Marzo 2007
Intervista
a Antonia Arslan
di Lorenzo Las Plassas
"Zia Henriette è una sopravvisuta al genocidio del
1915. Creatura della Diaspora, non aveva piu' una lingua
madre. Parlava
molte lingue compresa la sua, l'armeno, in modo innaturale. Come
una straniera. In tutte faceva patetici sbagli e non volle mai
raccontare la storia della sua sopravvivenza" (da: La Masseria
delle Allodole).
Come e' scattata la motivazione a scrivere delle sue radici
familiari?
Direi soprattutto dall'incontro con il poeta Daniel Verujan
di cui io ho tradotto una raccolta di poesie straordinarie. Me
ne sono proprio innamorata e a questo punto ho capito che tutti
i racconti, le storie, le descrizioni di luoghi, di tragedie,
di vite spezzate che avevo sentito da bambina riemergevano e
diventavano qualcosa di vivo, di forte, che voleva essere raccontato.
Quanti personaggi sono inventati e quanti reali nel suo romanzo?
Gli avvenimenti di base sono reali. Per esempio la conclusione
con la fuga dei bambini nel doppio fondo della carrozza che sembra
una cosa da romanzo popolare. Io ho scritto un libro sul romanzo
popolare e tutti credono che quello me lo sia inventato, invece
quello e' vero. Ma un personaggio tipo Ismene....ecco Ismene
e' venuta fuori da sola ed e' un personaggio che ho inventato,
o anche il prete Isacco. E poi per esempio il colonnello turco.
Io sapevo che la figura del tenente innamorato della ragazza
e' vera. E' una traccia che avevo. Sapevo che c'era questa embrionale
storia d'amore fra i due che poi naturalemente fini' con la tragedia.
Il colonnello, vede, e' venuto anche questo un po' da solo. Non
c'e' nulla di preordinato. Da un certo momento mi si presentavano
i personaggi, qualcuno era reale, raccontato fin dall'infanzia,
o parente o cugino o prozio o quello che e'. E qualcun altro
era una specie di figura di raccordo. Ma non ho mai pensato:
adesso devo far venire fuori qualcuno. E' sempre comparso nel
momento giusto. Il colonnello turco e' l'emblema di una idea
forte che ho in mente e cioe' che in casi di grande tragedia
di quel tipo, in cui c'e' un'idea di sterminio che viene attuato,
la persona mediamente corrotta come e' il colonnello e' anche
mediamente migliore dei fanatici.
Il mendicante Nazim e' inventato o e' esistito veramente?
No, e' esistito veramente. Che ci fosse stato un mendicante,
un uomo proprio dello strato piu' basso della societa' che poi
li aveva aiutati, quello si.
Questo e' il suo primo romanzo, come mai non ha messo a frutto
prima il suo talento?
Be' non lo so. Questo proprio esattamente non lo so. Non ero
pronta, si vede che sono a maturazione lenta. C'e' chi matura
velocemente e scrive capolavori a 18 anni, e c'e' chi matura
piu' lentamente. Io devo dire che avevo scritto delle poesie.
Uno degli agganci con la realta' di queste storie armene che
avevo nel cuore sono state alcune ballate armene che avevo scritto
e non ho mai pubblicato. Qualche poesia la scrivevo ogni tanto
ma per me piu' che altro, per farla leggere agli amici. Ma non
ho mai avuto un particolare interesse a pubblicarle. E poi mi
sono forse, come capita nella vita, concentrata sulla scrittura
di saggi, di critica.
"Prendemmola strada sotto i portici per andare al santo.
Era il 13 di giugno, il giorno del mio onomastico. Pioveva e
io non volevo muovermi ma il nonno Yerwant, il patriarca che
nessuno disobbediva aveva detto: "E' ora che la bambina
conosca il suo santo. Ha quasi 5 anni e non sta bene far aspettare
i santi. E dovete portarcela a piedi". Lui ci avrebbe raggiunto
con la sua automobile Lancia e con Antonio, l'autista. Cosi'
percorsi con la zia le due lunghe strade porticate che portano
alla basilica. Con la zia Henriette, piccola piccola dal gran
naso armeno e dai lucidi capelli neri a caschetto che aveva molti
segreti e se li teneva stretti. Non portava mai tacchi bassi
e non permetteva che aprissi la sua borsetta. Neppure lei era
contenta dell'ordine del nonno. Aveva caldo, aveva quasi mal
di testa. Pensava che andare alla basilica nel giorno del santo
fosse poco fine. Cosa da provinciali e da turisti. Temeva di
perdermi, si angosciava per nulla. Come sempre." (Da:
La Masseria delle Allodole)
Quando uno lo legge il libro, lo vede
bene che non c'e' una
sola parola di odio contro il popolo turco. Anzi ci sono dei
personaggi turchi positivi. Addirittura uno di loro, Nazim, secondo
un mio amico che insegna armeno a Venezia, il professor Zechian,
e' il personaggio che evolvendo dal male al bene, e' un po' lo
spago centrale del romanzo. Magari non e' cosi' ma insomma...
Orhan Pamuk ha rischiato il carcere per aver parlato di genocidio
degli armeni. Lei l'ha mai conosciuto?
Per un caso non l'ho incontrato. Io dovevo andare in
Minnesota e mi avevano detto che lui era li' per delle conferenze.
Poi
invece ha avuto il Nobel e quindi ha annulato quel giro. Poi
anche io non sono piu' andata. Spero di conoscerlo. Deve essere
un uomo di carattere un po' deciso perche' anche questa intervista
sugli armeni, lui l'ha fatta un po' occasionalmente. Ha detto
questa unica frase che e' bastata per metterlo sotto processo.
Lui ha detto semplicemente cosi' a quel giornale svizzero: "Tutti
sappiamo in Turchia che nel 1915 sono morti almeno un milione
di armeni". E questa frase e' bastata.
"Tutti guardano
Shushanig, ma Shushanig non vede nessuno, piange immobile, senza
muovere il viso, ghiacciata, inarrestabile.
Allora e' Haznif che si scuote. Haznif maturata in un'ora che
conta febbrilmente i superstiti, che qualcuno non sia rimasto
dentro la villa. E scopre dietro henriette singhiozzante orrendamente
impiastrata di sangue. Il visetto attonito di Mubar vestito da
donna con il suo abitino di seta frusciante. La bambina graziosa
che e' l'unico maschio sopravvissuto." (da: La Masseria
delle Allodole)
Ci sono stati dei fatti storici che hanno portato al silenzio
sul genocidio degli armeni, poi c'e' stato il negazionismo. Oggi
secondo lei a che punto e' il risveglio delle coscienze?
Be' in certe nazioni, nell'opinione pubblica mondiale
direi sta procedendo bene. Forse in qualche modo l'opinione pubblica
e' addirittura piu' aventi dei governi in qualche occasione.
Per esempio il governo inglese non ha mai riconosciuto il genocidio
e il governo americano ne sta discutendo in questi giorni. Pero'
mi pare 45 stati su 50 lo hanno fatto nelle loro camere. Quindi
credo sia questione di tempo.E poi tante altre nazioni lo hanno
riconosciuto. Insomma in qualche modo e' come se si fosse scoperchiata
la pentola. Ecco questa e' la mia impressione degli ultimi anni.
Il film dei Taviani lei l'ha gia' visto. Si riconosce, riconosce
La Masseria delle Allodole nel film dei Taviani?
Il film io l'ho visto e mi e' piaciuto. Lo dico sinceramente,
e' un film compatto, coerente, onesto. E' un affresco storico.
Una storia che piace al grande pubblico. Loro hanno presentato
certe parti, hanno tolto il prologo perche' forse non era tanto
neanche nelle loro corde, diciamo. Il personaggio che dice "Io" non
c'e' ed e' giusto cosi'. Hanno fatto un affresco storico. Hanno
messo in evidenza la figura di Haznif che e' diventata in fondo
la protagonista femminile e Shushanig rimane un po' piu' sullo
sfondo. Pero' mi sembra che abbiano fatto un gran bel lavoro.
E hanno anche trovato una location molto persuasiva perche' hanno
girato il film in Bulgaria nella citta' di Plovdiv, l'antica
Filippopoli dove c'e' un quartiere armeno che risale al'inizio
del '900. Quindi erano entusiasti, hanno trovato tutto, perfino
le cucine dell'epoca.
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