8 Febbraio 2012 ore 20:43 CET (GMT +01:00)
RAINEWS24.IT - INCONTRI
Prima pagina
Tutti gli autori
Versioni originali
Scrivici

Libri, la rubrica
Rai, i siti culturali

A proposito di Incontri...
In collaborazione con...
Grazie a...

Tutti i file audiovisivi sono codificati a 100 Kbps

2009, Percoto (Ud)

Chimamanda Ngozi Adichie
Intervista di Zouhir Louassini

Nel romanzo c’è un personaggio che dice che ci sono due risposte quando si parla dell’Africa: una serve per superare gli esami, l’altra è quella vera. E’ così difficile spiegare all’Occidente i problemi dell’Africa?
Si, in effetti è difficile. Attraverso i miei personaggi volevo mostrare che in Africa si dice che la Storia è stata fatta da altri. Ad esempio, a scuola si insegna che il fiume Niger è stato scoperto da un inglese. In realtà gli abitanti della Nigeria pescavano e navigavano questo fiume già molti, molti anni prima.

In questo caso possiamo parlare di un’Africa costruita da bianchi, che realmente non esiste ma è una costruzione?
Detto così appare molto semplice. È vero che molta cultura africana è stata inventata durante il colonialismo, ma penso che sia un po’ più complesso. Il fatto è che gli stessi africani in un certo senso sono stati coinvolti da questo processo, non l’ hanno fatto davvero proprio, ma l’hanno complicato.

Ora, ci sono accademici e studiosi in Africa che cercano di ricostruire la storia con la certezza che non sia andata esattamente in quel modo. Non credo che il mio libro possa essere l’inizio di questa ricostruzione, ma sicuramente è una parte della tradizione.


Eppure questa Africa, quando deve raccontare se stessa, usa una tecnica totalmente europea. Nel libro lei usa una tecnica narrativa che si ritrova nei film e nei libri europei.
Non sono d’accordo. Credo che la questione sia se il romanzo è una forma europea, o se lo è il racconto. Io racconto storie, è capitato che scrivessi per caso. Credo che il racconto sia comune a tutto il genere umano. Non penso che l’Europa abbia il monopolio del raccontare, i miei antenati raccontavano storie. Anche se il romanzo ha le sue origini in Europa, è diventato un modo in cui ovunque nel mondo la gente prende la storia e crea qualcosa attraverso la forma. Il mio romanzo è molto diverso da quelli che venivano scritti tradizionalmente in Europa. Anche chi costruisce case deve prendere spunto da chi lo ha fatto in precedenza.


Nel romanzo c’è un personaggio, Richard, del tutto occidentale. Fino a dove Richard ha capito l’Africa?
Non lo so. Richard è un uomo inglese giunto in Nigeria alla ricerca d’arte poiché è innamorato dell’arte nigeriana, ma che poi trova l’amore, si innamora di una donna nigeriana. Penso che Richard in qualche modo, per la sua vita, la sua storia, per il fatto che non si è mai sentito completamente inserito nella società in Inghilterra, fosse alla ricerca delle propri origini. Il suo personaggio parla non tanto della Nigeria, quanto di se stesso, di ricerca interiore. Non so quanto lui comprenda la Nigeria. Ma credo che ci provi, nel senso che è sincero, e questo alla fine conta molto.

Ovviamente amo molto il personaggio di Richard. Per me è stato importante crearlo per poter dire attraverso di lui che non si può pensare di arrivare in un luogo non familiare ai propri usi e tentare di imporre il proprio modo di percepire il mondo. Credo che sia importante arrivare con un certo livello di umiltà e volontà di ascoltare. Quello che succede ora, per cui la gente idealizza l’Africa, è che non c’è interesse ad ascoltare come gli africani raccontino e come percepiscano la loro propria storia. Vengono, costruiscono scuole, strade, ma non si chiedono mai: “È veramente quello che vogliono?”. C’è anche molto da dire sul potere. Quando un Paese non ha potere, la gente arriva e detta legge, questo è ciò che accade nella maggior parte delle relazioni tra l’Africa e il resto del mondo. Le persone sono in buona fede, hanno buona volontà, ma spesso la risultante di questa buona fede è una forma di oppressione.


Dal suo libro fuoriescono con evidenza due aspetti che hanno a che fare non solo con la Nigeria ma con tutto il continente africano. Da una parte un’èlite culturale che difende i propri ideali, dall’altra un grande livello di analfabetismo tra la popolazione. Questo genera una doppia sofferenza, l’oppressione del colonizzatore e l’élite intellettuale che non riesce a capire i veri problemi della società.
Ciò che mi interessa di più raccontare è la divisione in classi e il modo in cui si influenzano e relazionano. Spesso chi ha letto il mio libro mi dice che le cosiddette “élite” sono staccate dalle “masse”. Ma questo accade in ogni società, non solo in quella da cui provengo io. Se prendiamo un liberale che vive in un bel quartiere di New York sarà distante dalla povera gente dei quartieri bassi. L’educazione occidentale ha creato in Nigeria una nuova classe, quello che mi interessa è vedere come questo ha reso difficile il rapporto e la comunicazione tra le persone. Nel libro c’è un personaggio che diventa professore. Essendo educato alla maniera occidentale e avendo quelle idee in testa, è quasi impossibile per lui comunicare con sua madre, che ha un’educazione rurale, così la sua comprensione del mondo risulta molto differente da quella della madre.


In una sua intervista dice che ha pensato di portare il libro al cinema. Crede che sia possibile portare nelle sale un linguaggio così crudo, forte e anche molto reale, e usare il linguaggio cinematografico come mezzo per far conoscere l’Africa all’Occidente?
C’è una casa di produzione che se ne sta occupando sebbene non ne sia coinvolta direttamente. Sono una scrittrice e preferisco la scrittura, ma sono cosciente del potere esercitato dal cinema. È più facile per il consumatore, richiede meno sforzo, ti siedi e l’informazione arriva, mentre con il libro ci vuole un po’ più di sforzo. Il produttore crede che sia importante rivolgersi a un pubblico più vasto. Il cinema è un buon mezzo per far raccontare l’Africa dagli africani a quanta più gente possibile. Molti film realizzati sull’Africa non erano esattamente sull’Africa, ma riguardavano stranieri che in Africa facevano cose meravigliose. Ciò che ora importa è vedere l’Africa degli africani raccontata dagli africani.


Andando al di là da ogni visione occidentale, una delle chiavi di lettura dell’Africa può avere a che fare con la persistenza della società tribale e con il fatto che ancora non si siano creati gli elementi per una società civile e moderna?
È una bella domanda. Credo che quando si parla di un’Africa tribale, in un certo senso, la stessa idea di tribù è un’invenzione. Per esempio, mio padre è nato nel 1932 nella terra chiamata Ibu. Era un Ibu perché è cresciuto in un piccolo villaggio come tanti altri, ma non sapeva di essere Ibu. Con il colonialismo e con la creazione della Nigeria da parte dei britannici nel 1940, questi piccoli gruppi hanno iniziato a inventare loro stessi, e persone come mio padre hanno preso coscienza di loro stessi come Ibu. La spiegazione del perché il termine “tribù” rimandi alla maggior parte dell’Africa, consiste nel fatto che hanno cercato di politicizzarlo quando la Nigeria è stata governata dagli inglesi, che l’hanno divisa in regioni “tribali”. Da quel momento per la gente è stato impossibile creare un’identità comune e i gruppi si sono identificati più con il nome delle tribù, Ibu o Aniuba o Hausa’ piuttosto che con quello di Nigeria. E più facile governare le persone se le dividi. Poi gli inglesi se ne sono andati, ma è impossibile per la Nigeria essere un Paese unito. Non ha senso, non si può pensare che tutto finisca rose e fiori quando c’è un’unione politica invece che culturale. La speranza è che con bravi leader in Africa si possa ricreare l’unione tribale e far sì che diventi unione culturale; solo allora possiamo parlare di linguaggio, di novelle, di danze. Ma quando si torna al piano politico non bisogna sentirsi dire “devi votare quello perché è Ibu”. Quindi non sono completamente d’accordo con il fatto che, in quanto tribali, non possiamo creare una società civile, perché lo stesso concetto di “tribale” è stato politicizzato. Credo che per riuscirci occorrano buoni leader. Credo che con una generazione possiamo cambiare l’idea di “tribù”.


[torna indietro]


I più recenti

Simonetta Agnello Hornby
Hoda Barakat
Salwa Al Neimi
Erri De Luca
Silvia Pérez-Vitoria
Hugh Thomas
Chimamanda Ngozi Adichie
Eduardo Galeano
Nicole Krauss
Bernardo Atxaga
Enzo Bianchi
Eric-Emmanuel Schmitt
Jonathan Safran Foer
Mehmet Yashin
scrivi alla redazione | credits