2009, Percoto
(Ud)
Chimamanda
Ngozi Adichie
Intervista di Zouhir Louassini
Nel romanzo c’è un personaggio
che dice che ci sono due risposte quando si parla dell’Africa:
una serve per superare gli esami, l’altra è quella
vera. E’ così difficile spiegare all’Occidente
i problemi dell’Africa?
Si, in effetti è difficile.
Attraverso i miei personaggi volevo mostrare che in Africa si
dice che la Storia è stata
fatta da altri. Ad esempio, a scuola si insegna che il fiume
Niger è stato scoperto da un inglese. In realtà gli
abitanti della Nigeria pescavano e navigavano questo fiume già molti,
molti anni prima.
In questo caso possiamo parlare di un’Africa costruita
da bianchi, che realmente non esiste ma è una costruzione?
Detto
così appare molto semplice. È vero che molta
cultura africana è stata inventata durante il colonialismo,
ma penso che sia un po’ più complesso. Il fatto è che
gli stessi africani in un certo senso sono stati coinvolti da
questo processo, non l’ hanno fatto davvero proprio, ma
l’hanno complicato. Ora, ci sono accademici e studiosi in Africa che cercano di ricostruire
la storia con la certezza che non sia andata esattamente in
quel modo. Non credo che il mio libro possa essere l’inizio
di questa ricostruzione, ma sicuramente è una parte
della tradizione.
Eppure questa Africa, quando deve raccontare se stessa, usa una
tecnica totalmente europea. Nel libro lei usa una tecnica narrativa
che si ritrova nei film e nei libri europei.
Non sono d’accordo. Credo che la questione sia se il romanzo è una
forma europea, o se lo è il racconto. Io racconto storie, è capitato
che scrivessi per caso. Credo che il racconto sia comune a tutto
il genere umano. Non penso che l’Europa abbia il monopolio
del raccontare, i miei antenati raccontavano storie. Anche se
il romanzo ha le sue origini in Europa, è diventato un
modo in cui ovunque nel mondo la gente prende la storia e crea
qualcosa attraverso la forma. Il mio romanzo è molto diverso
da quelli che venivano scritti tradizionalmente in Europa. Anche
chi costruisce case deve prendere spunto da chi lo ha fatto in
precedenza.
Nel romanzo c’è un personaggio, Richard, del tutto
occidentale. Fino a dove Richard ha capito l’Africa?
Non
lo so. Richard è un uomo inglese giunto in Nigeria
alla ricerca d’arte poiché è innamorato dell’arte
nigeriana, ma che poi trova l’amore, si innamora di una
donna nigeriana. Penso che Richard in qualche modo, per la sua
vita, la sua storia, per il fatto che non si è mai sentito
completamente inserito nella società in Inghilterra, fosse
alla ricerca delle propri origini. Il suo personaggio parla non
tanto della Nigeria, quanto di se stesso, di ricerca interiore.
Non so quanto lui comprenda la Nigeria. Ma credo che ci provi,
nel senso che è sincero, e questo alla fine conta molto.
Ovviamente amo molto il personaggio di Richard. Per me è stato
importante crearlo per poter dire attraverso di lui che non si
può pensare di arrivare in un luogo non familiare ai propri
usi e tentare di imporre il proprio modo di percepire il mondo.
Credo che sia importante arrivare con un certo livello di umiltà e
volontà di ascoltare. Quello che succede ora, per cui
la gente idealizza l’Africa, è che non c’è interesse
ad ascoltare come gli africani raccontino e come percepiscano
la loro propria storia. Vengono, costruiscono scuole, strade,
ma non si chiedono mai: “È veramente quello che
vogliono?”. C’è anche molto da dire sul potere.
Quando un Paese non ha potere, la gente arriva e detta legge,
questo è ciò che accade nella maggior parte delle
relazioni tra l’Africa e il resto del mondo. Le persone
sono in buona fede, hanno buona volontà, ma spesso la
risultante di questa buona fede è una forma di oppressione.
Dal suo libro fuoriescono con evidenza due aspetti che
hanno a che fare non solo con la Nigeria ma con tutto il continente
africano. Da una parte un’èlite culturale che
difende i propri ideali, dall’altra un grande livello
di analfabetismo tra la popolazione. Questo genera una doppia
sofferenza, l’oppressione del colonizzatore e l’élite
intellettuale che non riesce a capire i veri problemi della
società.
Ciò che mi interessa di più raccontare è la
divisione in classi e il modo in cui si influenzano e relazionano.
Spesso chi ha letto il mio libro mi dice che le cosiddette “élite” sono
staccate dalle “masse”. Ma questo accade in ogni
società, non solo in quella da cui provengo io. Se prendiamo
un liberale che vive in un bel quartiere di New York sarà distante
dalla povera gente dei quartieri bassi. L’educazione occidentale
ha creato in Nigeria una nuova classe, quello che mi interessa è vedere
come questo ha reso difficile il rapporto e la comunicazione
tra le persone. Nel libro c’è un personaggio che
diventa professore. Essendo educato alla maniera occidentale
e avendo quelle idee in testa, è quasi impossibile per
lui comunicare con sua madre, che ha un’educazione rurale,
così la sua comprensione del mondo risulta molto differente
da quella della madre.
In una sua intervista dice che ha pensato di portare
il libro al cinema. Crede che sia possibile portare nelle sale
un linguaggio
così crudo, forte e anche molto reale, e usare il linguaggio
cinematografico come mezzo per far conoscere l’Africa
all’Occidente?
C’è una casa di produzione che se ne sta occupando
sebbene non ne sia coinvolta direttamente. Sono una scrittrice
e preferisco la scrittura, ma sono cosciente del potere esercitato
dal cinema. È più facile per il consumatore, richiede
meno sforzo, ti siedi e l’informazione arriva, mentre con
il libro ci vuole un po’ più di sforzo. Il produttore
crede che sia importante rivolgersi a un pubblico più vasto.
Il cinema è un buon mezzo per far raccontare l’Africa
dagli africani a quanta più gente possibile. Molti film
realizzati sull’Africa non erano esattamente sull’Africa,
ma riguardavano stranieri che in Africa facevano cose meravigliose.
Ciò che ora importa è vedere l’Africa degli
africani raccontata dagli africani.
Andando al di là da ogni visione occidentale, una delle
chiavi di lettura dell’Africa può avere a che fare
con la persistenza della società tribale e con il fatto
che ancora non si siano creati gli elementi per una società civile
e moderna? È
una bella domanda. Credo che quando si parla di un’Africa
tribale, in un certo senso, la stessa idea di tribù è un’invenzione.
Per esempio, mio padre è nato nel 1932 nella terra chiamata
Ibu. Era un Ibu perché è cresciuto in un piccolo
villaggio come tanti altri, ma non sapeva di essere Ibu. Con
il colonialismo e con la creazione della Nigeria da parte dei
britannici nel 1940, questi piccoli gruppi hanno iniziato a inventare
loro stessi, e persone come mio padre hanno preso coscienza di
loro stessi come Ibu. La spiegazione del perché il termine “tribù” rimandi
alla maggior parte dell’Africa, consiste nel fatto che
hanno cercato di politicizzarlo quando la Nigeria è stata
governata dagli inglesi, che l’hanno divisa in regioni “tribali”.
Da quel momento per la gente è stato impossibile creare
un’identità comune e i gruppi si sono identificati
più con il nome delle tribù, Ibu o Aniuba o Hausa’ piuttosto
che con quello di Nigeria. E più facile governare le persone
se le dividi. Poi gli inglesi se ne sono andati, ma è impossibile
per la Nigeria essere un Paese unito. Non ha senso, non si può pensare
che tutto finisca rose e fiori quando c’è un’unione
politica invece che culturale. La speranza è che con bravi
leader in Africa si possa ricreare l’unione tribale e far
sì che diventi unione culturale; solo allora possiamo
parlare di linguaggio, di novelle, di danze. Ma quando si torna
al piano politico non bisogna sentirsi dire “devi votare
quello perché è Ibu”. Quindi non sono completamente
d’accordo con il fatto che, in quanto tribali, non possiamo
creare una società civile, perché lo stesso concetto
di “tribale” è stato politicizzato. Credo
che per riuscirci occorrano buoni leader. Credo che con una generazione
possiamo cambiare l’idea di “tribù”.
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