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maggio 2009, Fiera del Libro di Torino

Hoda Barakat
Intervista di Liana Mistretta

“Lettere da una straniera”, in questo libro, la sua terra vista con gli occhi di un’esule. Com’è il Libano visto da lontano
E’ molto complicato per me il termine “straniero”, sentirsi stranieri. Quando mi sono trasferita in Francia non avevo scelto la Francia, ma avevo delle facilitazioni, conoscevo già la lingua e la cultura poiché avevo fatto degli studi di letteratura francese e avevo una sorella che viveva già a Parigi. Avevo due bambini e veramente la guerra, quando sono partita nell’89, aveva raggiunto dei momenti di grande violenza. Il fatto di sentirsi stranieri non dipende direttamente da un luogo geografico. Prima di lasciare il Libano mi sentivo proprio una straniera nel mio paese perché il Libano che ho conosciuto, il Libano della mia generazione era un sogno straordinario con la promessa di una vita molto intensa, nella quale ci sentivamo dei veri cittadini, nella quale c’era un bel melange, molti matrimoni misti. Il cuore di Beirut era diventato un progetto culturale, si incontravano tutti lì e questo era qualcosa di nuovo rispetto alla storia del paese che lei conosce, una storia caratterizzata soprattutto da gruppi religiosi. Poi quando ho lasciato il Libano mi sentivo già una straniera. Questo sentimento quando sono sbarcata in Francia ha assunto un’altra dimensione e ho avuto la sensazione di avere perso l’appartenenza, non appartenevo a nessuna parte, non ero né una libanese del Libano né una francese di Francia. Per un po’ tutto ciò mi ha fatto soffrire, ma poi, dopo un po’, mi sono detta, bene, forse anche questa è una ricchezza, è una ricchezza il fatto di sentire di non appartenere a nessuna parte.

Qual è il suo ricordo della guerra civile
La guerra per me non è solo un ricordo, ma è tutta un’educazione. Tutto quel che ho imparato sulla vita prima della guerra poi è cambiato, sono stata come rieducata dalla guerra. La guerra è stata come un’altra madre, è come se la guerra mi avesse educata di nuovo. Tutto quel che avevo creduto prima della guerra, non funzionava più. Non avevo più gli stessi strumenti per capire, vedere, assimilare. E’ stata un’esperienza veramente estrema. Chi legge i miei romanzi si rende conto che anche se sono stati scritti molto lontano, in Europa, l’oggetto di tutte queste ossessioni, di tutti gli interrogativi rimane l’esperienza libanese che al di fuori del Libano, come un laboratorio della condizione umana, mi ha rivelato molte cose, mi ha rivelato un altro mondo. A partire dal Libano ho iniziato a vedere la storia dell’umanità in modo diverso, la natura umana in modo diverso. E’ stata un’esplorazione, un’avventura iniziata con la scrittura.

“Lettere da una straniera”: nel libro lei racconta di provare vergogna per Libano che non è riuscito a trovare la pace.
E’ vero, c’è un sentimento di vergogna, di amarezza, di fallimento, e forse poiché sono una cattiva perdente non sono riuscita a trovare un aspetto positivo. E’ come quando si perde qualcosa di immenso e non riesci a riprenderti, a ricostruirti. Sì, avevo la sensazione di un grande fallimento, di un’esperienza molto amara che mi ha rivelato una parte del mondo che non avrei mai voluto conoscere, siamo andati troppo oltre. Io non sapevo che i libanesi, i libanesi che mi somigliano, potessero andare così oltre. Si vive a fianco a delle persone che a poco a poco diventano degli assassini, a volte si tratta di parenti, di persone con le quali hai dei ricordi della tua infanzia, persone che ami, ma nello stesso tempo dentro di te si crea un dilemma incredibile, dentro di te ti dici: ma è un vero assassino, quando si tratta di qualcuno che spara a un altro. Il mio problema è che all’interno non riesco a essere, come dire…non riuscivo a schierarmi da una parte o dall’altra. Oscillavo da una parte all’altra ma senza riuscire a convincermi che ne valesse la pena restare da una parte. Non c’era una parte che mi convinceva in modo determinante, non c’era una parte che mi potesse dare sicurezza, che mi potesse difendere. No, ero veramente una straniera, ogni volta che cambiavo campo scoprivo che gli altri erano peggiori. Quindi, lasci la tua famiglia, dici la mia famiglia è l’orrore, devo provare l’altra famiglia, l’altro schieramento, vai lì e dici no, anche se mi accettano sono più orribili dei precedenti. Ho passato anni e anni a cercare di cambiare visione, a cercare di capire chi erano i colpevoli, i criminali, ma prima di lasciare il Libano ho capito che si somigliavano tutti, sono tutti orrendi, e lì ho iniziato ad avere paura per i miei figli. E stato in quel momento che ho iniziato a scrivere il mio primo romanzo che non è ancora stato tradotto in italiano e che racconta la storia di un giovane, di un omosessuale. Nelle società in crisi gli omosessuali soffrono moltissimo, perché il ruolo dell’uomo guerriero che difende le donne, i bambini, questo ruolo un omosessuale non può svolgerlo. Lui vuole mantenere tutta la sua innocenza morale, ed è questa la storia del mio primo romanzo perché avevo iniziato a sentire che i miei figli stavano per crescere in questo contesto, allora dovevo scegliere: o farli crescere come dei torturatori, degli uomini forti, difesi dalle loro famiglie, dal loro clan, dalla loro tribù, oppure persone come me che sarebbero diventati delle vittime, e il dilemma era molto difficile. E’ stato a questo punto che ho deciso di partire.

Che rapporto si instaura tra voi libanesi all’estero, ammesso che si instaura un rapporto.
All’inizio io non volevo incontrare altri libanesi, mi dicevo: sono partita dal Libano per non vedere i libanesi, perché il paese, da un punto di vista geografico, l’adoro, ma i libanesi non riuscivo più a sopportarli, non riuscivo a sopportare più neanche il suono del dialetto libanese, li evitavo veramente, evitavo perfino di pensare ai libanesi. Durante i primi anni non sono mai ritornata in Libano, per cinque, sei anni non sono mai tornata in Libano, e quando volevo vedere mia madre, mia sorella, i miei nipoti, chiedevo loro di raggiungermi a Parigi, anche perché per un po’ era continuata la guerra, e quando è arrivato il momento della pace, la vera pace non è stata mai applicata, non c’è stata questa vera volontà. Poi, a poco a poco, mi sono detta, bene, sono una straniera in un paese che non è il mio, non ho vissuto qui la mia infanzia, ma è un paese che mi accoglie, che mi concederà molte libertà personali senza chiedermi niente. Cioè in Francia non verrà mai nessuno a bussare alla tua porta per chiederti: “Ehi tu, vieni qui. Con chi sei? Per chi lavori?” Dunque, è stato un momento di pausa, di riflessione, e per me la cosa più essenziale è stato pensare: in Francia non ci sono proiettili, per il momento siamo in pace. Era una sensazione primordiale per me, essenziale. Poi le cose hanno iniziato a complicarsi con tutta la storia dei documenti, oppure storie culturali che iniziavano a farmi innervosire sempre con i francesi, trovando che si trattava di una società che non accoglieva veramente gli stranieri. D’altra parte però il mio percorso letterario è stato accolto molto bene. Sono stata tradotta in francese subito, sono stata accolta benissimo dalla critica molto presto, ho perfino ricevuto dei premi francesi senza sapere né come né perché. Ma il sentimento profondo di essere una straniera e di guardare in un altro modo gli stranieri, dopo un po’ di tempo, ha iniziato ad appartenermi.


E quando incontra altri libanesi a Parigi, cosa fa?
Sto attenta!

Cosa rimpiange del suo paese?
Tutto. E’ una domanda difficile questa, perché veramente mi manca tutto, rimpiango tutto perché sono veramente convinta di quanto sia bello il mio paese. La vita era dolce in Libano, avevamo tanti vantaggi, di tipo culturale, e poi il modo di vivere, le bella città, le montagne bellissime, una cultura che era veramente accogliente nei confronti di tutti. La mia generazione ha iniziato ad amare il paese piuttosto che la famiglia, o la comunità confessionale o politica, quando ero giovane ho visto per la prima volta i libanesi uscire in strada a manifestare per le università, per difendere questioni come i diritti dell’uomo, era favoloso, quindi rimpiango tutto e non perdonerò mai tutto quel che è successo, come hanno potuto fare tutto ciò, bè io dico loro ma dovrei dire noi, ci sono molti colpevoli.

“Lettera a una straniera” Lei parla molto della sua famiglia nel libro, soprattutto di sua madre, sua figlia. E racconta di avere provato a educare sua figlia a essere come lei ma per fortuna, dice, questo tentativo è fallito…
Quando si ha una figlia che cresce e che arriva all’età nella quale tu hai lasciato casa tua, l’età nella quale hai iniziato a litigare con tua madre, a essere più libera, ti piacerebbe che in qualche modo le tre generazioni potessero trovarsi in qualche forma di armonia, Cioè, litighiamo ma siamo tre generazioni che logicamente devono litigare per forza ma che nel litigio devono mantenere una certa armonia. E’ vero che io litigavo con mia madre, ma lei nello stesso tempo lo accettava perché sapeva che stavo crescendo, e anche io. Ma il fatto che mia madre sia rimasta in Libano e che mia figlia sia diventata una giovane adulta in un altro paese per me è stato un grande strappo. Ecco perché nel libro parlo del momento in cui le due si trovano nello stesso posto e in quel momento mi dico: Oddio, potrei morire! Quando vedo quest’armonia e quanto si vogliono bene tutte e due, mia madre adora mia figlia anche se la vede così poco, è una sensazione bellissima. Quando io volevo liberarmi di mia madre, uscivo di casa, ma lo facevo in un paese, in una città che lei conosceva, quindi lei non aveva poi troppa paura. Ma io, quando litigo con mia figlia, poi lei esce a Parigi, una città che ignoro, che non conosco, allora mi sento veramente male, ho paura e allora ho bisogno di mia madre. Quando dico a mia figlia: basta è finita, non mi parlare più, allora ho bisogno che ci sia mia madre per dire a mia figlia:” vieni da me, chiedi scusa a tua madre, sii più gentile con lei”. Ma da un altro paese non posso farlo! Mi pesa questo mondo femminile nel quale è difficile armonizzare le generazioni, e allora, per tornare alla tua domanda, è anche per questo, è anche così che ci si sente stranieri. Non posso telefonare a mia madre e chiederle: “ascolta, chiama mia figlia perché in questo momento non so dove si trovi, vedi tu, insomma dammi una mano”. No, non si può.

“L’uomo che arava le acque” un romanzo nel quale si vede una Beirut fantasma. Perché ha scelto di rappresentare così la sua città?
Noi, da giovani avevamo investito molto nel cuore di Beirut, era il paese che stavamo costruendo. Beirut non era solo un luogo di incontro, ma un luogo di vero metissage. Io consideravo la storia di Beirut come la storia con la S maiuscola. Una storia che veniva raccontata attraverso dei miti, un mito contro l’altro mito, non c’era una storia nel senso…nel senso scientifico o oggettivo del termine, c’erano sempre due miti al confronto, o forse 3 o 4 miti, e c’è stata una guerra civile perché non eravamo d’accordo su un minimo di storia vera. Allora, mi sono detta, bene, se si parla di miti, allora voglio entrare in questo ambiente chiuso e completamente vuoto che era la speranza di questa capitale, voglio entrarci comunque con un mito. Ma in effetti tutto quel che racconto su questo cuore di Beirut è vero. La pianta di Beirut, tutte le stradine distrutte che sono diventate come una piazza, una distesa di cemento, è tutto vero. Per me la Beirut che si trovava nel sottosuolo, con diversi strati che vogliono dire diverse memorie, diversi popoli, per me era una città grandiosa, immensa nel senso storico del termine perché la città ha conosciuto molta storia. E io da Parigi, volevo veramente entrare in questo spazio che da tanto, da troppo tempo era rimasto vuoto. Io avevo voglia di riempirlo di nuovo, di investire su di esso, di raccontare la sua storia e di mandare il mio personaggio a ricreare Beirut, a ricreare una vita a Beirut.

Come mai il personaggio principale è un uomo, come in molti altri suoi libri? Le protagoniste non sono mai donne, perché?
Ci sono delle ragioni, per me la scrittura non ha sesso. Supponiamo che io sia una scrittrice di colore, se scrivo la storia di un bianco o una bianca, mi si pone la stessa domanda? No, è un’abitudine che abbiamo assunto, le donne parlano di donne, gli uomini parlano di uomini. Io in questo non vedo delle frontiere, e non mi nascondo dietro gli uomini che raccontano delle storie, anzi mi dico poiché sono una donna che ama gli uomini, e gli uomini sono l’oggetto del nostro desiderio, allora tanto ne vale cercare di scoprirli. E’ un gioco di memoria più complesso rispetto al racconto di una donna fatto da una donna. Per esempio, in “L’uomo che arava le acque”, non potevo inviare una donna nel centro della città per rivivere questa storia dei mercanti di tessuti, mi serviva un uomo e la storia della sua educazione ricevuta dal padre. Allora, come in tutti i miei romanzi c’è un uomo al centro, ma c’è qualcosa in lui che non è al cento per cento maschile. In un altro romanzo il protagonista è un omosessuale, in un altro ancora è un macho che è tremendo con una donna, ma questa donna, che nella storia non racconta niente, non fa mai sentire la sua voce, alla fine, ci accorgiamo, è la vera eroina mentre lui, che all’inizio sembrava il forte della situazione, si rivela il vero debole. In L’uomo che arava le acque, è vero, il protagonista è un uomo ma ha due metà: c’è Shamsa, la donna di servizio curda che ha adorato e poi c’è sua madre, e sono entrambe molto presenti in lui. E in qualche modo si vede che tutto quel che lui ha imparato da suo padre risulta essere inutile, mentre quello che ha imparato dalle due donne gli è rimasto, anche se non è stato un apprendimento felice.

A proposito di Shamsa, la domestica di cui si innamora Niqula, il protagonista di L’uomo che arava le acque, Shamsa è curda, perché ha scelto una donna curda e come vede i rapporti tra le varie religioni?
Ho scelto questa donna curda perché a Beirut i curdi erano gli stranieri per eccellenza. Erano i più poveri, lavoravano come servitù nelle case, erano uomini che per molto tempo non hanno voluto partecipare alla guerra e che però hanno pagato un prezzo enorme anche se non avrebbero avuto niente da pagare. I curdi sono i perseguitati della storia di tutta questa regione, le grandi forze hanno sempre tradito i curdi. E quando vedi una curda con tutta la fierezza che ha una donna curda, legata alle sue abitudini, alle sue tradizioni, una donna che parla la sua lingua e si comporta come se fosse una regina, questo ti colpisce molto. A me quest’immagine ha fatto riflettere e mi ha fatto vedere come io stessa sono una curda nelle mie montagne, perché anche da noi c’è questa fierezza, questo attaccamento alle tradizioni, questa durezza della vita, abbiamo molti punti in comune. E quindi la curda per me è veramente la straniera che vive ai margini di questa città, di questa guerra, e avevo veramente bisogno di un personaggio così.

Nel romanzo Shamsa dice che è grassa perché non ha una terra, non ha radici. Perché questa immagine?
Il rapporto con il nostro corpo è essenziale nella mia scrittura, cioè le cose non succedono solo qui in testa, succedono in tutto il corpo, in tutto il nostro essere. Quando senti che non hai il tuo paese, come è successo a me che ho passato tanto tempo a cercarlo, ingrassi. Io ho preso del peso perché mi dicevo che forse avevo voglia di non essere troppo volatile, avevo voglia di piazzarmi almeno con il mio corpo da qualche parte. La questione identitaria è molto più complicata di quel che sembra, potevo essere allo stesso tempo francese, europea, araba, musulmana e cristiana. Io ho sposato un musulmano, ho avuto da lui dei figli, ho vissuto in diverse zone in Libano che non erano zone cristiane, adoro la moltitudine, adoro i miscugli, adoro l’idea di vedere l’altro diverso, quando vedo che tu sei diverso questo mi attrae. Forse è per questo che scelgo personaggi maschili, perché sono diversi da me. Il corpo è empatico e si modula con la vita. In Francia sono ingrassata e mi dicevo: non fa niente, non posso occuparmi del mio aspetto estetico, l’importante è che io sia forte e in salute perché i miei figli hanno bisogno che io lavori. Così mi è venuta questa idea e forse anche perché mia figlia è un po’ pienotta e le dico sempre che è un po’ grassa ma è bella ed è vero, non bisogna guardare come si definisce la bellezza nelle riviste di moda. Io trovo mia figlia veramente bella anche se è così, pienotta, e trovo che le donne grasse abbiano una grazia, una vera grazia, sono così.

Poi però nel romanzo Shamsa dimagrisce, cosa succede? Come cambia?
Purtroppo, diventa come tutte le altre. Bisogna tornare al contesto del libro. Finisce col somigliare alla madre di Niqula, contrae la malattia della seta. Sai la seta, come tessuto, è una proteina, non si può creare la seta, è perfetta, ecco perché quando gli antichi tessevano la seta in Cina, pregavano. Pregavano perché sapevano che era troppo bella, un materiale straordinario. Anche i musulmani, lo racconto nel libro, non permettevano alle donne di uscire in strada vestite di seta perché dicevano due perfezioni in strada, il corpo della donna e la seta…Dio non lo accetterebbe mai! E questa idea si trova in tutte le religioni, in tutte le filosofie, la perfezione appartiene solo a Dio, non è degli esseri umani…Non voglio dilungarmi troppo, ma Shamsa ha avuto questa malattia perché tendeva alla perfezione, un po’ come Beirut che aveva sognato di essere la città delle città e Dio non ha accettato che si potesse sognare la perfezione.

Nel romanzo L’uomo che arava le acque si racconta la storia del Libano attraverso la storia dei tessuti, simbolo della bellezza. Da dove nasce questa idea?
Non so esattamente da dove è nata l’idea perché io non vengo da una famiglia di tessitori, non sapevo niente di tessuti. Studiando la storia della regione, vedendo come circolava il commercio, ho capito che avrei potuto prendere lo zucchero, il cardamomo, le spezie per raccontare il Libano, ma quando si prendono i tessuti ho visto viene fuori tutta la storia e la memoria della regione intera. La strada della seta passava dalla nostra regione, le carovane ci portavano la merce dal mondo intero, perché Beirut è sul mare ed è vicina all’Europa, e al di sotto c’è tutto l’oriente, quindi è sempre stata un punto di snodo straordinario. Così ho scoperto come circolava il mondo dei tessuti, e ho visto che i generi di tessuti che hanno accompagnato la storia dell’umanità hanno accompagnato anche il corpo delle donne. Da piccoli i bambini venivano avvolti nel lino, quando andiamo a documentarci sul lino scopriamo come gli egiziani avvolgevano nel lino le mummie, si curavano le ferite con il lino e da dove viene il lino? E’ un po’ l’infanzia del mondo, non parlo della preistoria perché nella preistoria si usavano le pelli di animali e poi la lana. E dopo, dal cotone al lino, al velluto, alla seta, al merletto, così, con i tessuti, si attraversano i periodi della vita, non solo della donna, ma di tutta l’umanità. La scoperta del velluto è stato un momento favoloso, perché ci si rese conto che non c’erano solo due dimensioni nella trama dei tessuti. Con il cosiddetto punto all’aria, si scoprì che c’era anche una terza dimensione e tutto questo è partito da Venezia dove c’era una ricchezza enorme, pensiamo ai merletti: per scoprirne i segreti era necessario fare dei complotti. I dogi di Venezia si vestivano di velluto, e poi pensiamo a Solimano il Magnfico. Quando arrivò a Vienna stupì tutti, gli austriaci si vestivano come si vestono oggi in un modo che per noi è da Medio Evo. E invece arriva Solimano il turco, il magnifico, vestito in oro e velluto e i poveri viennesi, le donne si buttano per terra e dicono: ma cos’è questo tessuto? Chi è questa persona? Anche quando lo guardavano da lontano, perché non potevano avvicinarsi. Allora per ricapitolare, quando si prende un dettaglio della storia comune della storia del mondo ci si ritrova. Questo per dire che non esistono regioni pure, non esistono civiltà pure, tutto è confuso, tutto è magnificamente mischiato. La mia speranza è di rendere a Beirut e alla regione questa grande storia di metissage perché non c’è niente di puro dalla notte dei tempi. Il patrimonio culturale umano è collettivo, viene da tutte le regioni, basta incrociare le cose un po’ per rendersene conto, per vedere che abbiamo veramente un’unica storia comune.

Perché questo titolo “L’uomo che arava le acque”? Cosa vuol dire arare le acque?
Si scopre alla fine del libro, ma ha due significati. Il primo: gli uomini che aravano le acque erano i fenici, cioè gli antenati dei libanesi, che per primi hanno preso le vie del mare per seguire il commercio, per scoprire altri mondi. Furono i primi del Mediterraneo a viaggiare per mare, quindi l’idea mi riporta ai libanesi. Il secondo è che tutte queste belle storie che racconto nel libro finiscono in un vuoto, finiscono cioè nella guerra civile, allora è come arare le acque, cioè si lavora ma non rimane niente, non si lasciano tracce, come nel Don Chisciotte.

Il Libano di oggi, come è cambiato dall’omicidio di Rafiq Hariri?
Quando dico che non ho mai creduto che si potesse arrivare a una pace civile, lo dico perché la pace costa cara. I libanesi hanno preferito dimenticare, cancellare per non pagare un prezzo alto, per non rivedere. Perché siamo arrivati alla guerra civile? Non avevamo abbastanza forza per affrontare il nostro passato. L’assassinio di Hariri è stato è stato come un catalizzatore, ha fatto in modo che tutto quel che cercavamo di incollare con la forza si è staccato. Di fronte a un crimine così enorme non si può più fare finta di niente, fingere di amarsi, che tutto va bene, di dimenticare la guerra, di andare avanti, di ricostruire…adesso sai fino a che punto noi siamo più paesi in uno solo. Si passa da una strada all’altra e si trova un’attitudine culturale completamente diversa, quindi io adesso parlo di questa scena, dell’uccisione di Hariri, ma non la commento, non posso commentarla. Ma sono profondamente amareggiata, triste e disperata. Forse c’è una piccola parte di me che vorrebbe tornare in Libano. Forse, ma non ora.


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