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2006, Mantova

Tahar Ben Jelloun: il ruolo critico dello scrittore
Incontro con il pubblico
di Luciano Minerva

Nonostante il continuo e intenso rapporto tra Tahar Ben Jelloun e l’Italia, il festival di Mantova numero dieci per lui rappresentava una “prima volta”. Quando è entrato nel Cortile della Cavallerizza si è guardato intorno con curiosità, senza tradire nessun tipo di reazione. Il suo è lo sguardo dell’osservatore distante, critico al punto giusto, non incline all’entusiasmo. Porta con sé quel suo “doppio” di ex professore di liceo, incerto se mostrarsi freddo e un po’ distante e su come aderire alla realtà in cui arriva. Guarda, valuta, e poi entra, un po’ come quei bagnanti guardinghi che entrano in acqua poco alla volta, prima di lasciarsi andare e nuotare con familiarità. Solo la sera dopo, in Piazza Castello, coinvolto dalle musiche mediterranee e di casa della Tangeri Cafè Orchestra, accennerà persino, sul palco, qualche passo di danza, con il sorriso di chi finalmente si trova a suo agio.

Quello che riportiamo è il testo delle parti salienti del suo incontro col pubblico, in cui al centro non c’è stato solo l’ultimo libro, “Mia madre , la mia bambina”, ma il suo percorso di scrittore. Le domande gli sono state rivolte da chi scrive.

Nel marzo del 1965 lei ha avvertito la vocazione di scrittore, quando furono le mitragliatrici a fermare una manifestazione popoare a Casablanca. Lei, che stava a Rabat, scrisse: avvertii una ferita e da lì uscirono le prime frasi di scrittore. “Non avendo partecipato all’azione volevo dire, rappresentare il clamore popolare. Quanto è ancora presente in lei questa doppia motivazione: il dovere civile e il partire dalle ferite della sua esperienza e di quelli che gli sono vicini.
Penso che, come ha detto Jean Genet, dietro ogni opera ci sia un dramma e penso che non si scriva per caso e nemmeno come atto gratuito. Si scrive perché si sono ricevute delle ferite, si scrive perché si pensa, con grande illusione, che le parole arresteranno forse il dolore o la sofferenza. È vero che io vengo da una società, da un paese dove ci sono state parecchie ferite e dove bisognava parlare, raccontare. Allora, raccontare un paese è fare letteratura. Non racconto il paese com’è, perché non so com’è, ma racconto il paese come io lo vivo. E’ per questo che faccio letteratura, cioè finzione che va dal reale all’immaginario, che forse trasforma il reale, ma che non è una copia del reale. Perché il realismo non esiste. Ultimamente, quando è morto Nagib Mahfuz , lo scrittore egiziano, , ho scritto un breve testo su di lui per dire perché molti giornalisti hanno parlato dello “scrittore realista del mondo arabo”. Mahfuz non era uno scrittore realista. Mahfuz era al di qua del reale, perché il reale arabo è molto più forte, molto più stupefacente di qualunque cosa si possa immaginare. E lui, molto modestamente, si metteva in un bar tutte le mattine allo stesso posto e ascoltava parlare le persone e poi raccontava le storie. Pensava, raccontando queste storie, di essere come un continuatore, come un cronista di questi popoli, perché, quando si legge il libro di Mahfuz si è a volte ne “Le mille e una notte”, si è nel tragico, nel comico, ma non si è nel realismo.

Il titolo originale dell’ultimo suo libro è Yemma, la parola con cui a Fez ci si rivolge alla mamma. Il titolo italiano contiene invece qualcosa in più: lo spostamento di prospettiva che lei ha vissuto con sua madre durante la malattia da cui è stata colpita: “Mia madre, la mia bambina”. Quanto le è costato pubblicare questo libro che parte da un’esperienza così personale e intima?
Anzitutto, ho avuto grande difficoltà a pubblicare questo libro, a separarmi da questo libro. L’ho scritto, l’ho terminato in febbraio 2002, al momento della morte di mia madre. È stato pubblicato solo da qualche mese. È pubblicato qui e non in Francia, non ancora. E’ un testo che per me è doloroso, perché è troppo personale, anche se i tre quarti del libro sono inventati, perché faccio un lavoro di scrittore, non faccio un lavoro di testimonianza. Tutti hanno vissuto una situazione analoga con i propri genitori, con qualcuno della famiglia. Ma quel che è interessante (volevo fare un lavoro veramente da scrittore), è reinventare una vita che non ho conosciuto, perché mia madre, per il pudore che c’è nella nostra società, non si racconta. Mia madre non mi ha detto “Sono stata innamorata”, quest’espressione “Sono stata innamorata” non l’ho mai sentita nella sua bocca. Oppure “Ho amato tuo padre”, “Ho amato un altro uomo”. Sono cose che non si dicono. Allora di cosa si parlava? Non si parlava molto. Ci si toccava. Le baciavo la mano, lei mi baciava ma poi… capivo delle cose. Allora con l’Alzheimer mia madre è scomparsa per lasciare il posto a qualcun altro che raccontava delle cose che non conoscevo affatto. Ho detto, è successo o non è successo? E’ con questi frammenti, con queste piccole informazioni sparse che ho messo insieme, raccontato la storia. Dunque è una storia, un romanzo immaginario, ma ancora una volta con qualche relazione con il reale.

Tra occidente e oriente, tra occidente e mondo arabo, o mondi arabi, lei individua e denuncia una distanza in termini di valori umani e civili. Quanta distanza c’è tra questi modi di sentire e quale possibilità c’è di ristabilire un dialogo vero, profondo, una riflessione comune su questi temi?
Sì, anzitutto bisogna constatare che oggi si fa di tutto perché non ci sia dialogo. Si sta manipolando la gente, le si sta dicendo che la grande minaccia che pesa sulla pace nel mondo viene dal mondo arabo, dal mondo musulmano, che l’occidente è in pericolo. … Tutto ciò è controproducente, perché penso che in generale la gente abbia voglia di dialogare, hanno voglia di conoscere, hanno voglia di curiosità, ma c’è attualmente una politica generale che ha interessi molto precisi, perché appunto non ci sia incontro tra i due universi, l’universo del mondo orientale nel senso più complesso e più largo possibile e il modo occidentale. È per questo che lo scorso anno ho scritto un breve libro, dal titolo “Non capisco il mondo arabo”, ho immaginato un dialogo per posta elettronica tra due ragazze, un’italiana di Bologna e una giovane marocchina francese. E poi discutono, tutte e due discutono di tutto, tanto di Madonna, quanto di Palestina, di kamikaze, del velo, della morte del Papa. Ed è un libro che per me è molto strano, perché è fatto come una sorta di romanzo, , perché ho inventato tutto, il dialogo, le domande, le risposte, ma con questo ho cercato di dimostrare che il dialogo è possibile e che se uno scrittore non sente il bisogno di partecipare alla creazione del dialogo non fa il suo lavoro.

Durante la rivolta delle banlieues francesi lei ha scritto una immaginaria lettera di Chirac, pubblicata anche in “Non capisco il mondo arabo”. Era un invito a considerare la Francia come “nazione meticcia”.
Quanto è possibile che le istituzioni nazionali e internazionali possano sempre di più valorizzare lo scambio, la commistione, il meticciato?
Sì, devo dire che Chirac, evidentemente, come tutti i politici stupidi, non ha tenuto conto di quegli elementi di comprensione dell’Altro. Ma su questo tema ho scritto poi una novella, una favola che è apparsa quest’estate su “Le Monde diplomatique” del mese di agosto, che si intitola “L’ultimo immigrato”.

Immagino che l’ultimo immigrato arabo abbia lasciato la Francia. Non ci sono più arabi in Francia, sono partiti tutti. E’ l’ultimo, il presidente della Repubblica, poi i ministri sono venuti a salutarlo, per ringraziarlo, dargli un piccolo regalo, ecc., è partito. Ma da quando sono partiti tutti molte fabbriche hanno chiuso, ci sono molti problemi economici nel paese, e soprattutto il fronte nazionale ha protestato, ha detto “non abbiamo più arabi per fare paura ai francesi, bisognerà che tornino”. Ma la cosa più grave è che nel giro di qualche settimana i giornalisti alla radio, alla televisione, nello scrivere notizie, lasciavano spazi bianchi nei loro discorsi, alcune parole non comparivano. E non sapevano perché. La lingua francese diventava un po’ sbilenca e zoppicante. Ci si è resi conto che gli immigrati arabi partendo avevano portato con sé tutti i termini arabi presenti nella lingua francese. E non si poteva più parlare francese normalmente perché ci sono nella lingua francese duecento, trecento parole arabe, che sono parole usuali, come “alcol” per esempio, “café”, “sucre”, “abricot”, “azur”. L’azzurro è molto bello, per Mallarmé. E poi senza volerlo si sono trovati non soltanto con un paese che non funziona più sul piano economico, ma con un paese che non può più parlare normalmente. E allora dicono “Ma cosa facciamo? Bisognerà dir loro di tornare”. “No, è troppo tardi”. E alla fine ho immaginato Jacques Chirac venire in televisione e fare un discorso in arabo.

E per quello che riguarda la cultura diffusa, il modo di sentire comune, le pare che ci sia lo stesso rifiuto?
No, non del tutto, perché ad esempio il pubblico che è qui davanti a noi è venuto ad ascoltare un arabo. Non sono stati obbligati a venire, dunque è per questo che dico che c’è uno scambio, una reale curiosità, una volontà di conoscere l’altro e tutto. Ma succedono delle cose, che possiamo osservare. Stamattina ero in aereo, e venivo dal Marocco, e accanto a me c’era una signora anziana con due bambini piccoli, marocchini, bruni, veramente arabi, non inglesi. E ho sentito quest’anziana donna marocchina, certamente analfabeta, che non è andata a scuola, discutere coi suoi piccoli bambini in italiano. E i bambini non parlavano arabo, ma parlavano perfettamente italiano e la madre ha dovuto imparare l’italiano per comunicare coi propri figli. Ho riso, mi sono trovato a ridere da solo, perché mi dico “com’è integrata questa donna, parla italiano coi suoi figli”. Dunque c’è una vera mescolanza, c’è un “meticciato” non unicamente economico, ma anche culturale.

Venticinque anni dopo il Libano vive la stessa tragedia. Allora lei scrisse delle poesia dolorose e intense, raccolte in “Jenin, una strage dimenticata”. Il ripetersi degli stessi eventi è causato dall’11 settembre o da una tendenza nostra, dell’umanità e degli Stati, a commettere sempre gli stessi errori?
Penso che la poesia non si faccia sul fatto, il fatto immediato, si faccia sulla storia eterna. Quello che succede, che è successo, oggi in Libano, in Palestina succede da migliaia di anni a questa parte. Vuol dire che l’essere umano, l’essere umano preferisce l’ingiustizia e l’odio, preferisce la guerra e la violenza alla pace, perché penso che ci sia un aspetto perverso nell’umanità, questa apparente necessità di sussulti tragici, per andare avanti. Questa è una visione molto realista, penso, della storia, e gli stessi eventi accadranno anche continuando, perché l’umanità ha bisogno di dolore, di morte, di sofferenza per esistere. Su questo non sono d’accordo, ma è quello che constato io personalmente. Per esempio, l’esempio più terribile, più tragico è stata la guerra tra Israele e Libano. Logicamente, logicamente, ed anche secondo il punto di vista israeliano è stato un errore molto grave punire un popolo, libanese, che non ha fatto nulla, di massacrare tutto un popolo e partire certamente con una sconfitta, mentre degli israeliani hanno manifestato per dire “questa guerra non la vogliamo, non è una guerra che ci garantirà la pace, la pace non si fa con le armi, si fa con la volontà di vivere insieme”.

Recentemente abbiamo sentito proposte di nominare in Israele presidente della Repubblica Amos Oz e presidente di partito David Grossman. Si torna a pensare a una Repubblica come quella di Platone dove governano i saggi?
Penso che il ruolo degli scrittori non sia dirigere e pagare un esercito. Gli scrittori ci sono per suonare l’allarme quando i politici danno i numeri. I politici hanno bisogno di filosofi, di poeti, di artisti, giustamente, per continuare a vivere. Ma è come se in Italia si desse la Presidenza della Repubblica ad Umberto Eco. Sì, è uno scrittore eccellente, ma farebbe una buona politica? Non credo, non è il suo mestiere. E’ come dare a Berlusconi anche la direzione di una casa editrice. Non è il suo mestiere, anche se gli appartiene… no, scherzo. Non si deve confondere lo sguardo critico dello scrittore sulla società con la possibilità che uno scrittore possa dirigere un paese. Quando lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa si era presentato alle elezioni del suo paese, appoggiato dagli Americani, lo conosco un po’, non è un amico ma lo conosco un po’, pubblicai all’epoca un articolo su “El Pais”: l’ho intitolato “Necrologia di un grande scrittore”. Ho cioè sepolto lo scrittore, che dal momento che fa politica non sarà più uno scrittore. Evidentemente era un elogio che facevo a Vargas Llosa, ma al tempo stesso uccidere uno scrittore significa conferirgli una responsabilità politica. Io personalmente mi sono sempre rifiutato di rispondere a qualunque tipo di proposta politica. Mi sono presentato con Romano Prodi alle elezioni politiche europee nel ‘98, ma era simbolico, non era per diventare deputato europeo. Lo scrittore deve rimanere il critico, il critico permanente, il critico severo della politica e non un attore della politica.


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