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Aprile 2007
Intervista a Paul Collins
di Luciano Minerva



Come è iniziata la sua passione per i libri?
Credo sia cominciata con i miei genitori, non perché leggessero molto, ma perché collezionavano oggetti di antiquariato. Andavano alle aste pubbliche per comprare un mobile e spesso nel lotto che acquistavano era inclusa una pila di libri che non volevano, quindi li davano a me. Si dicevano: "Vai a metterli nella stanza di Paul". Da bambino avevo centinaia e centinaia di libri, totalmente casuali, trovati nelle vecchie librerie di qualcuno. Persone forse morte. Quei libri erano lì nella mia stanza e non li avevo scelti io. Nella lettura sono cresciuto come un onnivoro, leggevo praticamente di tutto. Per questa quantità di libri che per sbaglio, a causa di un'asta, erano finiti nella mia stanza.


E che cosa succede quando trasloca. Cosa ne fa della sua biblioteca? Sfortunatamente ho traslocato molte volte e questo ti ricorda la fisicità dei libri, sono pesanti, soprattutto quando devi spostarli. Il trasloco ti costringe a scegliere, devi rivalutare ogni libro ogni volta che ti sposti. Ti chiedi se quel libro significa ancora qualcosa per te, lo leggerò ancora? O magari è un libro che hai acquistato 10 anni fa e che non hai ancora letto, ma che magari leggerai tra altri 10 anni e decidi di tenerlo. Ogni tanto devo riesaminare tutti i miei libri e mi fermo davvero a pensare, magari solo per qualche istante. I miei libri vengono ricontrollati ogni due o tre anni e in quel momento li guardo come oggetti e mi chiedo che valore hanno per me.

Che cosa succede quando entra in una libreria? Si lascia guidare dalla ragione o dall’istinto?
Seguo l'istinto e devo dire che essere in una libreria italiana è piuttosto complicato. Le rilegature sono completamente diverse da quelle americane. Se entro in una libreria americana, soprattutto una libreria che vende libri antichi, ci sono tanti volumi da restarne sopraffatti. Nelle rilegature cerco un materiale, dei colori e dei caratteri specifici, prima ancora di leggerli. I librai usano un termine molto bello per definire l'azione di scegliere i libri dagli scaffali. Lo chiamano lettura dallo scaffale e consiste nel leggere sommariamente tutti i libri che si trovano su ogni scaffale. Ogni epoca, ogni decennio, ha la sua moda tipografica, si usano determinate illustrazioni, caratteri o rilegature. Se entri in una libreria specializzata in libri antichi c'è una pila di libri non ancora sistemata e puoi dire facilmente questo e questo sono del 1880, gli altri laggiù sono degli anni venti e questi altri ancora degli anni 50. Non hai bisogno neanche di guardare il titolo, di istinto, guardando il materiale sai di cosa si tratta e io di istinto sono attratto da quei libri.
È un processo che si impara nel corso degli anni.

Lei è interessato a persone straordinarie, eccentriche. Da dove nasce questo interesse per questo tipo di persone?
Spesso alcune persone, considerate eccentriche o ossessive, hanno una visione singolare sul come lavorare a un progetto e io trovo tutto questo irresistibile. La cosa divertente su di loro è che probabilmente non vuoi conoscerle personalmente perché è difficile averci a che fare, non so neanche se li vorrei come vicini. Non vorrei vivere in un mondo fatto di persone eccentriche dove nessuno si cura delle norme sociali, sarebbero tutti ossessionati dai loro progetti e si dimenticherebbero del mondo che li circonda. Eppure c'è bisogno di persone di questo tipo, attraggono l'interesse del mondo e creano anche il progresso. Questo mi affascina molto e sono portato a scovarli e a cercare informazioni su di loro.

Ci può scegliere tre personaggi del libro “La follia di Banvard” e ce ne illustra le caratteristiche particolari?
Mi vengono in mente tre nomi. Credo perché sono tutti personaggi estremamente ottimisti. Lo stesso John Banvard era un pittore che ha realizzato un dipinto lungo tre miglia. Ha girato tutta l'America e tutta l'Europa per mostrarlo. Aveva dipinto tutto il Mississipi, ne aveva seguito il corso e aveva disegnato degli schizzi. Per impegnarsi in un progetto così grande e credere di poter creare una tela così grande e un progetto preparatorio in anticipo, devi credere molto nelle tue capacità e in quelle del pubblico. Un progetto come quello non era mai stato realizzato prima e sicuramente non come uno spettacolo itinerante.
Lo stesso vale per Thomas Dick, l’ultimo dei ritratti del mio libro. Era uno scienziato e per ragioni teologiche credeva che ogni pianeta fosse abitato. Non poteva credere che Dio creasse un pianeta per lasciarlo disabitato, quindi aveva mescolato scienza e teologia intorno al 1820, sostenendo che tutti i pianeti del sistema solare erano abitati.
Ho sempre pensato che la parte commovente di questa idea fosse che, nonostante tutte le prove che aveva raccolto riguardo alle pessime condizioni che impedivano l'esistenza di vita su altri pianeti, voleva davvero credere che non siamo da soli nell'universo e prima ancora che la gente iniziasse a pensarci, lui già si chiedeva come potevamo comunicare con gli abitanti degli altri pianeti, come appaiono, come sono le loro culture. Questi erano pensieri davvero straordinari per un uomo di quell’epoca.

Credo che il terzo sia Psalmanazar...
In un certo senso lui era un criminale. Ha mentito a tantissima gente, sapeva che molti di quelli che gli stavano intorno si fidavano di lui, ma è una storia molto umana perché si tratta di un adolescente che si crea una nuova identità sostenendo di essere di Formosa in un'epoca in cui nessuno sapeva come fosse fatta Formosa, lui ad esempio era biondo e questo poteva tradirlo. Andava in giro creandosi questa identità solo per guadagnarsi da vivere, ma rimase intrappolato da questa falsa identità. Dovette creare dei numeri suoi, un alfabeto suo, una lingua sua, una sua religione e tutto al servizio di quella che all'inizio era una piccola bugia, tutto per avere l'elemosina quando era per strada. Ha passato decenni vivendo come cittadino di un paese che in realtà non esisteva. È una storia molto umana che parte da una piccola bugia che diventa sempre più grande, fino a quando deve vivere per tutta la vita in una lingua e in una cultura che lui stesso ha creato.

O forse fra i tre che avrebbe scelto ce n’era un altro?
Francois Sudre, inventore della lingua solresol, un linguaggio musicale che si basa sulle note e che doveva essere universale. Ogni volta che qualcuno ha cercato di mettere a punto un progetto di lingua universale come ad esempio l'esperanto ha avuto bisogno di una grande dose di fede nella buona volontà dell'umanità e di solito non funziona o almeno le lingue non diventano universali quando all'inizio crediamo che possano esserlo. Quando qualcuno deliberatamente decide di voler creare una lingua crede che questo farà nascere la buona volontà nelle persone che dedicheranno tempo, anni, all'apprendimento di questa lingua. In pratica, o forse no, è un'opinione personale pensare che molte persone vorrebbero impararla

A furia di cercare personaggi straordinari si è imbattuto in Peter, il ragazzo selvaggio che nel ‘700 fu oggetto di grandissima attenzione di tutta la cultura inglese, francese. E a quel punto ha scoperto che non stava investigando su Peter, ma su Morgan, suo figlio.
Inizialmente ero interessato solo a Peter il ragazzo selvaggio, come uno strano fenomeno storico e per caso poche settimane dopo mi sono imbattuto così nel tema dell’autismo. Mi trovavo alla British Library di Londra e stavo cercando un vecchio lavoro sociologico sul fenomeno di questi cosiddetti "bambini selvaggi". Alcuni studiosi si sono chiesti se i ragazzi selvaggi bambini selvaggi non fossero magari autistici, ma prima questi erano considerati lo zero del mondo. Ero praticamente sotto shock, quando ho visto tutto questo perché avevo trascorso almeno l’ultimo anno alla ricerca di Peter Lobway, non potevo minimamente immaginare che lui avesse qualcosa a che fare con la mia vita. Stavo cercando affannosamente la storia di un bambino autistico, quando in realtà era già di fronte a me. Credo che forse inconsciamente è per questo che mi è sembrato così avvincente, pur non sapendo che avesse tanto a che fare con la mia vita.

A quel punto è cambiata la sua vita, sono cambiati i suoi studi, ha studiato l’autismo sui libri e su suo figlio, dal vivo. Cosa è successo? Prima di tutto posso rispondere come genitore e come molti genitori non sapevo praticamente nulla dell'autismo, non c'è motivo di essere informati finché non si incontra direttamente il problema. A quel punto devi imparare tutto e velocemente. Così ho cercato di imparare il più possibile, ma durante il giorno lavoravo come storico e dovevo pensare anche a quello. Ad un certo punto ho realizzato: "Sono uno storico, forse devo pensare alla storia dell'autismo". Il mio lavoro come storico non è totalmente separato dalla mia vita privata. Così ho iniziato a pensare: "Come si inserisce mio figlio in questa storia? E qual è la storia dell'autismo?". Non c'era nessuno scritto su questo, forse perché nessuno ne ha parlato fino agli anni 40, sebbene secoli prima di allora esistevano già molte persone autistiche. Il mio profondo interesse nell'autismo come genitore si è unito al mio interesse come storico.

Lei dice: Loro sono noi, ci fanno capire meglio la nostra stessa umanità. Che cosa significa?
Le persone autistiche hanno delle difficoltà nella socializzazione, ed è una qualità che condividono anche con gli animali che cercano in qualche modo di comunicare tra loro. Molte persone autistiche riescono molto bene e passano molto tempo a cercare il senso delle cose, come razionalizzare, come creare un sistema logico per spiegare quello che potrebbe apparire un mondo estremamente irrazionale. Questa è una caratteristica che appartiene unicamente agli umani, quindi credo che questo loro desiderio di comprendere il mondo nel miglior modo possibile e cercare di dare un senso alle interazioni sociali che sono già abbastanza irrazionali da parte loro, sia una caratteristica tipicamente umana, è il desiderio di cercare un mondo logico e dividere il mondo in una serie di passi razionali. È un progetto che può rivelarsi abbastanza difficile se si cerca di applicarlo alle relazioni sociali, ma per molti di loro è il modo migliore per trovarne il senso.

Lei scrive anche che scienza, arte e matematica sono al confine tra genialità e autismo. Perché?
La capacità di sistematizzare e di utilizzare la logica è una delle peculiarità dell'autismo, il modo in cui si va incontro al mondo, in cui si interpreta il mondo. Queste sono anche le abilità necessarie in molte scienze, e soprattutto nella matematica, infatti, molti neurologi dicono scherzando che i dipartimenti di matematica nelle università sono come un programma di lavoro per gli autistici. Effettivamente si addice molto bene al modo in cui loro vedono il mondo. Lo stesso in una certa misura si può dire anche dell'arte, soprattutto la musica dove è necessaria una profonda concentrazione, la capacità di isolarsi dal mondo esterno e concentrarsi solo sulla musica. Molti autistici sono dotate di un talento incredibilmente utile. Questa, infatti, è un'abilità utile ad esempio per i musicisti o anche per gli artisti in generale.

Lei attribuisce due caratteristiche all’autismo, quello di perdere il rapporto tra l’io e l’altro e quello di guardare i dettagli e non la globalità. Lei pensa che la nostra società ci spinga un po’ a diventare artistici?
È una metafora intrigante e anche molto provocatoria. Come storico tendo a diffidare delle metafore se vengono applicate troppo alla storia. Credo che la grande differenza è che noi possiamo scegliere come affrontare il mondo. Alcuni autistici non hanno necessariamente questa possibilità. Lavorano con gli strumenti di cui dispongono. Noi abbiamo gli strumenti per interpretare il mondo in modo più ampio, più sociale, ma probabilmente è vero che nella società dell'informazione dobbiamo confrontarci con un'enorme quantità di informazioni e quindi dobbiamo concentrarci, non possiamo prenderle tutte insieme, non è possibile ad esempio conoscere tutte le notizie o tutti i libri importanti che si dovrebbero conoscere. So no troppi adesso. Questo ci obbliga a concentrarci in comunità più ristrette. Con l'avvento di internet possiamo dire di vivere in un mondo che porta verso l'autismo. Le capacità di un autistico potrebbero essere forse più valide adesso rispetto ad un secolo fa, perché ora non si possono formare più delle comunità faccia a faccia e questo si adatta molto bene al tipo di interazione degli autistici. Anche il mondo sta cambiando e sta andando in una direzione più autistica. Questo non vuol dire che dobbiamo agire in modo individuale. Noi abbiamo anche gli strumenti per essere più socievoli.

Nelle prime pagine del libro “Né giusto né sbagliato”, parlando di Peter il ragazzo selvaggio riporta una domanda che si ponevano all’epoca: “Che cos’è un essere umano”. Oggi lei dà una risposta differente da quella che si dava prima?
Prima non sapevo fino a che punto potessero evolvere gli esseri umani e non sapevo che ci fosse una grande varietà di forme in cui possono svilupparsi. Ho acquisito una maggiore consapevolezza su questo e sulla grande varietà di persone, di modi diversi in cui interpretano il mondo e sugli strumenti che hanno per interpretare il mondo. Una persona in un determinato contesto può sembrare poco adatta ad affrontare il mondo sociale, mentre in un altro contesto, come ad esempio la società dell'informazione, le sue qualità diventano estremamente importanti. In un certo senso, dipende dal contesto e credo che questo mi ha fatto apprezzare tutto molto di più. Il motivo per cui nel mondo c'è un posto anche per le persone autistiche è che loro hanno contribuito a creare questo mondo. Gran parte dell'arte e della scienza che hanno contribuito alla creazione della società moderna, sono state create da loro, dal loro modo di pensare. Quindi anche loro sono nel nostro stesso mondo, anche se apparentemente sembrano vivere in un mondo tutto loro. Anche loro, come noi, hanno contribuito alla creazione di questo mondo.

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