2001, Torino
Tahar
Ben Jelloun: il piccolo professore senza eccessi
Intervista di Luciano Minerva
“Evacuo nella scrittura le fantasie e la follia. Metto
nelle parole tutto quello che posso e ritengo così di
salvarmi la pelle. Ci tengo a questa chiarezza. Nascondo la
faccia e vado avanti, come una statua cieca, guidata dall’alto.
Di volta in volta tutto ciò mi diverte oppure mi angoscia.
Manca alla poesia nella vita quotidiana. Manco di follia. Conservo
gli atteggiamenti di un piccolo professore di filosofia senza
eccessi. Proprio quello che ci vuole per passare inosservato.
Qualche volta mi prende la voglia di apparire, di fare dello
spettacolo. Mi lascio tentare. Mi lascio andare. Per vanità.
Per debolezza.”
Così si descrive Tahar Ben Jelloun nel libro autobiografico del 1983 Lo
scrivano. E così può apparire ancora oggi in pubblico e nelle interviste,
in bilico tra la riservatezza dell’uomo, la coscienza e il piacere di essere
uno scrittore di successo, la voglia di condividere la passione per i temi al
centro della sua scrittura. Una scrittura che in alcuni casi diventa fonte di
sofferenza, come è accaduto per “Il libro del buio” (ma il
titolo originale è più complesso e denso: “Questa abbagliante
assenza di luce”), che trasforma in romanzo l’esperienza vissuta
da uno dei pochissimi superstiti di diciotto anni di carcere durissimo a Tazmamart,
in Marocco. Mai come in questo caso, racconta, entrare nell’esperienza
di un altro gli ha comportato agitazione, insonnia, persino periodi di febbre.
In Francia le polemiche intorno al libro sono state aspre, per il ritardo con
cui lo scrittore marocchino avrebbe affrontato uno dei casi più scandalosi
della dittatura nel suo Paese e perché il protagonista vero della vicenda
non si è riconosciuto nella trasposizione romanzesca. “Vecchi conti
in sospeso” dice lui nelle presentazioni a proposito delle critiche negative,
e comunque nessun romanzo potrà ridare le sensazioni vissute davvero,
i pensieri, gli incubi, i sogni, ma è l’unica forma per trasmettere
il senso di un’esperienza-limite a un gran numero di persone .
Noi l’abbiamo incontrato a Torino, ad aprile, dove ha presentato “Il
libro del buio” al Centro italo-arabo.
“Evitava di esporsi alla luce diretta e si copriva gli
occhi con l’avambraccio. (…) La luce lo spogliava”.
Sono alcuni dei tratti essenziali della sua descrizione della “Creatura
di sabbia”, protagonista del suo romanzo di maggior successo.
Il buio e luce entrano sempre nei suoi romanzi come metafora
dell'eccesso. O si è troppo alla luce o si è troppo
al buio. Questa volta lei ha scelto "il buio" o meglio "l’abbagliante
assenza di luce" in francese. Che cosa rappresenta per lei
la luce?
La luce, non solo per me ma per tutti, è sinonimo di vita,
di presenza, di sicurezza, ha un grandissimo significato, soprattutto
la luce naturale, non parlo di quella artificiale. Noi in Marocco
diciamo “la luce di Allah”, la luce che dà il
sole, dunque Dio è il sole. La luce è tutto, allora
evidentemente nel romanzo la privazione della luce è una
punizione, una repressione, un'aggressione contro queste persone
che sono punite per aver voluto commettere un colpo di Stato.
Lei ha scelto un fatto reale in cui decine di uomini
hanno attuato questa forma di punizione. Che senso ha, che
significato dà lei
al fatto che ci sono degli uomini che decidono di sottrarre la
vista, la luce ad altri uomini?
Questo è il sistema della burocrazia e della vittima.
C'è qualcuno che ha il potere di decidere di togliere
la luce, la vita, la salute, di togliere semplicemente la vita
quotidiana a qualcuno e per questo il libro non è tanto
sulla prigione, quanto sulla condizione umana che è stata
umiliata. Non si tratta di giustificare chi è stato punito
per aver tentato di uccidere il capo dello Stato. La mia è piuttosto
una protesta contro la mancanza di giustizia e di legalità nella
repressione. Sicuramente queste persone hanno fatto qualcosa
di orribile, volevano uccidere altri uomini, la famiglia reale.
Ma nello stesso tempo è la giustizia che deve punire,
non l'uomo. Questo voglio dire. L'uomo è capace di tutto, è capace
di dare la vita e di toglierla, di massacrarla, di negarla, ma
anche di liberarla. L'umanità è capace di ogni
cosa, le peggiori e le migliori. Questa è la vera lezione
di vita che si ricava da queste storie.
In “Creatura di sabbia” il narratore conosce ed
espone a più riprese il suo potere sulle emozioni di chi
lo ascolta. In questo suo nuovo libro il potere della narrazione
del protagonista giunge a tenere in vita se stessi e gli altri.
Questo è un tema che lei affronta da quando ha cominciato
a scrivere.
Questi sono i temi che ritornano nei miei libri. I temi della
giustizia e della dignità sono legati al tema della luce:
giustizia, dignità, luce vanno insieme. Io stesso ho lavorato
su certe nozioni di chiarezza, di luce e trasparenza. Anche quando
parlo della condizione della donna in ‘Creatura di sabbia’ so
io stesso di lavorare su una metafora per mostrare la condizione
di una donna che si impedisce di essere una donna e che fa di
se stessa un uomo. Anche questo è un modo per testimoniare
che cos'è l'importanza della luce nella vita.
«Non ce la facevo più ad essere un deposito di
parole piene di terra e di sangue rifugiati come pallottole nella
mia cassa toracica. Non avendo partecipato all'azione dovevo
dire, rappresentare il clamore popolare.” Questa è l’esperienza
autobiografica che ha descritto ne “Lo scrivano”.
Anche questa volta ha scelto di entrare come scrittore di un
esperienza limite, di vivere nella sua pelle, dentro la sua testa,
nel suo corpo. Che esperienza è questa, di immaginare
un'esperienza limite e valicarla con scrittura?»
È
l'esperienza della mistica. I grandi mistici partono effettivamente
dall'estremo, dall'esperienza-limite per vivere delle cose straordinarie. È la
scelta della rinuncia, di non essere più dipendenti dalla
vita quotidiana, dagli oggetti, dagli obblighi, di essere un
uomo libero. Chi è libero può donarsi alla luce
o a Dio o a una spiritualità straordinaria. Dunque io
ho provato a mettermi nella pelle di persone che hanno vissuto
situazioni che nella vita non avevo mai vissuto. Perché se
io fossi stato al posto di Salim nel "Libro del buio",
probabilmente non avrei sopportato per un solo giorno quello
che ha vissuto lui, non posso saperlo. Ma io, scrivendo ‘Il
libro del buio’, ho provato a mettermi al suo posto, ad
immaginare e indovinare come abbia potuto vivere, pensare, riflettere,
ciò che ha potuto fare. Questo è il mestiere dello
scrittore: mettersi al posto degli altri, vivere con una grandissima
empatia, complicità e coincidenza con questi personaggi.
Lei dice di aver capito dopo questo libro che la letteratura
serve. Che cosa significa? Vuol dire che prima era solo un bisogno
più personale e adesso sente un effetto sul lettore molto
più forte o sulla società?
Per chiarire meglio, non voglio dire che la letteratura da sola
può cambiare la società, ma ha un ruolo da giocare.
Prima io pensavo che accompagnasse una presa di coscienza. Oggi,
dopo un libro come ‘Il libro del buio’, o come quello
di Solgenitsin o di Primo Levi che hanno testimoniato l'esperienza
dell'internamento, uno nei gulag, l'altro nei campi di concentramento,
penso che questa letteratura sia utile non solo alla presa di
coscienza ma diventi un carico in più della memoria dell'umanità.
Si dirà che sono partito da un fatto reale ma l'ho trasformato
in finzione, ma si dirà anche, spero, che ho reso questi
fatti ancora più reali grazie alla letteratura.
... Ha dato voce a chi non era riuscito ad esprimerli.
Proprio così. Ci sono delle voci si sono espresse, che
hanno parlato attraverso di me e io credo che la gente abbia
bisogno di conoscere quello che è successo.
Uno scrittore profeta?
Profeta no, ma semplicemente uno che fa il suo lavoro di scrivere.
Il profeta no. Lo scrittore ha un dovere, un dovere di scrivere
con libertà con rigore con l'esigenza che la gente si
possa fidare di lui quando parla.
Cosa lascia dentro l'esperienza della scrittura di un libro
come questo?
È
un'esperienza difficile perché non è un libro come
gli altri, non è un libro d'amore né di avventure, è un
libro pieno di lacrime e di dolore, quindi mi ha lasciato tracce
pesanti. Sono contento di averlo scritto, ma non credo che ricomincerei.
Per resistere, dice lei, bisogna pensare. ”Senza consapevolezza,
senza pensiero nessuna resistenza.” Resistenza a che cosa
e in funzione di che cosa?
Bisogna dire che la resistenza è propria dell'uomo. L'animale
resiste fisicamente al freddo, alla fame, ma non resiste spiritualmente.
La spiritualità è una capacità dell'essere
umano, dunque per resistere bisogna avere delle energie interiori.
Senza energie non si può resistere. A che cosa resistere?
Io penso che oggi per la vita quotidiana, per la gente che vive
comodamente come da noi, resistere è impedire che l'uniformità del
pensiero, dell'azione, del comportamento non diventi qualcosa
di banale, vale a dire che alla fine sul piano della mondializzazione
commerciale l'essere umano è sempre di più un giocattolo
nelle mani delle multinazionali e che a Roma, a Madrid, a Rabat
o a New York si accrescono dentro di noi gli stessi bisogni,
gli stessi desideri. Questo è molto grave: oggi resistere è,
sul piano culturale, affermare la propria identità, la
propria particolarità. Inoltre sul piano politico l'Europa è un
insieme di paesi democratici che hanno risolto una serie di problemi
che riguardano l'uomo. Ma ci sono 125 paesi delle Nazioni Unite
che ancora praticano la tortura, i sequestri, la repressione.
Dunque i paesi come quelli dell’Unione europea o gli Stati
Uniti d'America che hanno un certo standard di vita devono pensare
agli altri e pensare agli altri significa aiutarli a uscire,
appunto, dal buio.
Lei è venuto via dal Marocco due mesi dopo il
tentativo di colpo di Stato raccontato nel libro del buio.
Quindi lei ha
attraversato il mediterraneo proprio in quel momento. Sente un
conflitto interiore in questa esperienza di vita, nel vedere
il suo Paese da lontano?
No, ho lasciato il Marocco nel settembre 1971 perché sapevo
che non potevo più esprimermi liberamente, lavorare liberamente,
per cui sono partito per la Francia del tutto solo. E mi sono
detto: parto per qualche tempo finché la situazione cambierà.
La situazione è cambiata in oltre 20 anni, dunque la mia
permanenza in Francia è stata legato alla situazione difficile
in Marocco. Abbiamo conosciuto il periodo dal 1971 all’86,
praticamente fino al1990, un periodo molto molto difficile sul
piano dei diritti dell'uomo.
“ L'immaginazione al potere” era uno degli slogan
del 1968. Leggendo”Il libro del buio” sembra che
l'immaginazione sia il potere dentro ciascuno di noi. Il vero
potere sembra quello di usare la memoria in modo immaginifico,
nella scelta tra cosa ricordare e cosa cancellare per poter sopravvivere.
Che cosa significa e che rapporto c'è a questo punto tra
immaginazione e potere?
Lo slogan "l'immaginazione al potere" era uno slogan
poetico, ma l'immaginazione non è realmente un potere, è un
contropotere: serve a ricreare un mondo che non si vede nella
vita quotidiana, di cui si ha bisogno per vivere, l'immaginazione è quella
che con cui lavora l'artista, il creatore, lo scrittore. E oggi
si assiste a un’assenza di immaginazione, una povertà dell'immaginazione
perché non c’è coraggio. Di fronte alla brutalità della
politica che si vede oggi in paesi europei come l'Italia non
c'è molta immaginazione e io paura che in questo paese
l'Italia che è un paese magnifico, che ha molte capacità e
cose molto belle, ho paura che si ritorni indietro con un sistema
politico assolutamente privo di immaginazione. E quando gli uomini
politici non hanno più immaginazione è la fine
della politica.
Come si lega questo libro che lei ha dedicato anche
idealmente ai bambini del domani agli altri che ha scritto
espressamente
per i bambini, riscrivendo fino a 15 volte "Il razzismo
spiegato a mia figlia"? Lei sta passando a una condizione
simile a quella dell'insegnante di “La scuola o la scarpa”?
No, ho scoperto con il libro sul razzismo che c'è una
domanda importante da parte dei bambini e io credo che sia il
miglior pubblico del mondo, perché sono i bambini che
hanno bisogno di apprendere e di sapere e occorre che gli scrittori
si prendano del tempo per parlare e scrivere loro e ho ancora
due o tre progetti di libri per bambini perché credo che
sia molto importante. Ma questo libro, Il libro del buio, è per
gli adulti che hanno dei bambini, degli adulti che devono apprendere
quello che non bisogna mai fare.
In quest'ultima parte di secolo, che sembra basato su
un’ ipertrofia
della vista, ci sono molte metafore che riguardano la vista.
C'è “Cecità” di Saramago, c'è “Il
nome della rosa” di Eco, c'è il suo, sono metafore
che in qualche modo mettono sotto critica la funzione della vista,
come se fosse un senso ingannatore. Ne “Lo scrivano” c'era
il bambino che per tre anni si limitava solo a guardare intorno
a sé, usava solo la vista. Sta rivedendo la gerarchia
dei sensi?
Io penso a una storia paradossale che sarebbe la storia di un
pittore che perde la vista. È come Beethoven, che aveva
perso l'udito e continuò a comporre musica. Credo che
questo paradosso sia un modo di parlare ai vivi, a chi ha la
possibilità di vedere, di capire bene, di mangiare bene,
di vivere bene, e si dimentica che intorno a sé c'è gente
che vive male, che soffre per la repressione. Scrivere è un
modo di richiamare la gente che ha gli occhi ad aprirli bene
per vedere, per comprendere.
E il buio serve a vedersi dentro.
Assolutamente, serve a vedere dentro di sé. Michel Foucault,
il filosofo francese, diceva che gli antichi avevano posto la
domanda: “chi sono io”. Oggi bisogna dire: “che
fare di me, che fare di quello che sono”. Oggi si pone
la questione della presenza nel mondo. Io non saprò mai
esattamente chi sono, ma posso inventare il mio proprio destino.
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