2000, Roma
Pietro
Citati:
la pupilla cosmica del gatto
Intervista di Luciano Minerva
Tra tutte le storie che lei regala nel libro “Il male
assoluto”,
vere o verosimili….
…no, vere, tutte assolutamente vere..
... ce n'è una che regala in modo esplicito,
quella del polacco Jan Potocki, "come un talismano ai
lettori d'oggi: vedrete a lungo più male che bene, ma
in nessun luogo vedrete il male senza mescolanza di un poco
di bene e
questo
deve bastare al saggio per consolarlo nella vita", una
frase che sta tra l'altro nel prologo e preannuncia molti
altri regali.
E' un regalo consolante l'idea che dove c'è il male c'è anche
una luce di bene. E' una cosa di cui non sono convinto, il titolo
del libro è “Il male assoluto” e nega questa
frase. C'è del male totalmente, assolutamente male senza
rimedio e senza eccezione, un male contemplato in questo libro.
Dov'è il bene in Stavrogin? Non c'è traccia di
bene in Stavrogin. No. Esiste il male senza la luce di bene.
La speranza e’ che ci sia anche questa luce di bene, ma
io non ne sono convinto.
Nel suo libro tende però a dimostrare quasi il contrario.
O meglio sembra sempre che la letteratura sia una sorta di via
d'uscita. È come se gli scrittori riscattassero il male
attraverso il narrarne.
Certo la letteratura non è mai male, almeno la grande
letteratura. Rappresenta il male, conosce il male, attraversa
il male, ma non è mai male. La letteratura è l'unico
modo per contemplare il male senza esserne bruciati.
Perché per rappresentare il male ha scelto l'800?
Perché prima si chiamava Satana, semplicemente. Questi
scrittori non parlano mai di Satana, parlano del male, che è un'altra
cosa. Non c'è più il fondo religioso e teologico
del male, c'è il male in sé, in primo luogo. E
in secondo luogo nessuno scrittore cristiano, o di qualsiasi
religione, ha mai abitato dentro il male, dentro Satana. Chi
ha rappresentato i pensieri di Satana? Milton, ma il suo è un
Satana particolare. Invece nell'800 accade questo fatto straordinario:
gli scrittori entrano dentro il male, vivono dentro il male,
guardano con gli occhi del male. Pur non essendo essi stessi
il male, sicuramente.
Nelle sue storie c'è sempre rapporto molto stretto, molto
diretto tra biografia dell'autore e creazione letteraria. E nella
loro biografia lei indica sempre la ricerca del diverso da sé come
uscita dal male. Per una persona che non scrive quale può essere
la possibilità di guardare il male senza restarne vittima?
Ci sono altre strade. La letteratura è la strada suprema
per superare, per vincere il male, per una persona che non
scrive esistono altre strade: ad esempio la religione, che
e’ un'altra strada grandiosa per superare il male. Poi
esiste quella cosa che Kant chiamava la coscienza morale, esiste
l'intelligenza. L'intelligenza può essere partecipe
profondamente del male, ma può anche distruggere il
male.
Secondo lei nel nostro secolo come si presenta il male assoluto.
In questo secolo di male assoluto ce n'è stato moltissimo.
Ci sono stati dei regimi politici, come il comunismo e il nazismo,
che sono stati la reincarnazione del male assoluto. Mai come
nel nostro secolo il male assoluto si è incarnato in tutto
il mondo. Non è che Tamerlano fosse particolarmente piacevole
a conoscersi, ma nel nostro secolo il male si è incarnato
in particolare perché era sorretto sempre dall'ideologia.
Il Male assoluto non è mai tanto perverso come quando
c'è un'ideologia, quando c'è un'intelligenza che
lo sostiene. Questo è accaduto specialmente nel nostro
secolo. Certo, fasi di fanatismo sono sempre esistite, ma nel
nostro secolo è stato sostenuto da un progetto della mente.
Nel suo libro lei passa da Daniel Defoe a Freud. Non
c'è una
vera prefazione, c'è solo una sola nota finale in cui
dice che non le piace parlare di sé, però tutto
il libro è più di una raccolta di saggi, ha un
filo narrativo...
Ci sono molti fili, non ce n'è un solo. Io non ho scritto
una prefazione in cui tirare le fila per l'appunto, perché volevo
che fosse il lettore stesso a tirare le fila, a tirare le conclusioni,
e non soltanto a proposito del male. Per esempio uno dei titoli
possibili del libro era “Le nuove mille e una notte” perché c'è la
straordinaria presenza delle Mille e una notte” arabo nella
letteratura del 800. Veramente la lettura delle “Mille
e una notte” cominciò nel 700, e nell'800 ci sono
molti tentativi di trascrivere quest'opera nel mondo dell'epoca.
Un altro titolo ancora era “Il viaggiatore incantato”,
che sottolineava il fatto che io sono incantato del narrare questi
mondi, ma mi sembrava un titolo troppo personale, troppo dolce.
Nei suoi libri lei richiama esplicitamente il piacere
di narrare, di raccontare, il piacere della parola parlata.
Ne “L'armonia
del mondo” parla degli "infiniti nulla che accadono
nell'esistenza, che la rendono così deliziosa, piccole
storie, casi, aneddoti, eventi infinitesimali, ricordi, esempi.
Perché la parola ama, nella vita, ciò che esiste
appena, vibra per un attimo e subito scompare nel nulla”.
Certamente la parola parlata è capitale per un narratore.
Probabilmente le cose più straordinarie che si trovano
in Dickens e Dostoevskij sono i dialoghi, le infinite voci che
si intrecciano. Il tentativo di Dickens è almeno di fare
la concorrenza alla narrazione orale, narratore di storie che
nei secoli precedenti raccontava avventure in un paese davanti
a un pubblico multiforme. La narrativa fa anche concorrenza alla
narrazione orale e questo mi piace moltissimo.
Lei più volte scrive che le piacerebbe, le sarebbe piaciuto,
parlare con alcuni scrittori del passato, proprio per questa
capacità affabulatoria, di inventare storie d'ambiente,
e di trasformare in storie le piccole cose.
Tutti gli scrittori sono dei grandi conversatori, Manzoni era
un grande conversatore, De Quincey, James erano grande conversatore.
Dostoevskij era un pessimo conversatore, era una persona niente
affatto amabile, era soltanto l’autore di grandi monologhi,
ogni tanto si infiammava e si entusiasmava, e faceva dei capolavori,
che pero’ erano degli assolo, non era conversazione.
Nel nostro secolo quanto si è conservato del
piacere di conversare?
Probabilmente è diminuito un po'. Io conosco pochi grandi
conversatori, nella mia vita ne ho conosciuti tre o quattro.
Ma l'esercizio della conversazione era più forte nel ‘600,
nel ‘700 e nell'800, quando c'erano luoghi deputati dove
si parlava. Si andava nei salotti di questa o quell'altra signora
e lì ci si educava a parlare. Nel nostro secolo la parola
scritta ha preso il sopravvento sulla parola parlata, malgrado
la televisione che però non ha avuto nessuna importanza
nel dominio dello scritto sull’orale. Oggi si parla probabilmente
meno bene, si ha a disposizione una lingua meno ricca, con
meno immagini, con meno parole. Ma può essere benissimo
che le cose cambino, perché la storia umana è talmente
divertente, talmente mutevole… può darsi benissimo
che andiamo di nuovo verso un periodo di grandi conversazioni.
A proposito della televisione, dei giornali, della futilità e
di ciò che passa, ne “L’armonia del mondo” lei
scrive: “siamo prigionieri e schiavi delle notizie, senza
passato alle spalle e futuro davanti a noi, amputati di ogni
altra dimensione che non sia l’atomo di presente in cui
viviamo, un tronco umano senza traccia……………… una
grande, mutilati e spesso felici di esserlo”.
Forse oggi questo è un po’ meno vero. Quella prosa
che ho scritto ha vent'anni se non venticinque. Ho l'impressione
che la prigione delle notizie sia un po’ meno forte oggi
che 20-25 anni fa. Erano gli anni della scoperta della televisione.
Ora la gente si è un pochino stufata delle notizie, credo
che le cose siano un po’ cambiate.
E probabilmente sono mutate anche per quello che riguarda
la lettura. Lei scrive: “Sono un letterato senza cariche,
senza cattedra e senza decorazioni, sono un giudice di nessun
premio detentore di nessuna autorità che scrive libri
di finta critica letteraria che sono per definizione dei libri
inesistenti”. Così parla con molta autoironia
di se stesso, probabilmente è un modo per dire la stessa
cosa che lei dice di Jan Potocki a cui lei attribuisce una
fantasia di secondo grado.
Certo, io ho una fantasia di secondo grado. Lui l’aveva
certamente, perché derivava sempre da modelli, ma lui
ha scritto un capolavoro come “Il manoscritto di Saragozza” e
io non scriverò mai una cosa di questo genere. C'è secondo
grado e secondo grado.
Il suo secondo grado è però raccontato così in
una lettera che le inviò Italo Calvino, (pubblicata
ore nell’epistolario dei “Meridiani”), mentre
nel 1970 leggeva il suo “Goethe”: “La tua
pazienza di guida e le tue illuminazioni di districatore di
significati sovrapposti e agglutinati eccelle. Aprendo sempre
nuovi spazi interpretativi e immaginosi dai minimi suggerimenti
del testo, moltiplicando il testo, fai questa che forse è la
sola letteratura possibile oggi, insieme critica e creativa.
La prolissità che ti sentirai imputare è un'accusa
da respingere perché è proprio la minuziosità dell'esplorazione,
il tornare tante volte sul già detto che permette la
tua operazione”.
E’ una cosa molto bella, ero molto contento quando ho
ricevuto quella lettera.
Riceve ancora molte lettere e scrive ancora molte lettere?
I miei amici sono tutti morti. C'è stata una defalcazione
totale. La mia era quasi una condizione infantile, i miei amici
erano tutti più vecchi di me: Gadda, Calvino, Manganelli,
Fellini. Quindi questi grandi epistolari non ci sono più,
ma adesso si scrive veramente poco, anch'io scrivo poco. Io non
sono mai stato un grande epistolografo. Di lettere di Calvino
nel suo Epistolario appena pubblicato ce ne sono poche, in parte
perché sono andate perdute in una specie di naufragio
che è avvenuto in casa mia, in parte perché negli
ultimi anni abbiamo sempre abitato nella stessa città e
avevamo lo stesso posto di vacanze, a venti chilometri di distanza
uno dall’altro. Ci vedevamo sempre, la spinta alla conversazione
scritta era finita.
Calvino era un grande conversatore?
No, non era un grande conversatore. Era molto divertente parlare
con Calvino quando era giovane. Da vecchio diceva sempre delle
cose molto intelligenti ma parlava molto poco.
Come giudica però il fatto che con questa fantasia
al quadrato che diventa narrazione i suoi libri raggiungono
la
vetta delle vendite? Come legge questa ricerca di narrazione
della narrazione?
Senta, la critica letteraria è il genere letterario più noioso
che esista. I miei libri ho l'impressione che siano un po’ meno
noiosi di quello che è di solito la critica letteraria.
E’ tutto lì. E’ una questione di noia o di
meno noia. Poi parlo della letteratura come fosse una cosa che
esiste, che c’è, l’essenza stessa della vita.
Non ne parlo come di una cosa morta e polverosa come di solito
fanno i critici letterari.
La letteratura è sempre un salto nel passato, ma è come
se offrisse sempre delle letture nuove. Che cos'è la
permanenza della scrittura?
La permanenza della scrittura sta nel fatto che i grandi libri
noi li rileggiamo sempre. Io “Guerra e pace” e
la “Recherche” li ho letti ognuno cinque, sei,
sette volte, non mi ricordo più. La Recherche forse
di più. E ogni volta è diversa. La permanenza
della scrittura è la sua mutabilità. Ogni volta
leggiamo libro nuovo. La Recherche che ho letto a quindici
anni non era la Recherche che ho letto a trenta, non era la
Recherche che ho letto a poco più di sessanta, cioè i
libri mutano. Non siamo solo noi che mutiamo, sono anche loro
che mutano, l'essenza dei libri è la loro infinita mutabilità.
E’ il loro essere senza tempo?
No, forse il contrario: la loro temporalità. Non è che
i libri cambino a seconda dei tempi che passano. I libri possono
cambiare alla rovescia dei tempi, possono camminare indietro,
possono camminare avanti, hanno un loro tempo che non è un
tempo reale, è il tempo dei libri, che è di una
mutabilità infinita. E certe cose al tempo stesso sono
eterne, i grandi libri si sa che sono eterni, almeno di quella
piccola eternità che noi conosciamo, ma sono eterni
e mutabili insieme.
Che cosa vuol dire secondo lei Calvino quando nel 1959
le scrive: “la
tua negazione del nostro tempo vuol portare allo scrittore che
definisca e inventi l’uomo del nostro tempo”?
Ero molto giovane. Era un saggio che io avevo scritto allora
che si chiamava “Ideologia e verità”, che
non ho più ristampato e di cui non sono per niente convinto.
O comunque di una cosa sono convinto: era un periodo in cui Calvino
era comunista e io non lo ero affatto, ed era un periodo in cui
era diffusa la lettura di Adorno. Quello era un tempo molto ideologico,
io non sono mai stato neanche un briciolo ideologico e di questo
sono contento. Questo era il motivo del contendere tra di noi.
Tenga conto che Calvino non era neanche tanto lui ideologico … allora
lo era e viveva in una casa editrice completamente ideologica,
in mezzo a gente completamente ideologica e insopportabile come
Fortini e come Cases, come Solmi, gente così. E lui non
lo era. In fondo non lo era per niente, erano gli anni in cui
scriveva “Il visconte dimezzato”, che era una allegoria,
una parabola settecentesca, ma non era certo nulla di ideologico.
Quindi tra noi due c'era anche un accordo malgrado il disaccordo.
Fondamentalmente eravamo tutti e due non ideologici, ma lui attraversava
l’unico periodo ideologico della sua vita perché subiva
le influenze di quel tempo.
C’era comunque un dialogo tra sponde opposte. In questo
periodo invece sembra di essere in una torre di Babele, in cui
ciascuno è capace di capire solo se stesso, penso alla
crisi tra Israele e Palestina, siamo ancora al Male assoluto …
Sì, a livello internazionale sì, ma non da noi.
Noi siamo al trionfo della sciocchezza, la sciocchezza è anche
piacevole a guardarla, è un po' noiosa la sciocchezza
italiana, ma da noi non impera il male assoluto, non vedo dove
sia.
… mentre sul piano internazionale
Certo, se vediamo quello che succede in certi paesi dell'Africa… l’atrocità non è mai
arrivata a questo punto.
Parlando dei valori dell’esistenza lei scrive che “i
valori supremi non stanno sulla linea dove abitano gli uomini,
stanno contemporaneamente al di sopra e al di sotto del mondo
umano, nell'oscurità della materia, nella tenebra del
dolore e nella leggerissima forza celestiale che ci riconduce
alla nostra patria perduta”.
Questo è molto cristiano, credo, perché Cristo
indicava in basso e alto, mai sulla linea media. Il cristianesimo
non è fatto per uomini medi, è fatto per uomini
infimi, sofferenti o è fatto per uomini celesti. Maria è un’umile,
una rappresentante del mondo degli umili, quelli che non posseggono
il potere, non posseggono la ricchezza, a volte neanche l'intelligenza.
Maria per esempio non era intelligente, lo dice il Vangelo. Io
penso che i beni supremi della vita siano sotto e sopra, non
in mezzo.
Lei ha dedicato gran parte della vita al secolo passato….
Non solo al secolo passato. Adesso ad esempio sto lavorando
sull’Odissea…
Come vede il secolo che sta per iniziare, che tipo
di visione del futuro si è fatto?
Non ho alcuna visione del futuro, io manco completamente di
capacità di indovinare il futuro. Io so solo questo:
che quello che accade è sempre diverso da quello che
noi ci aspettiamo, questa è la bellezza della storia,
il fatto che accade sempre una cosa diversa. Nessuno vissuto
nel 1945 avrebbe mai potuto indovinare quello che è accaduto
in questi 55 anni, per esempio la caduta del comunismo. Chi
l'avrebbe mai immaginato, in quel modo, come un castello di
carte. Questa è la novità, la perenne novità della
storia. Ci sono delle cose che si ripetano in queste novità,
certe figure che ritornano, che si reincarnano, però non
si può mai descrivere il futuro. Questa è la
cosa di cui io non sono assolutamente capace, non ho alcun
talento, penso che non si possa fare, penso che sia un errore,
e comunque non sono io non so farlo.
Dalla scrittura di oggi, da Internet, dai computer lei è molto
lontano…
Non so, non ho mai visto Internet, ho un sito che non ho mai
letto, non so assolutamente niente. Non mi sembra che sia una
scrittura tanto vecchia la mia, mi sembra sia abbastanza limpida,
abbastanza moderna. Poi non so veramente cosa sia la scrittura
moderna. Ad esempio penso che Calvino scrivesse una scrittura
molto moderna. Poi dicono che scriva una scrittura moderna anche
Baricco. Io mi rifiuto di credere che la scrittura di Baricco
sia moderna, la scrittura di Baricco è semplicemente orrenda.
Intendo quella di City, non quello di Seta, Seta era un libro
carino, City è scritto in un modo orrendo, niente affatto
moderno.
Lei era uno stroncatore.
Si’, ma non lo faccio più da tanti anni. Ero uno
stroncatore quando avevo trent’anni. Ho fatto tante stroncature
dai trenta ai trentacinque anni.
Si è pentito di qualcuna o no?
Sì, di qualcuna sì, ho sbagliato. Ad esempio ho
fatto un pezzo, sull'isola di Arturo, della Morante, che era
ingiusto. Avevo 25-26 anni, ma ne ho fatte parecchie di cui sono
del tutto contento e convinto.
Tutti i giorni lei fa un’attività inconsueta,
quella dello scrittore. Che cos'è oggi per lei il lavoro
dello scrittore?
Scrivere è molto divertente, scrivere è il movimento, è la
forma che prende il movimento nella realtà, è la
penna che scorre, che si fa muovere. La bellezza di un libro è il
movimento che c’è dentro, l’imitazione del
movimento, e ogni mattina uno fa muovere quattro o cinque pagine.
Gli vengono delle idee perché anche nei libri di critica
letteraria le idee migliori non vengono mai prima, quando si
prendono appunti, ma vengono scrivendo.
E lei scrive sempre a penna
Scrivo sempre a penna. Ho bisogno del movimento della penna
sulla carta, non saprei scrivere nulla a macchina, non ho mai
scritto a macchina direttamente. Ho sempre copiato a macchina.
In questo periodo c’e’ un fenomeno nella letteratura
per ragazzi, Harry Potter. Una bambina ha scoperto che un personaggio
scomparso rinasceva, riappariva all’improvviso, un errore
nella narrazione, ha tempestato con le sue e-mail l’editore
e i giornali. E l’editore per questo errore ha mandato
al macero milioni di copie. Cosa ne pensa?
Mi sembra che sia una grandissima sciocchezza, una mancanza
di spirito, mi meraviglia che questo venga dall’Inghilterra,
che si dice sia un paese spiritoso. Io avrei lasciato morire
il personaggio e poi l’avrei fatto rinascere. Dumas, che
era il più grande narratore di storie che si mai esistito
queste cose le faceva continuamente. I suoi personaggi muoiono
e rinascono in continuazione. Mi sembra una grande scioccaggine,
un atto di pedanteria del carattere inglese, quello che non mi
piace tanto.
Anche a quell’epoca ci sarà stato qualcuno che
avrà scritto a Dumas?
No, a quell’epoca erano più spiritosi, se me infischiavano
completamente, lasciavano che i personaggi rinascessero. Dumas
non poteva far dire diversamente perché alla velocità a
cui scriveva… credo che in tutto abbia scritto 5-600 libri.
Tutti a mano.
Tutti a mano.
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