2001, Cecina
Dalai
Lama: terrorismo,
fondamentalismo, non-violenza
L'intervista
di Stefano Curone
Tenzin Gyatso, il quattordicesimo Dalai Lama, è la guida
spirituale
e politica del popolo tibetano, ed è riconosciuto, a livello internazionale,
come un’autorità morale tra le più importanti del nostro
secolo.
Nel 1989 fu insignito del Premio Nobel per la Pace, per la sua incrollabile fedeltà ai
principi della non-violenza nel rivendicare il rispetto dei diritti umani in
Tibet.
Nacque il 6 luglio 1935 - il quinto giorno del quinto mese dell’Anno
del Cinghiale, secondo il calendario tibetano - a Taktser, un
piccolo villaggio dell’Amdo a 2700 metri di altitudine,
nel nord-est del Tibet, da una famiglia di contadini che gli
dettero il nome di Lhamo Thondup.
Venne riconosciuto come reincarnazione del precedente Dalai Lama all’età di
due anni e poco più tardi fu avviato agli studi monastici che terminò all'età di
25 anni.
Nel frattempo, quando il Tibet iniziò ad essere minacciato dalla Cina,
fu costretto ad assumere anche i pieni poteri di capo di Stato. In questa veste
incontrò Mao Tse-Tung e i principali leader cinesi per tentare una trattativa
in difesa dei diritti del suo popolo e della sua terra, ma nel 1959 - con il
Tibet oramai occupato militarmente dalle truppe di Pechino - prese la via dell’esilio
in India. Dal 1960 vive a Dharamsala, soprannominata la piccola Lhasa, un villaggio
sul lato indiano dell’Himalaya dove hanno sede le principali Istituzioni
del Governo in esilio.
Il titolo di Dalai Lama, che significa "oceano di saggezza",
venne conferito per la prima volta nel 1391 dal principe mongolo
Altan Khan al terzo successore di Lama Tsong Khapa, il riformatore
del buddismo tibetano nonché fondatore dell’ordine
dei "Virtuosi", così chiamato per la grande
importanza conferita alle regole morali. I tibetani si rivolgono
al Dalai Lama chiamandolo anche "Yesce Norbu" (la Perla
che esaudisce i desideri) o semplicemente "Kundun" (la
Presenza).
Che cosa può raccontarci
di questi suoi giorni in Italia?
Se ben ricordo, questa è la quarta volta che vengo
qui. Un posto molto bello, pieno di pace, veramente bello.
Anche le persone sorridono, c’è un’atmosfera
molto affettuosa, molto bella.
E cosa pensa del fatto che il buddismo abbia sempre più discepoli nei
paesi occidentali? Non esiste il pericolo che si tratti anche di un fenomeno
di moda?
Cosa ne penso? Be’ mi lasci dire.... Fondamentalmente,
io credo che ogni paese oppure ogni regione abbia una sua
tradizione religiosa. In occidente, la vostra tradizione è quella
del cristianesimo, del giudaismo e, in una certa misura,
dell’islam. Ed è meglio, più sicuro,
attenersi alla propria tradizione. Su tanti milioni di persone,
però, alcune trovano altre tradizioni più interessanti,
o più adeguate, più efficaci. Quindi, qui in
Europa e anche in America, che sono paesi di tradizione cristiana
o giudaica, alcuni mostrano uno spiccato interesse per il
buddismo. Ora, per rispondere alla sua domanda, io penso
che verso gli anni ‘70, e anche gli anni ‘60,
alcune persone abbiano rivolto la loro attenzione verso l’oriente,
e a quell’epoca il buddismo, e anche il buddismo tibetano,
a volte siano diventati una specie di moda. Ma ora sembra
che ci siano delle persone serie che mostrano interesse per
il buddismo, e io credo che si tratti di una ricerca sincera.
Almeno questa è la mia impressione. Ma ora... io credo
che... ci sia il pericolo, possa esserci la possibilità,
che le persone che hanno delle nuove, autentiche vocazioni,
sia per le loro conoscenze che per la loro esperienza, possano
essere strumentalizzate a causa degli interessi di certe
persone. Sì, credo che questo sia possibile. Quindi,
quello che io suggerisco è, in primo luogo, che
sia sempre meglio mantenere le proprie tradizioni.
Cambiare religione non è facile. E in secondo luogo,
per quelli che veramente vogliono studiare o praticare il
buddismo, soprattutto il buddismo tibetano, è importante
non avere fretta di imparare da insegnanti, come dire...
un po’ dubbi, ma piuttosto condurre una ricerca approfondita
fino a trovare qualcuno che ispiri una fiducia totale...
O convinzione...
Sì, convinzione. Quello è l’insegnante
giusto. E il rapporto è trasparente. Solo a quel punto
puoi iniziare a ricevere l’insegnamento. In America,
anche a New York, in passato mi è capitato di incontrare
certe persone che all’inizio avevano incontrato il
maestro sbagliato... (ride) ... che grande delusione! ...
Non era nemmeno buddismo! (ride) Quindi, credo che in effetti
si debba stare più... attenti, c’è bisogno
di più cautela. Questo è importante.
Ora viviamo un momento molto difficile, di crisi internazionale.
Come si può conciliare la non violenza con la lotta contro il terrorismo?
A questo punto c’è già stata della violenza. Questo è un
metodo immediato, e comunque provvisorio. Ma alla lunga... certo, c’è molto
lavoro da fare per eliminare questi atti terroristici. Ma logicamente, il
modo non violento impone di incontrare le persone o le organizzazioni che
possono mettere in atto quei gesti ispirati dall’ira. Io credo che
sia molto importante incontrare quelle persone e parlare faccia a faccia
con loro, e ascoltare quello che a loro non sta bene, ascoltare il loro punto
di vista. E poi discutere con loro, educarli. Perché in molti casi,
il loro risentimento ha delle ragioni, ma è il loro metodo, la violenza,
che è sbagliato. Tutto parte da proteste comprensibili, giustificate,
ma il loro modo di agire fa di loro dei perdenti. Quindi un rapporto più diretto,
più personale con loro può cambiare il loro modo di vedere,
il loro atteggiamento.
Io credo che molte di queste persone vivano troppe frustrazioni, che sviluppano
un sentimento di disperazione. Se invece di opporsi a loro, qualcuno ascolterà i
loro problemi, l’accumulo di frustrazioni si scioglierà, almeno
in parte, ne sono sicuro.
Credo che questa sia la strada. Quindi, quando sono stato a Strasburgo,
al Parlamento europeo, ho detto che, oltre ai governi, credo che alcune
ONG
e anche delle singole persone, ad esempio qualche premio Nobel, dovrebbero
avere dei ruoli più attivi in questo campo. Questa è la mia
speranza. Un modo non violento, umano, che cerchi di cambiare il loro cuore,
cambiare il loro punto di vista, il loro atteggiamento. Questo è il
modo giusto, il modo non violento. E io credo anche che sia il modo più costruttivo.
E perché possono esistere i fondamentalismi religiosi.
Io credo che sia per due ragioni. Una ragione è che molto spesso le
persone, pur dichiarandosi religiose, cristiane, musulmane, buddiste, induiste
o quello che sia, nella loro vita di tutti i giorni non siano veramente rispettose
di quelle che sono le loro tradizioni religiose, la loro fede. In realtà,
il ruolo della religione è quello di favorire un cambiamento, una trasformazione
della persona.
Una trasformazione?
Sì, ma dato che in questi casi non c’è uno sforzo sufficiente,
non abbastanza serio, il proprio io interiore, il sé interiore, resta
molto teso, molto grezzo. E tutto questo continuando ad usare il nome di una
religione. Quindi, numero uno, se accettiamo la religione o no, resta una questione
individuale, è un diritto che dipende dall’individuo. Ma una volta
che accettiamo una fede religiosa, dovremmo farlo seriamente e sinceramente.
E dovremmo cercare di applicare i nostri insegnamenti religiosi. Tutti gli
insegnamenti religiosi hanno lo stesso messaggio. Un messaggio di amore, di
compassione, di perdono, di tolleranza, di fratellanza.... I messaggi sono
sempre gli stessi, in tutte le tradizioni. Prenda la pratica cristiana: se
un fedele la pratica sinceramente, tanto per cominciare, quando si presenta
una situazione difficile, quando si sta per provare rabbia o odio, pensa subito
a Dio, al timore di Dio. E poi pensa che anche il nemico, il cosiddetto nemico,
sia anche lui un essere umano e appartenga a Dio. Quando si pensa a questo,
sicuramente i sentimenti ostili diminuiscono. Quindi la cosa importante è una
pratica più seria, più sincera, e questa è la prima ragione.
La seconda è che dovrebbero esserci più contatti, più scambi
con altre tradizioni. E in questo modo, alla fine di sviluppa una maggiore
consapevolezza dei valori delle altre tradizioni. Se si resta completamente
isolati, senza contatti con altre tradizioni, allora a volte la propria fede
può diventare un’isola.
Quindi, questi due motivi, io credo, sono quelli che oggi creano il fondamentalismo.
In casi di conflitti come il Medio Oriente,
l’Irlanda del Nord, lo Sri Lanka e così via,
qual è il ruolo della religione? E’ un
fattore scatenante o solo un pretesto?
Credo che ci siano due livelli. Un livello è la religione nel suo insieme.
Io non credo che esista nessuna religione che contribuisca a creare violenza.
Non lo credo, non la religione come tale. Ma le persone, i seguaci delle tradizioni
religiose, loro sì, loro possono... fare la guerra "santa" contro
altri. In alcuni casi, è solo un pretesto. In altri casi, credo che
gli individui credano sinceramente in quello che fanno, pensano: "La mia
religione è l’unica, gli altri sbagliano perché pensano
diversamente... E io credo che loro lo pensino davvero. Sì, penso che
anche questo sia possibile.
Dalai
Lama: Leadership,
responsabilità, spiritualità
L'intervista
di Luciano Minerva Il buddismo, da migliaia di anni, studia la natura della mente.
Perché secondo lei molti uomini di governo pensano di
essere il centro del mondo e non vedono la benché minima
parte di ragione in quello che pensano i loro nemici? Sì,
fondamentalmente, ogni persona pensa di essere più importante
e spesso ritiene che la propria opinione sia quella giusta, assolutamente
quella giusta... (ride) Ma poi penso che nei paesi democratici,
e solo lì, ci sia la consuetudine diffusa di ascoltare
le opinioni degli altri, e di considerare la propria opinione
come una delle tante. Questo è il tipo di atteggiamento
che c’è in un sistema democratico, ed è quello
che viene insegnato e mostrato. Penso che i leader, nei paesi
democratici, prendano sul serio, ovviamente, l’opinione
pubblica e anche l’opinione dei mezzi d’informazione,
e poi, certamente, l’opinione dei loro oppositori. E poi
naturalmente, ci sono i cosiddetti "tre pilastri" del
potere, i poteri divisi. Credo che questo sia un buon metodo
per contenere un po’ quel "io, io, io..." (ride).
Ma poi un altro fattore importante, credo, è l’autodisciplina
spirituale e l’autoanalisi. E di queste, credo che i politici
e i leader ne dovrebbero avere di più. I valori spirituali
sono importanti. Se la persona ha un qualche valore spirituale,
allora può esaminare sé stessa e, a volte, anche
praticare l’autodisciplina. Quindi, ad esempio, per quanto
riguarda il cristianesimo, il concetto del "timore di Dio" dovrebbe
ispirare in un leader il pensiero "Sì, sono il più importante,
ma devo agire secondo giustizia, cioè secondo il volere
di Dio, che vuol dire giustizia". No? Molte
persone in questo periodo temono che il mondo stia andando
verso la distruzione e che non ci sia sufficiente coscienza
per salvarlo. Qual è la sua impressione e che cosa
possono fare i leader religiosi, i leader politici e la gente
comune?
Io credo che, in realtà, il mondo stia migliorando. (Ride). La ragione è che,
se si considerano attentamente gli eventi del XX secolo, soprattutto nell’ultima
parte del XX secolo, mi sembra che l’umanità stia diventando più...
matura. Per esempio, alcuni concetti, alcuni principi, come i diritti umani,
o anche la libertà religiosa, l’ecologia, la democrazia, lo stato
di diritto, tutte queste cose negli ultimi tempi... e naturalmente la non-violenza
e anche il movimento contro la guerra... tutte queste cose, nell’ultima
parte del secolo, sono molto più forti che nella prima metà del
secolo. A volte penso che indichino un concetto del tutto nuovo. Quindi, io sento
che tutto questo dimostra un cambiamento positivo, un pensiero positivo, una
trasformazione. Questa è la mia sensazione. Ora siamo nel ventunesimo
secolo e ancora continua la tendenza dell’ultima parte del ventesimo secolo.
Quindi, penso che ora il pericolo di un olocausto nucleare sia molto minore,
il rischio è molto minore. E poi anche il sistema totalitario, pieno di
armi e di forze distruttive, ora anche quello è molto cambiato. Certo,
restano delle sacche qua e là di problemi non risolti, e finché non
si troverà una soluzione questi problemi resteranno. Ma credo che nel
complesso le cose stiano migliorando. Questo sento io. Poi, certamente, i vari
leader religiosi, ma anche gli scienziati e i pensatori, i filosofi, ritengo
che dovrebbero avere più potere, prendersi più responsabilità,
più coinvolgimento, per fare del nostro mondo un mondo migliore. Non possiamo
lasciare tutte le responsabilità ai politici o ai leader, si tratta dell’interesse
di tutti. Quindi un mondo migliore nel futuro è qualcosa di meglio per
tutti. Se invece nel mondo aumenteranno i problemi, le difficoltà, allora
toccherà a tutti gli individui far fronte a quelle difficoltà...
gli individui devono partecipare, devono far fronte alle conseguenze.
Alcuni anni fa lei parlava di un movimento mondiale
per la pace della mente. Pensa sia ancora possibile?
Un nuovo tipo di sviluppo viene dal fatto che la gente sta prendendo coscienza
dei limiti del benessere materiale. Così, comincia a cercare dei valori
spirituali. Anche questo sarebbe un cambiamento, un cambiamento positivo, è certo.
E poi, c’è il rapporto tra scienza e spiritualità. Nel XIX
secolo e nella prima parte del XX secolo, mi sembra che la gente credesse nella
scienza e nella spiritualità. Alla fin fine la scienza non può prendersi
tutta la responsabilità della spiritualità. Oggi credo che non
ci sia più niente di questo. La scienza è eccellente, ma allo stesso
tempo lo è anche la spiritualità... in altre parole, credo che
la scienza, fino ad ora, si è occupata della materia e la spiritualità si è incaricata
di ciò che riguarda la mente, le emozioni. Quindi, è essenziale
che alla fine le due cose siano unite, ci vogliono entrambe, perché così è l’umanità:
l’essere umano ha un corpo e ha delle emozioni, e occuparsi solo del corpo
non basta. Bisogna anche trovare un'altra soluzione: tener conto delle nostre
emozioni. (Ride).
[torna indietro]
|