2005, Mantova
Sandra
Cisneros: il Messico nella pelle e nel cuore
L'intervista di Luciano Minerva
“Ogni anno, quando passo il confine, è sempre
la stessa cosa: la mia mente dimentica, ma il mio corpo ricorda
sempre.” Come fa a tradurre queste memorie del corpo
in scrittura?
Credo sia una domanda curiosa perché ho già attraversato
il confine per venire qui a Mantova per questo festival e il
mio corpo ricorda l'ultima volta che sono venuta in Italia lo
scorso anno. Ci sono alcune cose che il corpo ricorda: un passo,
una porta, una ferrovia, oggetti inanimati che sono parte del
linguaggio. Quindi il corpo quando va in un nuovo paese deve
fare delle traduzioni per trovare dei punti di riferimento. Vede,
il suo corpo è italiano, sa dove si trova, ma quando io
vengo qui devo fare un lavoro di traduzione costante e a volte
trovo un mondo che non conosco, ad esempio una serranda nella
mia camera d'albergo che non so come aprire. Il mio corpo deve
imparare questa lingua.
Quando attraversavo il confine per andare in Messico, da bambina,
non sapevo che il mio corpo stesse imparando un nuovo linguaggio,
finché non ho deciso di scrivere questo libro e ho iniziato
ad annotarlo come scrittrice: non esiste solo un vocabolario
di parole, ma ce n’è anche uno di oggetti inanimati
che i nostri sensi registrano e ricordano a lungo. Quindi il
corpo deve fa delle traduzioni quando va in un nuovo paese per
trovare dei punti di riferimento.
Ad esempio, il suono dei passi sulla strada qui in Italia è del
tutto differente dal suono dei passi negli Stati Uniti, e questa
traduzione avviene appena arrivi all'aeroporto di Città del
Messico e scendi dall'aereo: i materiali con cui hanno costruito
l'aeroporto sono molto diversi rispetto a quelli degli Stati
Uniti, dove c’è il marmo. Così è per
i rumori e gli odori che ci circondano: il peso di un cucchiaio,
il collo della bottiglia dove appoggi le labbra per bere, tutto
accade al tuo corpo senza che tu ne sia consapevole finché non
vai via da un Paese e ritorni.
Questo significa che i confini che ci sono tra un Paese
e l’altro
sono poi anche confini del fisico e della memoria delle persone?
Forse l'unico paese che abbiamo tutti in comune su questo pianeta è il
corpo e cerco di parlare di questa terra perché è un
modo per attraversare il confine con i miei lettori.
Lei scrive anche: “I sogni sono poesie scritte dal corpo” Questo
significa che anche il corpo ricorda e dimentica e manda dei
messaggi attraverso i sogni?
Possiamo essere grandi bugiardi quando parliamo, ma i nostri
sogni dicono sempre la verità e per questo serve ricordarli,
perché il corpo è in grado di dire la verità attraverso
i sogni, ma il corpo parla attraverso metafore, quindi i sogni
vanno letti come una poesia e interpretati come simboli. Dobbiamo
ricordarcene: noi tendiamo a dimenticare l’uso della nostra
intuizione, ad eccezione delle donne sagge, le streghe, las brujas,
e i mistici, che si ricordano di usare il cuore. Ma nelle società moderne
noi tendiamo a trascurare la nostra intuizione, la nostra energia
femminile. Per me i sogni sono luoghi dove le nostre nonne sapevano
andare per indagare sui nostri cuori. Quello che ho cercato di
dire in questo testo è che il sogno è una poesia
che il corpo scrive perché vuole dire la verità.
Ma quando ignori il tuo sogno, questo si ripete, sempre lo stesso
sogno, e se non fai attenzione, i tuoi sogni diventeranno incubi,
per obbligarti a stare attento. Se poi non sai che cosa significano
i tuoi sogni, puoi sempre andare da un terapeuta o da tua nonna.
Dire la verità e mentire è un tema molto presente
nei suoi libri, tanto che il distico di apertura di Caramelo è “Raccontami
qualcosa, anche solo una bugia”. Che relazione c’è tra
raccontare la verità e raccontare le bugie?
Io vengo da una famiglia di grandi bugiardi, una famiglia che
ama raccontare storie invece di dire la verità e loro
amano raccontarti una versione della storia in cui ci sia un'immagine
positiva della famiglia. La mia famiglia era famosa per raccontare
mentiras sanas, bugie bianche, positive. E loro lo facevano non
per farti del male o perché non era corretto per un padre
dare una versione negativa della propria vita al figlio. ho capito
che la mia famiglia non avrebbe mai potuto dirmi la verità o
almeno la verità che io volevo sentire, loro mi davano
la versione che pensavano dovessi ascoltare come figlia. In questo
libro uso persone reali della mia vita, ma non racconto storie
reali perché non conosco le storie reali di come mia nonna
si sia sposata avendo già un figlio. Loro non raccontano
la storia, ma mormorano sul fatto che aveva un bambino. Quindi
io ho dovuto inventare le storie, perché non so molto
di quando mio padre è arrivato negli Stati Uniti, ha combattuto
la seconda guerra mondiale ed è diventato cittadino statunitense
mentre aveva una bella casa a Città del Messico e avrebbe
potuto vivere una vita migliore lì. Quindi io devo creare
la storia. Le persone non sono disposte a dirti la verità,
ti dicono una verità ma un po’ alterata o esagerata.
Quindi io ho preso queste storie, le ho alterate un po’,
forse devo mentire un po’, inventare la verità,
ma per una scrittrice è bene avere un po’ della
storia, è già abbastanza, ma non troppo, così posso
usare la mia immaginazione ed entrare in una storia che può essere
più interessante ed eccitante di ciò che è successo
realmente.
Tra queste bugie c’è la promessa che lei ha fatto
a molti dei suoi parenti, a suo padre, a sua nonna, agli zii
di non scrivere niente di queste storie, poi invece ne è venuta
una grande storie di famiglia basata sui loro racconti.
Come scrittrice, so che le storie migliori sono quelle che le
persone non ti racconteranno mai o le cose che tu non dovresti
dire agli altri. Queste sono le vere storie. E quando la mia
famiglia mi ha detto: "non scrivere queste cose” o “non è il
genere di cose di cui parlare", sapevo che proprio quelle
erano le cose che dovevo usare come scrittrice. Allora fai una
preghiera di perdono per superare questi segreti familiari, questi
fantasmi, e poi speri, scrivendo il tuo romanzo, di riuscire
a raccontare la storia e insieme a onorare la tua famiglia. Loro
devono avere fiducia in te. Gli spiriti di mio padre e di mia
nonna erano presenti mentre scrivevo il mio libro al punto tale
che ho lasciato che fosse mia nonna a parlare, anche se nel libro è un
fantasma. L'ho lasciata parlare perché mi sentivo quasi
minacciata dal suo fantasma che stava dietro di me e diceva: "Non
era così, stai mentendo ancora! Stai esagerando!" Potevo
sentirla mentre mi diceva queste cose e non riuscivo a mentire,
così ho lasciato che scrivesse e quando le ho dato libero
spazio per criticare, mi ha lasciato libera di parlare, ma le
ho fatto promettere di avere fiducia in me e le ho detto che
alla fine "todo saldrà bonito", tutto andrà bene.
Lei è partita da racconti brevi, poi uno ha avuto vita
propria e si è sviluppato in un romanzo. Come è accaduta
questa trasformazione?
Il mio lavoro è come quello di uno scultore di miniature.
io scrivo queste piccole storie come miniature, io sono nota
per questo. Poi ho iniziato una storia, che all'inizio doveva
essere breve, circa dodici pagine e nove anni dopo si è trasformata
in questo libro. Ho scritto per nove anni proprio come scrivevo
queste storie brevi, passo dopo passo, come un ricamo e l'ho
realizzato come scrivo queste storie brevi, per questo ci sono
voluti 9 anni. Prima ho realizzato parti di dialoghi poi pezzetti
di una cosa e poi un'altra. Non sapevo in realtà cosa
stavo facendo; solo al settimo anno sono riuscita a vedere il
modello, la forma. Allora ho iniziato a stampare i fogli, a disporli
sul pavimento e a cercare di individuare una logica da seguire.
Come le frange di questo scialle che avevano perso dei fili,
ma poi sono riuscita a rifare i nodi, come per miracolo, e riunirle.
Per questo ringrazio la Vergine di Guadalupe e lo spirito di
mio padre e mia nonna perché mi hanno aiutato a rimettere
insieme questi piccoli nodi e fare qualcosa di bello.
Questa capacità di far diventare le storie piccole
storie grandi si ritrova anche nel riportare grandi fenomeni
storici,
come la rivoluzione messicana , dentro la storia delle famiglie.
Credo sia una questione che può essere considerata internazionale.
Ognuno di noi ha delle storie, a prescindere dal paese da cui
proviene, che può essere l'Italia o il Messico, in cui
ci sono dei grandi avvenimenti politici. Nel caso del Messico
nel '900 c'è stata una grande rivoluzione che ha creato
questo nuovo ordine che ha permesso alle persone di dimenticare
e reinventarsi. Loro dicono: "prima della Rivoluzione, quando
eravamo ricchi....", ma questo appartiene alla natura umana
e non importa se sei italiano, russo o messicano. Si cerca sempre
di reinventare il passato per apparire migliori.
Lei ricorda un proverbio che dice: “Lo spagnolo è una
lingua per parlare con Dio, l’inglese una lingua per parlare
con i cani. Come ha trovato la sua lingua narrativa che cerca
di creare un equilibrio tra queste due lingue così diverse?
Questa citazione si riferisce ad un re spagnolo e dice che il
francese è la lingua per parlare alle donne, lo spagnolo
per parlare a Dio - forse era re Filippo a dirlo - e l'inglese
per parlare ai cani. Mio padre amava citare questo proverbio
per mostrare il suo atteggiamento nei confronti dell'inglese,
ma questo confondeva moltissimo noi bambini perché l'inglese
era la nostra prima lingua e lo spagnolo la nostra seconda lingua
e questo ci faceva sembrare dei cani. E allora dicevamo a nostro
padre: "non siamo cani ". Io, essendo bilingue fin
da bambina amo l'inglese tanto quanto lo spagnolo; non preferisco
una all'altra, tutte e due per me sono importanti e il fatto
che io abbia scritto il mio libro in inglese è già la
risposta. Amo l’inglese, per la sua capacità di
sintesi e la chiarezza, ma allo stesso tempo amo la tenerezza
e il “cariño”, l'affetto dello spagnolo, come lingua
romanza. Sono cresciuta con mio padre che parlava uno spagnolo
molto tenero, molto rococò con noi; anche quando eravamo
adulti, ci parlava come se fossimo stati bambini. Quando sento
parlare spagnolo, emerge questo forte sentimento d'amore; l'inglese è più efficace, è quello
che viene usato nel mondo degli affari, la lingua in cui penso,
scrivo e sogno. Si possono usare tutte e due in modo eccellente.
Spero di portare alcune parole diminutive, tenere, infantili
nella lingua inglese e un po’ dell'efficacia, della chiarezza
e della capacità di sintesi dell'inglese nel mio spagnolo.
Cerco di attraversare il confine anche nei miei testi.
Lei attraversa i confini delle lingue e vive ai confini tra
Usa e Messico, un confine molto delicato e di grandi contrasti.
Cosa pensa che sia possibile fare per far attraversare meglio
i confini alle due culture, americana e messicana?
Credo che viviamo in un'epoca interessante e difficile negli
Stati Uniti, soprattutto dopo l'11 settembre. Stiamo sperimentando
una xenofobia estrema, soprattutto nei confronti degli immigrati,
e in particolare al confine messicano. A causa di tutto ciò sono
emersi movimenti nazionalisti estremisti che mi ricordano la
Germania degli anni Trenta, ho la sensazione che la storia si
ripeta con la nascita dei nazionalismi. Questo è molto
spaventoso, soprattutto per me che vivo al confine e vedo le
pattuglie di controllo create per sparare contro le persone che
arrivano solo per dare da mangiare alla propria famiglia. Vediamo
movimenti che creano dei muri: il Muro di Berlino è caduto,
ma ora viene creato un altro muro tra il Messico e gli Stati
Uniti. A me sembra assurdo perché tutto questo denaro
si potrebbe usare per creare posti di lavoro in Messico, senza
bisogno di creare muri. Ma cerco di pensare alla mia scrittura
come ad un movimento di pace; cerco di essere più saggia,
intelligente e coraggiosa di ciò che sono perché non
sono più coraggiosa di una qualsiasi altra persona. Ma
chiedo di essere coraggiosa quando scrivo e di avere quella saggezza,
quella chiarezza che vorrei avere se fossi un diplomatico o un
politico e potessi portare dei cambiamenti. Quello che faccio
quando scrivo è meditare e chiedere quella saggezza in
modo che ciò che scrivo possa svolgere un lavoro che io
non posso fare.
In questo contesto, credo che le mie storie possano essere delle
mie personali manifestazioni di pace a cui partecipa una sola
persona, un atto di amore da parte di una persona, e così posso
creare dei ponti tra comunità che non si amano o non si
capiscono.
Lo faccio cercando di creare nel mio ascoltatore la consapevolezza
che io sto cercando di cambiare il suo modo di pensare o aprire
la sua mente. Lo faccio con humour, con il canto se faccio uno
spettacolo, in modo da poter aprire il cuore di chi mi ascolta,
perché credo che se non si adotta un atteggiamento saccente
e arrogante, ma si va verso l'altro con rispetto, se si va verso
il proprio nemico con rispetto, forse lui ti ascolterà.
Questo è il tentativo che faccio con il mio libro: cercare
di incontrare questa xenofobia, questa paura - perché ora
negli Stati Uniti viviamo nella paura - e di contrastarla raccontando
una storia e io spero che la mia storia sia così bella
e divertente da restare nel cuore delle persone e aiutarle a
guardare gli immigrati con occhi diversi. Questo è ciò che
cerco di fare.
“A Regina piaceva pensare che con l’aver sposato
Eleuterio Reyes aveva purificato il sangue della sua famiglia,
che era diventata spagnola, per così dire.” C'è proprio
all'interno del Messico stesso, come una forma di razzismo, la
negazione del fatto che gli indios facciano parte di questo popolo?
La realtà è che in Messico la nazione è molto
orgogliosa delle sue radici indigene, ma ogni giorno maledice
gli indio messicani, ci sono molte tribù indios e molte
lingue, ma loro sono nella parte più bassa della società.
Credo che il mio libro presenterà un immagine dei messicani
che forse a loro non piace, non è l’immagine lusinghiera
dei messicani. Critico i messicani ma da entrambi i lati del
confine, con tutti i miei personaggi, anche quelli che ammiro
hanno delle pecche. Ho cercato di scrivere una storia realistica.
Ho cercato di presentare la verità come l'ho vista da
testimone che attraversa il confine, quello che vedo in Chiapas,
o a Città del Messico. Forse questi problemi non sono
mai stati presentati così al Messico . Non so che riscontro
avrà lì, perché come dice Eduardo Galeano
ho scritto per quelli che non possono permettersi di comprare
questo libro.
I lettori di questo libro in Messico, quelli che possono permettersi di comprarlo,
sono quelli che non sono indigeni e, potrebbero non essere contenti del quadro
che rappresento.
Il fatto di appartenere a una famiglia
numerosa, l'unica femmina di sette fratelli, l’ha portata
a saper ascoltare come pochi la voce degli altri. Quanto ha
inciso questo sulla sua
scrittura?
Sono cresciuta in una casa di nove persone, sette ragazzi e due
adulti, e tutti parlavano nello stesso momento e nessuno ascoltava.
E ho imparato che bisognava parlare alla svelta, bisognava
essere divertenti per essere ascoltati e questo mi ha insegnato
molto sul potere delle storie. Una bella storia è quella
che fa stare in silenzio gli altri e li mette in ascolto, il
che per me era un privilegio. Ho provato a usare questa opportunità in
modo responsabile. Sono cresciuta ascoltando tutte queste voci
intorno a me, ed ero convinta di non sentirle, invece hanno
lasciato la loro impronta nel mio cuore. Così quando
ho avuto bisogno di metterle insieme non ho avuto grandi difficoltà.
Forse perché tutti parlavano e strillavano contemporaneamente,
come in un film di Fellini. Era così nella nostra famiglia,
tutti strillavano, e che mi piaccia o no quelle voci mi accompagnano
ancora, anche se la mia famiglia ora vive a Chicago e io vivo
in Texas.
Scrivere è farsi domande e nel suo libro si fa molte
domande, come questa: “Non so perché la gente marci
verso i disastri del cuore in modo così allegro”.
Dopo aver scritto questo libro si è data una qualche risposta?
Quando ho cominciato a scriverlo era un racconto breve. La domanda
che mi ponevo era: perché mi ricordavo un evento accaduto
molti anni fa da piccola in una gita ad Acapulco? Io ero sulla
spiaggia e vidi una bambina come me che era mulatta: sulle due
coste del Messico ci sono discendenti di africani, di schiavi
o di ex-schiavi e di gente che ha avuto la libertà e c'erano
stati matrimoni con indios, così ci sono a Vera Cruz e
sulla costa di Acapulco dei mulatti, con uno splendido color
caramello, che non è nero e non è marrone. Ho visto
questa ragazza meravigliosa per pochi secondi nella mia vita
mentre andavo in spiaggia con la mia famiglia e non avevo mai
visto una pelle di quel colore come il caramello.
E mi ricordo di essere stata lì, completamente rapita
dalla sua bellezza, finché qualcuno mi ha spinto: “vai,
vai”. Cercavo di ricordare perché ricordavo quella
bambina, perché l'avevo guardata e perché era rimasta
per anni nella mia memoria. Così sono partita da quella
domanda, per cercare la risposta, ci sono voluti sette anni per
arrivarci vicino e altri nove prima di finire il libro. E scrivendo
ho risposto a molte domande che venivano da lontano con quella
bambina e una era: come mio padre era diventato quello che era
, come aveva imparato ad amare, come aveva fatto ad amare i suoi
bambini in modo così profondo, li baciava sulla testa
come un adulto, li abbracciava. E volevo rispondere a questa
domanda: perché lui ci insegnò da bambini ad amare
così? Nella nostra famiglia noi amiamo all'eccesso, viziamo
i bambini e gli animali che ci stanno intorno. Allora, come aveva
imparato? Per capire questo dovevo guardare sua madre, così ho
potuto rispondere a quelle domande e sempre nello scrivere questa
storia capire, come scrittrice, qualcosa di me stessa, la mia
responsabilità in questa catena degli antenati, e questa è la
mia responsabilità di scrittrice per una famiglia che
non dice mai "mi dispiace" o "ti perdono".
E scrivendo questo libro ho scoperto che quello era il mio compito.
Forse nella nostra generazione quando ci parliamo tra chi ancora
vive si vede la rabbia, ma chi non c'è più non
ha mai detto: "Mi dispiace, è tutto a posto, ti perdono”.
Ma va bene perché, scrivendo, da nove anni faccio meditazioni
buddiste e in queste meditazioni ho potuto trovare le parole
che i miei antenati non hanno mai potuto dire: “Mi dispiace,
ti perdono”.
Si ringrazia Maria Letizia
Tesorini per la traduzione dall’inglese.
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