tempio, non un vecchio tempio. Nessuno sa se il dio Ram è esistito
o no, per quello che ne sappiamo potrebbe essere semplicemente
una leggenda. Così io non so se si possono afferrare i
fatti storici in India, è molto difficile capirli, trattarli
come se fossero blocchi di pietra. Penso che il tempo storico
in India sia molto più fluido e in movimento. E di questo
in India si è consapevoli. Mi sembra che in altri luoghi
si sia coscienti del presente, o almeno molti lo sono, ma senza
esserlo del passato. In India non è così: si guarda
costantemente al passato che si ha alle spalle, per capire cos’è successo
prima.
Lei parla di molte vite che sono state disegnate dagli
altri. Nelle sue storie il destino ha una parte importante.
Che cos’è per
lei il destino e in che cosa lei si distingue dai suoi personaggi?
Dopo tutto io sono indiana, sono nata in India, penso di avere
ereditato una corrente fatalistica che attraversa gli indiani,
che fa parte del carattere indiano: essere fatalisti e accettare
quello che è stato scritto per te dalle stelle alla nascita.
Io lo vedo nella mia vita e in molte altre vite: le persone non
sono contente della vita che gli è stata data. E così può accadere
che tanti bisogni restino insoddisfatti, che si desidera qualcosa
del tutto diverso. Ed è molto difficile raggiungere questi
obiettivi in India, molto più difficile che in occidente,
dove si ha meno l’impressione di essere afferrati da un
destino e si crede di poter fare ciò che si vuole. In
India nessuno ha questo. E’ una lotta tremenda creare una
vita diversa da quella che ci è stata data. E spesso ho
sentito questo rispetto alle vite degli indiani e questo ho messo
nei miei libri, dove molte persone sono intrappolate nel loro
destino, vogliono uscirne, ma non sanno come fare per uscirne.
E ci sono state delle fasi della mia vita in cui ho sentito un
tremendo senso di essere imprigionata, intrappolata in una situazione
che non mi sembrava fatta per me e io sono molto grata del fatto
che nella mia vita ho saputo prendere le situazioni nelle mie
mani e farne qualcosa non di perfetto, ma di vicino a quello
che cercavo. Credo che sia una fortuna e un privilegio davvero
grandi, ma è molto difficile per molti indiani ottenere
questo.
Molti dei suoi personaggi sono come ciechi, non sanno vedere
le cose. Lei ha molta compassione nei confronti di chi non vede,
ma pensa che questo sia un atteggiamento molto diffuso?
Se guardiamo alla realtà è molto doloroso, forse
più doloroso in India che in altri paesi dove si vive
più esposti. In India si vede più sofferenza rispetto
ad altri luoghi, più povertà, si vedono molte cose
che non funzionano nella società. Eppure il cambiamento
dipende da pochi esseri umani. L’unico modo di sopravvivere è chiudere
gli occhi e le orecchie di fronte a tutto ciò, è una
tecnica di sopravvivenza per resistere al dolore e alla sofferenza.
I miei personaggi fanno questo. Alcuni aspetti della realtà sono
troppo terribili per loro, non possono sopportarla. Per sopportarla
e andare avanti devono chiudere gli occhi. Non è una scelta
coraggiosa ma mi chiedo se siamo davvero coraggiosi, forse solo
nelle cose più piccole e meno importanti.
E così alcuni personaggi fuggono nella poesia e nella
letteratura per essere lontani dalla realtà.
Per molti indiani, molti hindu, la tradizione richiede di andare
in un ashram, in una foresta o in montagna dove si può stare
soli e meditare. Si può pensare che questo rappresenti
una fuga o un modo di vivere, lasciandosi tutto il mondo alle
spalle, ma questo fa parte della tradizione indiana, cioè saper
trovare nel caos della vita un centro stabile dove potere esistere
e sopravvivere.
Vita viaggio fuga nuova trappola. E’ un percorso si molti
suoi personaggi, ma è un po’ anche un percorso suo
che, con una madre tedesca, è vissuta in India e ora si è trasferita
in America. E’ anche questa una metafora della vita, un
racconto della vita?
Sì, il volo, la lotta per fuggire, digiunare-divorare,
sono una nuova trappola perché non si può mai fuggire
da se stessi o dalla condizione umana. Ci muoviamo solo da un
posto all’altro alla ricerca di nuovi modi per affrontare
la realtà, ma fin da quando nasciamo, l’intera vita è una
trappola, non esiste una vera via di fuga.
C’è qualche modo per risolvere questo problema
o no?
Penso vi sia un modo, ma non un modo che soddisfi tutti, o molti:
penso lo si possa fare solo all’interno di se stessi, mentalmente,
si può solo raggiungere una libertà mentale che
finché viviamo non possiamo raggiungere in nessun altro
modo. Ricordo di avere letto una storia, mi pare fosse di Solgenitsin,
si parlava di un soldato, di un prigioniero intrappolato in un
campo da guerra. Non aveva niente da mangiare, solo dei bastoncini
e con quelli si costruisce un pianoforte. Lo suona anche se non
emette nessun suono, ma quando suona questo piano fatto di bastoncini
credo che abbia raggiunto la libertà.
Lei racconta di conflitti continui che i suoi personaggi
non riescono a risolvere. La vittoria e la sconfitta – scrive – sono
la stessa cosa. Come vede il futuro? Pensa che in futuro si
possano risolvere alcuni di questi conflitti?
Temo di avere una visione molto negativa della condizione umana
e non so se cambierà mai: certo non c’è niente
che al momento mi sembri incoraggiante. Penso si possa arrivare
a una soluzione, ma una soluzione temporanea, solo in momenti
sporadici. Far durare questi momenti mi sembra impossibile.
Lei è vissuta in India e adesso si è trasferita
negli Stati uniti. Quale sguardo diverso ha oggi sul mondo?
Oriente e occidente hanno modi di vedere davvero divergenti.
Molto ha a che fare col tempo e lo spazio. Penso che in occidente
vi sia un grande senso dell’urgenza: abbiamo una percezione
della contemporaneità: si deve fare tutto il possibile
nella vita attuale, si deve fare tutto. Non so se gli indiani
vivono così, nessuno pensa davvero che nella propria vita,
in un lasso di tempo limitato si possa raggiungere tutto. Si
vedono il tempo e lo spazio come sono più vasti, e quindi
il ritmo di vita è diverso. In India è più lento,
c’è più tempo, più spazio. In occidente
si sente di più l’urgenza e la velocità.
Questa mi sembra la differenza maggiore. Ma vorrei aggiungere
qualcosa.
Forse rispondendo alle sue domande ho dato una visione troppo
negativa della vita in India, e mi dispiacerebbe lasciare i miei
lettori con la sensazione che si viva necessariamente nell’oscurità,
come prigionieri. Ci sono così tante contraddizioni nella
vita e soprattutto in India. La vita, l’energia, il colore,
il divertimento vengono avvertiti di più quando ci si
rende conto quanto sia difficile raggiungere il vero piacere:
la gente pensa di dovere comprare di più, consumare di
più, avere di più, e in India invece si vede gente
che non ha niente, che vive nella polvere con niente, ma ama
e si diverte. E con questo non voglio dire: non hanno bisogno
di niente, sono felici. Voglio dire che invece sono capaci di
ottenere qualcosa di stupendo perfino da un granello di polvere.
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