Aggiornato
a Aprile 2007
Intervista
a Milo De Angelis
di Luigia Sorrentino
De Angelis, quando si viene toccati dalla
poesia? Quando la poesia ci chiama?
“Si viene toccati dalla poesia quando sentiamo che è una
via obbligata e tutte le altre vie ci sembrano un’evasione… si,
un’evasione da ciò che essenziale… dalla parola
che è più antica in noi e che il tempo ha reso
un destino… una parola non ritrattabile, una parola d’onore… una
parola depositata da sempre, a cui dobbiamo a tutti i costi dare
un nome… dare la parola dice bene di questa fedeltà alla
promessa poetica… E questo lo sentiamo già poeticamente,
con quella forza imperativa, con quella voce da ultimatum che è propria
del verso.”
Somiglianze, pubblicato nel 1976, trenta anni fa, è la
prima raccolta di versi di Milo De Angelis, dove ricorrono tematiche
forti, legate al mito dell’infanzia e dell’adolescenza.
Una poesia in cui il presente diviene l’imperativo categorico
della parola poetica: “se ti togliamo ciò che non è tuo/
non ti rimane niente.” (da: Somiglianze, L’idea centrale)
Un verso forte. Imperativo, appunto, e categorico…
“L’imperativo è il tempo e il modo della poesia.
E’ un imperativo in cui il lettore deve entrare… deve
sentire che quel verso è un grido… grido di soccorso,
di gioia, di stupore, di rabbia, di memoria, di dolore... un
grido comunque che ci chiama e che è rivolto a noi, proprio
a noi… e dobbiamo ascoltarlo, a tutti i costi. La poesia
porta in sé l’ultima volta. L’ultima cena,
la razza estinta, l’estrema unzione, qualcosa che ci chiama
con violenza a essere presenti, ci avverte che non ci saranno
repliche, perché è un atto unico.”
L’imperativo categorico e l’infinito presente.
E’ su queste caratteristiche che si fonda la poesia di
De Angelis, una poesia che diventa fin dagli anni Settanta,
il punto di riferimento di un’intera generazione. Cosa
ricordi di quegli anni? Quali erano le tue frequentazioni?
“Allora vivevo, come tu ricorderai dalle foto, senza mangiare,
senza dormire… qualche supplenza, due michette al giorno,
e soprattutto, con la compagnia, continua, incessante, senza
tregua, della poesia… sempre lei, la benedetta sposa, la
fedelissima che non ammetteva avventure o distrazioni… Cercavo
dei poeti, dovunque. Cercavo quotidianamente e per sempre dei
poeti, anche dei maestri. Ma i maestri non erano solo i poeti
importanti… non erano sono solo Mario Luzi o Giorgio Colli… c’era
una miriade di amici… amici di una settimana o di un mese,
compagni di scuola, di strada o di squadra… il ragazzo
più grande di me di pochi anni, che però aveva
già letto Eliot o Celine, e me ne parlava nell’intervallo
di una partita… un dialogo fitto all’uscita di una
libreria… un’intesa di pochi minuti… figure
che non formano un disegno compiuto, che non hanno fatto nemmeno
in tempo a diventare un’amicizia, ma hanno gettato comunque
i loro semi di una figura incompiuta che ancora adesso continuiamo
a disegnare. D’altra parte si impara così, nel gioco
incompleto degli eventi, si impara alla ventura e alla rinfusa,
in ordine sparso…”
A proposito del titolo, Somiglianze, perché?
Uno potrebbe dire “soma”, e quindi “parentele”, “rapporti
parentali”. Oppure potrebbe dire: “Ciò che
vedo è solo somigliante alla realtà, ma appartiene
a un altro immaginario, qualcosa che ancora non so descrivere
pienamente, la voce alla scoperta della voce” , o qualcosa
del genere… Cosa mi dici di questo titolo?
“Cercavo il mio simile, cercavo il mio simile! Lo
cercavo disperatamente e senza tregua, lo cercavo in modo assoluto
e quotidiano, per sempre e ogni giorno. Lo cercavo ancor più drammaticamente
in quegli anni Settanta in cui un’intera generazione - la
mia – aveva creduto alla politica come soluzione di tutti
i problemi… Cercavo il mio simile… cercavo i poeti
senza appoggio e senza protezione, che pure esistevano, ma erano
dei solitari, dispersi tra le correnti di pensiero del tempo: quelle
della militanza senza mezzi termini, oppure dei viaggi in India
e delle armonie orientali… Tutto un mondo, sia l’uno,
sia l’altro, che sentivo estraneo a me, per formazione, essenza
e destino, ed ero anche convinto che ci fosse - e c’era – un
terzo luogo, nascosto dagli slogan e dalle chitarre, vivo e operante
nell’ombra e nell’esilio, ed è a questa zona
d’ombra che si rivolge Somiglianze, a questa parte della
mia generazione che ha vissuto in luoghi solitari e innamorati,
che ha sentito nei contrasti del proprio tempo, un altro tempo
che non è il proprio. Ma è un titolo che non ha solo
una radice biografica e di generazione. Tutto questo libro è attraversato
dal demone dell’analogia, dalla furia di mettere in contatto
zone dell’essere che sembravano estranee. D’altronde
la poesia è questo… trovare un nesso estraneo tra
figure che parevano lontane e che ora, nel guizzo di un verso riuscito,
rivelano la loro parentela, il peso delle loro remote somiglianze,
appunto, delle somiglianze che già esistevano e lavoravano
nel sottosuolo.”
Lacan è stato molto presente nella tua vita in
quegli anni. Che cosa rappresentava per te?
“Lacan, nel suo magistero tragico e solitario, è stato
molto presente. Mi ricordo certi suoi aforismi: “I morti
non solo tacciono, ma non cessano di non parlare”, mi colpivano
molto e in qualche modo si sono inseriti, anche lessicalmente,
nel tessuto di Somiglianze.”
La seconda raccolta, Millimetri, invece, compare dopo 7 anni,
nel 1983. Una poesia verticale, scheletrica, in cui ogni parola
occupa uno spazio, millimetrico, appunto. Quando la scrittura
diviene verticale?
“
Quando è l’unica possibile, quando si è chiamati
a dire la parola che è in noi più antica e che
poi il tempo ha reso un destino. Quando non abbiamo altra via
di espressione, quando quella diviene una via obbligata e possiamo
trovare solo lì la forma per dirla.”
Dopo Millimetri Milo De Angelis ha avuto il timore di
non riuscire più a scrivere poesie…
“
Si, con Millimetri , e in particolare negli anni tra il 1980
e il 1983, tutto precipita in verticale, come dici tu, cade a
picco, tutto si asciuga fino a spolparsi… Tu mi hai conosciuto
allora, lo ricorderai… ero un essere senza corpo, un fascio
di energia e di tensione… le notti in bianco… Di
quegli anni, gli anni in cui ci siamo conosciuti, ricordo l’ insonnia
che era entrata in ogni mia cellula… e il giorno… il
giorno non dava più i frutti che la notte ha preparato… C’era
come una frattura, che aveva spaccato il ritmo… ogni giorno
era di troppo tempo… era una veglia, perenne, di estensione
sterminata, un corpo a corpo con la parola… e poi l’ossessione
dell’algebra… andavo in giro con un quaderno pieno
di numeri… è stato il mio tributo all’ascesi… una
dimensione che prima non era mia e non lo sarà dopo… proprio
così, il mio tributo all’ascesi… ero stremato
ogni volta dalla lotta che nasceva tra me e la poesia… questo
scavo a picco nel cuore delle parole… poche parole in fondo… cento
varianti... Millimetri è un libro di trenta pagine… ma
quelle parole ridotte a un grumo che doveva contenere tutto,
sì, un segmento in cui si addensavano esperienze di anni… tutto
era irto, scosceso... tutto era pronto a esplodere… o a
morire.”
Quindi possiamo dire che Millimetri è il libro
che ha conosciuto le varianti maggiore della tua poesia?
“
Si, sicuramente quelle ventotto poesie del libro sono state divorate
dalla variante, da un’idea di perfezione assoluta che mi
sbranava…”
Che cos’è la variante per un poeta?
“
La variante è un tendersi dell’udito a una dettatura,
a quella prima voce ascoltata che uno vuole mettere a fuoco nelle
sue minime sfumature, nelle sue sillabe, nei suoi dettagli, quindi
non è un’ esperimento la variante, anzi… è un
ritorno a un’origine ancor più nettamente percepita.
Una fedeltà alla prima dettatura, alla prima parola scandita,
che forse allora non avevamo ascoltato con la necessaria e millimetrica
finezza e che ora ritorna e che ci chiede di essere messa a punto.”
Prima di Millimetri hai sperimentato la prosa, con La
corsa dei mantelli, pubblicato nel 1979. Una leggenda narrata
da molte
voci, ma tutte legate a una figura di donna, quasi mitologica:
Daina. Chi è Daina?
“
Daina è una fanciulla che gioca con i maschi, corre, salta,
combatte, fa interamente parte della banda, della dimensione
agonistica, della gloria, del trofeo… però è anche
femminile, porta in sé un mondo arcano e gioioso… E’ lì con
noi, nelle nostre gare e nelle nostre battaglie … è figlia
di Artemide, e non di Venere. E’ una guerriera coraggiosa,
ma ha anche un segreto, quello del suo seno adolescente e di
certe improvvise dolcezze. E’ veloce, briosa, imprendibile.
E’ estranea alla vita quotidiana… in lei solo guizzi,
scatti, accensioni, attimi brucianti e scomparse improvvise… è bella
come un’estasi…. devo trovarla prima o poi… ogni
tanto la intravedo in qualche tennista o in qualche bella judoca… Elena
Dementieva o Ylenia Scapin, che però sono pallide imitazioni
dello splendore di Daina… è stupenda Daina… è una
ragazza della Via Pal… una di quelle con cui si può fare
la lotta… devo trovarla … e prima o poi la troverò… Daina… è lei… è lei
la donna della mia vita!”
Il saggio, Poesia e destino, arriva, invece, nel 1982.
Già il
titolo, richiama la Tradizione. Quale è stato il tuo rapporto
con la cultura greca classica?
“
Gli antichi li ho sentiti e li sento tra di noi. ‘Ci parlano,
e anche quando tacciono’, diceva Lacan, ‘non si limitano
a tacere’… Gli antichi ci mandano un monito e ci
dicono che la Tradizione è stata interrotta e dobbiamo
riprenderla… una traduzione, anche, è stata interrotta.
Dobbiamo tradurre i poeti antichi che abbiamo amato. E’ un
dovere essenziale non meno che scrivere i nostri versi perché loro
respirano solo lì, non hanno altra via per essere traghettati
da una sponda all’altra dei secoli… devono venire
tra noi attraverso la nostra sensibilità, la nostra lingua
attuale che non può essere quella arcaica di tante traduzioni.
Deve essere innestata nel vivo della parola di oggi.”
Poesia e destino, un titolo evocativo per quello che
tu stesso hai definito “un diario di guerra: parole furiose caratterizzate
dal contrasto, dall’aspirazione all’epica.” Che
cosa cercavi con questo libro?
“
Poesia e destino è un libro anch’esso ferito. E’ drammaticamente
teso a una parola concentrata, seppure saggistica, ma con la
stessa forza metaforica di quella poetica. E’ un diario
in cui sempre si affacciavano immagini di guerra, di trincea,
di notti passate nei rifugi, il senso dell’ allarme, i
bengala, le granate, le bombe armate che stanno per scoppiare.
Un libro in cui il senso del pericolo è stato presente
e vivo.”
Con Terra del viso, del 1985, la voce si distende, cerca
un interlocutore, come accade nelle poesie in cui tenti di ristabilire
un colloquio
con il padre. Chi è il padre per te?
“
Il padre è il luogo dell’evidenza. Essendo colui
che scrive le tavole della legge, può essere obbedito
o rinnegato… le sue parole sono lì, scolpite sulla
pietra. Si può accettarle o rifiutarle. Però il
suo insegnamento è chiaro, fa parte della comunità,
i suoi beni e le sue condanne sono patrimonio comune. Le sue
difese sono fatte in nome della legge e anche le sue accuse sono
quelle di un pubblico ministero… è chiaro il profilo
del suo volto, il suo amore e la sua collera, è chiaro
il profilo della sua mano che indica la strada. Poi, il padre,
se uno ce l’ha in famiglia, è meglio così.
Ma se non ce l’abbiamo, non tutto è perduto: possiamo
trovarlo altrove, nei maestri, che spesso hanno una voce altrettanto
benefica e definitiva di quella del padre. Ma se non ce l’abbiamo
e non vogliamo trovarlo altrove, allora inizia qualcosa di torbido,
si delinea un luogo che nel tempo può diventare criminale,
possiamo inventarci a nostro piacimento la legge che non abbiamo
ricevuto e il crimine in cui incarnarla e incarnarsi. Quanti
ne ho conosciuti in carcere, ogni giorno, uomini e donne senza
magistero...”
Tu insegni Lettere nel carcere di Opera, un carcere massima
sicurezza, a Milano. Percorrendo quel varco, entrando nelle celle
dei detenuti,
nel rigore, nell’ordine prestabilito, nella regola, vai
verso la poesia?
“
Il carcere è un luogo di massima sorveglianza, e quindi
già questa definizione lo avvicina alla poesia. Una cella,
se tu l’hai vista, ricorderai che sono pochi metri quadrati
da dividere con un’altra persona. Basta spostare uno sgabello,
una sedia, una lampadina, per fare il caos, come avviene in un
testo poetico dove se tu togli un aggettivo rompi un ordine faticosamente
raggiunto per tentativi e tentativi, quindi c’è immediatamente
una parentela con la poesia. Poi il carcere è un luogo
di trauma, di memoria, di redenzione, è anche un luogo
di desideri fondamentali, di desideri ridotti all’essenziale,
quindi è un luogo di sottrazione, e per questo è un
luogo poetico. E’ comunque un luogo dove la poesia può gettare
i suoi semi. Poi, come mi dicevi, la poesia è una disciplina, è un
luogo dove si ottiene il massimo della libertà, un estremo
di libertà, attraverso un estremo di legge, di rigore,
di perimetro… E i detenuti sono un po’ così,
hanno vissuto un tempo senza disciplina, un tempo, una specie
di eterno presente, tra una rapina e un’altra, spesso,
e quindi, un tempo senza un fine o una fine, ed è bene
mostrare questo percorso di rigore. E a loro volta i poeti sono
un po’ come i detenuti in attesa di giudizio, dentro il
perimetro del testo e quindi conoscono bene questo verdetto della
parola che pende su di loro .”
Recentemente ti ho sentito dire che finalmente hai trovato
nel carcere un vero poeta. Chi è questo poeta?
“
Si chiama Vladimiro Cislaghi, ed è stata una delle scoperte
più belle e inattese della mia vita da insegnante… uno
di quegli alunni che da soli danno il senso a tutta una vita
trascorsa in classe. La poesia era già in lui quando l’ho
incontrato… me ne sono accorto subito… Vladimiro
era più vulnerabile al giudizio delle parole… sentiva
che il loro verdetto era potente… anzi, era l’unico
verdetto… ma non riusciva ancora a coglierlo in pieno… stavano
lì in un luogo nascosto, in attesa di essere svelate… poi
la rivelazione è avvenuta e ne siamo stati felici entrambi… ora è qui,
Vladimiro, nelle pagine di un libro appena uscito, Madre e baratro
che sono orgoglioso di avere nella mia piccola collana di poesia.”
Quale delitto ha compiuto Vladimiro?
“
Non lo so, e in genere non siamo tenuti a sapere ciò che è accaduto
nella vita dei detenuti. Magari emerge per volontà loro
in qualche frammento di tema, in qualche spezzone di dialogo,
però rimane sullo sfondo e quello che conta è l’attimo
presente dell’insegnamento. So che è una lunga pena,
che Vladimiro uscirà dal carcere in modo definitivo nel
2026, che è nato nel 1970 e che non sarà più un
ragazzo quando uscirà.”
Nel 1989, esce Distante un padre, che ripone al centro
della tua opera, la figura del padre. Nell’ultima sezione
di questa raccolta di versi tu parli in dialetto monferrino,
il
dialetto parlato da tua madre. Il ritorno a un dialetto di confine,
privo di tradizione letteraria, che cosa ha rappresentato per
te?
“
Il dialetto che c’è nell’ultima sezione di
Distante un padre è un segmento improseguibile. E’ un
po’ quello che in precedenza era stato Millimetri: un tributo
alla mia vita ascetica. Questo è un tributo anch’esso,
e non
ci sarà una replica. Però dovevo passare da lì,
attraverso il dialetto, perché solo in quella lingua povera,
orale, immediata, mi era possibile dire alcune cose, raggiungendo
quella semplicità che altrove non potevo sfiorare. E poi
il dialetto monferrino, come dici, è un dialetto nudo,
senza una tradizione letteraria. Sono le leggende, i canti, i
balli, gli eventi biografici che mi raccontava mia madre. E adesso,
sia quella parte impenetrabile di Millimetri, sia questa, più cantabile,
quasi melodica in certi momenti, hanno trovato un intreccio,
una fusione negli ultimi miei due libri, Biografia Sommaria e
Tema dell’addio.”
Il tema del ritorno ritorna anche negli ultimi due tuoi
libri: Biografia sommaria, del 1999 e Tema dell’addio,
del 2005. Recuperando il grembo il poeta trova la parola vera,
il vero
nome?
“
Il tema del ritorno è stato sempre vivo in me e acceso, è vero
che nei miei ultimi due libri diventa il centro, proprio il centro
della mia poesia. I luoghi ci chiamano, i luoghi amati, in cui
siamo entrati una volta con amore, ci chiamano continuamente.
Si rivolgono a noi, ci fanno gesti, sono come delle donne, ci
dicono di venire lì, e noi andiamo, per forza… e
quando siamo li, si tratta solo di chiamarli con il loro nome.
Ancora prima di esprimere qualcosa, la poesia, credo, si preoccupi
di questo, di chiamarla con il giusto nome, con il nome che magari è sepolto
sotto miriadi di nomi convenzionali e di maniera, ma che c’ è , è lì,
e brilla, e ci convoca a dirlo”.
Questo è il nodo vero della poesia? Chiamare
le cose con il proprio nome?
“
Si, è così. Nell’ultimo libro Tema dell’addio, è ancora
più netta questa percezione del richiamo veridico delle
cose. Se abbiamo amato un luogo il legame in noi non si spezza
: la prima volta in cui vi entriamo, c’è una promessa
di ritorno che nessun evento successivo può incrinare.
Quando un cortile, un portone, una strada mi chiamano, il richiamo è subito
irresistibile ma è ancora oscuro. So che devo metterlo
a fuoco e che ci vorranno numerose prove, numerosi tentativi,
numerose forme del ritorno. Questo ritorno assume dunque il carattere
di un rito e insieme di una lenta, ripetuta esplorazione, come
quella di certi romanzieri del Naturalismo che osavano nominare
un quartiere solo dopo avere riempito di appunti il loro quaderno.
A me è successo in Tema dell’addio di essere stato
chiamato tante volte da un quartiere di Milano, vicino a Parco
Lambro, da un insieme di vie. Dovevo andare lì ad accertarmi
qual era la via che davvero e con più forza mi aveva convocato
a sé. Ed era Via Crescenzago, certamente, e me ne sono
accorto una sera di luglio. “Era meglio un nome più breve,
le dissi sorridendo, era meglio Via Feltre o Via Mestre, che
sono lì, a due passi, e che non occupano un intero quinario”.
Ma era Via Crescenzago, la via scalcinata che costeggia il Parco
Lambro: lì era avvenuto qualcosa di decisivo, tanti anni
prima. Così ho cominciato ad andarci due o tre volte alla
settimana, di mattino, di pomeriggio e soprattutto di notte.
Ci siamo riconosciuti subito e poi il legame si è fatto
sempre più forte. A un certo punto la strada era pronta
a entrare nel libro, ed era pronta a rivelarmi i suoi segreti,
a rivelare qualcosa di me che ignoravo, sensazioni latenti che
quell’antico episodio aveva custodito per decenni. Credo
che significhi questo la frase di Jungher: Posso conoscere soltanto
ciò che mi ha già conosciuto.
La ricerca del vero nome nasce, dunque, davvero dalla
necessità di
trovare qualcosa che è andato perduto?
“
Così perduto che diventa imminente. Così remoto
che sta lì, ad aspettare drammaticamente che noi lo pronunciamo.
Sono incontri cruciali. Nell’attimo stesso in cui varchiamo
la soglia di un luogo amato sappiamo di fondare la via di un
ritorno, di un eterno ritorno lì dove siamo stati toccati
e dove siamo stati battezzati e a nostra volta dobbiamo dare
un battesimo a questi frammenti.”
Cito da Biografia Sommaria, una poesia, Semifinale: “Neminem
excipi diem: per nessun giorno ho fatto eccezione./ Morire è dunque
perdere anche la morte, infinito/ presente, nessun appello, nessuna
musica/ di una chiamata personale. Oltre le vene che furono rito/
e dimora, milligrammo e annuncio, grido infinito/ di gioia o
di soccorso, nessuno mai/ oltre queste vene. E’ semplice,
ragazzi, nessuno.” Una poesia, questa, che testimonia la
necessità di cui parlavamo, di trovare ciò che è andato
irrimediabilmente perduto…
“Si. Questa poesia ha anche un’occasione biografica, se posso accennarla… di
un supplente che al liceo Parini era venuto per alcuni giorni… un supplente
di latino e greco che però ci diceva delle cose poetiche drammaticamente
vive con delle esperienze di droghe che qui si intuiscono... e un giorno, tanti
anni dopo, la voce di un ragazzo della Doxa che per un sondaggio elettorale mi
telefona... e sento che è la stessa voce di quell’antico supplente
e così, sbalordito, inizio a scrivere questa poesia che rievoca il professore
D’Amato. Si rivolgeva a noi con la sua fissazione e ci diceva “nessuno
ragazzi, nessuno”, lo ripeteva come un tragico ritornello, “non c’è nessuno
oltre le vene”.
C’è una poesia in Biografia sommaria che si intitola
Donatella, una poesia che richiama il gesto atletico. Donatella è una
velocista, una saltatrice, una vera campionessa… Che cosa
rappresenta per te questa poesia? Sei tu che hai ritrovato la
serenità della vita, nella poesia? Sei tu quella formidabile
saltatrice?
In ogni mio libro ci sono queste figure di donne in corsa, spesso
adolescenti, figlie di Atlanta , colte al volo, nella bellezza
del gesto atletico. Donatella è un’amazzone ferita,
una campionessa che, passata la stagione delle gare e dei trionfi,
viene sorpresa da un’altra età in cui non riesce
più ad entrare. Mi succedeva di vedere, quando facevo
atletica, queste ragazze spartane, che si davano completamente
al gesto atletico ed esistevano solo lì, nella luce del
loro salto o della loro falcata. Per il resto erano ragazze qualsiasi,
creature di tutti i giorni. Ma in quegli ottanta metri, in quei
dieci secondi, erano divine. “… e capiranno che la
luce/non viene dai fari o da una stella, ma dalla corsa/puntata
al filo, viene da lei, la Donatella” .
In tutte le tue poesie è forte la presenza di Milano
e delle sue periferie. Perchè questo correre verso l’estremo,
questo allontanarsi dal centro?
“La periferia, a Milano, in particolare, è un mondo, non è solo
periferia di qualcosa, cioè periferia rispetto a un centro, ma è un
mondo con le sue tradizioni, le sue voci, i suoi colori, i suoi stili… se
tu pensi a una periferia come questa la Bovisa, è una periferia storica,
ma poi c’è una periferia sperimentale come QT8, una periferia smembrata
e diffusa, quella delle grandi multisale, San Leonardo, quindi molti stili e
molte vicende nella periferia. E la periferia storicamente a Milano è stata
importante come e più del centro la Breda, la Falk, la Marelli, la fiera
, le case editrici, non sono meno importanti nella cultura milanese di Piazza
della Scala, o di Piazza Cordusio da una parte... Poi, dall’altra, la periferia è un
emblema della giovinezza, perché i primi campi di calcio sono nati lì,
le prime palestre, in cui abbiamo gareggiato, le prime piscine in cui ci siamo
spogliati sono lì, e poi le prime supplenze, anche un po’ più avanti,
sono state fatte in periferia, quindi è un emblema di ciò che inizia,
del debutto della vita.”
Parliamo ora di Giovanna Sicari. Giovanna era una poetessa,
ed era anche tua moglie… Purtroppo è scomparsa,
prematuramente…
“
Giovanna era la luce ed era il sorriso… oh, il sorriso
di Giovanna… il suo eterno sorriso… quando appariva
negli occhi, il mondo stesso rideva con lei! Giovanna era una
vera poetessa, una che sulla poesia aveva puntato la sua vita
e alla poesia chiedeva tutto. Era una donna ispirata. Respirava
nella poesia. E i suoi poeti li amava come si ama uno sposo,
portandoli sempre con sé, intrecciandoli ai gesti più quotidiani,
lasciandoli entrare nella sua ispirazione, che era potente, da
Sibilla, da posseduta…si sedeva al suo tavolo, davanti
al suo quaderno e si lasciava invadere da parole che non erano
le sue consuete, che le giungevano da qualche zona arcana dell’essere
e del cosmo, che le giungevano solo in quel momento, nell’atto
poetico, in quel gesto, in quell’incontro della biro con
il foglio, che metteva in moto un incontro più vasto tra
lei e un mondo fino ad allora sconosciuto…”
Tema dell’addio. Non abbiamo ancora detto che questo libro,
dedicato a Giovanna Sicari, vince il Premio Viareggio nel 2005.
Qui il poeta si inabissa nella morte. Elia Malago` presentando
Tema dell’addio al Festival di Mantova ha detto: “Questo è il
libro del respiro, del soffio, del pneuma… Quel tempo della
vita, diviene il tempo della morte.”
“
In Tema dell’addio la morte mi ha chiesto di parlare. La
morte che aveva fatto incursione così violenta, che aveva
ucciso una creatura amata e uccidendo una creatura amata ha ferito
anche il resto del mondo. Quelle parole dicevano che la morte è uscita
dalla sua tana, che la belva si è liberata, ha fatto un’incursione
nel mondo, ha ucciso, e avendo ucciso un essere amato, ha lasciato
un segno in tutti gli esseri e in tutti i luoghi. Per non esserne
sopraffatti occorreva scriverla. E così è stato.
Quel libro ha cambiato a morte. Ne è stato divorato e
l’ha cambiata. Ora la morte ha una voce diversa. A volte
riappare, è vero, riappare e magari fa male con un ricordo
improvviso. Però, essenzialmente, ha assunto un’altra
immagine. E’ la distanza finita tra me e lei - un segmento!
E questa distanza da una parte ci divide, ma dall’altra
ci consente di non essere interamente separati, ci permette uno
sguardo dal ponte: struggente, pieno di nostalgia, ma pur sempre
uno sguardo. E’ un filo spinato, un filo ad alta tensione:
non bisogna avvicinarsi, troppo, non bisogna toccarlo. Occorre
amare Giovanna in questa distanza… Ti racconto, a questo
proposito, un episodio che forse mette a fuoco ciò che
sto dicendo. Alcuni mesi fa, in giugno, alla fine di giugno di
quest’anno, sono passato in autobus, l’autobus 57
davanti a Villa Schleiber, che era una villa dove spesso andavamo
con Giovanna e Daniele, nostro figlio, a giocare a pallone. Nel
traffico l’autobus si ferma proprio davanti a un bar, un
bar anni Cinquanta, un po’ Neorealista, che piaceva molto
a Giovanna, ed è lì Giovanna! La vedo lì!
Era Giovanna, senza dubbio, era lei, con quel vestito bianco
e azzurro, con quel modo di tenere la tazzina del caffè e
di bere… La chiamo, si volta, ed è proprio lei,
che canta una canzone tra se sue preferite… ‘soltanto
il tempo di un caffè… soltanto il tempo di un caffè…’ La
guardo ancora con un’emozione infinita… siamo vicini… la
fermata del 57 è proprio lì…le dico: “Giovanna,
adesso scendo”. Lei mi sorride con quell’infinito
sorriso e mi dice : ‘No, resta sull’autobus, tornerò ancora… non
temere, tornerò. Ma tu resta… resta… non scendere… non
voltarti… no… non devi voltarti…”
(De Angelis si commuove, si interrompe, poi riprende)
“
E’ accaduto a fine giugno del 2006, sull’autobus
57 ... 57 sono le poesie di Tema dell’addio, un numero
prediletto, e questo autobus lo prendevamo insieme, lo abbiamo
preso tante volte per andare a giocare con Daniele. Lì c’è stata
questa apparizione, che certamente si lega al mito di Orfeo,
si lega al voltarsi, al perdere l’oggetto amato, ma si
lega anche a questo filo spinato a questa barriera invalicabile
tra i vivi e i morti.”
Ma allora è proprio una poesia orfica la tua,
come alcuni critici hanno detto!
“
Diciamo che qui sicuramente è stato uno sguardo orfico,
uno sguardo sapiente quello che mi ha impedito di avvicinarmi
a Giovanna e quindi di perderla. Poi la poesia orfica è forse
Rilke, è forse Campana, è un altro mondo espressivo… ci
sono dei segmenti improvvisamente orfici che si aprono anche
in una poesia metropolitana e moderna come la mia.”
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