21 Maggio 2012 ore 9:30 CET (GMT +01:00)
RAINEWS24.IT - INCONTRI
Prima pagina
Tutti gli autori
Versioni originali
Scrivici

Libri, la rubrica
Rai, i siti culturali

A proposito di Incontri...
In collaborazione con...
Grazie a...

Tutti i file audiovisivi sono codificati a 100 Kbps

2006, Roma
Giuseppe Cederna:la febbre del viaggio
L'intervista di Luciano Minerva

Nella preparazione dei suoi viaggi ci sono molte domande. Gli appunti che poi prende sul taccuino di viaggio sono poi altre domande o la risposta a quelle da cui è partito?

Leggendo gli appunti del taccuino di viaggio, se il viaggio è cresciuto bene o è diventato, come spesso capita, una persona propria, una creatura indipendente, scopri che il valore del viaggio è dato proprio dalle domande che ti poni. Il viaggio è proprio come un figlio, una creatura, e proprio come un figlio tu puoi fare molte cose per lui ma naturalmente non tutte. Puoi sperare che cresca, che ami le cose che ti piacciono, puoi metterlo in condizioni di camminare con le sue gambe ma dopo egli naturalmente parte. Penso che prima di un viaggio, in base all’esperienza che ho avuto, noi facciamo solo il concepimento, troviamo una meta e quello è. Cominciamo a fare domande a chi è stato in quel posto, a fare questa ricerca del maestro di viaggio, forse di un padre e di una madre che lo faranno nascere ma il viaggio cresce in questo concepimento dentro di noi molto prima di essere già viaggio, molto prima di essere già in un altro paese, molto prima di partire. A volte si parte e si concepisce il viaggio con la frase di un libro, con il nome di una carta geografica, con il nome strano di una lingua sconosciuta di un altro paese. Quel nome si chiarirà, come è successo a me in India, durante il viaggio. Il nome rimarrà misterioso ma prenderà vita, diventerà persona, luoghi, esperienza in carne ed ossa e l’esperienza ti cambierà completamente. A quel punto capirai che il viaggio che tu volevi fare è quello. Te lo troverai di fronte e sarà sicuramente diverso. Questo non vuol dire che tutte le ansie che noi abbiamo, probabilmente molte delle domande che noi facciamo nascono dall’ansia di voler sapere, di voler controllare dove andiamo, a che ora arriviamo, cosa facciamo e che strada prendiamo, se andiamo a destra o a sinistra, se è più bello vedere quello o questo, come conosceremo una determinata cosa nel posto in cui ci rechiamo. A un certo punto capisci che tutte queste cose sono solo ansia, paura e quindi devi accettare il fatto che ad un certo punto seguirai il viaggio e se sei fortunato, se sei coraggioso e se il dio del viaggio ti aiuta, il viaggio sarà comunque bello, sarà interessante, ti darà delle lezioni e ti porrà di fronte a domande importanti: quelle domande ti parleranno di te e del mondo.


Il viaggio è proprio una costante delle sue rappresentazioni cinematografiche, teatrali. In che misura si sente costantemente viaggiatore e cosa le hanno lasciato gli altri viaggi che ha fatto da Marrakech Express, a Mediterraneo agli altri.
Innanzitutto mi lascia un grande stupore e una meraviglia il vedere come la vita di una persona sia collegata tra sé, sia indipendente dalla nostra volontà, guidata da incontri, da letture, da una passione ma non solo. Infatti io comincio adesso a riflettere naturalmente su questi viaggi, su queste esperienze e vedo un filo e questo filo è quello che io cerco di raccontare nei miei spettacoli, nelle mie serate di questo strano teatro fatto di passione e quindi di esperienze reali ma anche di amori letterari: mi rendo conto che oltre a maestri di viaggio in carne ed ossa ce ne sono alcuni che non ho mai conosciuto e che sono scrittori importantissimi che, sì, ho un grande piacere di conoscere e di dirgli: “Guarda che grazie a te io sono stato a Santiago De Compostela, non solo, grazie a te ho capito come muovermi, come viaggiare, trarre piacere dalle cose che piacevano a te, come viaggiare con i libri per esempio”. C’è il mio grande amore per Cees Nooteboom, per il suo libro “Verso Santiago” e altri libri, perché lui incarna la passione di trovare, di capire che il viaggio è la deviazione della deviazione della deviazione, una deviazione guidata anche da qualcosa che sono le letture, la curiosità, le domande che poni. Cees Noooteboom è un viaggiatore pesante, si porta dei libri nel sacco. E ha, e ti trasmette, questo stupore di vedere.

Il primo viaggio legato al film “Marrakech Express” è stato molto bello: per la prima volta era un viaggio con un gruppo di amici che doveva lavorare, che interpretava dei personaggi che sentivano e in cui molta gente si ritrova perché sono dei personaggi veri, che fanno parte del nostro immaginario, dell’immaginario di come eravamo una volta, l’amicizia, il muoversi sulla strada. Io guardavo quel mondo, mi rendevo conto che era un mondo interessante, che cambiava, ma non capivo niente. Appena arrivati davanti al deserto, in questa ricerca dell’acqua ero spaesato. Poi ho capito com’é veramente il ciclo dell’acqua nel deserto e i nostri amici marocchini sono morti dal ridere nel vedere l’acqua che veniva fuori dalla terra come un geyser. Non esiste, non c’è nessun serbatoio ad alta pressione nel quale tu fai un buco e schizza l’acqua.

Dopo ho avuto la fortuna di viaggiare con un vero maestro di viaggi, un vero esperto di Islam, di zone aride, di oasi, Pietro Laureano, e sono andato con lui nello Yemen e in Algeria, in tanti posti dell’Algeria, a seguire il corso dell’acqua, per vedere come funziona un’oasi. L’acqua viene captata attraverso il lavoro dell’uomo ma non ci sono rubinetti, non ci sono laghi, non ci sono pompe che la tirino fuori, il ciclo dell’acqua di un’oasi è quasi magico. Ma in realtà presuppone una conoscenza profondissima dell’ambiente, di un ambiente così ostile come sono le oasi. Questo mi ha fatto capire per la prima volta il senso di un viaggio, che non è solo il vedere e dire “Che bello!”, ma avere la consapevolezza che dietro il viaggio c’è preparazione, studio, storia, geografia, geologia, c’è una possibilità di aprirsi la testa, di leggere, di scoprire piano piano cose di cui non avevi assolutamente idea. Lì ho capito che non avevamo capito niente su Marrakech Express ma era stato l’inizio, mi aveva aperto nel cuore la voglia anche di rimanere solo così. Certo, lo stupore è la prima chiave per avere il coraggio di viaggiare poi, secondo me, dobbiamo trovare non solo maestri di viaggio ma persone e amici sul posto che parlano la lingua. Poi c’è il discorso dell’umiltà del viaggiare. Il viaggio è una grandissima scuola di abbattimento dell’ego e dell’apertura verso gli altri, verso l’ascolto, verso il capire che ciò che vedi la prima volta non è niente, perchè hai otto, dieci, quindici veli. E’ importante perché quello sguardo che ti apre il viaggio sta parlando a te e quindi ti permette di capire, ti permette di aprire delle porte: qualcuno ti leverà dei veli. Non parliamo poi dell’India; prima di dire qualcosa sull’India uno dovrebbe averci forse vissuto, aver imparato la lingua e aver conosciuto molte persone. Quando tu arrivi in India sei spaventato e meravigliato allo stesso tempo e questo dovrebbe bastarti, a meno che tu non sia un grande esperto. Tra l’altro il viaggio è anche una cartina di tornasole della stupidità umana, perché siamo portati a dire la prima cosa che ci viene in mente pensando che la naturalezza del sentimento sia sufficiente a farcene parlare. Invece è necessario leggere, guardare, ascoltare, restare in silenzio e poi il viaggio ci parlerà perché … spesso lo fa..


I sogni e suo padre sono molto presenti nei suoi taccuini di viaggio. Allora il viaggio non è solo quello che si vede fuori, ma è anche quello che si vede dentro?
Il viaggio lo diventa ed è per questo che a noi piace tanto viaggiare, non è solamente andare in un posto a rilassarsi lontano dal lavoro, dalle angosce quotidiane, dalle telefonate. E’ anche il fatto che certe volte ti sembra che più vai lontano più entri dentro te stesso, più vai in un posto sconosciuto dove perdi il controllo, alcune certezze, solidità, più - ma è una cosa quasi religiosa - sei a contatto con qualcosa di profondo che nella tua vita normale, a casa, insegui e perdi continuamente di vista. E’ successo in questo viaggio in India: me ne ero accorto vivendo l’esperienza, ma me ne sono accorto ancora di più dopo, scrivendola, e questo è il bello del lavoro teatrale, cinematografico e della scrittura, perchè quando rielabori l’esperienza ne capisci il senso profondo. Arrivato a Gangotri, l’ultimo villaggio prima di andare alle sorgenti - siamo arrivati in un momento in cui Gangotri era completamente deserto, e solitamente è un posto dove ci sono migliaia di pellegrini da maggio ad agosto; noi ci siamo andati a novembre, prima della grande neve e del freddo ed era completamente deserto: c’era la presenza del pellegrinaggio e del sacro e questa era proprio nell’assenza dell’uomo. C’erano fuochi rivoltati, cartacce, rifugi per pellegrini completamente chiusi, ma l’acqua continuava a scorrere, il profumo dei cedri era nell’aria. Improvvisamente di sera, prima di andare a letto, vedo un fuoco e dico: “Ma come? Qui sembra completamente deserto, chi è ha acceso quel fuoco? Vedo come un punto di brace laggiù”. E la nostra guida dice:“Sono i Sadhu, gli ultimi rimasti, sono i guardiani del villaggio. Forse domani li incontreremo, forse non li vedremo”.

La mattina dopo, prima di partire, abbiamo fatto un giro per il villaggio, si percepiva la presenza nell’assenza ed era come stare in un posto abitato dagli uomini e da Dio, perché loro avevano lasciato i segni delle cerimonie e ne avvertivamo l’energia, un’energia sacra. A un certo punto entriamo in un piccolo villaggio dei sette nani, casette piccole dove d’estate vivono i Sadhu e intorno alle quali ho fatto un inventario degli oggetti che c’erano, scrivendoli nel mio quaderno: una sveglia funzionante- strano, funzionante!- a forma di fungo dei nani, una pigna messa di qua, un tavolino da campeggio funzionante. Stavo facendo proprio un inventario di questo strano mondo quando da una di queste casette microscopiche si apre una porticina, esce fuori, un po’ piegato, un bellissimo uomo con la faccia magra, patita, un Sadhu, capelli biondi, mi guarda come se l’avessi disturbato dalla meditazione, mi guarda negli occhi e mi dice: “What are you looking for” e questo voleva dire: “Cosa posso fare per voi? Cosa state cercando? Cosa volete?”.

Io sono rimasto lì con una faccia da ebete e ho indicato le montagne e forse ho fatto un bel gesto per dire: “Ho puntato verso l’alto” e lui ha detto: “Go ahead”. In seguito, scrivendo, ho capito che quella era la domanda di tutti i viaggi ma di quel viaggio in particolare. “Cosa stai cercando alle sorgenti del Gange? Perché sei venuto? Cosa cerchi nel tuo viaggio più grande?”

E questa domanda bisogna lasciarla aperta.

Naturalmente in questo viaggio, tornando all’idea secondo la quale si può raggiungere se stessi in vari modi, uno dei modi per farlo è il sogno. E in questo in viaggio in India, alle sorgenti, ho sognato molto mio padre che al tempo del viaggio era morto da due anni. Mi è apparso chiaramente, mi ha parlato, mi è apparso proprio lì tra le montagne, mio padre che non ha mai camminato in montagna, che amava la natura ma scriveva tutto il giorno. Era strano che fosse lì, eppure camminava, seguiva il mio viaggio tappa per tappa e sembrava che alla fine mi passasse questo suo braccio secco che si staccava e io lo vedevo sanguinante, con una veste bianca da saggio indù e cadeva perché non era adatto a quel mondo, si feriva ma poi continuava a camminare e io gli correvo dietro cercando di chiedergli qualcosa e lui si teneva questo braccio che si staccava come un pezzo di legno, me lo dava in mano e io dicevo: “Devo parlargli, devo dirgli qualcosa?”. Anche lì avevo capito, ma dopo l’ho capito ancora meglio, che questo viaggio mi stava dicendo delle cose importanti, stava parlando a me. Eravamo andati a fare un pellegrinaggio da turisti perché, diciamo la verità, quando uno viaggia è sempre, purtroppo, un turista, o, al massimo diciamo di essere turisti-viaggiatori, che ci sembra “più figo”. Così in quel caso noi ci immergemmo nelle acque del Gange giovane, imitando una cultura che non ci appartiene ma che in quel momento ci era amica, ed era molto bello. Poi parlando con la nostra guida, con le persone che ci hanno accompagnato nel viaggio, abbiamo capito meglio l’importanza dell’acqua in India, della sua energia. I fiumi hanno un corpo, sono delle dee, sono dee madri, sono forti, sono potenti, hanno compassione. I giovani ragazzi o le persone anziane vanno nel fiume, hanno un rapporto quotidiano con esso, ci si lavano e in qualche modo chiedono e pregano e ringraziano. Si va per la vita e per la morte. Alla fine di questo viaggio tra le montagne verso le sorgenti e alle confluenze di queste acque, eravamo dei semplici, sinceri turisti. Stavamo tornando verso New Dehli, eravamo ancora nelle colline e io ho telefonato a casa, a mia madre per sapere come stava e per un caso fortuito l’ho trovata, era come un terno a lotto riuscire a trovare il filo che ti connette alla casa così lontana. Ho sentito la voce di mia madre, le ho risposto e mia madre aveva una notizia terribile da darmi e cioè che una nostra carissima amica, che sarebbe dovuta venire con noi e che dovevamo incontrare qualche giorno dopo a New Dehli, non sarebbe più stata con noi perché era tragicamente morta in un incidente aereo andando in Kosovo a Pristina con le Nazioni Unite. Improvvisamente questo viaggio ci ha trasformato, ha cambiato di segno, completamente. Ci ha trasformato in pellegrini, questa è la cosa incredibile. Ancora adesso mentre lo sto raccontando, nonostante io l’abbia scritto e raccontato decine, centinaia di volte, mi sorprende e rifletto su come nella vita l’esperienza possa cambiarti a 360°. Noi ci eravamo immersi nelle sorgenti, sì, le guide avevano riso di noi, dicevano: “Guarda questi pazzi che si bagnano nell’acqua gelata!” e invece poi ci siamo trovati alla confluenza più sacra del Gange che si chiama Devprajaga, “la confluenza del Dio”, dove il Gange prende il suo nome, quindi simbolicamente è importante, a piangere questa nostra amica e a sentirci fortunati, come ha detto la guida: “Siete fortunati a trovarvi qui, - ci ha detto - questo è il posto più importante, più bello dell’India del Nord, per noi più sacro, per salutare il Mahaprasta, il grande viaggio, di un’amica”. Voi siete voi, questo non era solo un viaggio sulle montagne, alle sorgenti, era per lei, era un viaggio di accompagnamento. Aggiunsero: “Benvenuti qui, salutatela, se volete fate un rito”. Ci siamo sentiti in diritto di farlo, senza sentirci stupidi, ci siamo immersi nell’acqua, due sadhu ci hanno fatto sbattere la testa, ripetere delle frasi di cui non capivamo il senso se non che erano delle invocazioni alle dee madri dell’acqua indiana, e quindi…questo era il grande viaggio.


“ La distruzione della natura in Italia” era un titolo importante negli anni ’70, per capire quello che stava succedendo al nostro territorio. Colpisce, leggendo “Il grande viaggio”, che non è stato più ristampato nessun libro di suo padre, Antonio Cederna.
Sì, è vero. Finalmente in autunno saranno ristampati due libri di mio padre che è rimasto molto vivo nella memoria di un paio di generazioni, di urbanisti, di architetti, di difensori del paesaggio. Sarà ristampato da Laterza insieme a uno dei primi libri, che era una raccolta di articoli dal mondo degli anni ’60 intitolato “I vandali in casa”.

In seguito sarà ristampato uno studio sull’urbanistica di Roma, sugli sventramenti durante il fascismo e che si chiama appunto “Mussolini urbanista”. Una cosa che mi ha colpito, rileggendo proprio uno degli articoli più belli di “Vandali in casa” è che mi è sembrato di scoprire il momento in cui nella vita un giovane uomo scopre quello che poi andrà a fare, scopre la sua vocazione, la sua passione, quello che è tutto il suo essere, i suoi studi, il suo corpo. C’è un articolo nel quale mio padre racconta che andando sull’Appia antica scopre che questa meravigliosa città, questa meravigliosa strada romana, piena di tombe, di monumenti, di stratificazione di storia, in cui viaggiatori da tutta Europa andavano a Roma, stava diventando completamente privata: dietro queste file di cipressi si costruivano case, si usavano pezzi di statua, si depredava: ed egli lo scopre proprio cadendoci dentro, cadendo in uno scavo. Quest’immagine di un giovane archeologo, perché quello era mio padre, che comincia a fare il giornalista ma ancora non è sicuro di quello che farà, scopre qualcosa che mette insieme archeologia, passione per il pubblico, quindi una passione civile fortissima per la storia, l’urbanistica, lo sviluppo delle città, mi fa pensare…e allora certe volte mi interrogo anch’io su di me: “Quand’è che è nato il mio percorso?” Io sono nato come attore, come clown di strada, ho fatto il primo spettacolo a Piazza Navona, poi ho cominciato a fare degli spettacoli molto autarchici che parlavano del nostro rapporto con la realtà…facendo l’attore puoi parlare di tutto, di quello che ti fa star bene e che ti fa ridere, ma anche delle tue angosce, delle tue rabbie. Abbiamo parlato del riflusso, di Fonzie, …delle canne, della parte maschile e femminile che c’è in un uomo, e poi ho cominciato a fare piccole parti nei film. Il primo film, grazie al quale nel mio condominio mi hanno riconosciuto, è stato “Fracchia contro Dracula” ed io ero felicissimo di aver interpretato il personaggio di Igor che perdeva sempre le braccia, anche lì un braccio perso nella zuppiera! Poi ho cominciato a fare cose dove per fortuna avevo parti più interessanti: in Marrakech Express sono un padre di famiglia normale, poi Mediterraneo e lì il viaggio…, e poi il teatro, “Il giardino di ciliegi” poi improvvisamente il viaggio e anche questa esperienza strana della scrittura.

Io non ho mai scritto, non avevo mai pensato di scrivere, perché c’è mio padre, mia zia (Camilla, n.d.r.), c’è tutta una famiglia di intellettuali, di scrittori, di persone molto intelligenti e quindi pensavo fosse giusto che facessero loro quel lavoro, io avevo i miei spettacoli drammatici o comici, usavo il mio corpo, usavo la mia voce che intanto si allenava ad esprimere le varie forme diverse con cui si esprime un attore, finché, ad un certo punto, forse attirato dalle montagne, quindi ancora una volta da mio padre, dagli antenati valtellinesi, mi sono reso conto che in Nepal, ma quasi in tutti i viaggi, che scrivevo continuamente, diventavo un grafomane, riempivo quaderni e quaderni di impressioni come se facessi un acquerello di quello che vedo, non solo del paesaggio, ma delle persone, dei mercati, delle cose che non capisci, delle riflessioni che ti vengono in viaggio e che invece a Roma o a Milano non ti vengono e a quel punto qualcuno mi ha detto: “Ma perché, visto che sei andato con un fotografo bravissimo, non scrivi?” ed io: “ No, io…”, “ Ma come, se hai scritto delle cose, provaci!”. E da lì, dal Nepal, era il 1996, ho cominciato a dire: “ Sì, perché no? Forse posso anche pagarmi i viaggi così. Forse posso anche rendere i miei viaggi qualcosa, non dico un lavoro, ma qualcosa che mette in moto una parte di me che non ho mai sviluppato” E da lì ho cominciato questa avventura della scrittura che adesso è quasi, non dico uguale, ma parallela all’avventura dell’essere attore, narratore e quindi, forse, devo accettare che la scrittura è diventata parte della mia vita.

[torna indietro]


I più recenti

Simonetta Agnello Hornby
Hoda Barakat
Salwa Al Neimi
Erri De Luca
Silvia Pérez-Vitoria
Hugh Thomas
Chimamanda Ngozi Adichie
Eduardo Galeano
Nicole Krauss
Bernardo Atxaga
Enzo Bianchi
Eric-Emmanuel Schmitt
Jonathan Safran Foer
Mehmet Yashin
scrivi alla redazione | credits