2006, Roma
Giuseppe
Cederna:la febbre del viaggio
L'intervista di Luciano Minerva
Nella preparazione dei suoi viaggi
ci sono molte domande. Gli appunti che poi prende sul taccuino
di viaggio sono poi altre
domande o la risposta a quelle da cui è partito?
Leggendo gli appunti del taccuino di viaggio, se il viaggio è cresciuto
bene o è diventato, come spesso capita, una persona propria,
una creatura indipendente, scopri che il valore del viaggio è dato
proprio dalle domande che ti poni. Il viaggio è proprio
come un figlio, una creatura, e proprio come un figlio tu puoi
fare molte cose per lui ma naturalmente non tutte. Puoi sperare
che cresca, che ami le cose che ti piacciono, puoi metterlo in
condizioni di camminare con le sue gambe ma dopo egli naturalmente
parte. Penso che prima di un viaggio, in base all’esperienza
che ho avuto, noi facciamo solo il concepimento, troviamo una
meta e quello è. Cominciamo a fare domande a chi è stato
in quel posto, a fare questa ricerca del maestro di viaggio,
forse di un padre e di una madre che lo faranno nascere ma il
viaggio cresce in questo concepimento dentro di noi molto prima
di essere già viaggio, molto prima di essere già in
un altro paese, molto prima di partire. A volte si parte e si
concepisce il viaggio con la frase di un libro, con il nome di
una carta geografica, con il nome strano di una lingua sconosciuta
di un altro paese. Quel nome si chiarirà, come è successo
a me in India, durante il viaggio. Il nome rimarrà misterioso
ma prenderà vita, diventerà persona, luoghi, esperienza
in carne ed ossa e l’esperienza ti cambierà completamente.
A quel punto capirai che il viaggio che tu volevi fare è quello.
Te lo troverai di fronte e sarà sicuramente diverso. Questo
non vuol dire che tutte le ansie che noi abbiamo, probabilmente
molte delle domande che noi facciamo nascono dall’ansia
di voler sapere, di voler controllare dove andiamo, a che ora
arriviamo, cosa facciamo e che strada prendiamo, se andiamo a
destra o a sinistra, se è più bello vedere quello
o questo, come conosceremo una determinata cosa nel posto in
cui ci rechiamo. A un certo punto capisci che tutte queste cose
sono solo ansia, paura e quindi devi accettare il fatto che ad
un certo punto seguirai il viaggio e se sei fortunato, se sei
coraggioso e se il dio del viaggio ti aiuta, il viaggio sarà comunque
bello, sarà interessante, ti darà delle lezioni
e ti porrà di fronte a domande importanti: quelle domande
ti parleranno di te e del mondo.
Il viaggio è proprio una costante delle sue rappresentazioni
cinematografiche, teatrali. In che misura si sente costantemente
viaggiatore e cosa le hanno lasciato gli altri viaggi che ha
fatto da Marrakech Express, a Mediterraneo agli altri.
Innanzitutto
mi lascia un grande stupore e una meraviglia il vedere come la
vita di una persona sia collegata tra sé,
sia indipendente dalla nostra volontà, guidata da incontri,
da letture, da una passione ma non solo. Infatti io comincio
adesso a riflettere naturalmente su questi viaggi, su queste
esperienze e vedo un filo e questo filo è quello che
io cerco di raccontare nei miei spettacoli, nelle mie serate
di questo strano teatro fatto di passione e quindi di esperienze
reali ma anche di amori letterari: mi rendo conto che oltre
a maestri di viaggio in carne ed ossa ce ne sono alcuni che
non ho mai conosciuto e che sono scrittori importantissimi
che, sì, ho un grande piacere di conoscere e di dirgli: “Guarda
che grazie a te io sono stato a Santiago De Compostela, non
solo, grazie a te ho capito come muovermi, come viaggiare,
trarre piacere dalle cose che piacevano a te, come viaggiare
con i libri per esempio”. C’è il mio grande
amore per Cees Nooteboom, per il suo libro “Verso Santiago” e
altri libri, perché lui incarna la passione di trovare,
di capire che il viaggio è la deviazione della deviazione
della deviazione, una deviazione guidata anche da qualcosa
che sono le letture, la curiosità, le domande che poni.
Cees Noooteboom è un viaggiatore pesante, si porta dei
libri nel sacco. E ha, e ti trasmette, questo stupore di vedere.
Il primo viaggio legato al film “Marrakech Express” è stato
molto bello: per la prima volta era un viaggio con un gruppo
di amici che doveva lavorare, che interpretava dei personaggi
che sentivano e in cui molta gente si ritrova perché sono
dei personaggi veri, che fanno parte del nostro immaginario,
dell’immaginario di come eravamo una volta, l’amicizia,
il muoversi sulla strada. Io guardavo quel mondo, mi rendevo
conto che era un mondo interessante, che cambiava, ma non capivo
niente. Appena arrivati davanti al deserto, in questa ricerca
dell’acqua ero spaesato. Poi ho capito com’é veramente
il ciclo dell’acqua nel deserto e i nostri amici marocchini
sono morti dal ridere nel vedere l’acqua che veniva fuori
dalla terra come un geyser. Non esiste, non c’è nessun
serbatoio ad alta pressione nel quale tu fai un buco e schizza
l’acqua.
Dopo ho avuto la fortuna di viaggiare con un vero maestro di
viaggi, un vero esperto di Islam, di zone aride, di oasi, Pietro
Laureano, e sono andato con lui nello Yemen e in Algeria, in
tanti posti dell’Algeria, a seguire il corso dell’acqua,
per vedere come funziona un’oasi. L’acqua viene captata
attraverso il lavoro dell’uomo ma non ci sono rubinetti,
non ci sono laghi, non ci sono pompe che la tirino fuori, il
ciclo dell’acqua di un’oasi è quasi magico.
Ma in realtà presuppone una conoscenza profondissima dell’ambiente,
di un ambiente così ostile come sono le oasi. Questo mi
ha fatto capire per la prima volta il senso di un viaggio, che
non è solo il vedere e dire “Che bello!”,
ma avere la consapevolezza che dietro il viaggio c’è preparazione,
studio, storia, geografia, geologia, c’è una possibilità di
aprirsi la testa, di leggere, di scoprire piano piano cose di
cui non avevi assolutamente idea. Lì ho capito che non
avevamo capito niente su Marrakech Express ma era stato l’inizio,
mi aveva aperto nel cuore la voglia anche di rimanere solo così.
Certo, lo stupore è la prima chiave per avere il coraggio
di viaggiare poi, secondo me, dobbiamo trovare non solo maestri
di viaggio ma persone e amici sul posto che parlano la lingua.
Poi c’è il discorso dell’umiltà del
viaggiare. Il viaggio è una grandissima scuola di abbattimento
dell’ego e dell’apertura verso gli altri, verso l’ascolto,
verso il capire che ciò che vedi la prima volta non è niente,
perchè hai otto, dieci, quindici veli. E’ importante
perché quello sguardo che ti apre il viaggio sta parlando
a te e quindi ti permette di capire, ti permette di aprire delle
porte: qualcuno ti leverà dei veli. Non parliamo poi dell’India;
prima di dire qualcosa sull’India uno dovrebbe averci forse
vissuto, aver imparato la lingua e aver conosciuto molte persone.
Quando tu arrivi in India sei spaventato e meravigliato allo
stesso tempo e questo dovrebbe bastarti, a meno che tu non sia
un grande esperto. Tra l’altro il viaggio è anche
una cartina di tornasole della stupidità umana, perché siamo
portati a dire la prima cosa che ci viene in mente pensando che
la naturalezza del sentimento sia sufficiente a farcene parlare.
Invece è necessario leggere, guardare, ascoltare, restare
in silenzio e poi il viaggio ci parlerà perché … spesso
lo fa..
I sogni e suo padre sono molto presenti nei suoi taccuini
di viaggio. Allora il viaggio non è solo quello che si
vede fuori, ma è anche quello che si vede dentro?
Il
viaggio lo diventa ed è per questo che a noi piace
tanto viaggiare, non è solamente andare in un posto a
rilassarsi lontano dal lavoro, dalle angosce quotidiane, dalle
telefonate. E’ anche il fatto che certe volte ti sembra
che più vai lontano più entri dentro te stesso,
più vai in un posto sconosciuto dove perdi il controllo,
alcune certezze, solidità, più - ma è una
cosa quasi religiosa - sei a contatto con qualcosa di profondo
che nella tua vita normale, a casa, insegui e perdi continuamente
di vista. E’ successo in questo viaggio in India: me ne
ero accorto vivendo l’esperienza, ma me ne sono accorto
ancora di più dopo, scrivendola, e questo è il
bello del lavoro teatrale, cinematografico e della scrittura,
perchè quando rielabori l’esperienza ne capisci
il senso profondo. Arrivato a Gangotri, l’ultimo villaggio
prima di andare alle sorgenti - siamo arrivati in un momento
in cui Gangotri era completamente deserto, e solitamente è un
posto dove ci sono migliaia di pellegrini da maggio ad agosto;
noi ci siamo andati a novembre, prima della grande neve e del
freddo ed era completamente deserto: c’era la presenza
del pellegrinaggio e del sacro e questa era proprio nell’assenza
dell’uomo. C’erano fuochi rivoltati, cartacce, rifugi
per pellegrini completamente chiusi, ma l’acqua continuava
a scorrere, il profumo dei cedri era nell’aria. Improvvisamente
di sera, prima di andare a letto, vedo un fuoco e dico: “Ma
come? Qui sembra completamente deserto, chi è ha acceso
quel fuoco? Vedo come un punto di brace laggiù”.
E la nostra guida dice:“Sono i Sadhu, gli ultimi rimasti,
sono i guardiani del villaggio. Forse domani li incontreremo,
forse non li vedremo”.
La mattina dopo, prima di partire, abbiamo fatto un giro per
il villaggio, si percepiva la presenza nell’assenza ed
era come stare in un posto abitato dagli uomini e da Dio, perché loro
avevano lasciato i segni delle cerimonie e ne avvertivamo l’energia,
un’energia sacra. A un certo punto entriamo in un piccolo
villaggio dei sette nani, casette piccole dove d’estate
vivono i Sadhu e intorno alle quali ho fatto un inventario degli
oggetti che c’erano, scrivendoli nel mio quaderno: una
sveglia funzionante- strano, funzionante!- a forma di fungo dei
nani, una pigna messa di qua, un tavolino da campeggio funzionante.
Stavo facendo proprio un inventario di questo strano mondo quando
da una di queste casette microscopiche si apre una porticina,
esce fuori, un po’ piegato, un bellissimo uomo con la faccia
magra, patita, un Sadhu, capelli biondi, mi guarda come se l’avessi
disturbato dalla meditazione, mi guarda negli occhi e mi dice: “What
are you looking for” e questo voleva dire: “Cosa
posso fare per voi? Cosa state cercando? Cosa volete?”.
Io sono rimasto lì con una faccia da ebete e ho indicato
le montagne e forse ho fatto un bel gesto per dire: “Ho
puntato verso l’alto” e lui ha detto: “Go ahead”.
In seguito, scrivendo, ho capito che quella era la domanda di
tutti i viaggi ma di quel viaggio in particolare. “Cosa
stai cercando alle sorgenti del Gange? Perché sei venuto?
Cosa cerchi nel tuo viaggio più grande?”
E questa domanda bisogna lasciarla aperta.
Naturalmente in questo viaggio, tornando all’idea secondo
la quale si può raggiungere se stessi in vari modi, uno
dei modi per farlo è il sogno. E in questo in viaggio
in India, alle sorgenti, ho sognato molto mio padre che al tempo
del viaggio era morto da due anni. Mi è apparso chiaramente,
mi ha parlato, mi è apparso proprio lì tra le montagne,
mio padre che non ha mai camminato in montagna, che amava la
natura ma scriveva tutto il giorno. Era strano che fosse lì,
eppure camminava, seguiva il mio viaggio tappa per tappa e sembrava
che alla fine mi passasse questo suo braccio secco che si staccava
e io lo vedevo sanguinante, con una veste bianca da saggio indù e
cadeva perché non era adatto a quel mondo, si feriva ma
poi continuava a camminare e io gli correvo dietro cercando di
chiedergli qualcosa e lui si teneva questo braccio che si staccava
come un pezzo di legno, me lo dava in mano e io dicevo: “Devo
parlargli, devo dirgli qualcosa?”. Anche lì avevo
capito, ma dopo l’ho capito ancora meglio, che questo viaggio
mi stava dicendo delle cose importanti, stava parlando a me.
Eravamo andati a fare un pellegrinaggio da turisti perché,
diciamo la verità, quando uno viaggia è sempre,
purtroppo, un turista, o, al massimo diciamo di essere turisti-viaggiatori,
che ci sembra “più figo”. Così in quel
caso noi ci immergemmo nelle acque del Gange giovane, imitando
una cultura che non ci appartiene ma che in quel momento ci era
amica, ed era molto bello. Poi parlando con la nostra guida,
con le persone che ci hanno accompagnato nel viaggio, abbiamo
capito meglio l’importanza dell’acqua in India, della
sua energia. I fiumi hanno un corpo, sono delle dee, sono dee
madri, sono forti, sono potenti, hanno compassione. I giovani
ragazzi o le persone anziane vanno nel fiume, hanno un rapporto
quotidiano con esso, ci si lavano e in qualche modo chiedono
e pregano e ringraziano. Si va per la vita e per la morte. Alla
fine di questo viaggio tra le montagne verso le sorgenti e alle
confluenze di queste acque, eravamo dei semplici, sinceri turisti.
Stavamo tornando verso New Dehli, eravamo ancora nelle colline
e io ho telefonato a casa, a mia madre per sapere come stava
e per un caso fortuito l’ho trovata, era come un terno
a lotto riuscire a trovare il filo che ti connette alla casa
così lontana. Ho sentito la voce di mia madre, le ho risposto
e mia madre aveva una notizia terribile da darmi e cioè che
una nostra carissima amica, che sarebbe dovuta venire con noi
e che dovevamo incontrare qualche giorno dopo a New Dehli, non
sarebbe più stata con noi perché era tragicamente
morta in un incidente aereo andando in Kosovo a Pristina con
le Nazioni Unite. Improvvisamente questo viaggio ci ha trasformato,
ha cambiato di segno, completamente. Ci ha trasformato in pellegrini,
questa è la cosa incredibile. Ancora adesso mentre lo
sto raccontando, nonostante io l’abbia scritto e raccontato
decine, centinaia di volte, mi sorprende e rifletto su come nella
vita l’esperienza possa cambiarti a 360°. Noi ci eravamo
immersi nelle sorgenti, sì, le guide avevano riso di noi,
dicevano: “Guarda questi pazzi che si bagnano nell’acqua
gelata!” e invece poi ci siamo trovati alla confluenza
più sacra del Gange che si chiama Devprajaga, “la
confluenza del Dio”, dove il Gange prende il suo nome,
quindi simbolicamente è importante, a piangere questa
nostra amica e a sentirci fortunati, come ha detto la guida: “Siete
fortunati a trovarvi qui, - ci ha detto - questo è il
posto più importante, più bello dell’India
del Nord, per noi più sacro, per salutare il Mahaprasta,
il grande viaggio, di un’amica”. Voi siete voi, questo
non era solo un viaggio sulle montagne, alle sorgenti, era per
lei, era un viaggio di accompagnamento. Aggiunsero: “Benvenuti
qui, salutatela, se volete fate un rito”. Ci siamo sentiti
in diritto di farlo, senza sentirci stupidi, ci siamo immersi
nell’acqua, due sadhu ci hanno fatto sbattere la testa,
ripetere delle frasi di cui non capivamo il senso se non che
erano delle invocazioni alle dee madri dell’acqua indiana,
e quindi…questo era il grande viaggio.
“
La distruzione della natura in Italia” era un titolo importante
negli anni ’70, per capire quello che stava succedendo
al nostro territorio. Colpisce, leggendo “Il grande viaggio”,
che non è stato più ristampato nessun libro di
suo padre, Antonio Cederna.
Sì, è vero. Finalmente in autunno saranno ristampati
due libri di mio padre che è rimasto molto vivo nella
memoria di un paio di generazioni, di urbanisti, di architetti,
di difensori del paesaggio. Sarà ristampato da Laterza
insieme a uno dei primi libri, che era una raccolta di articoli
dal mondo degli anni ’60 intitolato “I vandali in
casa”.
In seguito sarà ristampato uno studio sull’urbanistica
di Roma, sugli sventramenti durante il fascismo e che si chiama
appunto “Mussolini urbanista”. Una cosa che mi ha
colpito, rileggendo proprio uno degli articoli più belli
di “Vandali in casa” è che mi è sembrato
di scoprire il momento in cui nella vita un giovane uomo scopre
quello che poi andrà a fare, scopre la sua vocazione,
la sua passione, quello che è tutto il suo essere, i suoi
studi, il suo corpo. C’è un articolo nel quale mio
padre racconta che andando sull’Appia antica scopre che
questa meravigliosa città, questa meravigliosa strada
romana, piena di tombe, di monumenti, di stratificazione di storia,
in cui viaggiatori da tutta Europa andavano a Roma, stava diventando
completamente privata: dietro queste file di cipressi si costruivano
case, si usavano pezzi di statua, si depredava: ed egli lo scopre
proprio cadendoci dentro, cadendo in uno scavo. Quest’immagine
di un giovane archeologo, perché quello era mio padre,
che comincia a fare il giornalista ma ancora non è sicuro
di quello che farà, scopre qualcosa che mette insieme
archeologia, passione per il pubblico, quindi una passione civile
fortissima per la storia, l’urbanistica, lo sviluppo delle
città, mi fa pensare…e allora certe volte mi interrogo
anch’io su di me: “Quand’è che è nato
il mio percorso?” Io sono nato come attore, come clown
di strada, ho fatto il primo spettacolo a Piazza Navona, poi
ho cominciato a fare degli spettacoli molto autarchici che parlavano
del nostro rapporto con la realtà…facendo l’attore
puoi parlare di tutto, di quello che ti fa star bene e che ti
fa ridere, ma anche delle tue angosce, delle tue rabbie. Abbiamo
parlato del riflusso, di Fonzie, …delle canne, della parte
maschile e femminile che c’è in un uomo, e poi ho
cominciato a fare piccole parti nei film. Il primo film, grazie
al quale nel mio condominio mi hanno riconosciuto, è stato “Fracchia
contro Dracula” ed io ero felicissimo di aver interpretato
il personaggio di Igor che perdeva sempre le braccia, anche lì un
braccio perso nella zuppiera! Poi ho cominciato a fare cose dove
per fortuna avevo parti più interessanti: in Marrakech
Express sono un padre di famiglia normale, poi Mediterraneo e
lì il viaggio…, e poi il teatro, “Il giardino
di ciliegi” poi improvvisamente il viaggio e anche questa
esperienza strana della scrittura.
Io non ho mai scritto, non avevo mai pensato di scrivere, perché c’è mio
padre, mia zia (Camilla, n.d.r.), c’è tutta una
famiglia di intellettuali, di scrittori, di persone molto intelligenti
e quindi pensavo fosse giusto che facessero loro quel lavoro,
io avevo i miei spettacoli drammatici o comici, usavo il mio
corpo, usavo la mia voce che intanto si allenava ad esprimere
le varie forme diverse con cui si esprime un attore, finché,
ad un certo punto, forse attirato dalle montagne, quindi ancora
una volta da mio padre, dagli antenati valtellinesi, mi sono
reso conto che in Nepal, ma quasi in tutti i viaggi, che scrivevo
continuamente, diventavo un grafomane, riempivo quaderni e quaderni
di impressioni come se facessi un acquerello di quello che vedo,
non solo del paesaggio, ma delle persone, dei mercati, delle
cose che non capisci, delle riflessioni che ti vengono in viaggio
e che invece a Roma o a Milano non ti vengono e a quel punto
qualcuno mi ha detto: “Ma perché, visto che sei
andato con un fotografo bravissimo, non scrivi?” ed io: “ No,
io…”, “ Ma come, se hai scritto delle cose,
provaci!”. E da lì, dal Nepal, era il 1996, ho cominciato
a dire: “ Sì, perché no? Forse posso anche
pagarmi i viaggi così. Forse posso anche rendere i miei
viaggi qualcosa, non dico un lavoro, ma qualcosa che mette in
moto una parte di me che non ho mai sviluppato” E da lì ho
cominciato questa avventura della scrittura che adesso è quasi,
non dico uguale, ma parallela all’avventura dell’essere
attore, narratore e quindi, forse, devo accettare che la scrittura è diventata
parte della mia vita.
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