2006, Mantova
Tahar
Ben Jelloun: figli della cultura orale
Intervista di Luciano Minerva
Incontriamo Tahar Ben Jelloun a Mantova, la mattina dopo l’incontro
col pubblico del Festivaletteratura. E’ come se proseguisse
il dialogo-intervista iniziato la sera prima. I temi si intrecciano
e si approfondiscono. A partire da qualche notazione in più sull’ultimo
libro “Mia madre, la mia bambina”, pubblicato in
Italia prima ancora che in Francia, dato alle stampe dopo un
lungo lavorio interiore e l’elaborazione della malattia
e del lutto. Nel ricostruire e reinventare una storia di vita
così intrecciata alla propria, Tahar Ben Jelloun torna
a ripetere più volte un concetto cui tiene molto: “Mia
madre era analfabeta, ma non era un incolta”, quasi per
contestare in profondo un luogo comune della cultura occidentale,
che è stato anche alla base del colonialismo: che senza
alfabetizzazione non possa esistere cultura.
Lei, come altri della sua generazione, ad esempio Fatema Mernissi,
vi sentite una generazione di passaggio da una cultura che era
solo orale e che voi state trasformando in cultura scritta?
Siamo una generazione le cui madri non hanno avuto accesso alla
scuola. Sono scrittori come Mohamed Choukri, Abdellatif Laabi,
Mohamed Khair-Eddine, Fouad Laroui. Ma avevano, come la madre
di Fatema Mernissi, la propria cultura. E la cultura non è solamente
scrittura, la cultura è anche l’intelligenza sociale,
l’intelligenza umana, il modo di comportarsi con la gente,
il modo di trasmettere la morale, i valori morali ai propri figli,
ecc. Dunque, evidentemente, mia madre non conosceva Shakespeare,
ma conosceva il valore dell’essere umano, conosceva il
valore della libertà, tutti i temi trattati da Shakespeare
o Dante o Goethe: ebbene mia madre li conosceva senza saperlo. È questo
che voglio dire. Mia madre aveva una cultura sua propria, che
era una cultura innata, orale certamente, ma ben radicata. Non
era capace di parlarle della poesia surrealista…non sapeva
cosa fosse, ma nel suo linguaggio, nel suo modo di parlare del
mondo, mostrava a volte una poesia che poteva essere surrealista.
Sua madre era molto interessata al suo lavoro di scrittore,
non solo per orgoglio materno, ma anche per sapere come traduceva
in libri le storie del suo ambiente.
Avevo un rapporto abbastanza forte con mia madre, per l’amore
filiale che è importate e perla fiducia che avevo in lei.
La gente le diceva “Abbiamo visto tuo figlio”, vedeva
in televisione che facevo lo scrittore e che ero nei media. Ma
al tempo stesso mi chiedeva “di cosa parla il tuo libro?”.
E allora cominciavo a raccontarle un po’: “È la
storia di questo, di quello”. E si metteva sempre a ridere.
Mi diceva “Non è andata così”. Allora
rettificava sempre gli eventi di cui le parlavo. Ma c’era
un rapporto abbastanza ludico, di gioco, si giocava un po’ tra
la letteratura e qualcuno che non è andato a scuola. È molto
interessante come rapporto. La cosa interessante nella mia esperienza è che
la mia cultura orale era molto scarna, molto povera. Ascoltavo
intorno a me delle storie, la mia vecchia zia mi ha raccontato
delle storie de “Le mille e una notte”, che ho letto
più tardi, che ho scoperto dopo. Ma il mio lavoro non è affatto
un lavoro sulla letteratura orale. È il contrario, è molto ‘scritto’.
E io dovevo assolutamente agire diversamente dagli altri, cioè avevo
bisogno di scrivere, di comporre delle frasi e di fare, come
uno scrittore, un lavoro sulla lingua, sulle parole e sulla sintassi,
per offrire una lettura di qualità.
Ho sofferto molto all’inizio, scrivendo, perché non
veniva da sé, non era facile. Bisognava diffidare della
facilità di linguaggio. E curiosamente, col tempo, nel
libro “Mia madre, la mia bambina”, ho scritto molti
passi che sono dei veri testi orali, perché parla mia
madre, e non parla come uno scrittore, parla come una madre analfabeta;
dunque c’è necessariamente oralità, ma un’oralità molto
controllata, molto ‘scritta’.
E nello stesso tempo c’è un altro tipo di
scrittura con cui si cimenta: quella delle mail e del linguaggio
giovanile.
Che effetto le ha fatto passare da una scrittura estremamente
elaborata a quella informale, rapida delle mail.
E’ questo il lavoro di scrittore. La gente dice “lavori” e
pensa che io stia lì a sedere e le cose cadano dal cielo. È questo
il mio lavoro: cercare e trovare lo stile adeguato per un determinato
argomento. È evidente che, quando ho deciso di immaginare
questa corrispondenza per e-mail tra due adolescenti (una di
Bologna e l’altra di Parigi), dovessi mettermi nei panni
di una ragazza di diciassette-diciotto anni, parlare come lei
e soprattutto parlare di cose di cui lei parla nella vita. Dunque
vedevo un po’ come parlano nella vita e mi sono ispirato
al loro modo di parlare. E, ad ogni modo, nello scrivere questo
libro sono stato aiutato da mia figlia.
Quanto incide il suo bisogno e la sua tendenza a scrivere anche
sui giornali, sugli eventi quotidiani, sul suo lavoro di scrittore,
che invece richiede molto isolamento?
Sono molto sensibile a quello che accade nel mondo e il mestiere
di giornalista l’ho praticato all’inizio, perché è vero
che avevo una vocazione di scrittore, ma al tempo stesso avevo
voglia di capire il mondo, di capire le complessità politiche,
soprattutto il Vicino Oriente; dunque andavo sul campo e scrivevo.
E in tal caso è un altro stile, cioè mi dedico
a scrivere perché tutto il mondo possa capirmi. Scrivendo
articoli, ho imparato ad essere molto chiaro e soprattutto molto
rigoroso, a non mentire, a non raccontare qualunque cosa. Dunque
fa parte un po’ della mia educazione. Da qualche tempo
i miei amici della “Repubblica” pretendono di più da
me testi letterari. A loro, cioè, piace che io faccia
un lungo reportage su una città o su un paese e che sia
un testo letterario piuttosto che un testo politico, perché di
politica ne hanno tanta. Effettivamente avevo pubblicato l’anno
scorso un ritratto di Bologna: ho passato qualche giorno a Bologna
e ho fatto una sorta di ritratto della città. Loro mi
chiedono questo genere di testi perché sono testi letterari
ma al tempo stesso di informazione giornalistica.
Nel libro “Mia madre, la mia bambina” ci sono alcuni
brani che riguardano l’atteggiamento “a occhi bassi”,
espressione con cui aveva intitolato un suo romanzo. E’ un’espressione
che indica un rapporto all’interno di una generazione e
tra una generazione e l’altra. Il libro “A occhi
bassi” è incentrato sul rifiuto della nuova generazione
di abbassare gli occhi. Che rapporto c’è tra la
sua generazione e quella successiva, in Marocco, ma anche tra
gli emigrati in Europa?
Credo non sia più il tempo di “con gli occhi bassi”.
I giovani figli di immigrati oggi guardano i genitori negli occhi
e talora sono perfino insolenti, non rispettano sempre i genitori.
Semplicemente perché sono figli a metà europei
e a metà arabi. E penso che il lato europeo abbia preso
il sopravvento su quello arabo. Non è che gli europei
non rispettino i loro genitori, ma diciamo che c’è una
cultura dell’individuo che fa sì che un figlio a
diciassette anni non debba rendere conto ai genitori. Le famiglie
sono divise in Europa, le famiglie non sono più quella
specie di clan uniti. Dunque, le famiglie di immigrati vivono
in Europa, non vivono in Marocco o in Algeria. Necessariamente
le figlie non abbassano più gli occhi, li aprono, li aprono
per liberarsi, emanciparsi (e questo è positivo), ma li
aprono anche in atto di sfida e di confronto col padre. E questo
non va molto bene.
Alcuni anni fa lei ha realizzato un’inchiesta in Italia
sull’assenza dello Stato: “Dove lo Stato non c’è”.
E chiude uno dei suoi racconti con il ruolo della poesia. Un
insegnante di Locri legge una poesia di Caproni in una zona notoriamente
controllata dalla ‘ndrangheta. Vuol dire che la poesia,
la letteratura hanno ancora una potenza in questo mondo?
È un principio, cioè penso che per lottare contro
la mafia, per lottare contro le dittature, per lottare contro
la tortura, occorra instaurare una cultura coi valori umani superiori.
E la poesia è un vettore di questi valori, perché la
poesia non può fondarsi sul male, non può essere
l’apologia del male. I più grandi poeti sono stati
nel fondo dell’animo umano ed hanno trasmesso all’umanità la
bellezza delle cose più semplici e anche la bellezza degli
esseri umani. Dunque la poesia può cambiare una mentalità,
a condizione di impararla alla scuola elementare: bisogna educare
i bambini a partire dalla scuola con la poesia, la cultura, la
bellezza, perché non siano un giorno attirati dal male,
attirati dal crimine, dal furto, dalla corruzione. È una
questione di educazione. Penso che non si possa educare un mafioso
di quarant’anni (per lui è finita), ma oggi un bambino
di cinque-sei anni di Locri, Otranto, Palermo, se ben educato,
ha grandi possibilità di non cadere nel male della mafia,
di non fare la fine dei suoi genitori o dei suoi nonni.
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