21 Maggio 2012 ore 9:26 CET (GMT +01:00)
RAINEWS24.IT - INCONTRI
Prima pagina
Tutti gli autori
Versioni originali
Scrivici

Libri, la rubrica
Rai, i siti culturali

A proposito di Incontri...
In collaborazione con...
Grazie a...

Tutti i file audiovisivi sono codificati a 100 Kbps

2006, Mantova

Tahar Ben Jelloun: figli della cultura orale
Intervista di Luciano Minerva


Incontriamo Tahar Ben Jelloun a Mantova, la mattina dopo l’incontro col pubblico del Festivaletteratura. E’ come se proseguisse il dialogo-intervista iniziato la sera prima. I temi si intrecciano e si approfondiscono. A partire da qualche notazione in più sull’ultimo libro “Mia madre, la mia bambina”, pubblicato in Italia prima ancora che in Francia, dato alle stampe dopo un lungo lavorio interiore e l’elaborazione della malattia e del lutto. Nel ricostruire e reinventare una storia di vita così intrecciata alla propria, Tahar Ben Jelloun torna a ripetere più volte un concetto cui tiene molto: “Mia madre era analfabeta, ma non era un incolta”, quasi per contestare in profondo un luogo comune della cultura occidentale, che è stato anche alla base del colonialismo: che senza alfabetizzazione non possa esistere cultura.

Lei, come altri della sua generazione, ad esempio Fatema Mernissi, vi sentite una generazione di passaggio da una cultura che era solo orale e che voi state trasformando in cultura scritta?

Siamo una generazione le cui madri non hanno avuto accesso alla scuola. Sono scrittori come Mohamed Choukri, Abdellatif Laabi, Mohamed Khair-Eddine, Fouad Laroui. Ma avevano, come la madre di Fatema Mernissi, la propria cultura. E la cultura non è solamente scrittura, la cultura è anche l’intelligenza sociale, l’intelligenza umana, il modo di comportarsi con la gente, il modo di trasmettere la morale, i valori morali ai propri figli, ecc. Dunque, evidentemente, mia madre non conosceva Shakespeare, ma conosceva il valore dell’essere umano, conosceva il valore della libertà, tutti i temi trattati da Shakespeare o Dante o Goethe: ebbene mia madre li conosceva senza saperlo. È questo che voglio dire. Mia madre aveva una cultura sua propria, che era una cultura innata, orale certamente, ma ben radicata. Non era capace di parlarle della poesia surrealista…non sapeva cosa fosse, ma nel suo linguaggio, nel suo modo di parlare del mondo, mostrava a volte una poesia che poteva essere surrealista.

Sua madre era molto interessata al suo lavoro di scrittore, non solo per orgoglio materno, ma anche per sapere come traduceva in libri le storie del suo ambiente.

Avevo un rapporto abbastanza forte con mia madre, per l’amore filiale che è importate e perla fiducia che avevo in lei. La gente le diceva “Abbiamo visto tuo figlio”, vedeva in televisione che facevo lo scrittore e che ero nei media. Ma al tempo stesso mi chiedeva “di cosa parla il tuo libro?”. E allora cominciavo a raccontarle un po’: “È la storia di questo, di quello”. E si metteva sempre a ridere. Mi diceva “Non è andata così”. Allora rettificava sempre gli eventi di cui le parlavo. Ma c’era un rapporto abbastanza ludico, di gioco, si giocava un po’ tra la letteratura e qualcuno che non è andato a scuola. È molto interessante come rapporto. La cosa interessante nella mia esperienza è che la mia cultura orale era molto scarna, molto povera. Ascoltavo intorno a me delle storie, la mia vecchia zia mi ha raccontato delle storie de “Le mille e una notte”, che ho letto più tardi, che ho scoperto dopo. Ma il mio lavoro non è affatto un lavoro sulla letteratura orale. È il contrario, è molto ‘scritto’. E io dovevo assolutamente agire diversamente dagli altri, cioè avevo bisogno di scrivere, di comporre delle frasi e di fare, come uno scrittore, un lavoro sulla lingua, sulle parole e sulla sintassi, per offrire una lettura di qualità.
Ho sofferto molto all’inizio, scrivendo, perché non veniva da sé, non era facile. Bisognava diffidare della facilità di linguaggio. E curiosamente, col tempo, nel libro “Mia madre, la mia bambina”, ho scritto molti passi che sono dei veri testi orali, perché parla mia madre, e non parla come uno scrittore, parla come una madre analfabeta; dunque c’è necessariamente oralità, ma un’oralità molto controllata, molto ‘scritta’.


E nello stesso tempo c’è un altro tipo di scrittura con cui si cimenta: quella delle mail e del linguaggio giovanile. Che effetto le ha fatto passare da una scrittura estremamente elaborata a quella informale, rapida delle mail.

E’ questo il lavoro di scrittore. La gente dice “lavori” e pensa che io stia lì a sedere e le cose cadano dal cielo. È questo il mio lavoro: cercare e trovare lo stile adeguato per un determinato argomento. È evidente che, quando ho deciso di immaginare questa corrispondenza per e-mail tra due adolescenti (una di Bologna e l’altra di Parigi), dovessi mettermi nei panni di una ragazza di diciassette-diciotto anni, parlare come lei e soprattutto parlare di cose di cui lei parla nella vita. Dunque vedevo un po’ come parlano nella vita e mi sono ispirato al loro modo di parlare. E, ad ogni modo, nello scrivere questo libro sono stato aiutato da mia figlia.

Quanto incide il suo bisogno e la sua tendenza a scrivere anche sui giornali, sugli eventi quotidiani, sul suo lavoro di scrittore, che invece richiede molto isolamento?

Sono molto sensibile a quello che accade nel mondo e il mestiere di giornalista l’ho praticato all’inizio, perché è vero che avevo una vocazione di scrittore, ma al tempo stesso avevo voglia di capire il mondo, di capire le complessità politiche, soprattutto il Vicino Oriente; dunque andavo sul campo e scrivevo. E in tal caso è un altro stile, cioè mi dedico a scrivere perché tutto il mondo possa capirmi. Scrivendo articoli, ho imparato ad essere molto chiaro e soprattutto molto rigoroso, a non mentire, a non raccontare qualunque cosa. Dunque fa parte un po’ della mia educazione. Da qualche tempo i miei amici della “Repubblica” pretendono di più da me testi letterari. A loro, cioè, piace che io faccia un lungo reportage su una città o su un paese e che sia un testo letterario piuttosto che un testo politico, perché di politica ne hanno tanta. Effettivamente avevo pubblicato l’anno scorso un ritratto di Bologna: ho passato qualche giorno a Bologna e ho fatto una sorta di ritratto della città. Loro mi chiedono questo genere di testi perché sono testi letterari ma al tempo stesso di informazione giornalistica.

Nel libro “Mia madre, la mia bambina” ci sono alcuni brani che riguardano l’atteggiamento “a occhi bassi”, espressione con cui aveva intitolato un suo romanzo. E’ un’espressione che indica un rapporto all’interno di una generazione e tra una generazione e l’altra. Il libro “A occhi bassi” è incentrato sul rifiuto della nuova generazione di abbassare gli occhi. Che rapporto c’è tra la sua generazione e quella successiva, in Marocco, ma anche tra gli emigrati in Europa?

Credo non sia più il tempo di “con gli occhi bassi”. I giovani figli di immigrati oggi guardano i genitori negli occhi e talora sono perfino insolenti, non rispettano sempre i genitori. Semplicemente perché sono figli a metà europei e a metà arabi. E penso che il lato europeo abbia preso il sopravvento su quello arabo. Non è che gli europei non rispettino i loro genitori, ma diciamo che c’è una cultura dell’individuo che fa sì che un figlio a diciassette anni non debba rendere conto ai genitori. Le famiglie sono divise in Europa, le famiglie non sono più quella specie di clan uniti. Dunque, le famiglie di immigrati vivono in Europa, non vivono in Marocco o in Algeria. Necessariamente le figlie non abbassano più gli occhi, li aprono, li aprono per liberarsi, emanciparsi (e questo è positivo), ma li aprono anche in atto di sfida e di confronto col padre. E questo non va molto bene.

Alcuni anni fa lei ha realizzato un’inchiesta in Italia sull’assenza dello Stato: “Dove lo Stato non c’è”. E chiude uno dei suoi racconti con il ruolo della poesia. Un insegnante di Locri legge una poesia di Caproni in una zona notoriamente controllata dalla ‘ndrangheta. Vuol dire che la poesia, la letteratura hanno ancora una potenza in questo mondo?

È un principio, cioè penso che per lottare contro la mafia, per lottare contro le dittature, per lottare contro la tortura, occorra instaurare una cultura coi valori umani superiori. E la poesia è un vettore di questi valori, perché la poesia non può fondarsi sul male, non può essere l’apologia del male. I più grandi poeti sono stati nel fondo dell’animo umano ed hanno trasmesso all’umanità la bellezza delle cose più semplici e anche la bellezza degli esseri umani. Dunque la poesia può cambiare una mentalità, a condizione di impararla alla scuola elementare: bisogna educare i bambini a partire dalla scuola con la poesia, la cultura, la bellezza, perché non siano un giorno attirati dal male, attirati dal crimine, dal furto, dalla corruzione. È una questione di educazione. Penso che non si possa educare un mafioso di quarant’anni (per lui è finita), ma oggi un bambino di cinque-sei anni di Locri, Otranto, Palermo, se ben educato, ha grandi possibilità di non cadere nel male della mafia, di non fare la fine dei suoi genitori o dei suoi nonni.


[torna indietro]


I più recenti

Simonetta Agnello Hornby
Hoda Barakat
Salwa Al Neimi
Erri De Luca
Silvia Pérez-Vitoria
Hugh Thomas
Chimamanda Ngozi Adichie
Eduardo Galeano
Nicole Krauss
Bernardo Atxaga
Enzo Bianchi
Eric-Emmanuel Schmitt
Jonathan Safran Foer
Mehmet Yashin
scrivi alla redazione | credits