2004, Torino
John
Berger: lo sguardo dietro le parole
Intervista di Luciano Minerva
Non ho mai conosciuto nessuno capace di tanta attenzione,
e, nello stare
attento, di tanta intensità. A tutti, e a tutto, John Berger dedica una
capacità di ascolto che si manifesta non solo negli occhi, ma in tutto
il viso e, ancora più in là, nell’atteggiamento e nella tensione
del corpo. Se un’antenna ricevente avesse una forma umana, potrebbe essere
rappresentata da lui.
A John Berger Torino, attraverso l’iniziativa di Atrium
a fine maggio 2004, ha dedicato quattro giornate, per farne conoscere
a un pubblico vasto la poliedricità, la capacità di
spaziare in tutte le forme artistiche, da quella narrativa a
quella di sceneggiatore cinematografico, critico, pittore e disegnatore.
L’hanno circondato di amici di vari paesi, di esperti e
di conoscitori della sua opera, di sinceri ammiratori, e l’hanno
impegnato in un calendario fin troppo fitto, ogni giorno, dalla
mattina presto alla sera tardi. L’ho seguito per un giorno
e mezzo e non l’ho mai visto distratto, neppure per un
attimo. In quattro ore di lezioni, interventi e dibattito alla
scuola Holden, quella che Alessandro Baricco ha creato per dar
senso e corpo alla formazione e al lavoro di scrittore, è riuscito
a seguire ogni parola di chiunque intervenisse, trovando nei
discorsi e nelle domande di ciascuno elementi di interesse e
di utilità generale.
I titoli di alcuni dei suoi libri richiamano con insistenza
il tema dello sguardo: Modi di vedere, Questione di sguardi,
Sul guardare. Lo sguardo suo, quello della persona John Berger, è sempre
diretto agli occhi e alla figura di chi parla, come volesse scavare
dentro e andare al di là delle parole, penetrarne il senso,
comprendere in profondo chi comunica con lui. Ciascuno, qualunque
età, grado di cultura, capacità di espressione
abbia, merita per lui lo stesso ascolto intenso, senza quelle
ombre di giudizio, di valutazione, di disinteresse che spesso
offuscano la comunicazione e che dà all’ascoltatore
il senso del rispetto che si può avere per ogni persona.
Così si comprende come possa vivere in un piccolo paese
delle Alpi francesi e ricavare da lì storie di vita degne
di essere raccontate. Lo guardavo, seduto a quel tavolo del Museo
del cinema a Torino, a mezzanotte inoltrata, e poi alla cattedra
dell’Holden, ne ammiravo la capacità di attenzione
e mi tornavano alla mente tanti politici, professori, scienziati,
letterati nelle stesse situazioni: attenti e magnetici quando è il
loro turno, o quando parlano i pochi amici o avversari che essi
stimano al proprio livello, e poi persi con lo sguardo nel vuoto
o nei chiacchiericci da tavolo della presidenza, nella scrittura
autistica o nella lettura dei giornali quando è il turno
degli altri.
Anche lui ogni tanto guarda nel vuoto, ma solo quando a parlare
tocca a lui, e lo fa per cercare da qualche parte nello spazio
intorno a sé le parole più giuste, per ascoltare
ancora l’eco dell’altro e per trovare dentro di sé il
modo di esprimersi e farsi capire al meglio. Per nulla turbato
dal silenzio, o dall’esitazione, o dal mostrare quella
ricerca e quella fatica del discorso, di cui parla anche nell'intervista.
«Sei una buona passeggera, è il minimo che si possa
dire. Perché ce ne sono di cattive? Molte. Non si fidano
del guidatore. Non si può andare in moto se non ci si
lascia andare». E’ un brano da un racconto di Fotocopie.
E qui a Torino c’è una mostra di suoi disegni con
questo solo tema. Cosa rappresenta per lei disegnare le moto?
E' anche questo un lasciarsi andare?
E' difficile spiegarlo perché le passioni sono inesplicabili.
Ho la passione della moto da quando avevo diciotto anni e ce
l'ho ancora. Il problema non è tanto guidare una moto,
ma è il passeggero che sta dietro di te. E' qualcosa di
molto speciale perché la sua vita è davvero nelle
tue mani e questo produce non un vero senso di responsabilità,
ma una specie di senso di unità. Il fatto è che
l'unità è composta idealmente da quattro elementi:
il passeggero, la moto, la strada e te. E' un quartetto.
E che cosa ricerca nel disegnarla?
Non so veramente. E' una risposta che deve dare chi guarda. Sono
venuto in questa galleria e queste immagini, che non ho mai
visto prima su una parete (le ho viste solo mentre li dipingevo),
eccole qui. Le guardo in questa situazione e sono del tutto
sorpreso. Ne sono sorpreso anche se le ho fatte io. In qualche
modo ho la sensazione che non mi appartengano, appartengono
all'esperienza di guidare una moto. Ci si possono riconoscere
moltissime esperienze di motociclisti, ed è un'esperienza
che è insieme molto fisica e molto metafisica, perché la
morte è sempre presente, e c'è anche una questione
di volontà, perché la cosa straordinaria è che
qui c'è la connessione tra il tuo guardare mentre disegni
e guardare mentre guidi. Perché quando guidi tu vai,
e tutta la macchina va, dove tu guardi. Se guardi qualcosa
che vuoi evitare, la prendi, se guardi oltre la eviti.
Lei racconta storie minime, di gente comune. Ma poi
queste storie non sono più minime quando riesce a farle
vedere. In Una volta in Europa la donna che racconta lo fa
da un deltaplano,
da tremila metri di altezza. Quanto ha bisogno, per le sue storie,
di una visione panoramica, aerea delle cose?
A me sembra che ogni storia che riguarda una vita non sia una
piccola storia, non esistono piccole storie in quel senso. Quando
provi a raccontare una storia devi fare contemporaneamente due
cose, ed è quasi una contraddizione: perché devi
avvicinarti il più possibile all'esperienza vissuta di
quella storia, arrivarle molto vicino e nello stesso tempo devi
cercare di mettere questa storia non sotto il cielo, ma in tutta
la storia delle storie, e la storia umana comincia con le storie.
Così in tutti i racconti è necessario avere questa
visione da vicino e la visione panoramica. In questa storia particolare
che lei ha citato, il racconto da un deltaplano ha reso più facile
la scrittura: e questo è un caso che non avevo per nulla
programmato, perché si tratta di una vecchia contadina,
che conoscevo molto bene, con il suo gregge e le sue mucche.
Ma un giorno un deltaplanista le ha chiesto per gioco: «Quando
vieni con me?» E con sua enorme sorpresa lei gli ha detto «Quando?» «Quando
vuole.» «Oggi.» Lei non aveva mai preso un
aereo, non aveva mai lasciato la terra, andò con lui,
trovò quest'esperienza favolosa e la ripetè due
o tre volte. Aveva quasi settant'anni, con le sue capre, le sue
oche e le sue mucche e fu lei a raccontarmi la storia, e quando
me la raccontò ho detto subito: ecco! L'ideale per raccontare
la grande storia della sua vita: stare appesa a un deltaplano.
«Avrei preferito tornarmene all'aria aperta ma volevo
che lui non si dimenticasse immediatamente di me. E così ho
cominciato a raccontargli una storia che riguardava mia nonna.» E’ uno
dei tanti modi con cui lei introduce un suo racconto. Come nasce
una storia, nella mente del narratore?»
Credo che le storie comincino spesso in un modo del tutto inatteso.
Quando le storie sono scritte hanno un certo sapore. Ma spesso
quando cominciano sono contraddittorie o sorprendenti. Per esempio,
pochi giorni fa, come succede a chiunque altro, stavo leggendo
la storia di quello che è successo a Rafa, in Palestina,
nei campi di rifugiati con le case abbattute... abbattute...
abbattute. E allora mi è venuta in mente questa immagine,
questa volta non stavo scrivendo, ma stavo disegnando, ma l'immagine
che le voglio mostrare nell'ascoltare questa notizia probabilmente
non è quella che si aspetta (Apre il foglio con il disegno
con un fiore). Lei potrebbe dire... 'ah, lei ha scelto di dipingere
un fiore perché questa è una consolazione per l'orrore
a cui stava pensando', ma le cose vanno in modo diverso. Voglio
dire: una settimana prima, ero a Bologna dove stavo facendo un
disegno di una scultura del XV secolo di Maria Maddalena, quando
vede per la prima volta il corpo morto di Cristo. (Apre un altro
foglio con il disegno di Maria Maddalena). E mentre disegnavo
questo, pensavo alle donne e alle famiglie di Gaza: scultura
del XV secolo... e io penso a Gaza. Gaza... quando ci pensavo,
pensavo a questo. E’ questo tipo di miscela che si crea
nell'immaginazione, che determina l'inizio di un racconto.
Quindi la storia è l'insieme inatteso di due
elementi?
Sì perché questa imprevedibilità... viene
dalla vita. In realtà tutte le storie parlano dell'inatteso
e di come dargli un senso.
Così, mostrandoci questi disegni, lei ci ha detto perché,
come storyteller, che usa vari strumenti, anche senza la parola
o prima della parola. Lei scrive: «E' stato lì a
scuola che ho imparato a guardare alle parole come una cosa scritta
sulla lavagna.» Le parole sono solo una piccola parte del
racconto? E quando arriva la parola scritta?
Provo a rispondere. La lotta per trovare il modo di raccontare
una storia è, naturalmente, una lotta con le parole. Ci
sono scrittori che non hanno questo problema, le parole li aiutano.
Ci sono altri scrittori, come me, che devono combattere con le
parole. Lottano con loro, un po' come i diavoli con gli angeli.
Ma è molto curioso perché tu fai questo ma nello
stesso tempo qualcosa da qualche parte, la totalità del
linguaggio con cui stai scrivendo, questa lingua madre, che è un
grandissimo continente senza fine, è accanto a te. Ne
sei cosciente, ma la lotta è per trovare il modo che può interferire
di meno con l'esperienza che viene descritta. E' un po' come
il principio di indeterminazione di Heisenberg. Perché l'osservatore
dell’esperimento molto spesso modifica le condizioni, crea
un disturbo sull’esperimento stesso. E lo stesso accade
per la scrittura: le parole possono davvero interferire con la
verità dell'esperienza. E la lotta è per trovare
parole che generino il minimo di interferenza: se è così le
parole saranno accolte con la massima ospitalità dal lettore.
Cos'ha provato nel suo villaggio in montagna a vedere per la
prima volta l'immagine delle torture in Iraq?
Prima di tutto... forse devo fare una piccola correzione. Per
tanti anni ho avuto molti amici in Cile, compreso ad esempio
il poeta Ariel Dorfman che scrisse una serie di poesie sulla
tortura, e io fui uno dei primi a presentarle in Europa. I cileni
che torturarono i loro stessi concittadini furono istruiti almeno
in parte dall'intelligence americana. Ho un amico turco che mi
ha parlato molto della tortura. Avevo un amico che aveva fatto
dei disegni sulla tortura, ora è morto. Il modo in cui
sono state presentate le fotografie delle torture in Iraq è stato
ovviamente incredibilmente choccante per me come per chiunque
altro. Ma non è stata una rivelazione totale. E credo
che oggi, proprio in questo momento, sebbene pensi realmente
a che cosa queste immagini significhino e a come ci colpiscano, è anche
incredibilmente importante ricordare che queste cose accadono.
Dobbiamo porci la domanda: chi è il responsabile, quanto
siamo responsabili noi stessi e dove sono le responsabilità,
quando accade tutto questo? Questa mi sembra una domanda molto
più importante che la nostra reazione all'orrore.
La prigione è uno dei temi che lei tratta più volte.
E' stato in numerose carceri a raccontare storie e sentire raccontare
storie. Cita il poeta turco Nazim Hikmet, per cui la prigione
era un punto piccolo da cui si poteva evadere con la poesia.
Come può permettere il racconto di uscire, di fuggire
dalla prigione?
Questa è una domanda che deve fare ai prigionieri, non
a me. Ma quello che l’ascolto di una storia fa o può fare è cambiare
l'unità su cui si misura il nostro tempo. Una delle cose
più dure per un prigioniero è il controllo sul
suo tempo, minuto per minuto o ora per ora; questo controllo
può penetrare davvero nell'immaginazione e nello spirito
del prigioniero. Una storia è una liberazione da questo,
può essere una liberazione. C'è un film, Il bacio
della donna ragno, che riguarda proprio la sua domanda e che
dimostra in un modo incredibilmente vivido e convincente cosa
succede a una storia in prigione. Un'altra cosa che è incredibilmente
dura nella vita in prigione è la mancanza di privacy,
perché tutte le prigioni nel mondo sono sovraffollate,
alcune più di altre. E una storia non cambia solo il tempo
ma può anche creare uno spazio privato. O, come nel film
di cui dicevo, si può anche creare uno spazio di due o
tre persone. Molto spesso in prigione, un prigioniero bravo nel
raccontare storie e che magari non è capace di fare molto
altro, ottiene una specie di condizione privilegiata, solo perché sa
raccontare storie, che possono essere condivise.
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