2005, Mantova
Suad
Amiry: uno sguardo da Ramallah
L'intervista di Luciano Minerva
Suad Amiry è qui come scrittrice perché è invitata
al Festival di Mantova, però è un architetto
e docente di architettura. Come vive questa città da
scrittrice e da architetto?
Sono un architetto per natura, ho studiato da
architetto e sono un architetto quando guardo il mondo. Sono
diventata una scrittrice
per caso, quindi è vero che mi trovo qui come scrittrice
e lo sarò per mezz'ora, un'ora, forse due. Per le interviste,
come adesso. Ora sto interpretando il ruolo della scrittrice,
ma in realtà sono un architetto. Lo sono nel modo di
osservare la città, nel modo in cui percepisco i materiali
usati per gli edifici, nell'osservare le strade. Faccio l'architetto
da trent’ anni e la scrittrice da tre e questa è la
realtà.
Sono venuta in Italia per la prima volta nel 1970 e quando sono
arrivata in questo paese ho sentito che nella mia vita precedente
dovevo essere italiana. C'è un legame molto forte tra
me e l'Italia ed ha a che fare con l'ambiente che mi circonda.
Forse voi italiani non ve ne rendete conto perché dovete
lavorare molto duramente ogni giorno, prendete la metropolitana,
pagate le tasse e quando si vive in una città spesso non
la si gode a pieno. Ci vuole l'arrivo di uno straniero. Quando
sono arrivata sono rimasta molto sorpresa. Ho passato un po’ di
tempo in Toscana, in Campania, in Sicilia, poi sono venuta qui
al nord, a Milano. Avete così tante belle città,
degli edifici magnifici e poi l'arte e la natura...
A volte scherzo con i miei amici in Palestina e dico loro che
quando ci sarà la fine del mondo e Dio deciderà chi
sono i buoni e poi li manderà in paradiso, allora ci prenderà tutti
e ci metterà in Italia e forse prenderà la maggior
parte degli italiani e li manderà da qualche altra parte.
Penso che l'Italia abbia una tale ricchezza, e adesso sto parlando
come architetto. In Palestina lavoro con un'organizzazione che
si occupa della tutela del patrimonio culturale. Quando vengo
in Italia e mi rendo conto della ricchezza culturale che avete,
basta guardare a Mantova, alle piazze, alla qualità della
vita, l'ambiente. Secondo me l'ambiente in cui si vive è uno
dei diritti fondamentali dell'uomo. Io vivo in un paese, la Palestina,
dove l'architettura, il paesaggio, le montagne cambiano ogni
giorno e in questo modo si perde la propria identità. È come
quando si torna a visitare la casa natale e si scopre che l'edificio
non esiste più, così come non ci sono più la
strada dove si è cresciuti o la scuola dove si è andati.
Il fatto che dei posti che si conoscono così bene sono
scomparsi è destabilizzante e irritante. la Palestina è una
nazione che ogni giorno convive con i cambiamenti dell'ambiente
circostante, a causa degli insediamenti israeliani. Prendiamo
ad esempio la costruzione del muro. Quel muro ha provocato lo
sradicamento di 1.250.000 alberi e la demolizione di molte colture
a terrazza. Il paesaggio è cambiato completamente. Quando
si vive in un paese come la Palestina, dove il territorio viene
martoriato ogni giorno, le case demolite e gli edifici storici
distrutti, perdi la fiducia, non si hanno più le coordinate
del tempo e dello spazio. Quando vengo in Italia riesco ad avvertire
i diversi strati di cultura e di storia che danno un forte senso
di stabilità. Forse voi non lo avvertite, ma per me è una
cosa di immenso valore. Sono stata invitata qui a Mantova come
scrittrice e mi godo la bellezza del posto. Questo festival della
letteratura non sarebbe lo stesso se si svolgesse in un grattacielo
di cemento o in un hotel, non avrebbe la stessa qualità.
Qui c'è l'ambientazione architettonica vecchia di secoli
e poi persone comuni. I bambini vanno in bicicletta e i bar e
i ristoranti beneficiano dell'evento. Questa combinazione di
architettura e letteratura, mista alla gente che passeggia ascoltando
musica e poesia, secondo me ha un grandissimo valore. Per me
poi ha acquistato un ulteriore valore, quando ieri mi è stato
detto che tutte queste persone sono volontari, seicento volontari
da Mantova e dintorni che lavorano alla qualità della
vita, di quella culturale. Qui non c'è solo Mantova, c'è tutta
l'Italia.
Lei insegna architettura a Ramallah, in un luogo dove
ormai architettura non ce n’è, nel senso che è pressoché tutto
distrutto. Come fa e cosa insegna?
Il conflitto con Israele ha delle influenze sia positive che
negative sul concetto della tutela del patrimonio culturale,
perché il conflitto con Israele ha a che fare con l'identità dei
palestinesi, chi siamo, se il paese appartiene a noi o meno,
se appartiene agli israeliani o non gli appartiene. Quindi
c'è un elemento di identità nell'architettura
palestinese. L'altra questione è cos'è la Palestina.
Per me non si tratta di una Palestina araba, una Palestina
musulmana, per me la Palestina è una stratificazione
di diverse civiltà che hanno vissuto in quell'area e
la ricchezza del mediterraneo sta nel cercare di proteggere
tutte queste stratificazioni. Sia in Palestina che in Israele
c’è un problema: gli israeliani sono ossessionati
dallo strato ebraico della cultura e non gli importa nulla
degli altri strati e tra i palestinesi e i fondamentalisti
c'e la tendenza ad affermare solo la Palestina araba e musulmana.
Anche il patrimonio culturale assume una connotazione politica,
quindi per me è importante spiegare ai miei studenti
che non si tratta del patrimonio culturale palestinese, ma
del patrimonio culturale in Palestina. La Palestina, Gerusalemme,
Nazareth, Betlemme sono luoghi importanti per la comunità cristiana
di tutto il mondo e a volte sento che ci è stato affidato
un patrimonio che appartiene all’intera comunità mondiale.
Per me è importante spiegare agli studenti perché è importante
proteggere una cosa che non appartiene a noi, ma a tutto il
mondo.
Lei ci parla come architetto, come scrittrice
e affronta le cose da un punto di vista teorico, ma i libri
che ha scritto sono
di una donna arrabbiata proprio sulla questione dell’identità.
Si chiede ad esempio come sia possibile che un cane possa avere
un passaporto meglio e prima di una persona.
La storia che racconto nel mio libro parla del mio cane. Se voglio
andare a Gerusalemme, e non a Gerusalemme ovest, ma nella parte
araba, Gerusalemme est, dove vivono 250.000 palestinesi, devo
chiedere un permesso al governatore militare israeliano. Nel
mio libro racconto di quando devo portare il cane da un veterinario
israeliano, il quale mi dà un passaporto per la cagnetta
con su scritto Gerusalemme. Quando ho ricevuto questo passaporto
mi è venuta un'idea. Mi sono detta, questo è un
passaporto per il mio cane e se voglio andare a Gerusalemme
devo chiedere un permesso per me e per la mia macchina, allora
ho preso il passaporto del cane e sono andata al check-point.
I soldati israeliani mi hanno chiesto “Dov’è il
suo permesso?” Gli ho risposto: “Non ce l’ho”. “E
il permesso per la sua macchina?” Ho detto che non l’ avevo
e così mi ha chiesto: “Come pensa di andare a
Gerusalemme?” Allora gli ho detto: “Sono l'autista
del cane, e lui ha il passaporto.” Questa è la
realtà della situazione. Noi che viviamo in Palestina
non abbiamo diritti e quello che cerco di dire è che
perfino un cane ha più diritti. Io amo il mio cane,
ma nella cultura araba questo animale ha dei connotati molto
negativi. Il conflitto con Israele riguarda lo spazio. Se guardiamo
questa piazza vediamo degli elementi gotici, degli elementi
romanici e altri barocchi, l'architettura racconta la stoia
di questo luogo e lo stesso vale per la Palestina. Quando si
va nella parte araba di Gerusalemme si scopre la storia della
città, quindi per me l'architettura è la storia
del popolo palestinese.
Nel suo secondo libro, “Se questa è vita”,
racconta due vicende in cui lei usa lo sguardo come arma di difesa.
Può davvero essere persino lo sguardo una forma di resistenza?
L'occupazione israeliana dura da trentotto anni, alcune persone
hanno vissuto sotto l'occupazione per tutta la vita, altri, come
me, da ventiquattro anni. L'occupazione israeliana è molto
aggressiva, non ti permette di andare a scuola o al lavoro. Ti
priva del lavoro, ti impedisce di raggiungerlo, ti impone il
coprifuoco per quaranta giorni, a volte sessanta. Questo provoca
una rabbia molto forte. I tuoi diritti vengono violati quotidianamente
e ognuno a modo suo sviluppa un modo per resistere all'occupazione.
Un modo per resistere alla vita ingiusta, all'umiliazione che
si subisce ogni giorno. Se si urla o si spinge un soldato israeliano
si finisce in carcere per uno o due anni, ma tutti resistono
all'occupazione in un modo o nell'altro. Alcuni, come me, fissano
i soldati e lo fanno molto da vicino. Cosa può fare il
soldato? andare in tribunale e dire “questa donna mi ha
guardato”? sarebbe ridicolo. Ma il soldato capisce che
sto cercando di dirgli che non mi piace l'occupazione e che non
approvo quello che fa. Il tutto senza dire neanche una parola,
solo con lo sguardo. Penso che sia un modo per convivere con
l'occupazione, come la storia dell'aeroporto.
Ogni volta che ci troviamo al confine, gli arabi vengono presi
e messi da parte e ci interrogano per una o due ore e questo
succede ogni volta. Così sei veramente stanca perché i
tuoi diritti vengono violati in continuazione. Allora cosa
fai? Vuoi dire agli israeliani che quello che fanno è inumano
ed illegale. Così un addetta alla vigilanza mi ha chiesto
cosa ero andata a fare a Londra. Le ho risposto: “a ballare”.
Lei sapeva che non approvavo il loro comportamento, ma non
poteva portarmi in tribunale ed accusarmi di aver detto che
ballavo. Penso che spesso sviluppiamo delle tecniche per resistere
ad un'occupazione che non è umana. Lo facciamo perché non
vogliamo essere violenti ma vogliamo raggiungere la persona
sul piano umano e penso che spesso funzioni.
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