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Castelfusano, Roma

Chan Khong: la calma della ribellione
Intervista di Luciano Minerva

Nel suo libro autobiografico lei racconta che durante la guerra nel Vietnam, quando andò negli Stati uniti a fare delle conferenze, capì l'enorme differenza che c'era tra un'esperienza e lo stesso fatto visto sullo schermo televisivo a casa propria. Come potrebbe raccontare questa differenza?
Nel mio libro racconto che quando andai in occidente, negli Stati uniti e in molti paesi europei, compresi perché la gente non può capire chi sta sotto i bombardamenti, perché vidi immagini simili a quelle che avevo vissuto. Ci fu un periodo durante la guerra in cui portavo medicine e cibo a gente che soffriva la fame perché la guerra durava a lungo e dall'altra parte del fronte la gente soffriva la fame. Nessuno voleva andarci, così con un gruppo di studenti affittammo cinque barche e attraversammo la linea di fuoco; e mentre sparavano noi aspettavamo, respiravamo, pregavamo, meditavamo e poi andavamo avanti. Dopo le devastazioni della battaglia insieme ai miei amici preparammo molte bende, e dopo averle usate tutte, dovevamo spogliarci per ricavare altre bende dai nostri vestiti e all'ultimo momento arrivò una donna portandomi un bambino tutto insanguinato e mi disse: ti prego, salva il mio bambino. Io guardai i suoi occhi disperati, e sapevo di non poter far niente ma non avevo il coraggio di dirglielo, e allora presi il bambino e dissi: farò del mio meglio, e così tornai accanto a lei verso la mia barca e nel mio cuore ero così disperata; sapevo di non poterlo salvare ma almeno potevo portare conforto alla madre e in una situazione davvero disperata camminavo e vedevo il bambino pieno di sangue, che si muoveva e alla fine morì; la madre pianse, io piansi e questo è tutto. Ed è tutto così diverso dalle immagini che vedevo in televisione: anche lì c'era un uomo che portava un bambino insanguinato, ma sembrava la scena di un film. Dopo aver visto queste immagini c'erano altre cose, e poi la pubblicità e poi andavano a ballare. Non era niente, era un film tra tanti altri film e capii che la guerra sarebbe proseguita a lungo. Oggi accade lo stesso. In passato il Vietnam era tanto lontano dall'Europa e dagli Stati uniti. E ora l'Iraq è troppo lontano. Prima che cominciasse la guerra in Afganistan facemmo del nostro meglio: il maestro Thich Nhat Hanh andò negli Stati uniti per spiegare e invitò gli americani ad ascoltare la sofferenza negli Stati uniti e nel mondo, e ad ascoltare e capire che i nostri nemici sono le percezioni errate, non gli uomini, neppure gli uomini chiamati terroristi, perché anche i terroristi hanno dentro di sé un'immagine errata degli Stati uniti. E se gli Stati uniti pensano che loro siano il Diavolo, anche loro pensano che gli Stati uniti siano il Diavolo. E loro hanno fatto ciò in nome di Dio. Sanno che ciascuno può valorizzare la propria vita, ma perché allora sacrificare la propria vita? Perché pensano di averlo fatto per la causa della grandezza di Dio: questa è la percezione errata che noi dobbiamo rimuovere. E per rimuovere quella percezione dobbiamo capire perché pensano in quel modo. E dobbiamo dargli le informazioni che provino che hanno informazioni sbagliate sugli Stati uniti o su altro. E per fare questo Thich Nhat Hanh ha chiesto agli Stati uniti di fare del loro meglio per ascoltare le diverse voci al loro interno: islamici, americani, afroamericani, indiani-americani che soffrono e sentono di essere discriminati e come possiamo ascoltarli e capirli e poi possiamo capire i paesi arabi e così via. Ma oggi la nostra voce è ignorata. Quando il governo degli Stati uniti cominciò a bombardare l'Afghanistan noi eravamo in Cina, per condividere la pratica del buddismo e io vidi gli occhi degli orientali che erano scioccati e sconvolti: oh, bombardano già l'Afghanistan. E mi ricordo quell'immagine, nessuno può capire la sofferenza di chi corre sotto le bombe, e non solo loro, o Bush, ma in tutto l'Occidente è difficile immaginare il peso di un bambino insanguinato nelle tue braccia, anche se non è il tuo bambino. Io ero sconvolta come se fosse il mio bambino, come se fossi io stessa, e per nulla al mondo vuoi un'altra bomba. Ma questo non si può capire e allora si fa il tifo per la guerra come per una partita di calcio, da entrambe le parti, e non si vede questo.
E lo stesso per l'Iraq: abbiamo fatto del nostro meglio, ma non siamo disperati, perché pratichiamo per essere calmi, per comprendere, per spiegare e far capire la gente non è un lavoro che va perso, se non funziona oggi funzionerà domani, se non domani tra un anno, o tra dieci anni, o tra vent'anni. Noi siamo come un fiume e riceviamo molta saggezza dai nostri antenati, abbiamo sopportato molta energia negativa e per questo in Vietnam da quella energia negativa abbiamo tratto tutto ciò che era possibile, ma il cammino che abbiamo fatto non andrà mai perso, perché noi continuiamo ad andare in direzione della pace, della comprensione, dell'amore e i frutti che non si vedono oggi si vedranno domani o in dieci anni o in venti anni. In passato quando Thich Nhat Hanh era un monaco di sedici anni aveva già molte di queste cose dentro di sé e nessuno lo ascoltava, ma ha continuato, e ha avuto uno studente, cinque studenti, cento studenti, mille studenti e va avanti ancora oggi.

Oggi quando qualcuno la guarda lei ispira calma, ma è stata anche una ribelle. Cosa ricorda del periodo in cui era una ribelle?
Io continuo a essere una ribelle. Ma il mio modo di essere ribelle oggi forse è più efficace, perché sono più calma e cerco di guardare più a fondo il cosiddetto nemico, ossia le percezioni errate in quella persona, perché in passato quando ero giovane pensavo che fosse il mio vero nemico. E adesso dopo anni di pratica di calma, di percorso del Buddha, guardando in profondo vedo che il nemico sono le percezioni sbagliate, non l'essere umano. Così cerco di essere calma e guardare a fondo e di vedere le percezioni sbagliate nella gente e la bellezza della natura nell'altra persona. In un'altra parte del libro ho raccontato questa storia e la ripeto adesso: in un altro momento della guerra, nel 1968, la guerra aveva distrutto tutto in Vietnam, non solo nelle campagne ma nella città di Saigon, la capitale del Paese. Facemmo un appello per la pace insieme ad altri settanta insegnanti, docenti universitari come me, nel Paese c'era il coprifuoco 24 ore su 24, non potevamo uscire da casa, ti potevano sparare. Ma alla radio nazionale di Saigon dissero il mio nome, insieme a quello di altri settanta insegnanti: "per favore venga nel nostro ufficio insieme agli altri settanta insegnanti per risolvere i problemi del vostro appello per la pace nonostante i comunisti." E stavo a casa e vedevo alla tv che la polizia sparava a chiunque parlava, a tutti i comunisti, senza legge, senza processo e la mia famiglia mi disse: tu vuoi andare? Perché ti uccideranno. E io dissi: no, mi prendo la mia responsabilità. E così andai là e tutti avevano paura, i miei amici, i miei insegnanti perché il governo ci fece sapere che se non ritiravamo la nostra firma dal documento per la pace avremmo perso il lavoro e saremmo stati imprigionati. Dissi che non potevo ritirare la mia firma e sono tra i pochissimi che hanno detto no. E così il ministro mi chiamò nel suo ufficio personale e disse "Lei, che ragazza testarda, è la più giovane e ha osato dire no quando professori più anziani hanno già firmato la nostra petizione." E io risposi: "In questa situazione di guerra, di confusione, quello che la gente sogna più di tutto è la pace, e l'appello per la pace è il dono più prezioso che io possa dare ai miei studenti, perché in questo periodo di guerra non si occupano del sapere, ma apprendono la bellezza e la grandezza delle cose. E la bellezza dell'appello della pace in piena guerra è cosi importante per me che non posso ritirare la mia firma. Io sono una giovane insegnante che cresce per la bellezza e la grazia, sono come un giovane germoglio di bambù, ho bisogno della sua protezione. Anche lei era un insegnante prima di essere ministro dell'educazione, e oggi un insegnante che cosa può fare per gli studenti oggi, oltre alla bellezza, alla grandezza, alla comprensione e all'amore? Io mi rivolgo alla sua mente di insegnante, per favore mi aiuti ad andare nella direzione della bellezza, perché oggi lei dice che se non vado alla polizia e ritratto vado in prigione, e lei informa l'università che sono un insegnante comunista e perdo il lavoro. Ma se stasera in questo paese di guerriglia arrivano i guerriglieri a casa mia e mi chiedono di scrivere una petizione: lunga vita a Maotse tung, lunga vita a Ho chi min, e così via, io firmerò, perché siete voi che mi avete insegnato a fare così, perché mi insegnate ad abbassare la testa, e stasera sotto la minaccia dei fucili io devo abbassare la testa e firmare. E questo dovrei insegnare alle nuove generazioni?
E lui mi disse: "mi ha capito male", e mi protesse e non fui costretta a firmare alcuna ritrattazione. Oggi credo che ci sia bisogno di questo: innaffiare i semi della comprensione e dell'amore. In molti membri del parlamento c'è la mente d'amore e di comprensione, ma spesso la politica li porta molto lontano e bisogna dirgli: tu hai la possibilità di amare e so che ti curi della gente che scappa dalle bombe. Ma puoi farlo. Possiamo mandare lettere d'amore ai membri del parlamento apprezzando quello che hanno fatto e incoraggiandoli ad andare nella direzione della comprensione e dell'amore, ma a volte loro non sono pronti. Mi è capitato in molti casi di incontrarli e in molti casi gli ho detto: lei adesso non mi crede, ma ci dorma sopra e magari domani o tra una settimana penserà proprio come me.
A Plum Village una volta le autorità francesi non ci hanno permesso di mettere una torre con una campana perché era buddista. "Questo è un paese cristiano e non è permesso costruire campanili buddisti". E io con gentilezza gli ho risposto: "La bellezza di un paese è di essere un giardino dell'umanità, è avere molti fiori. Il vostro giardino non è bello se non ha soltanto tulipani. Se ci sono i tulipani e le rose, può essere più bello. Noi siamo un'arte del vivere pienamente e noi facciamo in modo che il giardino della Francia sia più bello. Allora lei oggi dice non va bene. Ma vedrà che tra una settimana o fra un mese lei cambierà la sua opinione e sarà d'accordo. E così avvenne, cambiarono il loro parere e furono d'accordo.".

Tra i vari esempi della guerra del Vietnam lei cita quello di un campo dove 11.000 rifugiati di guerra riuscirono a non essere bombardati e intorno erano macerie. Com'era possibile e cosa facevano i buddisti in Vietnam?
A quell'epoca eravamo in pace, perché la guerriglia aveva vinto, e si stava come oggi a Roma. Poi improvvisamente quella notte abbiamo sentito il suono delle bombe e dei mortai, c'era guerriglia dappertutto, si sparava contro gli aerei e gli aerei lanciavano bombe dovunque e tutta l'area era molto affollata. Il nostro campus era appena lontano dalle case normali abitate dalla gente. Avevamo un grande prato vicino al tempio e il tempio era un luogo sicuro, così la gente si radunava lì.
Arrivavano tutti lì senza avere la garanzia di non essere bombardati, perché le bombe erano dappertutto, perché i guerriglieri erano dappertutto, e lì, dove stavo io, il monaco che dirigeva il campo, Thay Van Han, pensò che bisognava fare qualcosa per evitare il bombardamento di quel campus dove si erano già raccolte 11.000 persone. Una sola bomba avrebbe fatto un massacro. Mi chiese: puoi andare a chiedere di non sparare dal campus? perché eravamo sicuri che tra i civili c'erano guerriglieri, che quando erano nelle case sparavano agli aerei, e gli aerei rispondevano con le bombe, ma qui c'erano 11000 persone. Non sapevo chi era guerrigliero e chi no, raccolsi un po' di anziani e li mandai a parlare con gli altri: loro pregarono di non usare i fucili, di sotterrarli per il bene di tutti. E intanto il monaco, senza dirci nulla, andò strisciando fuori del campo, perché se camminava gli sparavano. Andò al comando dell'esercito nazionalista, che stava con gli americani, e chiese loro di non chiamare gli americani a bombardare quel luogo perché c'erano un tempio, la scuola giovanile per i servizi sociali e 11.000 persone (gli americani bombardavano sempre su segnalazione dei nazionalisti). Gli chiese anche di non sparargli mentre andava dai comunisti per rivolgere la stessa richiesta: "sparate per terra, per aria, dove volete, ma non addosso a me."
E così lentamente si allontanarono tutti dal nostro campo e intanto noi dovevamo far partorire cinque donne e non eravamo preparate a fare da levatrici e c'erano undici persone ferite in modo grave e dovevamo portarle all'ospedale e l'ospedale non era lontano ma sul percorso sparavano. In quella situazione di guerra la croce rossa dei comunisti era bersagliata dai nemici e viceversa. I monaci erano visti davvero come neutrali e con una bandiera buddista davanti e una fila di monaci con le vesti gialle da una parte e una fila dall'altra, facemmo un chilometro fino alla strada più sicura, e lì prendemmo un taxi e portammo i feriti all'ospedale.

Quest'esempio dimostra la posizione dei buddisti in Vietnam che era assolutamente neutrale. Poi però i buddisti furono considerati nemici dagli uni e dagli altri. Cosa è possibile oggi per la gente comune fare un lavoro di pace e di interdizione della guerra.
Sono lieta di dire ai telespettatori della Rai che la vita è tanto preziosa. E' facile sostenere una o l'altra parte: noi sosteniamo la vita, noi vogliamo rispettare la vita e ogni conflitto si può risolvere con mezzi diversi dai bombardamenti, dall'uccidere. Perché si possono trovare sempre trovare soluzioni, ma senza usare la violenza: perché se provi a immaginare tuo figlio o tua figlia pieni di sangue nelle tue braccia e tu sei così disperato, questo succede a te. Se continuiamo questa cultura della guerra, quando non manifestiamo il nostro disaccordo noi usiamo le bombe e risolviamo in quel modo. E l'escalation della violenza cresce ogni giorno. Questo adesso ci sembra sia solo in Iraq, ma può succedere in Italia, può succedere ovunque, vicino a noi. Lo vediamo in Irlanda, in Francia abbiamo i baschi, e abbiamo sempre l'occasione di usare la violenza e questo può capitare a noi. E noi dobbiamo offrire alle giovani generazioni la cultura della comprensione e la cultura del rispetto della vita, perché la vita è tanto preziosa. Ricordo durante la guerra la poesia di Thay che mi commuove davvero: dice Il bambino nato dal ventre della madre, lei lo nutre, ha cura di lui, quanti giorni, quanti mesi, quanti anni da piccolo diventa un bellissimo giovane e poi un proiettile l'uccide. Come può sopravvivere? Il bambino vive, l'amore dei genitori lo fa crescere e poi finisce in quel modo, e un proiettile lo può uccidere e non si può capire quanto grande sia la sofferenza.

Lei parla anche del ruolo dell'arte e degli artisti. Dov'è questo ruolo, come può esprimersi e come l'ha verificato?
Nel punto di vista buddista l'uomo è una manifestazione che viene dalla base dell'essere: lo si può chiamare Dio, tagatha, o come altro si vuole. Quando le condizioni sono sufficienti si manifesta un essere umano. Ma la manifestazione di un artista è davvero speciale: c'è un che di delicatezza, di sensibilità, di bellezza che permette la manifestazione di un pittore, di un musicista, di uno scrittore, così delicato e così profondo, è l'eredità del genere umano. E noi dobbiamo valorizzare queste persone. Se io cerco di spiegare qualcosa, mi possono ascoltare poche persone. Ma se un artista scrive un bellissimo articolo, milioni di persone possono ascoltarlo e cambiano. Se sei un regista e fai uno splendido film, questo impressiona le persone e coltiva la compassione della gente, la loro meraviglia e la comprensione e milioni di persone possono cambiare. E per questo durante la guerra in Vietnam, sapevo che sotto la dittatura del nord Vietnam molti artisti venivano messi a tacere, non potevano creare la loro arte. E dissi: se non posso salvare tutto il paese, salverò almeno gli artisti.
Così con falsi nomi di ammiratori mandavo loro dei doni. A volte le poesie erano molto profonde e io non le capivo, e chiedevo a Thay (Thich Nhat Hanh) e lui me le spiegava. Allora ero molto giovane e avevo la freschezza di una ragazza che scriveva e commentava le poesie di quel poeta in nord Vietnam e grazie alla profondità di Thay l'artista era così ispirato e scriveva poesie bellissime e me le mandava, e incoraggiava un pittore che faceva splendidi quadri. Un artista prese una scheggia di bomba, lo lavorò e ne fece un pettine, e mi pettinavo con questo. Così c'è una continuazione di condivisione e di ispirazione collettiva. E penso che in questo paese e nell'occidente, se ciascuno fa del proprio meglio, se sei un artista e lavori per la pace, puoi dare tanta ispirazione alla gente per andare nella direzione della pace e della comprensione, ma se sei un artista e lavori per la guerra, allora puoi portare molta gente e interi Paesi a essere per la guerra. Così chi ha ruoli importanti deve cercare di portare la gente sulla strada della pace.

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