François
Bizot:
la
memoria dietro il cancello
L'intervista di Luciano Minerva
Quando lei è partito per la Cambogia, a ventisei anni, si sentiva
interamente attratto da quella cultura, come se ne facesse parte. A distanza
di anni, e sulla base di un’esperienza unica, scrive:
“
Non potevo fare nulla per colmare il fossato che si era creato storicamente
tra noi. Mi trovavo dall’altra parte, ero in primo luogo uno straniero
socialmente dominante”. Come si fa oggi, secondo lei, in un mondo pieno
di relazioni tra stranieri, ad avvicinare, a colmare queste distanze tra le
culture?
Sono arrivato in Cambogia davvero come uno straniero, con il
profondo desiderio di non essere uno straniero. Non sono sicuro
di essere mai riuscito a farlo. Credo che noi siamo radicati
in una cultura, forse in modo definitivo, soprattutto quando
si tratta di culture tanto differenti quanto quelle della Cambogia,
nel Sudest asiatico, e della Francia.
Comunque, penso di essere riuscito nell’aspetto essenziale
di questo cammino verso l’ identificazione con l’altro,
per la buona ragione che mi ero già sentito trasportato,
fin dal mio arrivo, dal desiderio di assomigliare ai khmer. I
khmer sono stati i miei primi modelli: è stata la prima
volta che vedevo delle persone alle quali avevo voglia di assomigliare.
Ho compreso però che, forse, per farmi comprendere, per
poterli meglio comprendere, non bisognava tentare un’imitazione
grottesca o un’assimilazione impossibile. Occorreva piuttosto
restare se stessi, vederli come erano, attraverso i miei propri
occhi, ma cercare di mettermi nel loro sguardo. E credo che facendo
questo si vada al centro delle cose, e forse così non è più il
khmer ad esprimersi, non è più il francese, ma
l’uomo, in quello che abbiamo di comune.
Lei racconta dell’assedio dell’ambasciata francese
in Cambogia. Da un lato si rifugiano molti cambogiani, dall’altro
arrivano tutti gli altri stranieri con passaporto per cercare
rifugio dai khmer rossi. Ma il “territorio neutro” dell’ambasciata
non serve a salvare tutti. In questo come in altri casi della
storia contemporanea lo straniero viene chiuso, assediato dietro
i cancelli. Cosa c’è di comune in questi casi?
Non posso pensare che ad una sola risposta, ad una sola parola: è il
tradimento. Credo che, in questo tipo di conflitto, ci sono quelli
che credono, che mettono la loro fede, la loro speranza in un
campo e poi quando questo campo è attaccato o è messo
in difficoltà, i suoi fedeli si trovano in pericolo e
lì legittimamente chiedono asilo ai loro amici, che sono
diventati i loro protettori. E si sa che né i francesi,
né gli americani hanno mai mantenuto o potuto mantenere
le loro promesse, a volte con cinismo, a volte con le lacrime
agli occhi. Ma la storia ci mostra che noi tradiamo gli amici.
Lei ha salvato la propria vita e quella di molti altri,
francesi e non, potendo usare la lingua dell’altro. Cosa significa,
per creare un legame con l’altro, conoscere la lingua
e la cultura dell’altro?
La lingua è importante, ma non è la lingua che è importante:
penso che la firma in bianco o la chiave o questa specie di “apriti
Sesamo” che permette di aprire una relazione con l’altro
e che passa attraverso la conoscenza della lingua dell’altro,
va molto più lontana. Non si tratta di apprendere delle
parole, di apprendere dei verbi e di metterli insieme. Parlare
una lingua, in questo caso preciso, a cui lei si riferisce, è sapere
cosa dire: non è conoscere le parole, ma conoscere il
tipo di pensiero e le chiavi che vi permettono di dire “buongiorno”;
in Cambogia non si dice “Buongiorno”, ma si dice,
per esempio” Da dove vieni tu?”. E sono tutte questi
modi di avvicinare e scambiare con l’altro, che mostra
forse davvero la sincerità del cammino. Perché non
possiamo parlare una lingua come il khmer, se non si è vissuto
lungamente già in un villaggio, se non si conosce il nome
degli alberi, se non si conosce il legno con cui sono fatti i
carretti, se non si conoscono i nomi dei pesci dei bacini intorno
ai villaggi. Imparando tutte queste cose della vita quotidiana,
possiamo conoscere il mondo interiore delle persone, comprendere
i loro meccanismi e quando riusciamo a trasmettere alla persona
a cui ci rivolgiamo, questo tipo di comprensione dell’altro,
allora lui vede in noi qualcuno che gli è vicino, e c’è come
una sincerità che si esprime. Se posso aggiungere una
cosa, lei ha detto voi avete detto la lingua come un legame con
l’altro. E’ successo, credo, a Phnom Penh nel 1975
come nel 1971 nel campo dei prigionieri: molto più che
la lingua, sono i silenzi. Ho avuto la fortuna di poter essere
insieme al capo del campo, da cui dipendeva la mia vita, per
molto tempo, senza parlare, ma accanto a lui, come con i responsabili
khmer rossi di Phnom Penh nel 1975, abbiamo, a volte, camminato
insieme nella strada vuota, in questa Phnom Penh deserta, in questa
città di morte, senza dire nulla. E questo silenzio è certamente
il modo di comunicazione più efficace che è donato
a noi, esseri umani, per comunicare con l’altro.
Lei scrive anche che non sa se è più grave l’intervento
armato americano o il completo disinteresse per la cultura cambogiana.
E questo non vale solo in Cambogia e non solo per gli americani.
E' difficile riassumere, in poche frasi, quello che posso provare
riguardo a questo: gli americani erano portatori di un modello
di società, erano portatori di un ideale di libertà e
andando in Vietnam, non andavano alla ricerca dell’altro
o della cultura degli altri: loro andavano lì per portare,
in certo qual modo, la loro cultura. Si parla molto della democrazia:
in effetti la democrazia è anche una cultura. Io credo
che questo intervento si svolge in questa forma violenta, anche
per portare questa cultura, per il bene dell’altro: la
comunicazione fra questi due popoli era molto difficile da stabilire.
Tra la partenza degli americani e il non intervento, è vero
che possiamo porci la questione: sono arrivati, probabilmente
non sarebbero mai dovuti andare laggiù, ma una volta arrivati
se ne sono andati; non sarebbero mai dovuti ripartire, ma allo
stesso tempo non andare là significava esporre il Vietnam
del Sud all’invasione del Vietnam del Nord, e restare lì significava
spezzare tutti i legami con il Vietnam. E allora che fare? Credo
che non ci sia mai una risposta chiara in tutte queste azioni
dell’uomo o quando sono in gioco interessi non detti, interessi
oggettivi che riguardano una nazione.
Lei è partito dalla Cambogia alla ricerca di una teoria
sul buddismo e ha trovato invece l’occasione per una pratica
di tolleranza, di comprensione, di pazienza in forme del tutto
inattese.
Lei è arrivato al senso di questa domanda attraverso
il mio libro. Io non so quello che ho messo in questo libro.
So che quello che ho scritto è qualcosa che è risolto
da me 30-35 anni dopo questi avvenimenti. E devo dire che non
ho utilizzato del tutto la mia memoria per scrivere questo libro.
Ho utilizzato qualcosa che non sapevo esistesse in me. Ed è davvero
attraverso questo meccanismo della scrittura che molto di recente,
attraverso “Il cancello”, ho dovuto rientrare nei
recessi dell’anima, ignorati in questa specie di camera
oscura dove si nascondevano, dove si erano ritirate tutte le
mie informazioni di un certo tipo, al di fuori di tutti i meccanismi
della memoria. E’ successo attraverso le emozioni, gli
odori, attraverso quello che avevo sentito a quell’epoca.
Ed è successo ricreando, ritrovando queste paure, questi
odori, le grida degli uccelli, il terrore dei giovani khmer rossi
che arrivavano al campo per essere giustiziati, questo terrore
che sentivo in loro e che ricevevo in me stesso. E’ ritrovando
queste emozioni che ad esempio ho ricordato con precisione i
discorsi tra me e Dhuc, che mi è tornato alla mente il
tempo, e la cronologia degli eventi. E’ davvero un meccanismo
misterioso quello che mi ha permesso, a mia insaputa, di scrivere
questo libro.
“Dal maggio ’99, quando ho saputo dell’arresto
di Dhuc, vivo con il bisogno imperioso di fare un salto all’indietro,
sull’altro versante del cancello della mia vita che non è mai
stato chiuso definitivamente.” Che distanza c’è tra
il narratore di questa vicenda e il personaggio di questa vicenda
e quanta parte di cancello deve ancora superare?
Tra il momento in cui sono stato prigioniero e il momento in
cui ho scritto questo libro, c’è stato uno spazio
nella mia vita in cui sono stato un uomo che non sono più.
Questo libro mi ha strappato dei meccanismi, delle osservazioni,
dei punti di vista su di me e sugli altri e su tutto quello che
mi abita che io ignoravo e questo è stato davvero uno
strappo di qualche cosa e direi che adesso la persona che è in
questo libro e l’autore che l’ha scritto e io stesso
adesso sono differenti. Io sono diventato un uomo … direi
triste. Sono abitato da molta disillusione, non credo più nell’uomo,
e ho l’impressione di dover temere l’uomo e me stesso,
ma nello stesso tempo, poiché sono un essere umano, sono
convinto di arrivare bene o male a vivere con questa disillusione.
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